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martedì, maggio 31, 2005

La battaglia infuria
Papa Benedetto XVI ha fatto una prima incursione nella vita
politica italiana ieri, invitando i vescovi a sostenere il
boicottaggio del referendum sulla fecondazione assistita.
La consultazione mira ad abolire alcuni articoli chiave
della legge 40, una delle più restrittive d'Europa in
materia: proibisce la donazione di sperma e ovuli,
stabilisce che la vita comincia con il concepimento e
ammette la fecondazione assistita solo per le coppie
eterosessuali sposate. Il referendum si profila sempre più
come un campo di battaglia importante per la chiesa
cattolica, che ha ritrovato vigore grazie a un nuovo
pontefice attento alle questioni sociali. Da quando il
partito radicale ha raccolto più di un milione di firme per
chiedere il referendum, la battaglia tra le opposte fazioni
infuria, dai pulpiti delle chiese e sui mezzi
d'informazione.
The New York Times, Stati Uniti [in inglese]
"La chiesa dice che la Terra è piatta,
ma io so che è rotonda, perché ne ho visto l'ombra sulla Luna, ed ho più fiducia in un'ombra che nella chiesa."
Ferdinando Magellano
Re Ferendum

SUA Santità Benedetto XVI, nel primo incontro con la Conferenza episcopale italiana dell'altro ieri, è intervenuto sul referendum della procreazione assistita. È intervenuto, come si direbbe in gergo calcistico, a gamba tesa, quando l'arbitro fischia il fallo per gioco pericoloso. Qui da noi l'arbitro non esiste da tempo, anzi non è mai esistito ..
Continua
lunedì, maggio 30, 2005

Walt Whitman
(New York, 31 maggio 1819 - 26 marzo 1892)
Per te democrazia.
Vieni, renderò il continente indissolubile,
creerò la più splendida razza su cui il sole abbia mai brillato,
creerò divine terre magnetiche,
con l’amore dei compagni,
con il diuturno amore dei compagni.
Pianterà la fratellanza, folta come gli alberi lungo tutti i fiumi dell’America, e lungo le sponde dei grandi laghi, e su tutte le praterie,
renderò inseparabili le città con le braccia l’una al collo dell’altra,
con l’amore dei compagni,
con il virile amore dei compagni.
Per te questi da parte mia, democrazia, per servirti, mia donna!
Per te, per te faccio vibrare questi canti.
Che cos'è l'erba? mi chiese un bambino,
portandomene a piene mani;
Come potevo rispondergli? Non so meglio di lui che
cosa sia.
Suppongo che sia lo stendardo della mia vocazione,
fatto col verde tessuto della speranza.
O forse è il fazzoletto del Signore,
Un ricordo profumato lasciato cadere di proposito,
Con la cifra del proprietario in un angolo sicché
possiamo vederla e domandarci di Chi può
essere?
O forse l'erba stessa è un bambino, il bimbo generato
dalla vegetazione.
O un geroglifico uniforme
Che voglia dire, crescendo tanto in ampi spazi che in
strette fasce di terra,
Fra bianchi e gente di colore,
Canachi, Virginiani, Membri del Congresso, gente
comune, io do loro la stessa cosa e li accolgo
nello stesso modo.
E ora mi appare come la bella capigliatura delle
tombe.
Ti userò con gentilezza, erba ricciuta,
Forse traspiri dal petto di giovani uomini,
Che avrei potuto amare, se li avessi conosciuti,
Forse provieni da vecchi, o da figli ghermiti appena
fuori dai ventri materni,
Ed ecco, sei tu il ventre materno.
Quest'erba è troppo scura per uscire dal bianco capo
delle nonne,
Più scura della barba scolorita dei vecchi,
È scura per spuntare dal roseo palato delle bocche.
Oh nonostante tutto io sento il parlottio di tante
lingue,
E comprendo che non esce dalle bocche per nulla.
Vorrei poter tradurre gli accenni ai giovani morti, alle
fanciulle,
Gli accenni ai vecchi e alle madri, ai rampolli ghermiti
ai loro ventri.
Che cosa pensate sia avvenuto dei giovani e dei
vecchi?
E che cosa pensate sia avvenuto delle madri e dei
figli?
Vivono e stanno bene in qualche luogo,
Il più minuscolo germoglio ci dimostra che in realtà
non vi è morte,
E che se mai c'è stata conduceva alla vita, e non
aspetta il termine per arrestarla,
E che cessò nell'istante in cui la vita apparve.
Tutto continua e tutto si estende, niente si annienta,
E il morire è diverso da ciò che tutti suppongono, e
ben più fortunato.
© Walt Whitman
VII
Qualcuno ha mai pensato che nascere è una fortuna?
Mi affretto ad informarlo, uomo o donna, che è una fortuna come morire, io lo so.
Passo attraverso la morte con il morente e attraverso la nascita con il neonato lavato appena, e non sono contenuto tra
il mio cappello e i miei stivaletti,
e studio molteplici oggetti, neanche due eguali tra loro e tutti buoni,
la terra buona e buone le stelle, e buono ciò che sta con esse.
Io non sono una terra, né qualcosa che sta con la terra,
sono il compagno, quello che sta con la gente, tutti immortali e insondabili come me,
(loro non sanno quanto sono immortali, io lo so).
Ogni specie per sé e per ciò che le appartiene, per me il mio maschio e femmina,
per me quelli che sono stati ragazzi e amano le donne,
per me l'uomo che è orgoglioso e sente quanto ferisca l'essere disprezzato,
per me l'innamorata e l'anziana vergine, per me madri e le madri delle madri,
per me labbra che hanno sorriso, occhi che hanno pianto,
per me bambini e procreatori di bambini.
Svestitevi! Non siete colpevoli, né vecchi né rifiutati,
vedo attraverso il panno e la seta se lo siete o no,
e vado in giro, tenace, avido, instancabile, e non mi lascio scostare via.
(Walt Whitman)
Poeti futuri
Poeti futuri! oratori, cantori, musicisti futuri!
Non l'oggi mi puo' giustificare e chiarire chi sono,
Ma voi, stirpe nuova, atletica, schietta, continentale,
maggiori d'ogni altra conosciuta,
Sorgete! spetta a voi giustificarmi.
Io scrivo solo una o due parole per indicare il futuro,
Non avanzo che un attimo, per poi voltarmi e
riaffrettarmi nel buio.
Io sono un vagabondo che non si ferma mai, che getta a
caso uno sguardo su di voi e storna il viso,
Lasciandovi il compito di analizzarlo e definirlo,
Da voi aspettandosi cose piu' importanti.
Trad.A.Marianni
Autore: W.Whitman (1819 West Hills, New York - 1892 Camden) poeta della nazione americana nascente
e grande interprete dell' individualismo romantico.
Note: la poesia e' tratta dall'opera "Foglie d'erba"(1855).
Archivio (in inglese)
sabato, maggio 28, 2005
Nota di servizio
Ho finito ora di registrare su audio cassette l'audio del Paradiso di Dante che Vittorio Sermonti ha finito di leggere in S.Croce. L'audio stream è ancora in atto su http://www.telecomitalia.it/progettoitalia/ita/cultura/letteratura/dante.shtml
Se qualcuno possiede l'audio del Purgatorio di Sermonti, a me interesserebbero i canti V, XIV (quinto, quattordicesimo).
E anche l'Inferno XXX (Mastro Adamo).
Se qualcuno...
leggi prima il post precedente
...e par che sia cosa venuta
da cielo in terra a miracol mostrare.
Vita Nuova XXIV 5-7
Sagrato di S.Croce, sera del 26 maggio. Con ancora negli orecchi il suono dell’ultima terzina lettaci da Vittorio Sermonti siamo usciti dal portico della Cappella de’Pazzi sul sagrato di S.Croce, “ a riveder le stelle”, in un’aria tiepida e fresca, tipo questa: Un'aura dolce, sanza mutamento
avere in sé, mi feria per la fronte
non di più colpo che soave vento.
Mi ero immaginato una cosa diversa da quella che lo sponsor Telecom aveva predisposto: un gioco di luci tipo quello visto a Torino durante le vacanze di Natale, chiamato “luci d’artista”; mi trovo invece di fronte a una grande bolla rotante di plastica trasparente con all’interno, dentro una bubble più piccola, una giovane che si lascia scivolare all’interno in sintonia con la rotazione del globo (terrestre, nella metafora). Notevole ma non trascendentale. Ma ecco che dal centro della piazza, occupato da giorni da grandi tende quadrate bianche, vedo innalzarsi un pallone con l’immagine del sole, e poi, sotto una donna vestita di luce che volteggia e s’avvicina, si alza, plana sulle nostre teste e s’allontana, si rovescia su se stessa e si rialza. Il cerchio di luce di due grandi fari proietta la sua figura mobile sulle pareti della piazza e ne moltiplica l’effetto. Finché dalla strada laterale che affianca la grande statua di Dante, a sinistra di chi guarda la facciata, vedo, oh meraviglia, Beatrice Portinari, ritornata ai suoi 18 anni, proveniente dal Borgo S.Piero, come in una festa organizzata dai priori per esaltare i nuovi “Ordinamenti di Giustizia” di Giano Dalla Bella: si muove in aria sul trapezio con la disinvoltura con cui si muove, coi piedi in terra, Lia nel paradiso terrestre. La bravura della trapezista e quella dei 4 personaggi che tirano da terra, in mezzo a tanta gente, le corde della grande rificolona, quando Beatrice si avvicina a volo a Dante, impietrito nella grande statua marmorea, e lo accarezza e lo bacia. Ma lui niente: il mio corpo è a Ravenna. Galileo lì accanto freme dentro il monumento. O forse era la donna di Casentino, pentita del suo antico rifiuto, (Fatto ha d'orgoglio al petto schermo tale Ch'ogni saetta lì spunta suo corso; Per che l'armato cor da nulla è morso) che veniva a chieder perdono del suo peccato come la figliuola di Paolo Traversaro da Ravenna. Ma Dante non si crolla: fatto di marmo di fronte alla "donna Pietra". Oppure: vediamoci aRavenna.
A parte le battute dovute a esibite reminiscenze scolastiche,
bella serata,
degna conclusione
della Lectura Dantis
di Vittorio Sermontis
al quale va qui il mio
sentimento riconoscente
per averci fatto salire
in paradiso con Dante
come se fosse niente.
venerdì, maggio 27, 2005
Così la neve al sol si disigilla
Qual è colüi che sognando vede,
che dopo 'l sogno la passione impressa
rimane, e l'altro a la mente non riede,
cotal son io, ché quasi tutta cessa
mia visïone, e ancor mi distilla
nel core il dolce che nacque da essa.
Così la neve al sol si disigilla;
così al vento ne le foglie levi
si perdea la sentenza di Sibilla.
Paradiso XXXIII, 58-66
Una sera 'e Maggio, a Firenze, traversata in bicicletta Isolotto-S.Croce (Cascine, Teatro Comunale, consolato americano (assediato da poliziotti e carabinieri per la "nostra" tranquillità), Consolato inglese (ex casa dell'Alfieri?), Ponte Vecchio (contro mano), Logge del Vasari, nazionale (biblioteca), Museo della Scienza (un pensiero a Galileo), Piazza Mentana (un pensiero a Garibaldi), Via de' Benci (chi erano?), eccola lì, S.Croce; stasera c'è la fila. Una lunga fila. Allucchettata bicicletta, fondo fila, non si entra, non c'è posto. Seconda fila, sui gradini o gradoni, vedo che entrano, poi no, poi sì, altro portoncino, terza coda, si entra, poi basta...Lieto tranquillo disordine all'italiana; dopo mezzora (ore 21,15) tutti dentro, anzi fuori, ma all'interno del portico, chi in piedi chi seduto chi per terra. Magia del maggio fiorentino: pietra serena (fascinosa con la luce artificiale), volo di rondini, rintocchi di campana, cipressi contro il cielo (tre grandi cipressi, due cipressini in secondo piano). E poi voce delle altre sere (riconosco senza vederla questa volta la ragazza-telecom): signore e signori, tra pochi istanti Vittorio Sermonti inizierà la lettura del 33° canto del Paradiso; si prega di fare silenzio e di assicurarsi che i telefoni cellulari siano spenti.
"Vergine madre, figlia del tuo figlio..." E' proprio lui, Dante-Sermonti. "Amico mio plurale di Firenze..." così mi invita all'ascolto. Accanto a me, seduto!, un barbone sdraiato in terra fuma il sigaro, una giovane gravida rifiuta la sedia di una signora e siede in terra, un signore più tondo che alto supera in tre successivi tempi la balaustra che lo separa dal muro di fondo del porticato sul quale si potrà appoggiare. "Donna se' tanto grande e tanto vali..." " nel suo profondo vidi che s'interna, legato con amore in un volume ciò che per l'universo si squaderna..." "Così la mente mio tutta sospesa mirava fissa immobile e attenta" O luce eterna che sola in te sidi, sola t'intendi e da te intelletta e intendente te ami ed arridi..."
Sembra di sognare.
"Qual'è colui che somniando vede, che dopo il sogno la passione impressa rimane, e l'altro a la mente non riede, cotal son io che quasi tutta cessa mia visione e ancor mi distilla il core il dolce che nacque da essa". Serata da sogno, veramente: la sera di maggio, la giovane gravida seduta in terra, il fumatore di sigaro, il Punk a bestia, i trilli delle rondini, il suono lontano delle campane, i cipressi grandi e piccoli, il lungo interminabile applauso. Tutto è finito. Anzi no. Ora andiamo in piazza.
(Continua al prossimo post)
giovedì, maggio 26, 2005
Quando l'etica si affida al potere
La legge sulla procreazione assistita e il significato del referendum
don ENZO MAZZI – da: il manifesto del 6 Maggio 2005
Il problema non è l'etica ma è il potere. O meglio è il connubio fra etica e potere. E' su questo che forse sarebbe opportuna una riflessione pregiudiziale a proposito della legge sulla procreazione medicalmente assistita e di conseguenza sul significato del referendum.
Il valore etico più alto e sublime se imposto con la forza degenera in dominio e il potere che lo impone diviene tirannia. Lo dice, con la chiarezza e la competenza che gli sono proprie, Gustavo Zagrebelsky, già presidente della Corte costituzionale: «Questo è il paradosso del costituzionalismo del nostro tempo. Le leggi, e tra queste la Costituzione... formano come una grandissima costruzione, ma non più solida di un castello di carte, in quanto il loro fondamento sia posto solo in se stesse: cioè, in ultima analisi, nel potere. Antigone ci ammonisce ancora: senza ius, la lex diventa debole e, al tempo stesso, tirannica. La scommessa del costituzionalismo sta tutta qui: nella capacità della Costituzione, posta come lex, di diventare ius; fuori dalle formule, nella capacità di uscire dall'area del potere e delle fredde parole di un testo scritto per farsi attrarre nella sfera vitale delle convinzioni e delle idee care, senza le quali non si può vivere e alle quali si aderisce con calore».
Allora si deve fare a meno delle leggi? No di certo. Ma nella società, mentre i poteri costituiti (i Creonte della storia) fanno e applicano le leggi secondo le regole della politica, è indispensabile che ci siano impulsi morali e culturali, luoghi, movimenti (le Antigone) impegnati a portare la società e l'etica costantemente «oltre» la dimensione del potere; non necessariamente in un «oltre» che sta alle spalle, come per l'eroina della tragedia greca, Antigone appunto, ma anche in un «oltre» che sta perennemente davanti.
«Uscire dall'area del potere», svincolarsi dai condizionamenti e dalle costrizioni del potere, questo è il problema di fondo dell'etica. Creonte e Antigone sono complementari. Creonte che uccide Antigone in nome della legge uccide infine anche se stesso: «esito radicale di morte fisica per Antigone e di morte spirituale - noi diremmo: totale `delegittimazione' - per Creonte, rigettato dai suoi concittadini e ripudiato perfino in casa propria, del quale alla fine `resta un nulla'».
Se sono complementari devono mantenersi accuratamente distinti. Se Antigone, cioè se i «luoghi» dell'etica, si affidano a Creonte, cioè alla forza, alla legge, al potere, se addirittura diventano Creonte, si autodistruggono e annullano anche il valore della stessa legge.
Braccio secolare dell'etica
Proprio questo è accaduto e sta accadendo purtroppo alle agenzie culturali e religiose che hanno voluto la legge sulla procreazione assistita e che si oppongono al referendum. Si sono trasformate in legislatori o in lobby di pressione sugli apparati legislativi. Hanno preteso farsi braccio secolare dell'etica. In termini cristiani si direbbe che hanno abdicato alla profezia disarmata per trasformarsi in potere coercitivo. Convinti di salvare il mondo.
Il dibattito per fortuna è aperto all'interno di questi «luoghi» dell'etica. E non si tratta di una questione contingente.
Per limitarsi al cristianesimo bisogna dire che il problema del potere nasce con l'esperienza stessa delle origini. Basta pensare alle tentazioni di Gesù riportate dai Vangeli. Non si tratta nemmeno di un dibattito che opponga base e vertice della Chiesa. E' negli stessi vertici che c'è tempesta.
Prendiamo lo scontro aperto, per noi quasi incredibile, avvenuto nel 1999, documentato dalla stampa, fra il cardinale Joseph Ratzinger, ora papa, allora Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, e il cardinale Pierre Eyt, membro della stessa Congregazione, delfino di Ratzinger, oltre che arcivescovo di Bordeaux.
Ratzinger il 27 novembre 1999 tiene una conferenza alla Sorbona su «La verità del cristianesimo», pubblicata in parti significative dal quotidiano Le Monde e integralmente da La Documentation catholique. La sintesi del suo discorso, fine e articolato, può essere individuata nella conclusione: «Il tentativo di restituire, in questa crisi dell'umanità, un significato globale alla nozione del cristianesimo come religio vera, ... il suo contenuto, oggi come un tempo, dovrà consistere, più profondamente, nella coincidenza tra amore e ragione ...: la ragione vera è l'amore e l'amore è la ragione vera. Nella loro unità essi costituiscono il fondamento vero e il fine di tutto il reale».
Il card. Eyt non ce la fa a tacere. La posta a suo avviso è troppo alta. Prende la penna e scrive un articolo per il quotidiano cattolico francese La Croix. «Riconosco - egli dice - che non è consueto che un cardinale membro della Congregazione della Dottrina della fede (Eyt stesso, ndr) comunichi attraverso la stampa le riflessioni ispirategli da una conferenza del cardinale prefetto. Sono molto riconoscente al card. Ratzinger di aver sottolineato l'identificazione del Logos e dell''amore' in san Giovanni... La mia domanda prende le mosse da quella che io interpreto come un'omissione, una dimenticanza... non so bene... di Ratzinger. Egli non menziona mai il 'diritto'.
Ora, sotto ogni aspetto, il diritto era una nozione centrale sia nella romanità antica sia nel cristianesimo primitivo. Ed è noto che il diritto penale romano ha accompagnato l'evoluzione del cristianesimo antico. Dapprima quest'ultimo è stato vittima del diritto della spada (le persecuzioni); poi i cristiani, certo non senza discussioni, si appellarono al 'braccio secolare' contro i pagani, contro i barbari, contro gli eretici.
Il decreto dell'imperatore Teodosio del 27 febbraio 380, per citare il documento più emblematico dell'epoca, stabilisce che `solo chi segue papa Damaso (366-384) può attribuirsi il nome di cristiano cattolico'. Gli altri incorrono `già su questa terra nel nostro [dell'imperatore] castigo, secondo la decisione che noi abbiamo tratto dall'ispirazione celeste'.
Se dunque nell'antichità vi è stato un legame indissolubile tra `natura, uomo, Dio, ethos, religione', per essere fedeli alla storia, si sarebbe dovuto collegarvi anche il diritto e il diritto nella sua forma coercitiva e penale. Così la `razionalità' evocata dal card. Ratzinger ottiene una figura più completa. E il nostro rapporto con l'antichità cristiana diviene assai più complesso di quanto la dimostrazione non lasci supporre, come pure diventa più problematica quella che Ratzinger definisce `la forza di convinzione del cristianesimo dei padri'.
L'omissione del cardinale si spiega con il posto relativamente marginale che egli assegna al fatto culturale, pure fondamentale, costituito dall'istituzione, e più precisamente ai `problemi istituzionali'. La sua preoccupazione è quella di relativizzare tali questioni rispetto a una crisi dottrinale e intellettuale più profonda. I problemi istituzionali sono presentati come `secondari' e `derivati' se raffrontati alla questione della verità.
Al contrario, io ritengo che tutti questi problemi siano connessi e di eguale gravità. Si richiamano l'un l'altro e appartengono a un insieme indivisibile».
Messo in chiaro da par suo, in maniera per noi sconcertante, che l'affermazione del cristianesimo come religio vera et universalis è da attribuire insieme alla forza del messaggio e alla forza non meno determinante del diritto penale imperiale, sia romano che medioevale, il cardinale Eyt passa al presente e afferma che oggi il cristianesimo non può ripetere lo stesso infausto connubio col potere. Ed elenca una serie di problemi etici a cui bisogna rispondere non con la forza della legge e del potere ma con l'ascolto e col dialogo, fra cui: «il ruolo della donna nella società e nella Chiesa, la partecipazione dei laici ad alcune responsabilità ministeriali, la sessualità, la disciplina matrimoniale, il rapporto con le Chiese sorelle dell'Ortodossia, il bisogno di rianimare la speranza ecumenica, il rapporto tra democrazie e valori, tra le leggi civili e la morale».
Una razionalità diversa
«Il tempo che viviamo - egli conclude - è segnato da un'evoluzione profonda della coscienza morale e giuridica. Questa evoluzione non potrebbe apportarci qualcosa di nuovo e di più chiaro, qualcosa che si configuri come una `razionalità' diversa da quella dell'antichità e del Medioevo? Su questi temi, che pongono degli interrogativi profondi, la riflessione della chiesa non può rinchiudersi nell'evocazione di un'età dell'oro, sempre discutibile. Non possiamo, al contrario, mettere un po' più alla prova alcune nostre concezioni e pratiche di fronte alla provocazione della razionalità e della sensibilità di oggi e verosimilmente di domani?».
Fin qui lo scontro fra Ratzinger ed Eyt.
Ho da riferire anche un aneddoto molto personale a proposito di cardinali anomali.
Una delle prima esperienze che ho fatto come parroco dell'Isolotto nel lontano 1954 è stato il funerale di un militante della sezione comunista della zona. I parenti e «compagni» vogliono accompagnare la bara con la bandiera rossa. Mi oppongo non in nome dell'anticomunismo ma in nome del valore per me supremo dell'unità oltre le bandiere e le parrocchie.
Vanno dal vescovo, il cardinale Elia Dalla Costa, quello che aveva chiuso le porte e le finestre dell'arcivescovado in faccia a Hitler e a Mussolini in visita a Firenze, quello che poi solidarizzò con gli operai di una grande fabbrica fiorentina, la Galileo, da essi occupata per difendere il posto di lavoro. E il vescovo dà ragione a loro.
Il cardinale mi chiamò e mi dette una grande lezione di tolleranza. «Il valore dell'unità del popolo a cui tieni è grande - mi disse - ma se lo imponi col potere che hai, per il ruolo che rivesti, perde tutto il suo significato, non produce nulla, non fa crescere la gente, non produce unità. Bisogna porsi in ascolto delle loro istanze e avere fiducia. Sai cosa devi fare: il funerale finisce con la bara; dopo la bara si comportino come credono».
Come ho già detto fu per me una grande lezione. Anche da lì nacque la comunità dell'Isolotto, prima in parrocchia e poi, dal 1968, nella piazza.
Il cardinale Eyt è morto. E' morto il cardinale Dalla Costa. Ma le loro istanze sono molto vive e diffuse nella Chiesa. Fanno fatica ad apparire, non hanno visibilità, hanno poca voce. Un po' per la partigianeria dei media, un po' per paura.
I cattolici devono essere informati del fatto che in questo referendum in gioco non c'è solo una legge perversa e violentemente punitiva per la donna e per il nascituro. In gioco c'è il futuro dell'etica, che vuol dire della vita di tutti. In gioco c'è il futuro delle religioni e del cristianesimo come profezia disarmata.
Se si vuole avere uno sguardo un po' più lungo del proprio naso si può dire che in gioco c'è il futuro della liberazione del mondo, degli uomini, delle donne, degli stessi nascituri, dal dominio globale della forza e del potere.
(le sottolineature e l'ipertesto sono miei, mia la nota che segue)
Nota di Stigli: "Le istanze molto vive e diffuse nella Chiesa fanno fatica ad apparire", dice D.Mazzi, "per la partigianeria dei media e per paura". D'accordo, ma i media dei laici e la paura dei clerici sono dovuti - rispettivamente - alla specifica situazione italiana e vaticana. L'Italia democratica ha fatto un Patto con Papa Damaso ancora più stringente di quello fatto da Mussolini. Si chiama Concordato craxiano. Esso garantisce al Papa il potere assoluto in casa sua e lo aiuta a tenere fuori dalla porta di casa tutti i familiari (leggi fedeli) che lo disturbano; p.e. toglie con la forza le chiavi della chiesa e lo stipendio da parroco a D.Mazzi, mandando in sopraggiunta sotto processo penale 5 preti e 500 "laici"; su scala mondiale garantisce l'immunità giudiziaria alla Banca vaticana, dà un salvacondotto o salvacondotta al suo Presidente card.Marchinkus. Il Vaticano da parte sua è uno Stato governato da un gruppo di maschi che si dichiarano emissari diretti di dio, in quanto vicari del figlio di lui, escludono le donne, si eleggono tra di loro a tutte le cariche decisive, prenotano posti di proedria anche nel Parlamento di là (paradiso), dichiarandosi santi l'un altro e si assicurano la quiete pubblica anche dopo, sistemando dentro Abu Graib (inferno) i disturbatori della loro quiete(eretici). Il Vaticano si presenta al mondo sotto il falso nome di chiesa universale, sposa di Cristo. Falso in atto pubblico.
Molto da dire sulla società civile, governata da princìpi scritti col sangue, tra cui questo:
Art. 39. L'organizzazione sindacale è libera. Ai sindacati non può essere imposto altro obbligo se non la loro registrazione presso uffici locali o centrali, secondo le norme di legge.È condizione per la registrazione che gli statuti dei sindacati sanciscano un ordinamento interno a base democratica.
Ergo, per analogia: è condizione per stabilire un rapporto organico con lo Stato Vaticano che lo stesso sancisca un ordinamento interno a base democratica.
La nostra democrazia si è stretta in maniera così intrinseca alla teocrazia vaticana che arranca e fa fatica a reggersi sulle sue stampelle (leggi principi fondamentali). E' un po' la tortura dell'uomo vivo strettamente legato ad un cadavere. Stiamo andando in cancrena e l'Europa si sta turando il naso.
Dall'altra parte dell'Atlantico sta succedendo questo.
Ma c'è anche questo:
Embrioni, sì alle ricerche. I sondaggi contro Bush.
Si inasprisce sempre più la guerra sulle cellule staminali
di embrioni umani tra il presidente Bush da una parte, e la
maggioranza del congresso e della pubblica opinione Usa
dall'altra. Il presidente ribadisce che, se anche il senato
la approverà, porrà il veto alla legge sul finanziamento
statale delle ricerche passata mercoledì alla camera con
238 voti a 194. Ma al senato i fautori della legge,
repubblicani e democratici, chiedono la rapida apertura del
dibattito. Su 100 voti, ne avrebbero 60 circa, e per questa
ragione il leader del senato Bill Frist, alleato di Bush e
timoroso di un'altra sconfitta, ritarda i lavori. La
pubblica opinione tuttavia continua a premere.
[Ennio Caretto - Corriere della Sera - a pagamento]
martedì, maggio 24, 2005
Niccolò Copernico 19 febbraio 1473
24 maggio 1543
...Ad ogni modo, è bene sottolineare che il valore di Copernico non è tanto di avere inventato il sistema eliocentrico, ma di aver preso l'idea e di averne fatto un sistema che poteva permettere di fare delle previsioni accurate al pari di quelle tolemaiche. Nel cercare un sistema diverso da quello di Tolomeo, infatti, già Nicolò Cusano nel '400 (e precisamente nel "De docta ignorantia") aveva affermato che l'universo non era finito ma indeterminato e che quindi la terra doveva muoversi e non poteva essere al centro di nulla. Il sistema Tolemaico aveva resistito a lungo solo perché, in definitiva, era l'unico che permettesse di fare dei conti, delle previsioni: insomma, "funzionava" sempre meglio di qualunque altro sistema, risultando quindi vincente.
Allo stesso modo, è anche bene ricordare che i concetti Copernicani erano davvero di troppa difficile digestione per il senso comune del sedicesimo secolo, ragione per cui fino al 1600 compreso, sulla Terra esistevano solo una decina di copernicani e quasi tutti, si badi, estranei agli ambienti accademici.
In seguito, come si sa, dopo la condanna della teoria copernicana determinata dal processo intentato contro Galileo dalla Chiesa nel 1615-16, la teoria eliocentrica, sebbene osteggiata, prese il sopravvento, fino alla definitiva affermazione.
Dal punto di vista filosofico, il primo a trarre tutte le conseguenze delle teorie copernicane, prendendole come base per la propria tesi dell'infinità dei mondi, fu Giordano Bruno.
Trovato qui
venerdì, maggio 20, 2005
Balzac

E' nato il 20 maggio 1799 a Tours (+ Parigi 1850)
Leopardi aveva 11 mesi (+ Napoli 1837)
Vite brevi e tanto diverse. Grandi tutti e due.
"Il compito dell'arte non è di imitare la natura, ma di esprimerla.
La rassegnazione è un suicidio quotidiano
L'avarizia inizia dove finisce la povertà
Il giornalismo è un inferno, un abisso di iniquità, di menzogne, di tradimenti, che è impossibile attraversare e dal quale non si può uscire mantenendosi puri. ( dedicato ai mass media di regime, ai giornalisti enbedded)
L'abbigliamento è l'espressione della società (dedicato a Pitti moda).
Ciò che rende l'amicizia indissolubile e raddoppia il suo fascino è un sentimento che manca all'amore: la certezza (dedicato a Paola che, da moglie divenuta amica, mi dà la certezza dell'amore)
Il romanzo è la più grande creazione moderna. Succede alla commedia che, con le sue vecchie leggi, non è oggi più possibile. Il romanzo abbraccia il fatto e l'idea con invenzioni che esigono lo spirito di La Bruyère e la sua morale incisiva, i personaggi trattati come li intendeva Molière, le grandi macchinosità di Shakespeare e la riproduzione della sfumature più delicate della passione, unico tesoro che ci abbiano lasciato i nostri antenati. Perciò il romanzo è di molto superiore alla discussione fredda e matematica, all'arida analisi del diciottesimo secolo.
Il caffè carezza la gola e mette tutto in movimento: le idee caricano come i battaglioni di un grande esercito; il combattimento inizia. I ricordi si dispiegano come stendardi. La cavalleria leggera si lancia in superbo galoppo. L'artiglieria della logica avanza con i suoi ragionamenti e le sue concatenazioni implacabili, i motti di spirito fischiano come proiettili. I personaggi prendono forma e si distinguono l'uno dall'altro. La penna scorre sulla carta, il combattimento raggiunge una violenza estrema, poi muore con un fiotto di sangue nero come in un campo di battaglia che svanisce sotto una nuvola di polvere."
Balzac ne bevve più di 60.000 tazze nello scrivere la Comédie Umaine. Sempre caffè doppio.
Chi di noi, che sia stato a Parigi, non ha visitato Père Lachaise? C’è anche Balzac. Se vuoi rivedere il posto clicca qui e troverai, insieme a Balzac e Chopin, Edith Piaf, Yves Montand, J.P. Sartre e tutti gli altri.
Mi ha sempre colpito il giudizio di Engels: in una lettera del 1888, indirizzata a Margaret Harkness, poteva addirittura affermare di aver imparato molto di più dalla lettura della Comédie Humaine, in merito alla ascesa della borghesia, di quanto non avesse appreso "da tutti gli storici professionisti, gli economisti e gli statisti del periodo, messi insieme"
Suggerimento di lettura
Illusioni perdute
Ad Angoulême, nella stamperia che nel 1793 Séchard rileva a un prezzo irrisorio grazie alla connivenza di un repubblicano, c’è un problema da risolvere: il proprietario è analfabeta. Sono gli stessi eventi storici che gli hanno consentito di avere la stamperia a porvi rimedio. A stampare i decreti che sanciscono la pena di morte per i cittadini che nascondono i nobili è infatti un conte che, pur di non abbandonare le proprie terre, lavora come proto alle dipendenze di Séchard nascondendosi in attesa di tempi migliori. Un prete lo sostituisce dopo il 1795 fino a quando la religione cattolica non viene ristabilita da Napoleone. "Più tardi il conte e il vescovo si sarebbero incontrati sullo stesso banco della Camera dei pari", commenta lapidario il narratore. Qualche anno dopo nella stessa stamperia lavorano due giovani amici, David, il figlio di Séchard, e Lucien, poeta ricco solo del proprio talento. Legati da un profondo affetto, i due sono specialmente accomunati dall’insoddisfazione per una realtà che non risponde ai loro desideri. David vi si rassegna, confortato almeno dalla realizzazione del suo sogno d’amore e dalla speranza in un’invenzione che li renderà ricchi. Lucien si trova invece catapultato a Parigi dove conosce, grazie a una condotta spregiudicata nel mondo del giornalismo, un successo rapido e folgorante e, per la stessa ragione, un’altrettanto rapida e inesorabile rovina. Ma "lo splendido contrasto" tra la vita di David in provincia e quella di Lucien nella capitale, su cui Balzac dice di costruire il romanzo, risulta smentito dai fatti. Esso viene infatti negato da una morale secondo cui ciò che conta è solamente il non coltivare illusioni che possano precludere una visione disincantata della realtà. Per il fatto di non saper vedere correttamente, vale a dire per la loro incapacità di percepire la complessità del reale e di valutare gli effetti delle loro scelte alla luce dei meccanismi sociali e politici, i protagonisti dovranno assistere al massacro delle loro illusioni. Faranno in questo modo i conti con una realtà che premia chi sa affrontarla nella sua durezza senza rifugiarsi nel conforto delle illusioni. Proprio come hanno saputo fare i proti che nella stamperia di Séchard si sono pazientemente avvicendati pagando alla storia un pedaggio necessario alla loro riabilitazione o come tutti coloro che, senza scandalizzarsi, accettano il loro ruolo in una società che in nulla diverge da un teatro: la realtà sta infatti dietro le quinte, mentre il palco è fatto per raccogliere gli applausi che spettano a chi ha saputo recitare bene o comunque meglio degli altri. Illusioni perdute, in questa bella traduzione di Minsenti corredata da note accurate e da una postfazione ben informata, si offre dunque al lettore come romanzo fondamentale del percorso balzachiano, sia per gli importanti temi trattati sia per la maestosa rappresentazione della società francese, proposti con tutto il vigore di un’arte narrativa e di uno stile nel pieno della loro maturità.
Daniela Schenardi
giovedì, maggio 19, 2005
La Polveriera
E' l'antica polveriera della Fortezza da Basso di Firenze. In questi giorni la polvere da sparo è costituita da particelle mediatiche dai nomi nuovi: htm, rss, xtm, tag, mark, post, blog, item...Custode del tutto GG, al secolo Giuseppe Granieri, gran patron della Blog Generation
E' stato un piacere incontrarlo di persona. Antonio Sofi - ore 10 - si alterna con Sergio nell'esporre la relazione tra weblogs e giornalismo; afferro alcune definizioni: blog come costola deviata del giornalismo, blog come palestra di scrittura...10 milioni di blogs nel mondo, tra 50 e 100 mila in Italia, ancora non in grado di costituire "massa critica" in grado di interloquire nell'opinione pubblica e nella conseguente attenzione delle grandi agenzie di informazione. Ma Antonio e Sergio parlano senza microfono, piuttosto a bassa voce e l'antica polveriera è stata fatta in modo da contenere l'eventuale scoppio ed il relativo rumore. Per cui non sono in grado di riassumere più di tanto. Meglio in seconda parte della mattinata, grazie al microfono nel frattempo entrato in funzione, alla voce suonante del prof. Gino Roncaglia, alla sedia messa a distanza ravvicinata. Ma l'attenzione è stata facilitata dall'interesse dell'argomento, per me destinato a non fare il giornalista ma semplicemente desideroso di rendere più visibile possibile il mio blog, che avendo capelli e barbabianca si trova spesso ad arrancare dietro ai giovani blog in chioma nera o, come va di moda, rasata, ma sempre, virtualmente nera. In questo campo noi vecchi siamo i giovani, inesperti e impacciati, piuttosto timidi. E' il "Digital Divide" tra esperti di informatica e masticabrodo della stessa. Grande giubilo interiore quando, nella seconda parte della mattinata, Granieri (gli amici lo chiamano Giuseppe) ha sommessamente annunciato che il prof. Roncaglia avrebbe parlato a mezzogiorno invece che alle 19 di stasera. E Roncaglia ha avuto il merito di incantarmi aprendo davanti ai miei occhi sgranati la scatolina magica degli RSS. Perché io ce li ho messi nel blog e sono visibili nella colonna di sinistra, ma non ho avuto mai il coraggio di aprirla, perché...basta provare: chi ci capisce niente. Ora invece so che la syndication è un termine con cui si indica una collaborazione tra soggetti al fine di realizzare un progetto comune. E questo era scontato. Metti che qui ci sia un rubinetto che gocciola (Internet): RSS è lo strumento che prende le gocce delle notizie e le incapsula, le "aggrega" come Granieri aggrega i blog nel luogo e modo che noi conosciamo.
Perché in ogni messaggio ci sono i contenuti veri e propri e c'è il modo in cui questi contenuti vengono presentati (impostazione grafica, colori...); RSS legge sia i contenuti sia il modo in cui: RSS tiene insieme le informazioni primarie e le informazioni di corredo e, se le tiene insieme, è in grado anche di aggregarle per affinità o contrapposizione o vedi tu. In un blog, per esempio, ci sono 2 livelli: l'informazione "granulare" ( i singoli post) e la personalità dell'autore (il modo come vengono "posti" dal postino). RSS è tanto più bravo quanto più sa smontare i singoli contenuti e poi riaggregarli come note di una melodia (il paragone è mio) in modo da non discordare tra di loro; se è proprio bravo agisce come la poesia quando fa sì che anche "le cose dissonanti insieme tengan concento d'armonia divina" (Foscolo). RSS è come un produttore che sceglie tra mille canzoni quelle 10 che stiano bene insieme in un disco (Roncaglia). RSS ti dà quindi questa possibilità di aggregare contenuti modulari tra di loro, perché è in grado di costruire i legami che tengano insieme i moduli; quindi prima rimescola e poi aggrega. Ma un programma è sempre un programma; viaggia in automatico, rischia di essere lucido ma anche freddo marmato: seziona il cadavere, ma non lo fa rivivere (paragone mio): questo soffio vitale Roncaglia lo chiama "l'in più narrativo" necessario alla didattica, io direi il supplemento d'anima. E allora occorre orientare l'utente, occorre "umanare" (termine mio) il robot-programma, dargli, oltre alla memoria, intelligenza e sentimento; ci vogliono, insiste Roncaglia, le "istruzioni per l'uso", occorre un lungo tirocinio di formazione all'uso degli strumenti. Da qui potrà venir fuori la personalizzazione del sito.
Se RSS è un linguaggio fatto di "marcatori" (items), XML è il metalinguaggio che dà le regole al RSS. Occorre quindi arrivare a convenzioni comuni sui linguaggi di incapsulamento per far sì che RSS migliori via via la sua capacità di progressiva umanizzazione, da perfetto robot che può essere. E qui viene la domanda fatta da un blogghista esperto di come arrivare a filtraggi sempre più intelligenti. Roncaglia accenna a possibili sottoaggregazioni...
E qui la mente mia non ha più possa,
se pur la ruota del disio e del velle
vorrebbe continuare la sua mossa
sempre più su fino a toccar le stelle.
PS. Ringrazio il prof. Roncaglia, come ho fatto a voce, della chiarezza espositiva. Il mio riassunto non è stato da lui rivisto. Per questo ho "marcato" come "mie" certe parafrasi allegoriche, frutto del mio disio e del velle di strafare un po'. La bellezza di non avere un caporedattore.
mercoledì, maggio 18, 2005

La spada e la croce
"A quel tempo ero amica di John Dexter. La legge sull’omosessualità non era ancora cambiata e l’avevano trovato con un ragazzo. Gli dettero sei mesi e lo spedirono a Wormwood Scrubs. Tutti i suoi amici lo andarono a trovare. Io ci andai due volte. La prima fu terribile, non tanto perché la prigione era brutta e triste, come mi aspettavo, ma perché sembrava che John si fosse trasformato nel proprio contrario e continuava ripetere che meritava di essere punito, che la polizia aveva fatto bene, che lui aveva sbagliato. La volta dopo era tornato normale, ma intanto io pensavo a quanto siamo fragili noi tutti, così in bilico sulle nostre convinzioni, sui principi, su ciò che pensiamo di essere. John non aveva subito maltrattamenti fisici, ma era stato bersagliato di insulti dai giornali, era comparso in tribunale ed era stato oggetto di disprezzo, era stato condannato come un malfattore, per poi finire in quel posto triste ed essere punito. Non c’è da stupirsi che le persone facciano false confessioni e dicano: “Sì, sono colpevole”. Ma io non l’avevo mai visto prima, non lo capivo e ne avevo paura, vedendo quant’è sottile la pellicola che la civiltà stende sulle nostre finzioni.
Molto tempo dopo, tenni una lezione sulle barriere percettive che ci impediscono una visione chiara, una delle quali è il senso di colpa. Quando ci fu la discussione, uno dopo l’altro tutti vennero a chiedermi qualcosa sulla colpa. La colpa, soltanto la colpa, come se non avessi parlato d’altro. Credo che non sia affatto una domanda semplice.
Quanto segue l’ho appena trovato in un libro, The Prospect Before Her, di Olwen Hufton. Siamo nel 1707. E’ la predica di un gesuita.
Spiegò loro (donne e ragazze) l’enormità dei loro peccati e del cattivo uso che tanto spesso avevano fatto dei sangue di Gesù Cristo (facendo la comunione in uno stato peccaminoso). Mise davanti a loro l’immagine di Cristo crocifisso rimproverandole per la loro ingratitudine e la loro perfidia. Se non l’avessi visto con i miei occhi, avrei fatto fatica a credere all’effetto di quel discorso. Si prostravano a terra, faccia in giù. Alcune si battevano il petto e altre la testa contro le pietre invocando a gran voce il perdono e la misericordia di Dio. Negli eccessi del proprio dolore dichiaravano la loro colpa. Spingevano tali eccessi a tal punto che il sacerdote temeva si facessero male e ordinò loro di smettere di lamentarsi così da poter finire le proprie esortazioni. Ma non riuscì a zittirle. Si rassegnò a spargere qualche lacrima e a interrompere il suo discorso."
Da Doris Lessing, Camminando nell’ombra, sec. Vol. pg.226-227, Feltrinelli ed.
Commento estemporaneo:
* Il gesuita è lo Stato che, facendo entrare le regole religiose nelle sue Leggi, dichiara reato quello che la religione dichiara peccato.
John Dexter è colui che considera colpa morale tutto ciò che viene dichiarato colpa legale dalle Leggi dello Stato.
Esempi per analogia: Bottiglione che chiede la messa fuori Legge delle coppie omosessuali. Gli on. Casini e Andreotti che non si presenteranno al Re Ferendum il prossimo 12 giugno.
Esempi per contrapposizione: Bertrand Russell imprigionato per 6 mesi per aver scritto un articolo contro la guerra nel 1918.
Zapatero che enuncia il suo teorema: le libertà civili finiscono quando le regole religiose entrano nelle Leggi dello Stato.
*Le donne piangenti sono le folle di Piazza S.Pietro che inneggiano a Giovanni Paolo ora più che mai Benedetto.
Altri esempi? Qualche correttivo?
martedì, maggio 17, 2005
Calendario laico
I nostri santi

18 maggio 1939
23 maggio 1992
Giovanni Falcone nasce a Palermo il 18 maggio 1939, da Arturo, direttore del Laboratorio chimico provinciale, e da Luisa Bentivegna. Dopo aver frequentato il Liceo classico "Umberto" compie una breve esperienza presso l'Accademia navale di Livorno. Decide di tornare nella città Natale per iscriversi alla Facoltà di Giurisprudenza e consegue la laurea nel 1961.
...
Falcone fu personaggio discusso, per alcuni molto odiato in vita e molto amato dopo la morte, un personaggio diffidente e schivo, ma tenace ed efficiente. Per quanto fosse un uomo normale, ha lottato in prima persona con tutte le sue forze per tutelare la propria autonomia di giudice in trincea contro la mafia, e oggi è considerato a tutti gli effetti un simbolo positivo, una storia da non dimenticare.
Una storia da non dimenticare

Bertrand Arthur William Russell nacque il 18 maggio 1872 a Ravenscroft. A causa della morte precoce dei suoi genitori venne allevato dalla nonna, scozzese e presbiteriana, sostenitrice dei diritti degli Irlandesi e contraria alla politica imperialista inglese in Africa. Ricevette la prima educazione da precettori privati agnostici, imparando perfettamente il francese e il tedesco, appassionandosi fin da subito, grazie alla ricca biblioteca del nonno, alla storia e soprattutto alla geometria di Euclide. Attraverso il pensiero del grande matematico dell'antichità, il piccolo Russell scoprì la bellezza e il rigore di quella disciplina, troppo spesso vista a torto come un'arida astrazione.
Bertrand Arthur William Russell nacque il 18 maggio 1872 a Ravenscroft. A causa della morte precoce dei suoi genitori venne allevato dalla nonna, scozzese e presbiteriana, sostenitrice dei diritti degli Irlandesi e contraria alla politica imperialista inglese in Africa. Ricevette la prima educazione da precettori privati agnostici, imparando perfettamente il francese e il tedesco, appassionandosi fin da subito, grazie alla ricca biblioteca del nonno, alla storia e soprattutto alla geometria di Euclide. Attraverso il pensiero del grande matematico dell'antichità, il piccolo Russell scoprì la bellezza e il rigore di quella disciplina, troppo spesso vista a torto come un'arida astrazione.
Nel 1918, per aver scritto un articolo a favore del pacifismo, dovette scontare sei mesi di carcere
Pacifista convinto dal tempo del primo conflitto mondiale fino alla guerra del Vietnam, si batté negli anni '50 insieme ad Albert Einstein contro gli armamenti atomici.
Leggilo qui
La critica della religione
È lo stesso Russell a dirci che, all’età di quattordici anni, egli abbandonò in successione ogni fede nel libero arbitrio, nell’immortalità dell’anima e in Dio, il che gli consentì di vivere “molto più felice” di prima. Fu questo il motivo che lo spinse a cercare di convincere le altre persone che è possibile trovare la felicità percorrendo la sua stessa strada. In effetti la notevole popolarità di Russell presso il grande pubblico è dovuta, oltre che alla sua magistrale sintesi divulgativa dell’intera storia della filosofia, alla vena di polemista anti-religioso ed agnostico, all’esaltazione del “libero pensiero” e al suo impegno politico di liberale radicale disposto a subire arresto e detenzione per difendere le proprie idee. Russell chiarisce più volte nei suoi scritti di non essere ateo, ma agnostico ( AGNOSTICISMO). L’evidenza che abbiamo a favore dell’esistenza di Dio è del tutto insufficiente, ma non esistono prove inconfutabili nemmeno in senso contrario. A chi gli chiede «Gli agnostici sono atei?», Russell risponde: «No, un ateo, come un cristiano, sostiene che noi possiamo sapere se c’è o non c’è un Dio. Il cristiano sostiene che possiamo sapere che vi è un Dio; l’ateo che possiamo sapere che non c’è. L’agnostico sospende il giudizio, dicendo che non vi sono elementi sufficienti né per l’affermazione né per la negazione». Vi è a questo proposito un celebre aneddoto. Dopo una conferenza gli fu chiesto quale atteggiamento avrebbe assunto se, dopo la morte, avesse incontrato Dio, e questa fu la sua risposta: «Perché hai prodotto evidenze così insufficienti a favore della Tua esistenza?». La polemica anti-religiosa del filosofo britannico non è quindi quella tradizionale degli atei ( ATEISMO). Russell polemizza piuttosto con le Chiese, colpevoli a suo parere di ingannare le persone semplici facendo loro credere cose assurde e mentendo deliberatamente a proposito della summenzionata insufficienza delle prove a favore dell’esistenza di Dio.
Trovato qui
lunedì, maggio 16, 2005
sabato, maggio 14, 2005
14 maggio
1948 - Palestina: partono gli inglesi, arriva Israele.
venerdì, maggio 13, 2005
La catena di S.Carlo (Marx)
100 sterline
"Una volta che ero totalmente a corto di soldi da non sapere che pesci prendere, ricevetti una lettera di persone sconosciute, comunisti, che mi scrivevano di aver saputo che ero in cattive acque, apprezzavano i miei libri e accludevano 100 sterline. A quei tempi erano un sacco di soldi. Non mi chiedevano di restituirli, ma quando ne avessi avuti abbastanza gli sarebbe piaciuto che li mandassi a qualcuno che ne aveva bisogno con la stessa richiesta: passarli a chiunque si trovasse in stato di necessità"
(Doris Lessing, Camminando nell'ombra, autobiografia, Feltrinelli, II vol.. 1999, pg.75)
Segnalato da Paola, la lettrice di casa (media di 2 libri a settimana).
Interviste in video
In italiano
Perche' l'ADSL in Italia costa così tanto?
Leggi la risposta
13 maggio 1909

Luigi Ganna
nasce il Giro d'Italia.
Dato il via alla prima tappa Milano-Bologna, vinta da DArio Beni, della Bianchi. 397 km sulle strade di allora!
I TEMPI EROICI
E’ forse questa la magia del Giro, che inizia la sua avventura agli inizi del secolo scorso, precisamente nel 1909. Parlare di ciclismo eroico non è azzardato, basta scorgere qualche foto d’epoca ed analizzare le rare immagini filmate. Strade praticamente impercorribili, rigorosamente - o quasi - sterrate, qualche auto al seguito, ma di fatto corridori soli con il loro destino: tecnologia ancora primordiale, bici pesanti e tubolari di scorta portati trasversalmente a rendere ancora più complicata la situazione. Subito al primo Giro emerge il dualismo più antico, quello tra Luigi Ganna e Carlo Galetti. Ganna è il primo vincitore, Galetti si prende la grande rivincita l’anno dopo. Il Giro comincia sempre più a entrare nei cuori di un’Italia molto diversa da quella attuale, un’Italia contadina che si specchia nelle fatiche degli atleti. E’ così che si impone il primo vero mito del nostro ciclismo, Costante Girardengo. “Vai Girardendo, vai grande campione…” recita una canzone di De Gregori che narra di un ladro amico del ciclista che viene arrestato sul traguardo, tradito dall’amicizia e dalla irrefrenabile voglia di andare ad applaudire il grande Costante sul traguardo.
Continua
IL DEBUTTO
Il primo Giro d'Italia parte il 13 maggio 1909 alle 2.53 del mattino dal rondò di Loreto, a Milano. Le tappe sono 8, per un totale di 2448 chilometri, e 127 sono i concorrenti, dei quali solo 49 giungono a Milano. Al seguito ci sono otto vetture: quattro per le squadre, due per l'organizzazione e la giuria, due per i giornalisti. I corridori vengono fotografati uno per uno prima della partenza, affinché non ci siano dubbi sulla loro identità.
Le notizie della corsa pervengono attraverso dispacci telegrafici che l'organizzazione appende dentro le vetrine della Lancia-Lyon Peugeot, in Piazza Castello, mentre i pochi che possiedono il telefono possono informarsi chiamando il 33.68. A quella prima edizione partecipano Potier, detto "frou frou", vincitore del Tour 1906 e Trousselier, a segno nell'edizione 1905 della Grande Boucle. Anche il celebre Petit Breton è al via, ma si ritirerà per una caduta nella prima tappa, la Milano-Bologna. Il montepremi del Giro all'esordio è di 25 mila lire. Luigi Ganna, il primo vincitore, guadagna 5.325 lire, l'ultimo classificato 300 lire. Niente male visto che lo stipendio di Armando Cougnet, Direttore del Giro (oltre che amministratore del giornale e caporedattore della rubrica ciclismo) ammonta a 120 lire mensili. Costamagna, il direttore del giornale, ne guadagna 150.
Continua
2 foto
Ancora foto
giovedì, maggio 12, 2005
Il giardino dell’iris
Firenze, Piazzale Michelangelo. Autobus n.12, 13.
Aperto fino al 20 Maggio, ore 10-12,30, 15-19. Chiuso lunedì mattina.
Entrata gratuita.
Chi transita da Firenze vada a vederlo, non da solo. E con macchina fotografica. Domenica 15 è previsto bel tempo.
Stamani, 12 maggio, è toccato a Stigli e Paola. Qualche foto nell'album.
12 maggio 1974
!2 giugno 2005
Anniversari
Do you remember?
mercoledì, maggio 11, 2005
Luna e Spillo
La mia cagna Luna
La mia cagna si chiama Luna. L’abbiamo chiamata così perché ha sul muso una lunga striscia bianca a forma di luna. Luna è un cane di razza, è un Bovaro del bernese, un “cugino” del San Bernardo. Luna è ancora un cucciolo, perché ha un anno di vita, però è già molto grossa. Ha il pelo nero e lungo e quando piove le vengono le “frisé”. Ha le zampe grosse e se portasse le scarpe porterebbe il 49! I suoi occhi sono belli, buoni e generosi. Il suo naso è nero e a forma di patata. Durante questo inverno Luna si è persa; l’abbiamo cercata dappertutto, abbiamo anche messo degli avvisi nei bar per ritrovarla. Alla fine un signore di Raggialo ci ha chiamati per dirci che aveva visto Luna. Allora il babbo è partito come un razzo per andare a prenderla.
Il mio gatto Spillo
Il mio gatto si chiama Spillo. In Estate l’abbiamo preso alla Coop, lì fuori dove c’erano delle ragazze che ce l’hanno dato e noi l’abbiamo portato a casa. Venti giorni fa Spillo era andato via e noi eravamo molto preoccupati. Però ieri la mia mamma l’ha ritrovato, mentre stava facendo una passeggiata. Spillo era andato da un nostro amico che vive vicino a S.Martino. Quando la mia mamma è passata davanti alla sua casa, Spillo ha cominciato a seguirla miagolando e così la mia mamma si è girata e l’ha visto. All’inizio lei non lo riconosceva perché era molto magro, ma poi l’ha riconosciuto da una piccola striscia sul collo, che sembra un piccolo torrente. Spillo è bianco, nero e grigio. Spesso lui dorme sopra il mio cane che si chiama Luna. A volte lui allontana gli altri gatti per mangiare tutto il cibo da solo. Quando apro la porta di casa Spillo parte come un razzo per entrare. Poi si distende sul divano vicino a me e ronfa beato come un ghiro, mentre io guardo i cartoni.
Dal diario di Anna, terza elementare, S.Piero in Frassino, località Le Lame (alto Casentino), Aprile 2005.
NB. A proposito dello smarrimento di Luna c’è da precisare che la cagna, cugina dei S.Bernardo, ha passato 3 notti 3 all’addiaccio sotto le pendici del Pratomagno, a temperature polari. Ritrovata un po’ stordita, ma “fresca come una rosa”: lei patisce solo il caldo; una stufa semovente.
Le foto

UN ODORE DIVERSO
Quell’estate rimasi sola per quindici giorni perchè i padroni erano andati via. I primi tre o quattro e godetti pazzamente, correndo qua e là per i campi intorno e tornando alla casa solo quando il sole ricompariva, profumata di terra e col pelo annodato di bacche spinose e fili d’erba secca. Guardavo i gatti con disprezzo, come del resto avevo sempre fatto, ma ora di più perché mi sentivo libera e loro invece erano sempre lì accoccolati vicino al tavolo sotto l’ombra dei bossi e si muovevano solo la mattina quando arrivava in macchina la Lori dal paese a riempirci la scodella di croccantini, a tutt’e quattro. Quando mi buttavo per terra stanca e allungavo il muso per sentire la frescura dell’erba, li guardavo con rabbia e pensavo a come potevano stare lì squinternati al sole le mezze giornate, senza cercare odori, senza correre giù verso il bosco dove frusciavano le lucertole, buoni solo a confondere le loro teste lanose e grigie sul bordo della scodella per mangiare. Senza interrompersi mai, senza guardare intorno, come stupidi. Allora correvo su all’impazzata, ci ficcavo anch’io il muso in quella scodella e facevo piazza pulita degli odiati croccantini. Solo per levarli a loro. Sapevo che gli amici dei padroni li trovavano carini quei gatti. La vecchia gatta quasi persiana dal muso stucchevolmente perfetto con gli occhi verdi piazzati in diagonale stava sempre all’ombra sotto i ciuffi di rosmarino, quasi senza muoversi, con quell’espressione fissa tanto sdolcinata che pareva tonta. Secondo me, aveva il pelo abbastanza acciaccato e ormai irrecuperabile, anche se non faceva altro che leccarsi. Poi c’era il maschietto figlio, bello a suo modo col muso da duro e il triangolo bianco del pelo davanti. Quando chiudeva gli occhi, mi venivano in mente i bambini molto piccoli che qualche volta avevo visto in carrozzina. Lui invece stava spesso sdraiato sotto il tavolo e di lì guardava ogni tanto dalle fessure degli occhi. Quando era più piccolo, lo avevo amato un po’, rincorrendolo e leccandolo, ma col tempo lui si era ribellato, aveva imparato a soffiare e non voleva più giocare con me. Poi c’era la smorfiosa, la rossina magra dagli occhi gialli nel musino a triangolo. Era agile e flessuosa quando correva giù per l’orto fra le gambe della padrona. Quando lei la carezzava, diventava gelosa matta.
Perché il suo pelo era rado e il suo corpo magro e non c’era paragone col mio pelo riccio e nero che era un nero quasi blu e fra i suoi occhietti gialli e i miei che sono color dell’orzo bruciato. Lo so che in certi momenti hanno l’aria birbona, ma proprio di questo sono contenta, come delle mie zampe grosse e ben piantate, delle unghie solide e scure, rivestite di un bel pelo marrone, della coda affilata con lo spennacchietto bianco in cima che sembra intinto nel latte – una cosa unica, credo – e sotto, all’attaccatura, quel praticello nocciola che pare sfuggito per caso alla colorazione nera di tutto il resto. Per questo vorrei che tutti guardassero e carezzassero me, quelli che hanno il potere di farlo, come i padroni e i loro amici. E così aspettavo lei quando veniva, quell’amica che mi faceva segno di lontano e mi abbracciava in quel modo, mentre io sentivo un odore che avevo sentito anche altre volte, ma così forte mai. Mi ricordava un odore vecchio, che non sono tanto sicura se l’ho davvero sentito o l’ho solo immaginato, l’odore della mia mamma in quel brevissimo tempo in cui stetti con lei. Io lo avevo capito subito che quegli abbracci erano diversi, erano un po’ come i miei, lo sentivo che confondevano due nature simili, due odori che si mescolavano volentieri. Aprivo la bocca, lei mi ci infilava la mano e io stringevo, ma poco e intanto sentivo il sapore della carne calda e tastavo con la punta affilata dei canini gli ossetti duri e delicati. Quando diceva “Basta”, smettevo di stringere, ma a malincuore perché quello era il modo che preferivo per sentire la sua presenza, per assaporare il gusto della sua carne che era diversa dalla mia, ma anche simile. E poi lei mi iniziò a quella incredibile esperienza dell’accarezzamento del mio corpo che faceva con una mano a cominciare dal petto, scendendo poi giù alle cosce che io divaricavo ben bene perché le carezze fossero più profonde. E intanto mi diceva parole dolci. “Ma di chi è questo bel pettorone bianco, ma di chi sarà questa bella pancia rosa morbidona e queste belle cosciotte color oro fulvo di chi sono”.
Questo lo faceva con una mano mentre con l’altra mi reggeva una zampa e intanto mi stringeva la testa. Il fatto era che lei si stufava dopo un po’.
- Via, ora ho da fare – diceva scostandomi e io invece non ne volevo sapere perché con cosa avrei potuto sostituire quel piacere? Allora tornavo all’assalto, insistevo strofinando la testa contro il suo braccio, ma lei si arrabbiava e si allontanava brusca. Ma sapevo che sarebbe tornata perché anche lei era attratta dalla richiesta evidente nei miei occhi, quando la guardavo stesa sul pavimento della cucina. Quel messaggio che mandavo le faceva assaporare il momento in cui avrebbe infilato le mani nel pelo folto del mio petto, sotto la gola e mi avrebbe chiuso la bocca per un attimo ridendo, mentre fissava il mio muso che si contorceva per liberarsi. Qualche volta mi tirava i baffi e me li lasciavo tirare perché faceva piano e poi finiva sempre a carezzare. Dopo il lungo tempo della notte in cui loro erano chiusi in casa e noi fuori sotto la loggia e nella capanna degli attrez-zi, imparai ad aspettarla la mattina, quando apriva la porta-finestra della camera. Appena la intravedevo fra le ante che si aprivano, le saltavo addosso con le zampe al petto. Lei rimaneva male all’inizio, disturbata dalla violenza, ma poi finiva soggiogata, quel tanto che mi bastava a compensare la lunga mancanza della notte. Un altro appostamento era al filo dove tendeva i panni. Mentre lei scendeva il leggero pendio col catino della roba lavata, sapevo che avrei potuto avere la meglio e la prendevo da dietro, appuntandole le zampe alle spalle. Una volta le strappai la camicetta e lei mi allontanò infuriata. Ma sapevo che sarei potuta tornare a girarle là intorno, mentre finiva di stendere i panni e intanto mi parlava, un po’ sgridandomi, un po’ facendomi complimenti, Ormai la conoscevo bene e sapevo che la sgridata era una nuvola leggera che sarebbe scomparsa presto e che comunque rendeva più godibile il ritorno del sereno.
Un’altra occasione che cercavo di non lasciarmi scappare mai era quando entrava in casa da un’entrata laterale. C’era una scaletta che girava ad angolo. Se mi mettevo sulla sinistra della scala, lei a un certo punto, passandomi accanto, si trovava sotto di me e io potevo allungare una zampa e toccarla. Avrei potuto addirittura saltarle addosso, ma non lo feci mai perché mi sembrava veramente un’arditezza eccessiva, che lei non mi avrebbe perdonata mai e invece che una richiesta, sarebbe diventata una violenza. Non mi ci riconoscevo.
In quei giorni d’estate non facevo un gran che. Il caldo mi levava la voglia di fare le corse pazze giù al paese dove c’erano i mangiari che la gattara preparava per i gatti spersi. Non arrivavo più nemmeno al fiume che scorreva, pulito e tranquillo, data la scarsezza dell’acqua e dove avrei potuto rincorrere le anatre che ci stavano sempre piuttosto fitte. Erano là impettite, con l’aria stupida. Mi piaceva spaventarla, ma era sempre una fatica perché si tenevano al largo col loro fare sussiegoso. .
Quando il verde degli alberi stava ormai ingiallendo e la valle si faceva più silenziosa e cominciava a riprendere quel colore viola bruno che mi piaceva tanto, lei tornò e mi accorsi che era cambiata, con qualche ruga in più e l’aria un po’ abbattuta. Ma era più attenta a me. Mi faceva dei giochi che prima non faceva, come voltarsi all’improvviso, mentre riposavo e magari aspettavo che arrivasse l’occasione, e venire lei a prendermi il muso e stringerlo o carezzarmi sulla testa e sulla pancia. Era una sensazione incredibile quella del passaggio improvviso dall’aspettativa incerta alla felicità straripante che mi riempiva tutta. A volte addirittura entrava in una stanza che restava sempre semibuia con le imposte accostate, fingendo di andare a prendere qualcosa, io la seguivo a due passi di distanza. Il buio mi ha sempre dato un senso di attesa ma anche d’inquietudine.
A un certo momento, di scatto si voltava ed era tutta per me in un gioco meraviglioso a cui la penombra della stanza aggiungeva incanto. E io la ripagavo bevendo sempre dalla caldarella quando lei portava l’acqua ai vasi dei fiori o trascurando la scodella dei croccantini per mangiare solo i tozzetti di pane secco che lei mi dava, quand’eravamo sole in cucina.
Ora mi lasciava entrare spesso in casa. Stavo sdraiata in un angolo della grande stanza e giravo gli occhi dietro a lei che si spostava qua e là. Aspettavo il tozzetto e forse più il gesto, ma lei spesso era pensosa. Speravo che si voltasse improvvisamente, con quello scarto che mi piaceva tanto e mi immergesse finalmente le mani nel folto del pelo.
Qualche volta lo faceva, allora la guardavo con gli occhi che mi pareva fossero diventati incandescenti e la vedevo tornata quella di sempre, mentre mi diceva: - Questo è il pettorone più bello del mondo e questa è la panciona più speciale che c’è.- Quando andò via, mi lasciò entrare in camera dove non ero mai stata altro che di sfuggita, perché avevo capito che non voleva e vidi tutti i preparativi. Toglieva dall’armadio i vestiti, li piegava e li riponeva in valigia. Tolse anche tutto quello che c’era sul tavolino. Quando uscì, non ebbi la forza di saltarle addosso e neppure di andare alla macchina. Rimasi a guardare da lontano mentre lei accomodava tutto ed entrava. Da ultimo si voltò, mandandomi uno sguardo che mi inchiodò lì ferma. Seguii con gli occhi la macchina fino a che sparì alla curva. Allora andai in capanna e ci rimasi fino a notte. Sentii che mi cercavano.
Parecchie altre amiche della padrona sono venute dopo, ma non avevano quell’odore.
Racconto inedito di Paola (p.g.c.), su sollecitazione di Ornella.
giovedì, maggio 05, 2005
Calendario laico

6 Maggio 1856, nasce a Freiburg (Moravia)Sigmund Freud
La lettera di Einstein a Freud
Caputh (Potsdam), 30 luglio 1932
Caro signor Freud,
... La domanda è: C'è un modo per liberare gli uomini dalla fatalità della guerra?
...
La sete di potere della classe dominante è in ogni Stato contraria a qualsiasi limitazione della sovranità nazionale. Questo smodato desiderio di potere politico si accorda con le mire di chi cerca solo vantaggi mercenari, economici. Penso soprattutto al piccolo ma deciso gruppo di coloro che, attivi in ogni Stato e incuranti di ogni considerazione e restrizione sociale, vedono nella guerra, cioè nella fabbricazione e vendita di armi, soltanto un'occasione per promuovere i loro interessi personali e ampliare la loro personale autorità.
...com'è possibile che la minoranza ora menzionata riesca ad asservire alle proprie cupidigie la massa del popolo, che da una guerra ha solo da soffrire e da perdere?
Vi è una possibilità di dirigere l'evoluzione psichica degli uomini in modo che diventino capaci di resistere alle psicosi dell'odio e della distruzione?
La risposta di Freud
Vienna, Settembre 1932
... Diritto e violenza sono per noi oggi termini opposti. È facile mostrare che l'uno si è sviluppato dall'altro e, se risaliamo ai primordi della vita umana per verificare come ciò sia da principio accaduto, la soluzione del problema ci appare senza difficoltà
Questo è dunque lo stato originario, il predominio del più forte, della violenza bruta o sostenuta dall'intelligenza.
Sappiamo che questo regime è stato mutato nel corso dell'evoluzione, che una strada condusse dalla violenza al diritto, ma quale? Una sola a mio parere: quella che passava per l'accertamento che lo strapotere di uno solo poteva essere bilanciato dall'unione di più deboli. L'union fait la force. La violenza viene spezzata dall'unione di molti, la potenza di coloro che si sono uniti rappresenta ora il diritto in opposizione alla violenza del singolo. Vediamo così che il diritto è la potenza di una comunità. E ancora sempre violenza, pronta a volgersi contro chiunque le si opponga, opera con gli stessi mezzi, persegue gli stessi scopi; la differenza risiede in realtà solo nel fatto che non è più violenza di un singolo a trionfare, ma quella della comunità.
...Vediamo dunque che anche all'interno di una collettività non può venire evitata la risoluzione violenta dei conflitti. Ma le necessità e le coincidenze di interessi che derivano dalla vita in comune sulla medesima terra favoriscono una rapida conclusione di tali lotte, e le probabilità che in queste condizioni si giunga a soluzioni pacifiche sono in continuo aumento.
... la conquista ha potuto fino ad oggi creare soltanto unificazioni parziali anche se di grande estensione, e sono proprio i conflitti sorti all'interno di queste unificazioni che hanno reso inevitabile il ricorso alla violenza. Così l'unica conseguenza di tutti questi sforzi bellici è che l'umanità ha sostituito alle continue guerricciole le grandi guerre, tanto più devastatrici quanto meno frequenti.
Per quanto riguarda la nostra epoca. si impone la medesima conclusione a cui Lei è giunto per una via più breve. Una prevenzione sicura della guerra è possibile solo se gli uomini si accordano per costituire un'autorità centrale, al cui verdetto vengano deferiti tutti i conflitti di interessi.
...
Lei si meraviglia che sia tanto facile infiammare gli uomini alla guerra, e presume che in loro ci sia effettivamente qualcosa, una pulsione all'odio e alla distruzione, che è pronta ad accogliere un'istigazione siffatta.
Noi presumiamo che le pulsioni dell'uomo siano soltanto di due specie, quelle che tendono a conservare e a unire - da noi chiamate erotiche, - e quelle che tendono a distruggere e a uccidere; queste ultime le comprendiamo tutte nella denominazione di pulsione aggressiva o distruttiva.
È assai raro che l'azione sia opera di un singolo moto pulsionale, il quale d'altronde deve essere già una combinazione di Eros e distruzione. Di regola devono concorrere parecchi motivi similmente strutturati per rendere possibile l'azione.
... la rosa dei moventi: “I motivi per i quali si agisce si potrebbero ripartire come i trentadue venti e indicarli con nomi analoghi, per esempio "Pane-Pane-Fama" o "Fama-Fama-Pane". Pertanto, quando gli uomini vengono incitati alla guerra, è possibile che si destino in loro un'intera serie di motivi consenzienti, nobili e volgari, alcuni di cui si parla apertamente e altri che vengono taciuti. Non è il caso di enumerarli tutti. Il piacere di aggredire e distruggere ne fa certamente parte; innumerevoli crudeltà della storia e della vita quotidiana confermano la loro esistenza e la loro forza. Il fatto che questi impulsi distruttivi siano mescolati con altri impulsi, erotici e ideali facilita naturalmente il loro soddisfacimento. Talvolta, quando sentiamo parlare delle atrocità della storia, abbiamo l'impressione che i motivi ideali siano serviti da paravento alle brame di distruzione; altre volte, ad esempio per le crudeltà della Santa Inquisizione, che i motivi ideali fossero preminenti nella coscienza, mentre i motivi distruttivi recassero a quelli un rafforzamento inconscio. Entrambi i casi sono possibili
Tuttavia vorrei intrattenermi ancora un attimo sulla nostra pulsione distruttiva, meno nota di quanto richiederebbe la sua importanza. Con un po' di speculazione ci siamo convinti che essa opera in ogni essere vivente e che la sua aspirazione è di portarlo alla rovina, di ricondurre la vita allo stato della materia inanimata. Con tutta serietà le si addice il nome di pulsione di morte, mentre le pulsioni erotiche stanno a rappresentare gli sforzi verso la vita. La pulsione di morte diventa pulsione distruttiva allorquando, con l'aiuto di certi organi, si rivolge all'esterno, verso gli oggetti. L'essere vivente protegge, per così dire, la propria vita distruggendone una estranea. Una parte della pulsione di morte, tuttavia, rimane attiva all'interno dell'essere vivente e noi abbiamo tentato di derivare tutta una serie di fenomeni normali e patologici da questa interiorizzazione della pulsione distruttiva. Siamo perfino giunti all'eresia di spiegare l'origine della nostra coscienza morale con questo rivolgersi dell'aggressività verso l'interno. Noti che non è affatto indifferente se questo processo è spinto troppo oltre in modo diretto; in questo caso è certamente malsano. Invece il volgersi di queste forze pulsionali alla distruzione del mondo esterno scarica l'essere vivente e non può avere un effetto benefico. Ciò serve come scusa biologica a tutti gli impulsi esecrabili e pericolosi contro i quali noi combattiamo. Si deve ammettere che essi sono più vicini alla natura di quanto lo sia la resistenza con cui li contrastiamo e di cui ancora dobbiamo trovare una spiegazione.
...D'altronde non si tratta, come Lei stesso osserva, di abolire completamente l'aggressività umana; si può cercare di deviarla al punto che non debba trovare espressione nella guerra.
Se la propensione alla guerra è un prodotto della pulsione distruttiva, contro di essa è ovvio ricorrere all'antagonista di questa pulsione: l'Eros. Tutto ciò che fa sorgere legami emotivi tra gli uomini deve agire contro la guerra.
Questi legami possono essere di due tipi. In primo luogo relazioni che pur essendo prive di meta sessuale assomiglino a quelle che si hanno con un oggetto, d'amore. La psicoanalisi non ha bisogno di vergognarsi se qui parla di amore, perché la religione dice la stessa cosa: “Ama il prossimo tuo come te stesso.” Ora, questo è un precetto facile da esigere, ma difficile da attuare.
L'altro tipo di legame emotivo è quello per identificazione. Tutto ciò che provoca solidarietà significative tra gli uomini risveglia sentimenti comuni di questo genere, le identificazioni. Su di esse riposa in buona parte l'assetto della società umana.
...un secondo metodo per combattere indirettamente la tendenza alla guerra: fa parte dell'innata e ineliminabile disuguaglianza tra gli uomini la loro distinzione in capi e seguaci. Questi ultimi sono la stragrande maggioranza, hanno bisogno di un'autorità che prenda decisioni per loro, alla quale perlopiù si sottomettono incondizionatamente. Richiamandosi a questa realtà, si dovrebbero dedicare maggiori cure, più di quanto si sia fatto finora, all’educazione di una categoria superiore di persone dotate di indipendenza di pensiero, inaccessibili alle intimidazioni, e cultrici della verità, alle quali dovrebbe spettare la guida delle masse prive di autonomia. Che le intrusioni del potere statale e la proibizione di pensare sancita dalla Chiesa non siano favorevoli ad allevare cittadini simili non ha bisogno di dimostrazione.
Perché ci indigniamo tanto contro la guerra, Lei e io e tanti altri, perché non la prendiamo come una delle molte e penose calamità della vita? La guerra sembra conforme alla natura, pienamente giustificata biologicamente, in pratica assai poco evitabile. Non inorridisca perché pongo la domanda. Al fine di compiere un'indagine come questa è forse lecito fingere un distacco di cui in realtà non si dispone. La risposta è: perché ogni uomo ha diritto alla propria vita, perché la guerra annienta vite umane piene di promesse, pone i singoli individui in condizioni che li disonorano, li costringe contro la propria volontà a uccidere altri individui, distrugge preziosi valori materiali, prodotto del lavoro umano, e altre cose ancora. Inoltre la guerra nella sua forma attuale non dà più alcuna opportunità di attuare l'antico ideale eroico e la guerra di domani, a causa del perfezionamento dei mezzi di distruzione, significherebbe lo sterminio di uno o forse di entrambi i contendenti.
... credo che la ragione principale per cui ci indigniamo contro la guerra è che non possiamo fare a meno di farlo
Ecco quello che voglio dire: Da tempi immemorabili l'umanità è soggetta al processo dell'incivilimento . Dobbiamo ad esso il meglio di ciò che siamo divenuti e buona parte di ciò di cui soffriamo. Le sue cause e origini sono oscure, il suo esito incerto, alcuni dei suoi caratteri facilmente visibili. Forse porta all'estinzione del genere umano, giacché in più di una guisa pregiudica la funzione sessuale, e già oggi si moltiplicano in proporzioni più forti le razze incolte e gli strati arretrati della popolazione che non quelli altamente coltivati. Forse questo processo si può paragonare all'addomesticamento di certe specie animali; senza dubbio comporta modificazioni fisiche; tuttavia non ci si è ancora familiarizzati con l'idea che l'incivilimento sia un processo organico di tale natura. Le modificazioni psichiche che intervengono con l'incivilimento sono invece vistose e per nulla equivoche. Esse consistono in uno spostamento progressivo delle mete pulsionali e in una restrizione dei moti pulsionali. Sensazioni che per i nostri progenitori erano cariche di piacere, sono diventate per noi indifferenti o addirittura intollerabili; esistono fondamenti organici del fatto che le nostre esistenze ideali, sia etiche che estetiche, sono mutate. Dei caratteri psicologici della civiltà, due sembrano i più importanti il rafforzamento dell'intelletto che comincia a dominare la vita pulsionale, e l'interiorizzazione dell'aggressività, con tutti i vantaggi e i pericoli che ne conseguono. Orbene, poiché la guerra contraddice nel modo più stridente a tutto l'atteggiamento psichico che ci è imposto dal processo civile, dobbiamo necessariamente ribellarci contro di essa: semplicemente non la sopportiamo più; non si tratta soltanto di un rifiuto intellettuale e affettivo, per noi pacifisti si tratta di un'intolleranza costituzionale, per così dire della massima idiosincrasia. E mi sembra che le degradazioni estetiche della guerra non abbiano nel nostro rifiuto una parte molto minore delle sue crudeltà.
Quanto dovremo aspettare perché anche gli altri diventino pacifisti? Non si può dirlo, ma forse non è una speranza utopistica che l'influsso di due fattori - un atteggiamento più civile e il giustificato timore degli effetti di una guerra futura - ponga fine alle guerre in un prossimo avvenire. Per quali vie dirette o traverse non possiamo indovinarlo. Nel frattempo possiamo dirci: tutto ciò che promuove l'evoluzione civile lavora anche contro la guerra.
La saluto cordialmente e Le chiedo scusa se le mie osservazioni L'hanno delusa.
Suo
Sigm. Freud
Le due lettere per intero.
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E' nato il 5 maggio 1818 a Treviri, Germania.
A trent'anni scriveva cosucce come queste.
La borghesia ha giocato nella storia un ruolo altamente rivoluzionario.
La borghesia ha distrutto i rapporti feudali, patriarcali, idillici dovunque abbia preso il potere. Essa ha spietatamente stracciato i variopinti lacci feudali che legavano la persona al suo superiore naturale, e non ha salvato nessun altro legame fra le singole persone che non sia il nudo interesse, il crudo "puro rendiconto". Essa ha affogato nelle gelide acque del calcolo egoistico i sacri fremiti della pia infatuazione, dell'entusiasmo cavalleresco, della malinconia filistea. Essa ha dissolto la dignità personale nel valore di scambio, e al posto delle innumerevoli libertà patentate e ben meritate ha affermato l'unica libertà, quella di commerciare, una libertà senza scrupoli. In una parola, al posto dello sfruttamento celato dalle illusioni religiose e politiche ha instaurato lo sfruttamento aperto, senza vergogna, diretto, secco.
La borghesia ha spogliato delle loro sacre apparenze tutte le attività fino ad allora onorevoli e considerate con pia umiltà. Essa ha trasformato il medico, il giurista, il prete, il poeta, l'uomo di scienza in suoi salariati.
La borghesia ha strappato alle relazioni familiari il loro toccante velo sentimentale per ricondurle a una pura questione di denaro.
La borghesia ha rivelato come la brutale esibizione di forza, quella caratteristica del Medioevo che tanto piace alla reazione, abbia trovato il suo congruo complemento nella più inerte pigrizia. Solo la borghesia ha dimostrato che cosa l'attività umana può produrre. Essa ha realizzato meraviglie ben diverse dalle piramidi egizie, dagli acquedotti romani e dalle cattedrali gotiche, si è lanciata in ben altre avventure che non le migrazioni dei popoli e le crociate....
La borghesia ha prodotto, nel corso del suo nemmeno centenario dominio di classe, forze produttive più massicce e colossali di tutte le altre generazioni messe insieme. Controllo delle forze della natura, macchine, impiego della chimica nell'industria e nell'agricoltura, navigazione a vapore, ferrovie, telegrafi elettrici, dissodamento di interi continenti, navigabilità dei fiumi, popolazioni intere fatte nascere dal nulla: quale secolo passato sospettava che tali forze produttive giacessero nel grembo del lavoro sociale? ...
Voi inorridite perché noi vogliamo eliminare la proprietà privata. Ma nella vostra società esistente la proprietà privata è abolita per i nove decimi dei suoi membri; anzi, essa esiste proprio in quanto non esiste per quei nove decimi. Voi ci accusate dunque di voler abolire una proprietà che verte necessariamente sulla mancanza di proprietà della stragrande maggioranza della popolazione....
Voi condividete con tutte le classi dominanti tramontate la concezione interessata grazie alla quale affermate come leggi eterne della natura e della ragione i vostri rapporti di produzione e di proprietà, frutto di rapporti storici, rapporti che evolvono nel corso della produzione. ...
I lavoratori non hanno patria. Non si può togliere loro ciò che non hanno. Dovendo anzitutto conquistare il potere politico, elevarsi a classe nazionale24, costituirsi in nazione, il proletariato resta ancora nazionale, ma per nulla affatto nel senso in cui lo è la borghesia.
Le divisioni e gli antagonismi nazionali fra i popoli tendono sempre più a scomparire già con lo sviluppo della borghesia, con la libertà del commercio, con il mercato mondiale, con l'uniformità della produzione industriale e delle condizioni di vita che ne derivano.
Il potere proletario li farà scomparire ancora di più. L'azione comune almeno dei paesi più civilizzati è una delle prime condizioni della sua liberazione.
In tanto in quanto viene eliminato lo sfruttamento del singolo individuo da parte di un altro, svanisce anche lo sfruttamento di una nazione da parte di un'altra. Con l'antagonismo delle classi all'interno delle nazioni cade la reciproca ostilità fra le nazioni.
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La Søren Kierkegaard, unanimente considerato precursore e fondatore dell'esistenzialismo moderno nasce a Copenaghen il 5 maggio 1813 da una famiglia dominata dalla severità religiosa del padre,già anziano.Studia Teologia all'università della città natale,protraendo gli studi per un decennio,in cui conduce una vita piuttosto disordinata.Soltanto dopo la morte del padre si impegna seriamente nello studio,riuscendo a conseguire la licenza in Teologia nel 1840. L'anno successivo ottiene il titolo di magister artium con la dissertazione Sul concetto di ironia con costante riferimento a Socrate .
Spunti e appunti, unanimente considerato precursore e fondatore dell'esistenzialismo
4. L'angoscia
Si è già visto come per Kierkegaard l'esistenza sia vincolata alla libertà assoluta: il destino dell'uomo è incerto proprio perché aperto a qualsiasi possibilità. E' proprio il peso della possibilità aperta ad essere schiacciante, di gran lunga superiore a quello della realtà compiuta.
L'angoscia e quindi il sentimento di sgomento che prende l'uomo di fronte all'incertezza riguardo al proprio destino: solo Dio e la fede può allontanare l'angoscia, credere è una scelta che l'uomo prende al buio, non sapendo cosa realmente lo aspetta. Tuttavia è proprio la fede salda, questa decisione sofferta e paradossale di credere nella salvezza, che permette agli uomini di allontanare il sentimento angoscioso.
Certo l'incertezza può sedurre l'uomo, poiché dietro l'incertezza vi è comunque la libertà assoluta delle sue scelte, ma è proprio qui che Kierkegaard avverte una contraddizione: da un lato la libertà assoluta sembra essere un bene, dall'altro è la stessa fonte dell'angoscia. La libertà assoluta provoca vertigine, le scelte pesano tutte sulle spalle del singolo uomo, all'uomo è consegnata la chiave di ogni possibile soluzione, e la soluzione suprema, la fede in Dio, che sola può risolvere ogni altro problema, è una scelta che non poggia su alcuna certezza convenzionale ma solo sulla volontà del singolo di scegliere di avere fede.
5. L'ignoto
L'uomo sceglie di avere fede in Dio per salvarsi dall'angoscia provocata dall'incertezza e dall'ignoto, ma Dio stesso è l'ignoto. L'ignoto è ciò che sta aldilà della nostra coscienza, l'ignoto è il "paradosso assoluto" in quanto se da un lato è ciò che l'uomo non può comprendere perché è aldilà dei propri limiti gnoseologici (conoscitivi), dall'altro l'uomo non può nemmeno provare quale sia il limite certo oltre il quale non può accedere, poiché se non può conoscere cosa ignora, non può nemmeno definire i limiti della propria conoscenza.
Per uscire da questa contraddizione Kierkagaard indica dunque la fede come "scelta responsabile". La fede è l'atto per cui l'uomo decide consapevolmente e responsabilmente di affidarsi all'ignoto per sconfiggere il timore e l'angoscia prodotti dall'ignoto stesso. Ecco quindi il senso profondo di quello scandalo e di quel paradosso che Kierkegaard assegna alla fede: essa è un atto terribile alla quale l'uomo sa di doversi necessariamente affidare per essere salvato, ma che non può trovare giustificazione poggiandosi sulle basi di alcuna logica.
continua
D.Giovanni mozartiano
Nel delineare la figura del Don Giovanni mozartiano Kierkegaard conferisce all'estetica una purezza che ne rivaluta lo statuto non solo nei riguardi dell'etica, ma anche nei riguardi della stessa estetica del seduttore psichico, il confronto con il quale è rivelativo delle ragioni d'una siffatta rivalutazione. Infatti è qui che viene smascherato il responsabile dell'inquinamento dell'estetica e individuato in quel pensiero riflesso che rompe l'immediatezza e la naturalezza dell'aisthesis, il suo fluire spontaneo e inarrestabile, capovolgendone la leggerezza nel pesante andamento della strategia e del calcolo, dell'interesse e del ripensamento.
Il seduttore psichico (1) mette infatti in atto una seduzione mediata poiché ha bisogno di «tempo» per predisporre i suoi piani, e anzi egli fa del tempo stesso uno strumento di seduzione. Il suo obiettivo non è tanto quello di possedere una donna fisicamente, quanto quello di possederla psichicamente. Il suo godimento è frutto d'un egoismo raffinato e sottile in quanto consiste non già nel far godere la donna ma, viceversa, nel condurla a uno stato di soggiogamento totale, senza essere a sua volta soggiogato in quest'opera di seduzione.
Per mettere in atto il proprio progetto egli si mostra alla sua preda ora distaccato e assente, ora interessatissimo e presente, ora furioso come un temporale d'autunno, ora dolcissimo come uno strumento musicale ricco di armoniche (2). Il suo obiettivo è infatti di rendere la relazione «interessante» (3), ed essa è tale quando, lungi dal rinchiudersi nel vincolo delle decisioni e delle scelte, rimane sospesa sull'indeterminato, sul regno dell'«infinita possibilità» (4). Perciò, quando una relazione è compiuta e determinata, essa smette d'essere interessante e allora bisogna trovare ogni mezzo per mollare la preda, giacché «introdursi in immagine nell'intimo d'una fanciulla è un'arte, uscirne fuori in immagine è un capolavoro» (5).
Continua
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