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mercoledì, aprile 30, 2003
Riflessione pacata e seria. Dammi un'cchiata qui.
martedì, aprile 29, 2003
L’uomo che rivestiva le colline
Primavera d'intorno brilla nell'aria e per li campi esulta.
E' sempre un'emozione il risveglio della primavera; tanto più per chi come me ha la possibilità di godersi queste giornate di fine aprile dentro un'insenatura della valle del Casentino che sta sotto il Pratomagno, tra Raggiolo, Quota e Larniano. Si parte dal Grande Prato, ora quasi totalmente libero dalla neve, si scende verso Quota tra faggeti e abetine per arrivare ai grandi castagni e poi ai querceti. Scendendo da Quota verso Larniano si prosegue in direzione di Poppi, inconfondibile per il grande Castello dei Conti Guidi, e si passa da Rimolle: una casa colonica come le altre, bella come le altre che hanno mantenuto la loggia, l'aia e il fontanile delle vacche; diversa dalle altre perché lì ci sta Pietro; Pietro di Rimolle, appunto. E' un piacere di un genere particolare vedere i campi, i fossi, il bosco di castagni dove passa quest'uomo gentile, dalla mano d'artista, dalla parlata fluida e schietta, limpidamente toscana.
"Pietro veniva spesso alla stradina erbosa dove andavo a prendere l’acqua. Entrava nel campo e si metteva a lavorare. Tirava su i pomodori puntellandoli con dei lunghi bastoni messi a forma di piccola capanna indiana, poi zappava intorno strappando le erbacce e in ultimo apriva l’impianto di irrigazione. Allora gli spruzzatori si mettevano in funzione e una miriade di perline argentate si rovesciava sui pomodori e sulle zucche. Attraverso il tendone di pioggia lo intravedevo sarchiare più in là intorno alle file dei fagiolini, ripulire le piantine delle fragole, potare, pareggiare la terra. A volte lo trovavo già là, nel prato a destra dell’orto, che col rastrello raccoglieva mannelli di fieno fino a farne un gran fascio che poi si caricava sulle spalle. Quando andava via piccolo piccolo sotto il peso da cui spuntavano solo le gambette magre nei calzoni color foglia secca, era inevitabile pensare a scene di gnomi nel bosco, tanto più quando appariva lei, la moglie, che potrei chiamare Rosa, un tappettino di donna tutta tonda che il grembiule a quadri bianchi e neri faceva somigliare a un pallone. Insieme risalivano la stradina erbosa e sparivano tra gli alberi. Qualche volta mi avvicinavo per parlarci perché Pietro era un gran raccontatore e usava parole bellissime come ” lo sciutto” (la siccità), la lucciola (l’ulcera), le moniche, il vetrinaio (veterinario). Mi indicava nel campo l’erba medica che bisogna dare ai conigli ben asciutta perché sennò li fa gonfiare e poi si schiantano, il mentastico che si mescola in piccole quantità alle altre erbe e le rende più saporite, la capomilla che va tenuta a seccare ben bene prima di essere usata, sennò non fa bene, e via dicendo. Ascoltavo divertita. La voce abbelliva le cose con commenti gustosi e saggi; si parlava anche del passato, quando Pietro era giovane.
- Ma come mai – dicevo – a quei tempi i giovani si adattavano a farsi trovare la moglie dalla famiglia? –
- Ma che vole – ridacchiava lui – erano sempre stati dietro alla coda delle vacche, non s’arrischiavano. –
Ridevo di gusto. Anche lui rideva sornione, assestandosi il cappelluccio.
Perché vede – continuava – loro, le donne, erano più svelte.Se li sarebbero rigirati quanto volevano. Allora la famiglia cercava quelle un po’ sicure, sa, bone per la casa. -
- - E per il lavoro dei campi – aggiungevo io. E intanto vedevo questi giovanotti seduti al pascolo con le vacche intorno che annoiati masticavano fili d’erba e sognavano ragazzotte bene in carne a fargli ciao ciao e tirarsi su la sottana a scoprire i ginocchi tondi e bianchi. Ma quello che più mi innamorava di lui era il modo come ripuliva il campo intorno, raccogliendo le foglie in mucchi rotondi o in cerchi. Il campo diventava una tela da ricamo, un arazzo in cui si mescolavano il marrone, l’ocra, il verde. E se socchiudevo gli occhi, lo vedevo passare dall’uno all’altro mucchio col lungo rastrello che a un certo punto mi pareva fosse lui a portarlo e insieme perfezionavano il tondo di un cerchio, rialzavano la sommità di un mucchio, correvano a raccogliere le foglie sparse che componevano in serpentoni lunghissimi. A un certo punto mi pareva che si sollevassero da terra il rastrello e Pietro e volassero intorno a rassettare anche le colline vicine e tutto prendeva quell’aspetto ravviato e fantasioso che sapeva di bello e di incantato. Allora gli gridai:
- - Pietro, che si vede da lassù? –
- - Il mondo, il fiume, la casa con la gente che mangia, dorme e bestemmia, litiga e fa pace. –
- - E che altro? –
- - Gli uomini all’osteria, il prete nella chiesa, gli animali nei boschi che stanno caldi nelle tane, tutti intorcinati insieme, le fonticine che spingono per uscire allo scoperto, i funghi che gonfiano le gote per mettere il capo fuori, la volpe che va alle galline. – Gli gridai di scendere perché volevo vedere riflesse nei suoi occhi le cose che aveva visto da lassù. Poi capii improvvisamente che non era possibile, solo se anch’io avessi potuto salire lassù come Pietro, sarei stata in grado di vedere le cose come le vedeva lui, più belle, più tranquille, depurate da quel senso di ansia che dà l’esserci immersi e rese libere dal velo opaco che gli mettiamo addosso a forza di guardarle senza vederle. Ma a cosa attaccarmi, non avevo un rastrello come il suo né un altro strumento e il mio desiderio da solo non bastava. Mi venne in aiuto Rosa.
- - Attaccati a me, svelta – Mi attaccai al suo vestito e presto lei si alzò come un pallone leggero e si diresse verso una nuvola bianca. – Ma Pietro è là – dissi, indicando un pezzo di cielo azzurrissimo. – E noi siamo qua – fece lei, sedendosi leggera sulla nuvola. Sotto il vestito a quadrettoni, spuntava allegro il pizzo di una sottoveste arancione.
- - Voglio vedere le cose di Pietro – dissi io.
- Le nostre non sono meno belle. Guarda -. Guardai e vidi due donne che camminavano e chiacchieravano fitto fra loro, ridendo ogni tanto, vidi una ragazza che portava un bambino a cavalluccio e ogni tanto voltava gli occhi in su e lui glieli copriva con le mani, strillando ba ba ba ba e ridendo come un matto. – Le farà la pipi sul collo – mi venne da pensare. Vidi una vecchietta che annaffiava un geranio rosso fuoco e sorrideva a chi sa quale ricordo e una ragazzina bruna che nel chiuso di una stanza, dietro le persiane accostate, si guardava nuda allo specchio dell’armadio, tirandosi su i capelli neri e lucidi e facendoli poi ricadere lungo la curva dolce della schiena. Vidi, o credetti di vedere, una ragazza dal viso dolce e assorto con una lunga vestaglia celeste a pallini neri. Stava china su un lavoro di cucito. Aveva delle belle mani affusolate e la vera al dito. – Mamma – dissi d’impulso. Ma le immagini ora si confondevano le une con le altre e si allontanavano sfumando. – Aiutami, Rosa – pregai – tu che sei una donna. Non voglio perdere la mia mamma, ora che l’ho ritrovata. – Lei si stava dondolando sulla nuvola e sporgeva il viso al sole; si era anche tirata su il vestito per abbronzarsi le gambe cicciottelle. – Ma no – disse con condiscendenza – non le puoi fermare le cose, proprio non le puoi fermare. - Le cose no, ma lei sì – gridai disperata.
- Mi guardò con un occhio solo, mentre l’altro continuava imperterrito a fissare il sole. – Perché? – replicò – pretenderesti di essere felice due volte? – E con un volteggio impeccabile andò a sedersi su una nuvola più bassa."
La presentazione è di Barbabianca, la rievocazione - tra virgolette - è di Paola.
venerdì, aprile 18, 2003
Martin Sullivan
Non so nulla di lui. Ma un americano che in questo momento, da una posizione di grande prestigio, abbandona la cordata di Bush è da segnare nel nostro taccuino. Certo, non lo ha fatto per il sangue versato, ma per per i cocci del museo di Bagdad. Meglio che niente. Sicuramente perde tanti vantaggi. Forse altri ne acquisterà ; l'America è grande.
Volevo solo dire che nel mondo la stragrande maggioranza degli uomini tende al bene e alla giustizia; se questo è vero, vedremo altre defezioni eccellenti. Dobbiamo - anche noi blogghisti - esser sempre capaci di raccontare il male, facendo vedere a chi ci legge che noi crediamo nella superiorità del bene.
Per questo ci facciamo gli auguri di Buona Pasqua.
giovedì, aprile 17, 2003
Bush furioso
La mula è l’ONU prima maniera
il pastore e il cavallo: l'europa di Chirac e quella di Blair
il resto alla fantasia di chi legge.
Orlando furioso
di Ludovico Ariosto
CANTO TRENTESIMO
1
Quando vincer da l'impeto e da l'ira
si lascia la ragion, né si difende,
e che 'l cieco furor sì inanzi tira
o mano o lingua, che gli amici offende;
se ben dipoi si piange e si sospira,
non è per questo che l'error s'emende.
Lasso! io mi doglio e affliggo invan di quanto
dissi per ira al fin de l'altro canto.
2
Ma simile son fatto ad uno infermo,
che dopo molta pazienza e molta,
quando contra il dolor non ha più schermo,
cede alla rabbia e a bestemmiar si volta.
Manca il dolor, né l'impeto sta fermo,
che la lingua al dir mal facea sì sciolta;
e si ravvede e pente e n'ha dispetto:
ma quel c'ha detto, non può far non detto.
3
Ben spero, donne, in vostra cortesia
aver da voi perdon, poi ch'io vel chieggio.
Voi scusarete, che per frenesia,
vinto da l'aspra passion, vaneggio.
Date la colpa alla nimica mia,
che mi fa star, ch'io non potrei star peggio,
e mi fa dir quel di ch'io son poi gramo:
sallo Idio, s'ella ha il torto; essa, s'io l'amo.
4
Non men son fuor di me, che fosse Orlando;
e non son men di lui di scusa degno,
ch'or per li monti, or per le piagge errando,
scorse in gran parte di Marsilio il regno,
molti dì la cavalla strascinando
morta, come era, senza alcun ritegno;
ma giunto ove un gran fiume entra nel mare,
gli fu forza il cadavero lasciare.
5
E perché sa nuotar come una lontra,
entra nel fiume, e surge all'altra riva.
Ecco un pastor sopra un cavallo incontra,
che per abeverarlo al fiume arriva.
Colui, ben che gli vada Orlando incontra,
perché egli è solo e nudo, non lo schiva.
- Vorrei del tuo ronzin (gli disse il matto)
con la giumenta mia far un baratto.
6
Io te la mostrerò di qui, se vuoi;
che morta là su l'altra ripa giace:
la potrai far tu medicar dipoi;
altro diffetto in lei non mi dispiace.
Con qualche aggiunta il ronzin dar mi puoi:
smontane in cortesia, perché mi piace. -
Il pastor ride, e senz'altra risposta
va verso il guado, e dal pazzo si scosta.
7
- Io voglio il tuo cavallo: olà non odi? -
suggiunse Orlando, e con furor si mosse.
Avea un baston con nodi spessi e sodi
quel pastor seco, e il paladin percosse.
La rabbia e l'ira passò tutti i modi
del conte; e parve fier più che mai fosse.
Sul capo del pastore un pugno serra,
che spezza l'osso, e morto il caccia in terra.
8
Salta a cavallo, e per diversa strada
va discorrendo, e molti pone a sacco.
Non gusta il ronzin mai fien né biada,
tanto ch'in pochi dì ne riman fiacco:
ma non però ch'Orlando a piedi vada,
che di vetture vuol vivere a macco;
e quante ne trovò, tante ne mise
in uso, poi che i lor patroni uccise.
9
Capitò al fin a Malega, e più danno
vi fece, ch'egli avesse altrove fatto:
che oltre che ponesse a saccomanno
il popul sì, che ne restò disfatto,
né si poté rifar quel né l'altr'anno;
tanti n'uccise il periglioso matto,
vi spianò tante case e tante accese,
che disfe' più che 'l terzo del paese.
10
Quindi partito, venne ad una terra,
Zizera detta, che siede allo stretto
di Zibeltarro, o vuoi di Zibelterra,
che l'uno e l'altro nome le vien detto;
ove una barca che sciogliea da terra
vide piena di gente da diletto,
che solazzando all'aura matutina,
gìa per la tranquillissima marina.
11
Cominciò il pazzo a gridar forte: -Aspetta! -
che gli venne disio d'andare in barca.
Ma bene invano e i gridi e gli urli getta;
che volentier tal merce non si carca.
Per l'acqua il legno va con quella fretta
che va per l'aria irondine che varca.
Orlando urta il cavallo e batte e stringe,
e con un mazzafrusto all'acqua spinge.
12
Forza è ch'al fin nell'acqua il cavallo entre,
ch'invan contrasta, e spende invano ogni opra:
bagna i genocchi, e poi la groppa e 'l ventre,
indi la testa, e a pena appar di sopra.
Tornare a dietro non si speri, mentre
la verga tra l'orecchie se gli adopra.
Misero! o si convien tra via affogare,
o nel lito african passare il mare.
13
Non vede Orlando più poppe né sponde
che tratto in mar l'avean dal lito asciutto;
che son troppo lontane, e le nasconde
agli occhi bassi l'alto e mobil flutto:
e tuttavia il destrier caccia tra l'onde,
ch'andar di là dal mar dispone in tutto.
Il destrier, d'acqua pieno e d'alma voto,
finalmente finì la vita e il nuoto.
14
Andò nel fondo, e vi traea la salma,
se non si tenea Orlando in su le braccia.
Mena le gambe e l'una e l'altra palma,
e soffia, e l'onda spinge da la faccia.
Era l'aria soave e il mare in calma:
e ben vi bisognò più che bonaccia;
ch'ogni poco che 'l mar fosse più sorto,
restava il paladin ne l'acqua morto.
15
Ma la Fortuna, che dei pazzi ha cura,
del mar lo trasse nel lito di Setta,
in una spiaggia, lungi da le mura
quanto sarian duo tratti di saetta.
Lungo il mar molti giorni alla ventura
verso levante andò correndo in fretta;
fin che trovò, dove tendea sul lito
di nera gente esercito infinito.
Per leggere il seguito del canto e dell'Orlando.
mercoledì, aprile 16, 2003
Il diavolo non è mai brutto come Bush lo descrive
La scomoda veritÃ
La scomoda verità è che, secondo l'Unicef, i baathisti hanno costruito i servizi sanitari più moderni di tutto il Medio oriente. Nessuna contesta il carattere totalitario del regime, ma Saddam Hussein era stato attento a utilizzare il reddito del petrolio per costruire una società laica moderna e un ceto medio forte e prospero. L'Iraq era l'unico paese arabo con un sistema di erogazione di acqua potabile sul 90% del territorio, e con la scuola gratuita. Tutto questo è stato distrutto dall'embargo angloamericano, e l'invasione attuale dà il colpo di grazia. Allorchè è stato imposto l'embargo, nel 1990, il servizio civile iracheno aveva organizzato un sistema di distribuzione alimentare che la Fao aveva definito «un modello di efficienza - indubbiamente aveva salvato l'Iraq dalla carestia». Anche quello è stato distrutto, quando è iniziata l'invasione.
Da un articolo di John Pilger
That’s America
Religione, bandiera, storia
La foresta del dissenso
Da un articolo di
Edward W Said
- Docente di letterature comparate alla Columbia University (Stati uniti), autore in particolare di Orientalismo, Feltrinelli, Cultura e Imperialismo, Gamberetti, e dell'autobiografia Sempre nel posto sbagliato, Feltrinelli
- (brani sparsi,le sottolineature sono mie, ndr.)
Vorrei tratteggiare rapidamente lo straordinario panorama dell'America di oggi, visto da un cittadino americano come me che per anni ha potuto vivere confortevolmente in questo paese, pur conservando, grazie alle sue origini palestinesi, la visione comparativa di uno straniero. Il mio proposito è semplicemente di suggerire alcuni strumenti di comprensione, di intervento e, se mi è concesso usare questo termine, di resistenza nei confronti di un paese che non è affatto monolitico come generalmente si tende a credere.
Ciò che distingue in particolare gli Stati uniti è la loro sorprendente ostentazione di benignità, innocenza e di un quasi celestiale altruismo.
A sostegno di questa pericolosa illusione è stata reclutata una nuova falange di intellettuali dal passato liberal o di sinistra, che storicamente si erano schierati contro le guerre americane all'estero, ma sono oramai disponibili a sostenere quest'idea di un impero della virtù e del bene.
... Certo, gli eventi dell'11 settembre hanno avuto un ruolo in questo voltafaccia. Ma il fatto più sorprendente è che nel loro orrore, gli attacchi alle torri gemelle e al Pentagono sono trattati come se fossero nati dal nulla, e non provocati dall’ossessiva presenza dell’America e dal suo interventismo in ogni parte del mondo.
Religione
Ciò che i nuovi «falchi liberal» fingono di non vedere è la massiccia, decisiva presenza della destra cristiana (così simile all'estremismo islamico nel suo fervore moralistico) negli Stati uniti di oggi.
La visione del mondo alla quale si ispira è tratta soprattutto dall'Antico Testamento, e coincide in larga misura con quella israeliana. Un aspetto peculiare dell'alleanza tra i neo-conservatori filoisraeliani e i cristiani estremisti è il particolare favore con cui questi ultimi vedono il sionismo.
Di fatto, lo considerano come il modo migliore per convogliare tutti gli ebrei in Terra Santa e preparare la strada alla seconda venuta del Messia; allora gli ebrei dovrebbero scegliere tra la conversione al cristianesimo o l'annientamento. Ma queste tesi teologiche sanguinarie e violentemente antisemite di solito non vengono citate nei discorsi dei cristiani fondamentalisti americani, e sono ovviamente ignorate dagli ambienti ebraici filoisraeliani.
...
Tra tutti i paesi del mondo, l'America è quello che più esplicitamente si richiama alla religione.
. La vita della nazione - dalle scritte su edifici e monumenti a quelle incise sulle monete - è tutta permeata di riferimenti a Dio, frequenti anche nelle più locuzioni più comuni, quali «in God we trust», «God's country», «God Bless America». La base elettorale di George W. Bush comprende da 60 a 70 milioni di uomini e donne che come lui credono di aver incontrato Gesù e di essere sulla terra per compiere l'opera di dio nel paese di dio.
Nel loro insieme, questi fattori convergono in un'ideologia che alimenta l'idea di un'America virtuosa e benefica, portatrice di libertà e di progresso economico e sociale: un'immagine onnipresente nella vita quotidiana, tanto da apparire come una realtà assolutamente naturale e incontrovertibile.
bandiera
In nessun altro paese la bandiera ha una tale valenza iconografica.
La si vede dovunque - sui taxi, sui risvolti delle giacche, sulle facciate delle case, alle finestre, sui tetti.
È la principale incarnazione della nazione, simbolo dell'eroica resistenza di una comunità assediata da nemici indegni.
Il patriottismo rimane tuttora la prima delle virtù americane, ed è strettamente legato allo spirito religioso e alla convinzione di essere sempre dalla parte della ragione, non soltanto all'interno dei propri confini ma dovunque nel mondo.
L'economista Julie Schor ha dimostrato che gli americani lavorano più a lungo di trent'anni fa, guadagnando relativamente di meno.
Ma finora, a livello politico i dogmi liberisti dell'economia di mercato non sono mai stati oggetto di una discussione seria e sistematica.
Come se a nessuno fosse mai venuto in mente che qualcosa andrebbe cambiato in un sistema in cui la stretta alleanza tra il governo federale e il grande capitale non riesce neppure ad assicurare ai cittadini americani un minimo di copertura sanitaria universale e un livello di istruzione decente
Ma le notizie di borsa hanno la precedenza su qualsiasi analisi o revisione del sistema.
Ma in questa società, che di fatto è straordinariamente complessa, esistono anche numerose correnti contrarie e alternative.
Le crescenti resistenze alla guerra, che il presidente tenta di minimizzare, provengono da un'altra America, più informale, in gran parte ignorata o travisata dai grandi media - dal New York Times alle emittenti televisive, passando per la maggior parte delle maggiori riviste e case editrici.
Non si era mai arrivati a una così spudorata, scandalosa complicità tra l'informazione televisiva e le smanie belliciste del governo in carica.
Ormai i telespettatori che seguono abitualmente la Cnn o di una delle altre grandi emittenti generaliste parlano con eccitazione del malefico Saddam e di quanto il «nostro» intervento sia urgente e necessario, per fermare il mostro prima che sia troppo tardi. Come se non bastasse, i vari canali sono ormai monopolizzati da veterani dell'esercito, esperti di terrorismo e politologi specializzati nelle questioni mediorientali, che il più delle volte non conoscono neppure una delle lingue della regione, e magari non hanno mai messo piede in Medioriente. Ma non per questo rinunciano ad arringare i telespettatori, in un gergo infarcito di luoghi comuni, sostenendo che «noi» dobbiamo occuparci dell'Iraq. Senza dimenticare di attrezzare le nostre finestre e le nostre automobili per proteggerci in caso di attentati con gas letali.
storia patria
Questo consenso, proprio perché scientemente costruito e gestito, è come immerso in una sorta di presente atemporale, per il quale il concetto stesso di storia è anatema.
Nei discorsi pubblici, il termine stesso di storia è usato sistematicamente in senso spregiativo, come indica una locuzione diffusa negli Stati uniti: «you're history» (sei un reperto storico, un pezzo da museo, cioè un rottame). D'altra parte, la storia nella sua accezione positiva è ciò che ogni cittadino americano è tenuto a credere, senza alcun tipo di analisi storica o di spirito critico, del suo paese (ma non del resto del mondo, definito come «vecchio», generalmente arretrato e quindi irrilevante).
Ma il tentativo di imporre criteri tanto risibili non è andato in porto. Ecco come Linda Symcox ha riassunto l'intera vicenda: «Viene da pensare che questo tentativo [neo-conservatore] sia ispirato a un malcelato desiderio di inculcare agli studenti una visione della storia consensuale e relativamente aconflittuale. Ma il tutto è finito con una netta inversione di rotta. Grazie all'opera degli storici e dei sociologi che hanno curato la redazione del testo, il documento destinato a impartire le direttive per l'insegnamento si è trasformato in veicolo di quella stessa visione pluralistica che il governo aveva tentato di contrastare.
Così, in definitiva il progetto di imporre una versione consensuale della storia (...) è stato contrastato da storici non indifferenti a temi quali la giustizia sociale e la redistribuzione del potere, e che ritengono necessaria una lettura più articolata del passato.
Ancora più sorprendente è la censura, persino istituzionalizzata, di due aspetti determinanti della storia americana: la schiavitù dei neri e lo sterminio degli amerindi.
Washington vanta un importantissimo Museo dell'Olocausto, ma sulle tragedie di quei popoli non esiste nulla del genere, in nessuno stato del paese.
. Non resta molto spazio per le questioni quali i profitti finanziari, il saccheggio delle risorse, l'aspirazione a un potere egemonico, i cambiamenti di regime ottenuti con la forza e/o con la sovversione (come ad esempio in Iran nel 1953 o in Cile nel 1973).
Ancora più fitta è la cortina di silenzio su realtà straordinariamente inique e crudeli, nella quali l'America ha responsabilità dirette, come ad esempio gli attacchi di Ariel Sharon contro i civili palestinesi, o le tremende conseguenze delle sanzioni contro l'Iraq per la popolazione, o ancora le pratiche punitive disumane dei governi della Colombia e della Turchia, che godono dell'appoggio degli Stati uniti.
all'estero raramente i commentatori tengono in debito conto questa
«foresta del dissenso»
Citerò innanzitutto l'ala sinistra della comunità afro-americana, formata da gruppi urbani che si mobilitano contro la brutalità della polizia, le discriminazioni in campo occupazionale, il degrado dell'habitat e del sistema scolastico, guidati e rappresentati da personalità quali il reverendo Al Sharpton, Cornel West, Mohammed Ali, Jesse Jackson (per quanto in ribasso come leader) e vari altri che si richiamano a Martin Luther King Jr.
A questi movimenti si associano numerose altre collettività etniche di latinoamericani, amerindi e musulmani.
È il caso di notare una particolarità interessante di alcuni personaggi quali ad esempio il reverendo Al Sharpton o il verde Ralph Nader, ormai più o meno tollerati, tanto da essersi conquistati una certa visibilità, che però non si prestano ad essere cooptati perché troppo intransigenti, o non sufficientemente interessati al tipo di premi abitualmente offerti dalla società statunitense.
Tra le componenti del dissenso va citata una parte preponderante del movimento delle donne, impegnate su temi quali il diritto all'aborto, la lotta contro le violenze e molestie sessuali e la parità sul lavoro.
Anche alcune associazioni professionali (in particolare di medici, avvocati, scienziati, universitari, più alcuni sindacati e un settore del movimento ambientalista) contribuiscono alla dinamica dei gruppi contro corrente, pur rimanendo legate, in quanto corpi istituzionalmente costituiti, all'ordine sociale e a tutto ciò che le sue esigenze comportano. Un paese percorso da conflitti Non va poi sottovalutato il ruolo delle Chiese organizzate, divenute in molti casi veri e propri vivai del dissenso e della volontà di cambiamento. I fedeli di queste Chiese vanno nettamente distinti dai cristiani fondamentalisti e dai tele-evangelisti di cui già si è parlato. I vescovi e i laici cattolici ad esempio, così come il clero della Chiesa episcopale, i quaccheri e il sinodo presbiteriano - nonostante gli scandali sessuali nel primo caso e la perdita d'influenza negli altri tre - hanno adottato in materia di pace e di guerra posizioni straordinariamente progressiste, protestando contro le violazioni dei diritti umani perpetrate all'estero, contro l'ipertrofico bilancio militare e la politica economica neoliberista, che fin dal primi anni '80 ha portato alla mutilazione dei servizi pubblici.
Storicamente, una parte della comunità ebraica organizzata è da sempre impegnata nella lotta per i diritti delle minoranze, sia negli Stati uniti che all'estero.
Ma, dopo Reagan e l'ascesa dei neoconservatori, le sue potenzialità positive sono in gran parte soffocate dall'alleanza della destra religiosa statunitense con Israele, e dalla febbrile attività delle organizzazioni sioniste, sempre pronte a tacciare di antisemitismo chiunque critichi la politica israeliana.
Molti altri gruppi e individui che aderiscono ad assemblee, riunioni e manifestazioni pacifiche hanno preso le distanze dall'alienante coro patriottico del dopo 11 settembre, facendo quadrato in difesa delle libertà civili (tra cui la libertà d'espressione) minacciate dall'Us Patriot Act.
Anche il ceto medio, che vive una situazione di disagio costante, è sempre più sensibile agli appelli contro la pena capitale e contro vari abusi (dei quali l'esempio più noto è il campo di detenzione di Guantanamo), e tende a condividere la diffidenza verso le autorità in genere, siano esse militari o civili, e la perplessità a fronte di un sistema carcerario sempre più privatizzato (la percentuale dei detenuti rispetto alla popolazione è la più alta del mondo, e nelle carceri quella degli uomini e delle donne di colore è proporzionalmente altissima).
Tutto questo si riflette nella confusa mischia del cyberspazio, luogo di svolgimento di inarrestabili contese tra l'America ufficiosa e quella ufficiale.
In una situazione economica in continuo deterioramento in cui il fossato tra ricchi e poveri si allarga sempre più, e a fronte degli incredibili sperperi, della corruzione ai più alti livelli della società e delle privatizzazioni selvagge, che mettono e repentaglio quanto rimane del sistema di sicurezza sociale, le tanto celebrate virtù del sistema capitalistico appaiono sempre più indifendibili.
Davvero l'America è unita intorno al suo presidente, alla sua politica estera bellicista, al pericoloso semplicismo della sua visione economica?
O in altri termini: l'identità americana è stata veramente stabilita una volta per tutte? E il mondo dovrà quindi adattarsi a convivere con l'immensa potenza militare di un blocco monolitico che ha dispiegato le sue truppe in decine di paesi e bombarda a destra e a manca chiunque non si pieghi al suo volere, con il pieno assenso di «tutti gli americani»?
Ho cercato di suggerire qui un altro modo di vedere l'America: un paese percorso da conflitti, ove la contestazione è molto più vivace di quanto generalmente si creda.
Un paese che sta vivendo una grave crisi d'identità. Avrà anche vinto la guerra fredda, come oggi ci si compiace di dire, ma le conseguenze di questa vittoria sul piano interno sono tutt'altro che univoche. E la lotta non è finita. Limitandosi a concentrare l'attenzione sul potere centrale, politico e militare si perde di vista una dialettica interna tuttora in atto, e ben lontana dall'essere risolta.
... Ogni cultura - e in particolar modo quella americana, che è essenzialmente una cultura di immigrati - è formata da numerose componenti che si accavallano e si sovrappongono in vari modi.
E forse, una delle conseguenze «collaterali» della globalizzazione è il sorgere di comunità transnazionali, che si mobilitano su tematiche di carattere globale - come nel caso dei movimenti impegnati per i diritti umani, per la liberazione della donna o contro la guerra.
Gli Stati uniti non sono affatto isolati da tutto questo. L'importante è saper vedere al di là delle apparenze, e non lasciarsi scoraggiare da una superficie apparentemente compatta, per collegarsi alle varie correnti del dissenso su temi che interessano tanta parte dell'umanità su questo pianeta.
Da questo diverso modo di guardare all'America possono sorgere motivi di speranza e d'incoraggiamento.
Per l’articolo intero vedi qui.
sabato, aprile 12, 2003
Gracias a la vida
Brindiamo alla caduta di Saddam.
Dichiarazione di un pacifista dichiarato.
Il regime di Saddam è finito: provo una grande soddisfazione quando vedo le statue rovesciate.
Ringrazio...(qui mi fermo a riflettere)... dovrei ringraziare i soldati americani e inglesi che hanno con rischio e sacrificio cacciato il gruppo di potere che si era impossessato delle ricchezze del paese, succhiando il sangue e l’anima di quel popolo – grande popolo, variegato, per niente omogeneo, ricco di storia, evoluto mentalmente in maniera superiore ad altri popoli circonvicini, anche per merito delle donne che non si fanno trattare come le compagne, per esempio, dell’Arabia Saudita...
Ma questo ringraziamento è fuori luogo, perché questi soldati, "strumenti ciechi d'occhiuta rapina", hanno seminato morte e distruzione. Essi non sono stati mandati per liberare il popolo iracheno.
La liberazione da Saddam è soltanto un effetto collaterale, che viene utile per questa ennesima “operazione camuffata.†Saddam si sarebbe potuto chiamare Mossadeq (1953) o Allende (1973).
La liberazione da Saddam potrebbe voler dire la sua sostituzione con un regime ancora peggiore: i falchi che hanno mandato i soldati contro tutto il resto dell'umanità , sono specialisti nel succhiare sangue e anime.
Il gruppo di potere rappresentato da Cheney e Rumsfeld, Paul Wolfowitz (impariamo questo nome: per lui vale forse un discorso a parte) ha in mente banalmente e semplicemente e tranquillamente la conquista del pianeta: europa, inghilterra compresa, medioriente, america latina sono i cortili dello zio protettore, l’ONU è il tappetino davanti alla porta (doormat= stoino, zerbino).
Ma dai cortili si è alzata una polvere tempestosa e lo zerbino è scivolato sotto i piedi.
Tocca a questi cortili, a questo zerbino rimediare al male fatto, non permettere che il sangue versato vada ad alimentare la macine di questo mulino assassino. Tutto il sangue, quello degli assaliti e quello degli assalitori. E insieme al sangue le altre distruzioni fisiche, materiali, morali.
Abbiamo visto la Direttrice del (ex) museo archeologico di Bagdad piangere come una vite tagliata di fronte alle vetrine vuote, ma chi scrive ha visto un intero tempio egiziano dentro un museo americano (dono dell’Egitto in cambio dell’aiuto per la costruzione della diga di Assuan) . Le agenzie di stampa già pubblicano le bozze di Legge che permetteranno il trasferimento legale della colonna di babele, dell’arca di noè, delle piante originali del paradiso terrestre, delle mura di Ninive, delle tavolette di Ur, della culla del vecchio padre Abramo dai deserti dell’arabia alle ampie distese dell’america. Le stesse agenzie pubblicano i nomi degli uomini d’affari ai quali verrà affidato l’appalto del commercio antiquario.
Non parliamo del petrolio, perché questo l’han capito anche i polli in batteria degli allevamenti arena.
Pare che la nuova democrazia irachena programmata da Rumfeld-Wolfowitz debba avere come braccio-ladro un bancarottiere e come braccio-armato un generale filoisraeliano.
Questi sono i conti, fatti in lunghi anni di preparazione in territorio dixieland, dagli oilmen texani arrivati al potere in maniera fortunosa col 18% dei voti degli aventi diritto.
Ma non si possono fare i conti senza l’oste.
E l’oste c’è stato; e pare ci sia ancora.
E’ un oste a più braccia; queste braccia si chiamano Opinione pubblica mondiale, Francia, Belgio, Germania, Russia e Cina, confessioni religiose, vaticano in testa...
In questo momento l’Iraq è disfatto, bottino di guerra. Teniamo gli occhi ben aperti. Dopo gli sciacalli arriveranno le tigri e/o i leoni. Non perdiamoli di vista per un solo momento. Aiutiamo gli americani, intendo il popolo americano, prima ancora degli iracheni.
Gli americani sono in mano ad una oligarchia potente. Gli americani sono più ingenui di noi europei, non è così difficile far loro credere che cristo è morto dal sonno. Bastano le televisioni di Murdoch, anche la CNN (pare), la benzina a prezzo stracciato, la luce elettrica gratis, e gli hamburger dei fratelli McDonald, una scuola inferiore fatta alla io boia, e la grande periferia americana è a posto.
Aiutiamo anche Blair, prima che se lo mangino i texani, aiutiamo anche gli Israeliani a domandarsi: " ma ci conviene proprio continuare a fare la testa di ponte in territorio arabo per i petrolieri Usa, a uso e consumo degli affari di Cheney and Company?"
L'Europa ha qualcosa da insegnare agli americani; a loro non è mai capitato di vedere i sindacati nazionali in sciopero allo scoppio di una guerra con il numero 1 del più grande sindacato in corteo dietro le bandiere arcobaleno: mentre scrivo vedo Epifani alla manifestazione pacifista di Roma, di fronte alla TV sta parlando di legalità internazionale e dichiara che questa è una guerra di colonizzazione. Nel corteo di Roma sento un altro personaggio che non conosco dichiarare che negli USA la stampa e la tv ce l’hanno in mano gli amici di Bush.
Sento che il nostro capo del governo ha detto che la nostra Costituzione contiene articoli di stampo sovietico. Non è possibile. Sovietica sarà l’annunciatrice del terzo canale che afferma questo.
Sul canale regionale toscano appare Gilberto Gibs, musicista di Bahia, ministro della cultura brasiliano: è qui a Firenze, ospite d’onore in Palazzo Vecchio.
Viva il Brasile, viva la Toscana.
Stiamo vivendo un grande momento storico.
Manteniamo la calma e cantiamo latinoamericano:
Gracias a la vida
|
Gracias a la vida, que me ha dado tanto. Me dio dos luceros, que cuando los abro, Perfecto distingo lo negro del blanco, Y en el alto cielo su fondo estrellado, Y en las multitudes el hombre que yo amo.
Gracias a la vida, que me ha dado tanto. Me ha dado el oÃdo que, en todo su ancho, Graba noche y dÃa grillos y canarios Martillos, turbinas, ladridos, chubascos, Y la voz tan tierna de mi bien amado.
Gracias a la vida, que me ha dado tanto, Me ha dado el sonido y el abecedario. Con él las palabras que pienso y declaro, "Madre,", "amigo," "hermano," y los alumbrando La ruta del alma del que estoy amando.
Gracias a la vida, que me ha dado tanto. Me ha dado la marcha de mis pies cansados. Con ellos anduve ciudades y charcos, Playas y desiertos, montañas y llanos, Y la casa tuya, tu calle y tu patio.
Gracias a la vida que me ha dado tanto Me dio el corazón, que agita su marco. Cuando miro el fruto del cerebro humano, Cuando miro al bueno tan lejos del malo. Cuando miro el fondo de tus ojos claros.
Gracias a la vida que me ha dado tanto. Me ha dado la risa, y me ha dado el llanto. Asà yo distingo dicha de quebranto, Los dos materiales que forman mi canto, Y el canto de ustedes que es el mismo canto.
Y el canto de todos que es mi propio canto. Gracias a la vida que me ha dado tanto. |
Scarica la musica con Winmix o con Kazaa o iMesh.
Winmix me la scaricata con la voce di Joan Baez. Ma per questa canzone preferisco Mercedes Sosa.
Alle 20,50 sul primo canale Laura Pasini e Gianni Morandi cantano Grazie perché. La canzone finisce dicendo: non siamo soli.
Appunto. Buonasera dal Barba.
venerdì, aprile 11, 2003
La casa di Loreto e l'arcangelo Gabriele
Stanotte ho sognato: il palazzo delle Nazioni Unite si è staccato dai fondi rocciosi di Manhattan, ha fatto alcune circonlocuzioni intorno alla strada del muro, una sosta d'un attimo su ground zero, poi si è alzato e ha puntato verso nord: Boston, i Grandi Laghi e giù in planata via via rallentata con atterraggio morbido su Toronto.
Il palazzo ha sorriso e lì è rimasto.
Secondo sogno: Tel Aviv, vento caldo dal deserto iracheno, una tromba d'aria, via via più lucente, va verso il palazzo del governo, entra e ne esce con dentro Sharon. Un breve giro su Jenina, Hebron, Gaza e poi via verso il Nord Europa fino in Olanda, all'Aia, l'antica capitale. A fianco della tromba, a mo' di scorta, una forma biancastra come d'un fantasma: l'arcangelo Gabriele con la faccia di Rabin.
E lasciatemi dormire.
Canzoni contro la guerra
Musica e testo
martedì, aprile 08, 2003
Bowling a Columbine
CAST TECNICO ARTISTICO
Regia: Michael Moore Sceneggiatura: Michael Moore Fotografia: Brian Danitz, Michael McDonough Montaggio: Kurt Engfehr Musiche: Jeff Gibbs Prodotto da: Tia Lessin, Siobhan Oldham Distribuzione: Mikado Durata: 123'
Bowling a Columbine è un documentario. Un documentario che prende di petto la passione/assuefazione per le armi del popolo americano, cercando non solo di mostrarne la manifestazioni in superficie, eclatanti, odierne, come il massacro tra studenti all'high school di Columbine, ma di risalire alle cause profonde radicate nella storia del paese, ripercorsa tramite una geniale sequenza animata. Michael Moore, il 49enne regista, ha fatto un mezzo miracolo, di coraggio, passione, obiettività, opportunità. Perché solo un folle dalle spalle larghe poteva permettersi di tirare fuori quest'opera in questo momento storico, in un America post 11 settembre battuta dai venti del riarmo, della paranoia collettiva elevata a sistema di vita, condendo il tutto con una vena umoristico-sarcastica che lascia attoniti per brillantezza e intelligenza.
...due cose ci piacciono in particolare perché testimoniano l'onestà intellettuale di Moore.
La prima è quella di non "trattare" la singola immagine o inquadratura, ricercando, come è giusto che sia in un impresa delicata come questa, il funzionamento e la dimensione estetica nella fase di assemblaggio/montaggio di materiale eterogeneo, teso alla "costruzione" di un discorso coerente.
La seconda è l'attitudine dialettica che lo porta ad effettuare sempre un percorso a ritroso, dal fenomeno alle cause sottese, dalle stratificazioni esterne al nucleo.
In questo caso, le stratificazioni esterne sono gli undicimila morti all'anno per arma da fuoco in America, la diffusione capillare di armi nei quartieri residenziali bianchi, le stragi scolastiche.
Il nocciolo è la "paura", la cultura della paura in cui l'americano medio cresce e sguazza, che alimenta il paranoico istinto alla conservazione e protezione di se stessi e auspica l'individuazione di un nemico a tutti i costi.
Cultura imposta dai media e dai poteri economici, strumento di guadagno e di controllo.
Perché, dice Moore, l'uomo insicuro è un buon "consumatore", e, aggiungiamo noi, l'uomo insicuro è più facilmente manipolabile. Bowling a Columbine. Dovrebbero vederlo tutti, dovrebbe essere proiettato nelle scuole.
Giorgio Nerone
Per il testo completo, qui.
I mass media
Negli USA le intelligenze vengono sfruttate solo per la ricerca scientifica e militare; la popolazione, al contrario, viene allevata nella più spaventosa stupidità dai mezzi di comunicazione."
( Dal blogger di Aldo)
I mass media sono solo uno degli elementi del più vasto sistema dottrinale: ne fanno parte anche i giornali di opinione, le scuole, le università , gli studi accademici eccetera.
Il sistema dottrinale mira a colpire due diversi bersagli. Il primo viene talvolta chiamato "classe politica": quel 20% circa di popolazione relativamente istruita, più o meno articolata, che svolge un qualche ruolo nel meccanismo decisionale. Che costoro accettino la dottrina è vitale, perché occupano una posizione tale da poter definire le direttive e l'attuazione dell'azione politica.
Poi c'è il restante 80% circa della popolazione. Sono i "semplici spettatori" di Lippman, di cui egli parla come del "gregge disorientato". Da loro ci si aspetta che obbediscano agli ordini e si tengano fuori dai piedi della gente importante. Sono il bersaglio degli autentici mass media: i giornali popolari, le situation comedy (=spettacoli di varietà ), il Super Bowl (= Coppa Campioni), eccetera.
Questi settori del sistema dottrinale servono a distrarre il popolo ancora grezzo ed a rafforzare i valori sociali fondamentali: la passivÃtà , la sottomissione all'autorità , la virtù suprema dell'avidità e del profitto personale, l'indifferenza verso gli altri, il timore dei nemici, reali o immaginari, eccetera. Lo scopo è di fare in modo che il gregge disorientato continui a non orientarsi. Non è necessario che si preoccupino di quel che accade nel mondo. Anzi, non è desiderabile: se dovessero vedere troppo della realtà , potrebbero farsi venire in mente di cambiarla.
Ciò non significa che i media non possano farsi influenzare dalla società civile. Le istituzioni dominanti - politiche, economiche o dottrinali che siano - non sono immuni dalle pressioni esercitate dall'opinione pubblica. Anche i media indipendenti (alternativi) possono svolgere un ruolo importante. Sebbene dotati (per definizÃone) di scarse risorse, acquistano importanza allo stesso modo delle organizzazioni popolari: unendo le persone con risorse limitate che, interagendo tra loro, possono moltiplicare la loro efficacia e la loro comprensione - il che costituisce esattamente quella minaccia democratica tanto temuta dalle élite dominanti.
Tratto da: Noam Chomsky "I cortili dello Zio Sam" - Gamberetti da tasca, pg.99-100.
Puoi leggere il capitoletto qui.
venerdì, aprile 04, 2003
Guida alla lettura
Gli Etruschi erano bravi a leggere e scrivere.
Da bravi agricoltori usavano la penna come l’aratro: sinistra-destra, destra-sinistra, senza mai staccare.
Si chiama scrittura bu-strofedica: la svolta del bue.
Ma qui con i post il sistema etrusco non vale. Qui ci vuole lo specchio del dentista; chiamiamolo tooth-mirror: si guarda sotto per capire sopra.
C’è anche un’espressione greca che ci può forse aiutare: ùsteron-pròteron, che significa dopo-prima, nel senso che il dopo viene prima.
Si usava questa espressione per indicare il trucco usato in tanti libri sacri, dove si scrivevano cose già accadute, dicendo che erano state scritte prima che accadessero. Così da semplici notizie di cronaca diventavano profezie: che era tutta un’altra cosa.
Insomma, per questa volta, per il post su S.Francisco, vi consiglio di cominciare dal pezzo del 3 Aprile, che per voi viene dopo ma è scritto prima: ùsteron-pròteron.
Buona lettura.
(Continua da I left my hearth in S.Francisco II)
La febbre dell'oro.
Nel 1848 S.Francisco era solo un piccolo villaggio di pescatori, quando un giorno John Marshall, a 200 km di distanza, portò al suo padrone la prima pepita d’oro. Quello stretto braccio di mare che separava l’oceano pacifico dalla grande baia diventò la porta dell’oro, il Golden Gate. In due anni tutta la regione fu invasa da avventurieri, minatori, disoccupati, prostitute, commercianti, morti di fame come Charlot, con addosso la febbre dell’oro.
E S.Francisco crebbe come un fungo.
Al battesimo di questa nuova formazione umana mancarono i petrolieri e gli schiavisti del Sud. La California dunque è nata dai reietti della terra, dagli scarti dell’umanità, che conoscevano la miseria ma non la schiavitù: né servi né padroni, tutti alla pari.
La California, che io sappia, non ha mai votato per il candidato conservatore nelle elezioni presidenziali. E anche oggi non si fa ricca col petrolio né con le armi, ma con il silicio.
Il computer, che non costruisce solo le bombe intelligenti, permette a tutti noi di fare un’enorme interfaccia dei nostri cervelli, moltiplicando in progressione geometrica le nostre capacità intellettive e possibilità operative. Possiamo essere in ogni momento l’uno all’altro vicinissimi, in questa magia della grande ragnatela umana. Internisti di tutto il mondo, intendetevi, giacché uniti già lo siete. Global.
Questo Dna di libertà ed eguaglianza proprio della costa occidentale degli USA è patrimonio dell’umanità; bisogna depositarne il marchio e metterlo sotto la protezione dell’Unesco; Allo stesso modo il Dna del riscatto dalla schiavitù proprio dei neri d’america, sia cristiani come Luther King o mussulmani come Malcom X o Muhammad Alì o animisti o agnostici come mille altri, questo DNA è un altro grande antivirus, patrimonio di tutti.
Il terzo DNA, primo in ordine di tempo, è quello dei Padri Pellegrini della Maryflower. è il DNA dei perseguitati per motivi politici e religiosi.
Come lancio pubblicitario del DNA nero, per i giovani blogghisti sportivi, voglio ricordare Tommy Smith e John Carlos, primo e terzo nei 200 metri alle Olimpiadi di Città del Messico. Era il 12 ottobre 1968 quando si presentarono sulla pedana dei vincitori con i piedi scalzi(la miseria dei neri), il guanto nero (il lutto dei neri), la testa china (l’umiliazione sofferta in patria), il pugno chiuso (la volontà di lotta). Eccoli qui.
A domanda specifica risposero con un'altra domanda:
Why run in Mexico and crawl at home?
(Perchè correre in Messico e strisciare in patria?)
E anche Robert Beamon, bianco, a piedi scalzi in pedana( 8,90 metri nel salto in lungo).
E oramai che ci sono Vincent Matthews e Wayne Collett, primo e secondo nella finale dei 400 metri alle Olimpiadi di Monaco 1972: voltano la schiena alla bandiera, salgono sullo stesso scalino: squalificati. Ricordiamoci che, prima che all’Iraq, l’attacco dei petrolieri texani è diretto a questo comune patrimonio.
Chi combatte contro questa sporca guerra vuole salvare questa America, fatta da tutti i diseredati della terra, a cominciare da quei 40 milioni di europei che sbarcarono, scalzi e ignudi, in Ellis Island, di fianco alla statua della libertà a N.York. L’America è proprio fatta a stelle e striscie: 88% bianchi, 10,5 neri, 1,5% nativi americani.
I ceppi originari erano i seguenti: 22 milioni di neri, 15 milioni di discendenza britannica, 7 milioni di tedeschi, 5,5 milioni di italiani, 4,4 milioni di austroungarici, 3,4 milioni di russi, 2,5 milioni di scandinavi, 1 milione di polacchi, 300.000 giapponesi, 250000 cinesi.
L’America siamo noi, ripetiamolo con Malcom X.
I miliardi di uomini che si sono dichiarati e schierati contro questa guerra percepiscono il significato distruttivo di questo virus malefico che si è sprigionato, in forma così aggressiva, dai pozzi di petrolio del Texas. E reagiscono, come contro il virus della polmonite.
Poche volte nella storia dell’umanità si era vista una tale mobilitazione contro la guerra.
L’ONU non è spacciata, anzi è la prima volta che si è ribellata al ricatto del padrone prepotente. L’ONU rinascerà dalle sue ceneri. L’Europa si è ricompattata con la moneta, si è spaccata sulla guerra come un bruco dentro la crisalide, e sta cominciando a volare da sola: Francia Begio Germania hanno deciso di costituire un esercito proprio, fuori dalla NATO.
Voglio mettere una pulce nell’orecchio a tanti giovani blogghisti che, giustamente occupati nella ricerca delle gioie d’amore e spesso presi nelle trame di Cupido, che li riempie allo stesso tempo di gioie e di stati d’ansia, hanno poco tempo e meno voglia di ritornare sulle questioni politiche: e se questi bravi texani avessero in mente, con questa guerra già da anni programmata, di destabilizzare non il M.O. ma l’Europa?
Capellibianchi ( così si chiamerà Barbabianca quando si gratta la testa e si tocca i cosiddetti), ricorda la crisi del petrolio del 73 quando in uno-due anni i prezzi del petrolio, dei metalli e del grano aumentarono del 120%; l’inflazione in Italia passò dal 6% al 19%, sempre Capellibianchi, frugando nelle sue carte, ritrova questa Nota di diario 12 ottobre 1974 di Egidio Ortona ambasciatore a Washington:
“Gli Americani sono molto irritati. Kissinger pensa che nelle condizioni attuali la cosa migliore sarebbe quella di provocare una crisi seria che porti gli Europei a un certo ravvedimento.”
E la cura ebbe come medicina di partenza una manovra economica chiamata deflazione e una “operazione camuffata” chiamata terrorismo o, in linguaggio militare, strategia della tensione. L’esercito segreto affiliato alla CIA e dislocato in Italia si chiamava Gladio. Un documento segreto scoperto da Marcello Coppetti, giornalista fiorentino che Barbabianca conosceva bene, e subito a lui sequestrato, portava scritto:
“ le direttive prevedono che tutti i servizi segreti dei paesi dell’Alleanza Atlantica, pur rimanendo indipendenti, offrano un ruolo di coordinamento alla CIA per le cosiddette “operazioni camuffate” Tutto documentato (atti parlamentari su la Loggia Propaganda 2, Sentenza istruttoria del Tribunale di Bologna del 1986, memoriale Moro 1978...).
Ma i miei 25 giovani blogghisti hanno riattaccato i loro Walky-talky e non mi ascoltano più. Basta così.
Ma sarà una caso che Francia, Germania, Belgio, Prodi d’accordo, siano già partiti per farsi l’esercito “europeo”, cioè senza la NATO?
Senza la Nato, tutto il piano della Loggia Propaganda 2 diventa obsoleto cioè vecchia anticaglia e chi dalla Loggia era partito per la grande avventura non sa più che pesci pigliare. La sua missione è finita. Già penseranno con chi sostituirlo.
Altro che divisione dell’Europa, altro che fine dell’ONU.
Mai l’Agenzia Centrale di Spionaggio si era sentita più sola.
Come in un deserto.
Al re-presidente sono cadute tutte le maschere, è proprio nudo al cospetto dei popoli della terra. Come non era mai successo da che mondo è mondo.
S.Francisco sta sulla faglia tettonica di S.Andrea che nel 2070 tornerà a rigirarsi sul gran letto oceanico, così per sgranchirsi un po’. i californiani lo sanno e si preparano a resistergli.
Anche per questo S.Francisco è veramente simbolo della condizione umana:
Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie.
E l’America è grande, perché l’America siamo noi, tutti noi, tutti i 6 miliardi di noi. Ce lo vogliamo mettere in testa?
Altro che antiamericani.
I left my hearth in S.Francisco.
I nostri santi
Carlo Urbani
giovedì, aprile 03, 2003
I left my hearth in S.Francisco
Ringrazio S.Franciscodisobedience che mi ha regalato un’emozione tanto grande con le relazioni delle manifestazioni pacifiste di questi giorni. Vedere la foto di Joan Baez , capelli bianchi, in Market Street, mi ha prustianamente ricondotto nel Campus di Berkeley, là sulla baia di fronte, 1963, quando partì la rivolta contro la guerra del Vietnam. L’occupazione del campus quando Mario Savio,alla fine del suo discorso così concluse:
Now, I ask you to consider: if this is a firm, and if the Board of Regents are the board of directors, and if President Kerr in fact is the manager, then I'll tell you something: the faculty are a bunch of employees, and we're the raw material! But we're a bunch of raw material[s] that don't mean to have any process upon us, don't mean to be made into any product, don't mean to end up being bought by some clients of the University, be they the government, be they industry, be they organized labor, be they anyone! We're human beings!
Ora, vi chiedo di riflettere. se questa è un'azienda, e se il Consiglio Universitario è il consiglio d'amministrazione, e il Presidente Kerr realmente è il dirigente capo, allora vi dirò qualcosa: gli insegnanti sono un gruppo di impiegati e noi siamo la materia prima! Ma noi siamo una materia prima che non intende subire manipolazioni, che non intende essere trasformata in qualsivoglia prodotto, non intende essere oggetto d'acquisto da qualche cliente dell'Università, sia esso il governo, oppure l'industria, o il lavoro organizzato, sia chi voglia! Noi siamo esseri umani!
[Wild applause.]
There is a time when the operation of the machine becomes so odious, makes you so sick at heart, that you can't take part; you can't even passively take part, and you've got to put your bodies upon the gears and upon the wheels, upon the levers, upon all the apparatus, and you've got to make it stop. And you've got to indicate to the people who run it, to the people who own it, that unless you're free, the machine will be prevented from working at all!
Arriva un momento che l'operato della macchina diviene così odioso, ti fa così male al cuore che tu non puoi più collaborare; neppure passivamente, e tu ti butti con tutto il corpo sopra le marce, contro le ruote, sopra le leve, su tutti i suoi congegni, fino a che non l'hai fermata. E tu puoi così far capire alla gente che la manda, ai proprietari, che se tu non sei libero, alla macchina sarà impedito di funzionare, in modo assoluto.
[Prolonged applause.]
This is the conclusion of Mario Savio's memorable speech, before Free Speech Movement demonstrators entered Sproul Hall to begin their sit-in on December 3, 1964.
Questa è la conclusione del memorabile discorso di Mario Savio, prima che i dimostranti del Movimento per la Libertà di Parola entrasse nella Sproul Hall per cominciare il sit-in, il 3 dicembre 1964.
Mario Savio: italoamericano doc. E' morto nel 1996, a 56 anni, per un attacco cardiaco.
Ho provato una grande emozione quando sono entrato nel campus in un pomeriggio di una splendida giornata deli’Aprile 2001, gli studenti sparsi nel prato, la maggior parte riuniti nella grande sala studio, alla parete la gigantografia con lo studente Jack Weinberg in piedi col megafono sulla macchina della polizia lì bloccata per tutte le 32 ore del sit-in.
E Joan Baez – fascino e calore sudamericano - che canta we shall overcome e blowind in the wind.
Ho abitato a S.Francisco dal 1 al 25 Aprile 2001, con Paola, Simone e poi Giuliana B. e Giuliana P. due colleghe di scuola, mie e di Paola.
In North Beach, quartiere fatto dagli Italiani nel secolo scorso, oggi pressato da vicino da Chinatown, al n.690 di Chestnut street, all’angolo con Columbus Corso, a due passi dal capolinea dei cable-car, di fianco a Lombard Street, la più bella via di S.Francisco. Nella bella casa di Jerry e Dolores, dirigente capo lui di una società informatica che produce antivirus, specialista in igiene mentale, ora in pensione, lei.
Dalla terrazza-tetto della casa si vede, a due passi, the rock, Alcatraz, da prigione divenuta oggi meta turistica visitata da 3000 persone al giorno; di fianco a destra la Coit Tower, monumento ai vigili del fuoco del terremoto del 1906: 4/5 della città distrutta, 28.000 case bruciate, 6000 ricostruite in un anno e il resto a seguire.
Eravamo arrivati a S.Francisco dopo una permanenza in Costarica e un breve soggiorno in Nicaragua ( v. nell'archivio del blog la storia di Paco).
Aprile è il mese più bello dell’anno, da quelle parti, senza la nebbia, quella nebbia che fece ritardare la scoperta della baia di un secolo e mezzo nei confronti del resto della California.
A due passi la fabbrica originaria dei Jeans, fatti con un panno che era venuto dal porto di Genova, - da cui il nome! - e poi Ghirardelli Square, con il grande palazzo che era stato la famosa fabbrica di cioccolata dell’italiano venuto da Rapallo;
la camminata a piedi da casa al Centro città, in direzione de La Piramide Sudmericana, lungo tutta Columbus Corso (scritto in italiano), l’Osteria del forno, Il Pollaio, il caffè Vesuvio a ridosso di City Lights, la mitica libreria di Ferlinghetti, un italo-americano doc. Lo si incontrava tutte le volte, verso le 10,30 o le 17, lungo e dinoccolato, lì sulla strada, alla fine della Columbus, quasi sotto la Piramide Sudamericana.
- Buon giorno, veniamo da Firenze dove l'avevamo incontrata anni addietro alla inaugurazione della City Light, vicino al Lungarno S.Niccolò...
- Oh, è sempre un piacere l'Italia; l'altra settimana ero a Verona...
Il cable car, mitico: dal capolinea sottocasa ti porta fino al cuore di Market Street, l’arteria che divide la Downtown dal resto dei Distretti, a sud.
La macchina compresa nello scambio ( Toiota Corolla in perfetto stato contro Fiat Uno Fire malandata - Jerry dovette cambiare le gomme troppo consumate. Vergogna infinita.) Un gallone di benzina (4,54 l.) al prezzo di un litro.
Sulla piantina di città c’è indicata la Scenic Drive, la Visita Panoramica della città senza scendere di macchina: si segue il cartello rettangolare col gabbiano azzurro presente a tutti i cambi di direzione e si percorrono, a tappe naturalmente, con tutta calma, compreso un picnic, le strade di S.Francisco ( una pacchia lunga 70 km). Immaginate Roma dai sette colli con dentro i monti Albani, ( oddio, un po’ più piccoli) che lì si chiamano Telegraf Hill, North Beach, Pacific Heights, Russian Hill, Noe Hill, haight Ashbury, Buena Vista, Twin Peaks e poi Castro, Noe Valley, Mission, Potrero...Inutile guardare la cartina; appare solo una tavola piatta.
A ogni incrocio tutte le macchine si fermano: lì non c’è la precedenza a destra; prego, prima lei...incredibile. Il senso della legge che hanno gli americani: l’osservanza delle regole, i limiti di velocità. Chi ne ha fatto l’esperienza mi darà ragione: la gioia che dà viaggiare in macchina negli States. Sì, perché il mese dopo ci siamo fatti l’Arizona con la Chrysler di Lee, professore d’orchestra e maestro di trombone in pensione, e di Wanda, impiegata statale retired anche lei.
Flagstaff, Gran Canyon, Monument Valley, Canion di Chelly, Deserto Dipinto, Foresta pietrificata (davvero), tutta la Riserva Navajos, il villaggio degli Hopi ( vietato fotografare; incredibile la resistenza disperata ed assurda, ma commovente, alla dominazione bianca di questi indiani contadini). Molto diversi i Navajos che amministrano oggi con ottimi profitti la Monument Valley e gestiscono casinò, ma sono costretti a vietarsi anche una birra perché i loro reni non sopportano l'alcool. Sto andando fuori tema. Ritorniamo a S.Francisco.
La serata alla Casa de las Mujeres, in Mission District, centro sud, tra Castro e Potrero, ad ascoltare ed applaudire un vecchio piccolo dolce uomo con un basco nero, un camicione bianco, e, sotto il basco, anch’essi ribelli, capelli bianchi che più bianco non si può: Ernesto Cardenal.
Con voce dolce e suadente denunciava la prepotenza arrogante del governo degli States e strappava l’applauso a favore dei sandinisti, ormai sconfitti dalle brigate dei contras foraggiati e manovrati dalla CIA, la quale aveva insegnato loro lo sporco trucco: colpire i sandinisti nel corpo molle: “ perché attaccare le caserme dove ci sono uomini che si possono difendere? meglio distruggere le cooperative agricole, bruciare i raccolti di caffè, ammazzare il bestiame, salvo poi ricrearsi un po’ stuprando le donne. Al netto da qualsiasi rischio. Business assicurato. ( Tranquilli, tutto quanto rivelato da documenti ufficiali di pubblico dominio).
A domanda: What about Fidel Castro? che ne pensi di Fidel Castro?
La risposta: l’unico governante che ha saputo resistere al Governo degli Stati Uniti. Grande.
Una sala piena di Americani che applaudivano: sembrava di sognare.
If you're goin' to San Francisco
Be sure to wear some flowers in your hair
If you're goin' to San Francisco
You're gonna meet some gentle people there
For those who come to San Francisco
Summertime will be a love-in there
In the streets of San Francisco
Gentle people with flowers in their hair
All across the nation
Such a strange vibration
People in motion
There's a whole generation
With a new explanation
People in motion, people in motion.
La canzone di Scott Mckenzie ci ricorda che per tutta una generazione S.Francisco è stata la città simbolo della liberazione hippie.
Cari amici blogghisti, forse si percepisce un po’ di emozione in quanto ho scritto sopra: ma è proprio così. Se New York mi ha folgorato la mente e gli occhi, S.Francisco mi ha colpito al cuore.
I LEFT MY HEART IN SAN FRANCISCO The loveliness of Paris seems somehow sadly gay, The glory that was Rome is just another day, I've been terribly alone and forgotten in Manhattan, I'm going home to my city by the bay. Chorus: I left my heart in San Francisco, high on a hill it calls to me To be where little cable cars climb halfway to the stars. The morning fog may chill the air, I don't care. My love waits there in San Francisco, above the blue and windy sea, When I come home to you, San Francisco, your golden sun will shine for me. (Lyrics : Douglass Cross/Music : George Cory)
- Originally made famous by: Claramae Turner, Tony Bennett
Prime Artist : Frank Sinatra. ( continua )
Quos deus vult perdere dementat.
"Negli USA le intelligenze vengono sfruttate solo per la ricerca scientifica e militare; la popolazione, al contrario, viene allevata nella più spaventosa stupidità dai mezzi di comunicazione."
( Dal blogger di Aldo)
Ma, caro Aldo, c'è anche il rovescio di questa medaglia. Al prossimo post.
mercoledì, aprile 02, 2003
Corsi e ricorsi storici
oppure
Andava meglio quando andava peggio?
Quest’anno passeremo il mese di Maggio in Andalusia, e precisamente a Jimena de la frontera, vicino a Gibilterra e Algesiras, col sistema ormai collaudato dello scambio casa. Naturale quindi che Paola e Barbabianca comincino ad interessarsi di questa parte d’Europa. E’ così che abbiamo imparato che i tanti paesi della zona che finiscono con de la frontera si trovavano sul confine col Regno moresco di Granada, di cui tutti conosciamo l’Alhambra. Andremo naturalmente a rivederlo. Ma ciò che mi ha spinto a scrivere il presente post è quanto sto leggendo sulla guida turistica dell’Andalusia, comprata da Marzocco, prima che questa storica gloriosa libreria fiorentina chiudesse i battenti per fallimento ( roba di questi giorni). Zona centrale tra Via Cavour e Via Martelli, a due passi dalla Cupola del Brunelleschi: ci faranno un’altra banca?
Ecco quindi tre paginette della Guida turistica, scannerizzate e formattate alla meglio:
La nuova tolleranza
Dal momento in cui Tarik, capo berbero, nel 711 sbarcò per la prima volta a Gibilterra, trascorsero solamente tre anni prima che la gran parte della Spagna finisse sotto il dominio islamico. Tra i motivi fondamentali che favorirono il successo incredibilmente rapido del conquistatore nomade c’era anche la situazione interna del regno visigoto, sconvolto da intrighi e internamente diviso, I nuovi dominatori non avrebbero infatti potuto prender piede così velocemente se non fossero stati appoggiati dalla popolazione locale. Quasi nessuno era pronto a lottare per il dominatore visigoto, mentre molti parevano disposti ad accogliere l’invasore musulmano. Cosa ancor più facilmente comprensibile se si pensa che lo strato più ampio della popolazione locale era dominato da una minoranza di nobili visigoti. Gli ebrei soffrivano invece molto la pressione della Chiesa, attraverso la quale i Visigoti esercitavano il loro potere. Entrambi i gruppi aiutarono così i Berberi nella conquista della penisola.
A differenza dei Visigoti, i nuovi dominatori tessevano contatti con la popolazione e la trattavano in modo più tollerante e senza fare discriminazioni. Pur essendosi sottomessi all’autorità islamica, cristiani ed ebrei potevano praticare il proprio culto e mantenere aperte chiese e sinagoghe. Accanto alle tasse patrimoniali che tutti dovevano pagare, questi gruppi erano tenuti a versare un’imposta particolare per poter essere esonèrati dal servizio militare. Le comunità possedevano una propria giurisdi
zione e venivano anche rappresentate presso il governo musulmano.
Grazie a questo modello di tolleranza, davvero unico nel panorama occidentale delle nazioni cristiane, si venne a formare una società in cui musulmani, ebrei e cristiani mozarabi, cioè cristiani convertitisi all’islamismo, che pur conservando la propria fede avevano assunto usi e costumi islamici, convivevano pacificamente.
I musulmani giunti in Spagna potevano anche sposare donne cristiane e formare così con le figlie dei vinti nuove famiglie. Inoltre, gli stessi conquistatori erano un gruppo etnicamente misto, composto da arabi e siriani, egiziani e nordafricani, che diedero vita all’incomparabile capolavoro di una pacifica convivenza tra più popoli in terra andalusa.
I fondamenti della nuova tolleranza: l’Islam
Che queste tre diverse comunità religiose potessero vivere una accanto all’altra nello stesso regno dipese in massima parte dal fondamentale riconoscimento dell’ebraismo e del cristianesimo attraverso l’Islam. Esattamente come quest’ultimo, infatti, anche le altre due grandi religioni si basano sulla dottrina originaria monoteista di Abramo, che annuncia il credo in un solo Dio, ma hanno poi spesso—e anche in questo accomunate con l’islam —dimenticato o modificato i comandamenti ricevuti da Dio. I musulmani accusano gli ebrei di avere diffamato e rinnegato Gesù Cristo, l’inviato di Dio, e la Santa Vergine; i cristiani di essere incappati nell’errore della dottrina che sancìsce il culto della Trinità . Ma a patto che non minaccino la comunità islamica e riconoscano il protettorato dell’islam, ebrei e cristiani possono continuare a praticare il proprio culto —
Questo è quanto stabilisce il diritto islamico.
La cultura moresca
Questo straordinario spirito di tolleranza era alla base di una nuova cultura, che si diffuse per tutto il Medioevo e fu caratterizzata da una forte impronta moresca. Gli arabi non solo importarono le proprie tecniche di coltivazione, introducendo sistemi innovatìvi di irrigazione, ma diffusero anche nuove specie di piante e frutti. Inoltre svilupparono particolari forme di artigianato, come la lavorazione del cuoio e la tessitura di seta e cotone, la produzione di vasellame e piastrelle smaltate. Eressero poi moschee e palazzi secondo uno stile che fondeva l’eredità classica con decorazioni e tecniche del Vicino Oriente. Nelle città le strade furono lastricate e illuminate da fiaccole, si ebbe un sistema di fognatura pubblico, scuole e bagni pubblici, ospedali e biblioteche, mentre in tutto il resto d’Europa il Medioevo imperava con le proprie rozze e aspre forme di vita quotidiana. I conquistatori introdussero così in Andalusia una nuova forma di vita, più raffinata; a seconda delle occasioni ci si cambiava d’abito e la tavola veniva elegantemente imbandita, si recitavano poesie con accompagnamento musicale. Nel Sud moresco fiorirono le scienze, che a lungo ebbero un influsso determinante su tutte le università europee. Senza medici e farmacisti mori sarebbero stati davvero impensabili tutti i progressi fatti dalla medicina. Si studiarono gli effetti delle cure con le piante, si praticarono interventi chirurgici, si ampliarono le conoscenze nel campo dell’anatomia ricorrendo alla dìssezione dei cadaveri; i testi redatti dai medici arabi furono tradotti in latino ed ebraico, e fu proprio in Andalusia che si aprirono le prime farmacie di tutta Europa. I filosofi moreschi come Ibn Rusd (chiamato anche Averroè di Cordoba), con la sua riscoperta e chiosa dei testi di Aristotele, avrebbero introdotto nel mondo spirituale occidentale nuovi impulsi, mentre la poesia araba influì su quella dell’amor cortese, che si sarebbe poi sviluppata nella Francia meridionale. L’arabo era la lingua delle persone istruite, in cui tutti —~ filosofi e teologi, poeti e studiosi — redigevano i propri scritti. E sebbene i cristiani avessero conservato la liturgia in latino, si adattarono alla nuova cultura araba a tal punto che un vescovo di nome Àlvaro lì ammonì con queste parole: “I miei confratelli cristiani amano la poesia e i romanzi degli arabi; studiano le opere di teologi e fìlosofi musulmani non per opporvisi, ma per adattarsi a uno stile arabo corretto ed elegante. Dove mai si può trovare al giorno d’oggi un laico che possa leggere le chiose latine alle Sacre Scritture? Ah! I giovani cristiani, il cui talento è palese, non conoscono altra letteratura che quella araba; leggono e studiano su libri arabi; a costi incredibili si allestiscono biblioteche intere e si cantano ovunque le lodi dei costumi arabi.â€
Quanto sia stata in odio alla Chiesa cattolica una simile assimilazione culturale è dimostrato anche dagli 80.000 libri in arabo che furono bruciati nel 1449 per decisione del cardinale Cisnero, che definì l’arabo come “la lingua di una massa eretica e spregevoleâ€.
Nonostante tutto un buon numero di parole arabe è rimasto nella lingua comune, conservandosi sino ad oggi.
Gli arabismi sono quindi da considerarsi come un ricordo di quei secoli in cui l’eccezionale tolleranza dei conquistatori permise la pacifica convivenza di più comunità e sfociò in una cultura onnicomprensiva, che, nella sua molteplicità creativa rappresenta anche una simbiosi di forme di vita e cultura orientali e occidentali.
La Guida è questa:
Andalusia, Arte e Architettura, pgg. 230-233 Brigitte Hintzen-Bohlen 1999.
Traduzione dal tedesco di Cristina Pradella.
Koeneman ed.
ECCO COME TI DOMINO IL MONDO.
Eravamo abituati a legare i maggiori avvenimenti politici internazionali ai nomi di grandi capitali come Washington, Parigi, Londra, Tokio e Pechino. Ma ecco che negli ultimi tempi, un piccolissimo paese come il Qatar, che fino a due anni fa pochi conoscevano, diventa tutto ad un tratto punto focale di due attività tanto importanti quanto cruciali per l'umanità intera: il commercio e la guerra. Per secoli, ai grandi trattati furono associate grandi città , si pensi per esempio al Congresso di Vienna che portò alla divisione dell'Europa dopo la fine delle cosiddette guerre napoleoniche, oppure al trattato di Versailles che ridisegnò la mappa geopolitica del Vecchio Continente, finita la prima guerra mondiale. Nella storia più recente, il trattato di Roma mise le basi a ciò che viene comunemente chiamato oggi Unione Europea. I trattati economici venivano esclusivamente ospitati dalle capitali del mondo industrializzato ricco ed avanzato; l'accordo che resse per mezzo secolo il sistema economico mondiale (fatta eccezione del blocco comunista) fu chiamato Bretton Woods Agreement in riferimento a una piccola località di montagna del New Hampshire, negli Stati Uniti. Tale accordo sancì la scelta del dollaro quale valuta al centro del sistema finanziario globale e contribuì alla nascita della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale. Ma già negli anni ‘90 si cominciò a cambiare rotta, scegliendo località di paesi in via di sviluppo, un esempio fu la scelta di Montevideo a sede dei negoziati per la liberalizzazione del commercio internazionale. All'epoca negli ambienti economici per designare gli accordi del GATT si parlava di Uruguay Round. Altri accordi importanti portano nomi di città del Terzo Mondo come le Convenzioni di Yaoundé [Camerun] (Legislazione anti-mine) di Lomé [Togo] (Rapporti Nord-Sud) e di Cotonou [Benin] (Legislazione sugli scambi commerciali). Per confermare questo nuovo trend l'Organizzazione Mondiale del Commercio scelse per la prosecuzione dei negoziati sulla liberalizzazione degli scambi commerciali Doha , la capitale dell'emirato del Qatar, cosicché oggi fra gli esperti si parla di Doha Round. Il primo impatto con questa città ci fa dire che è il posto ideale per far emergere una località qualunque dall'anonimato totale alla notorietà mondiale. In effetti, benché ricca di petrolio e situata nella strategica penisola araba, affacciata sul Golfo Persico, Doha non è mai stata tanto conosciuta quanto lo è oggi. L'intero Qatar occupa una superficie di 11437 km2 e conta una popolazione di circa 75000 abitanti. Questo anonimato venne spezzato per la prima volta dopo l'11 settembre 2001 quando i tragici eventi di New York rivelarono al mondo AL JAZEERA, canale televisivo super efficiente giacché poteva contare su mezzi paragonabili a quelli della CNN e sopratutto dava voce al terrorista Osama bin Laden e al regime dei Taleban. L'onda del Qatar non viene spinta solo da AL JAZEERA, la crisi irachena attuale ha di nuovo portato alla ribalta mediatica questo piccolo paese. L'amministrazione americana lo ha infatti scelto come base logistica da cui partiranno gli attacchi al regime di Saddam Hussein. Inoltre è ormai di dominio pubblico che la base di As-Sayliyah sarà il quartier generale dei generali americani durante il prossimo conflitto. La guerra dunque sarà pensata, discussa, progettata e combattuta non molto lontano dai locali di AL JAZEERA, che settori influenti del team di Gorge W. Bush definiscono tuttora come la tv di Bin Laden; quest'ultima godrà di un monopolio pressoché totale sull'informazione e avrà indici di ascolto degni di una finale di Coppa del Mondo.
Il Qatar si accinge ad essere teatro di due eventi che faranno la storia, il primo sul versante militare e il secondo su quello economico (i negoziati dell'O.M.C) due eventi che cambieranno il mondo.
THE GLOBALIST. Articolo pubblicato dal settimanale degli Emirati Arabi Uniti.- AL KHALEEJ.
martedì, aprile 01, 2003
Poeti del Golfo
“Viaggiamo, nel cuore della notte, nel deserto.
I nostri cammelli procedono lentamente
affondando i loro zoccoli.
Vanno spostandosi ora verso oriente,
ora verso occidente, quasi dovessero
misurare il diserto.
Appesantiti dal sonno
ci pieghiamo sulla sella
come se pregassimo
con la testa prona
Versi del poeta iracheno 'Abd al-Muhsin al-Kazimi (nominato il poeta degli arabi),
tratti da una poesia da lui composta alla fine dello secolo scorso
durante un viaggio da Bagdad a Bassora a dorso di cammello.
In essa lo stile e il significato non si allontanano
dalle caratteristiche della poesia araba preislamica.
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Forza, vecchia America.
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Filadelfia, Pensilvania
Su " The philadelphia Inquirer " del Primo Aprile 2003
Posted on Mon, Mar. 31, 2003 |
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Protesters rally near Bush speech By Robert Moran and Michael Currie Schaffer Inquirer Staff Writers
Manifestanti protestano contro Bush che tiene un discorso
Questo è un giornale di Filadelfia di oggi, martedi primo aprile 2003.
Ieri Bush era andato a parlare al Quartier generale della Guardia Costiera americana, nella zona Sud della città .
Si sono fronteggiati due gruppi di manifestanti: il primo, molto più numeroso dietro il cartello che diceva: i guerrafondai (warmongers=venditori di guerra, precisione della lingua inglese)non sono bene accolti nella nostra città .
Il secondo gruppo: cartello con "Noi ti amiamo, Bush."
Il giornale dice che questo secondo gruppo era piuttosto sparuto, mentre il primo era numeroso e combattivo.
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Posted on Mon, Mar. 31, 2003 |
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Un altro articolo:
Antiwar rally draws thousands Demonstrators marched from South Street to the U.S. courthouse, despite rain and a vocal counter-protest. By Matthew P. Blanchard, Patrick Kerkstra and Maria Panaritis Inquirer Staff Writers
Several thousand antiwar protesters poured down the narrow streets of Center City yesterday, enduring a windy rainstorm and a tense confrontation with shouting counter-protesters.
It appeared to be the strongest showing for the antiwar movement in Philadelphia since Feb. 15, when 10,000 rallied in concert with millions around the globe. Organizers yesterday estimated 5,000 marchers. Police put the number at 2,000.
Già il 15 febbraio una folla di 10.000 manifestanti si era unita ai milioni di persone sparsi in tutto il resto del globo...
The march began at Penn's Landing amid a steady rain that disintegrated cardboard placards right off their poles. The route carried the column up the South Street commercial strip and then north to the federal courthouse...
E tutto questo nonostante la pioggia battente...
A fianco la foto di Maureen Hood, 27 anni,Quacchera, studi fatti in Giordania, con un cartello di solidarietà verso le donne
irachene.

Maureen Hood, 27, of Kensington, wears a veil at a Center City antiwar rally. Hood, a Quaker who once studied in Jordan, carried a sign sympathizing with Iraqi women. Inquirer photographs by Rebecca Barger.
Several thousand antiwar protesters poured down the narrow streets of Center City yesterday, enduring a windy rainstorm and a tense confrontation with shouting counter-protesters.
It appeared to be the strongest showing for the antiwar movement in Philadelphia since Feb. 15, when 10,000 rallied in concert with millions around the globe. Organizers yesterday estimated 5,000 marchers. Police put the number at 2,000
Già il 15 febbraio una folla di 10.000 manifestanti si era unita ai milioni di persone sparsi in tutto il resto del globo...
The march began at Penn's Landing amid a steady rain that disintegrated cardboard placards right off their poles. The route carried the column up the South Street commercial strip and then north to the federal courthouse... |
Tre anni fa sono stato a Filadelfia, a trovare Francesco Vanzi, amico di famiglia, giovane ricercatore universitario, ora rientrato qui a Firenze, (con moglie Kim, americana e col piccolo Lorenzo ) - bentornati a tutti e tre!
Mi ricordo la sala museo dove nel 1776 fu proclamata la Costituzione dei primi 13 Stati federati in un patto di amicizia e fraternità (filos+adelfos).
Filadelfia non è una città qualsiasi. E' la capitale della Pen-silvania. Già , chi era Penn?
William Penn, nato nel 1645, proveniva da una famiglia molto ricca, con possedimenti in Inghilterra ed Irlanda. Viveva tra pizzi e piume, in cappa e spada. Ma conobbe Thomas Loe e divenne quacchero. Rinnegato per un po' dalla famiglia, a 24 anni fu ospite della Torre di Londra, l'antica gloriosa vecchia prigione che tutti noi turisti abbiamo visitato. Ma la prigione è un luogo ideale per riflettere e cominciare a scrivere.
E Penn divenne uno scrittore molto prolifico: 140 tra libri e opuscoli, più di 2000 lettere e documenti.
Alla morte del padre si ritrova padrone di una consistente fortuna. I suoi amici e fratelli Quaccheri, malvisti in patria quando non perseguitati, avevano già cominciato a guardare verso il Nuovo Mondo, la Nuova Inghilterra, ma anche là furono considerati intollerabili intrusi dai Puritani, che pure se ne erano andati dall'Inghilterra per evitare persecuzioni da parte di altri.
Ma Penn era molto ricco e vantava crediti, per conto del padre morto, da re Carlo d'Inghilterra, che così gli cedette un pezzo d'America grande quasi quanto l'Inghilterra, la Foresta di Penn, la Pensilvania.
Ma la foresta di Penn era già abitata da qualcuno; non proprio da Robin Hood e i compagni della foresta ma dagli indiani Delaware. Penn e i Quaccheri stabilirono con loro relazioni più che fraterne, Penn imparò la loro lingua, compresi diversi dialetti, teneva le chiavi di casa sulla porta - come succedeva quando Barbabianca era piccolo in tutti i paesi e le campagne del Casentino ndr - e gli indiani si divertivano un mondo quando andavano ad osservare questi buffi uomini vestiti di nero nelle loro riunioni di preghiera, dove non c'erano né capi né preti. Si sentivano in casa propria, perché, dice la Guida Routard, Stati Uniti Costa del Pacifico, ed Il Viaggiatore, che ho davanti agli occhi, "anche se da un lato gli indiani erano molto primitivi dal punto di vista materiale, il loro modo di vita e la loro spiritualità erano invece molto raffinati".
Proseguo con la citazione della Guida che si merita questa segnalazione:
"Indubbiamente quella dei Quaccheri fu la colonia più simpatica insediata dall'uomo bianco in America. Sulla base del principio della non violenza, del rifiuto del potere delle chiese in generale e dei preti come intermediari tra l'uomo e Dio, i Quaccheri sono portatori di una libertà radicale. George Fox, il fondatore, nacque nel 1624. "Riflettete sul fatto che in voi c'è qualcosa della natura divina; e che questo rende tutti degni del più grande rispetto, credenti e non".
Per meglio apprezzare l'anomalia di questa dichiarazione di George Fox, dobbiamo ricordarci che a quell'epoca l'inquisizione spagnola era al suo apice. ( ricordo da parte di Barbabianca della visita a Salem, Massachusset, Museo delle streghe).
"Quakers" significa "tremebondi" al cospetto di Dio. Il vero nome era Società degli amici. Society of Friends."
Leggo sul sito di Fox: "On one occasion the judge told Fox "to quake in the presence of the Lord" and afterwards members of his movement became known as Quakers. "
Non so se il nomignolo fu dato loro dagli avversari e se lo assunsero essi stessi in proprio, come avevano fatto un po' di tempo prima i Gueux, gli straccioni olandesi in lotta vittoriosa contro Filippo II di Spagna.
Ma bush è andato a Philadelphia, lunedì 31 marzo u.s.: Warmongers not welcome in our city.
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