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mercoledì, settembre 10, 2008
Abbiamo anche la data in comune
Video (Ken Loach, 10')
giovedì, luglio 03, 2008
di Gennaro Carotenuto, Giovedì 3 Luglio 2008, 01:02
Il primo pensiero è di allegria, allegria per Ingrid Betancourt e per gli altri 14 sequestrati liberati, tra i quali tre mercenari statunitensi, che in qualunque altro conflitto al mondo sarebbero stati da tempo passati per le armi.
Il secondo pensiero è perchè non si spenga la luce sulle centinaia di ostaggi che restano nella selva nelle mani delle FARC. ...
Il terzo pensiero è per Álvaro Uribe, apparente trionfatore della giornata di oggi. La giornata per lui si era aperta nel peggiore dei modi, come si era aperta la settimana, il mese, l’anno. La Corte Suprema, con parole insolitamente dure, aveva preteso il rispetto delle proprie decisioni da parte del Presidente che non accetta che la sua stessa rielezione, nel 2006, sia stata viziata dalla corruzione nella forma e nella sostanza e che potrebbe perfino essere annullata.
...Oggi parlano tutti di lei, i politici, le grandi firme del giornalismo, ma la Colombia sembra non esistere e dalle loro parole Ingrid sembra sia stata in questi anni sequestrata dagli extraterrestri.
… Leggi tutto
Grazie a Georgiamada che ce lo ha segnalato.
martedì, giugno 24, 2008
Stampa non rassegnata

di Ginni Minà - da Latinoamerica
L'informazione dei nostri media sull'America latina e particolarmente su nazioni indigeste agli Stati uniti come Cuba, Venezuela o Bolivia, è stata sempre scorretta e spesso perfino grottesca. Ma ci sono periodi, come quello attuale, di profonda crisi dell'immagine degli Stati uniti e della credibilità dell'Occidente, in cui questo atteggiamento diventa quasi un insulto per l'intelligenza degli stessi lettori. |
La preoccupazione più palese dei nostri media, negli stessi giorni di queste notizie, era che Raúl Castro, riaprendo le porte degli alberghi di lusso ai cubani, non avesse considerato il fatto che, magari, una notte al mitico hotel Nacional de l’Avana costasse a un cittadino medio l’equivalente di dieci stipendi. Come se tutti i francesi, specie quelli delle banlieues, si potessero permettere una suite al Ritz di Parigi, o come se i milioni di esseri umani che in Brasile vivono nelle favelas avessero la consuetudine di passare qualche giorno negli alberghi di Ipanema o di Leblon a Rio de Janeiro. Se è lo stato a vietarti un consumo per assicurarti magari un’assistenza, una tutela, non è accettabile. Ma se te lo nega il mercato invece sì. Quando, negli anni ‘90, crollò il comunismo sovietico e vennero meno i rapporti economici con i paesi del Comecon, Cuba, che [forse è il caso di ricordarlo] è un’isola dei Caraibi e non il Liechtenstein, l’Olanda o la Spagna, puntò tutto sul turismo. Ma, come ha ricordato in questo numero di Latinoamerica Salim Lamrani, non aveva abbastanza strutture per accogliere la massa di turisti che avrebbero assicurato la sopravvivenza al paese, ancora strangolato dall’immorale e antistorico embargo degli Stati uniti. Dare quindi la precedenza ai turisti stranieri, portatori di valuta pregiata, è stata per lungo tempo una scelta obbligata. Ma per cogliere questi aspetti ci vorrebbe un po’ di onestà intellettuale, che per Cuba dalle nostre parti non c’è mai.
Così si preferisce scoprire l’acqua calda segnalando la voglia di consumi di molti giovani, dimenticandosi sistematicamente, per esempio che, nello stesso continente, ci sono 40 milioni di nordamericani che sognano uno straccio di assistenza sanitaria e 60 milioni di brasiliani per i quali il presidente Lula ha dovuto inventare il piano Fame zero, il più grande progetto di assistenza alimentare mai varato al mondo, per assicurare tre pasti al giorno a ognuno di questi indigenti. Questo panorama non impedisce però, per esempio, alla collega Alessandra Coppola del Corriere della Sera, di dolersi per il nascente fenomeno rappresentato da alcuni cubani che lasciano le loro anguste realtà native sognando una realtà migliore a l’Avana, la grande capitale, dove sono già nate piccole baraccopoli. È inutile ricordare che, proprio per quello che abbiamo imputato sempre alla Rivoluzione, la sua chiusura, la sua diffidenza verso gli stili di vita del capitalismo trionfante, Cuba si era finora salvata dal fenomeno dell’urbanizzazione che ha reso un incubo la vita della maggior parte degli abitanti di megalopoli come Città del Messico, Mumbai, San Paolo del Brasile, Buenos Aires o Nairobi, dove un’umanità privata di igiene, istruzione, sanità e di qualunque altra assistenza, dovrebbe, per le logiche dell’economia neoliberale, sopravvivere con meno di un dollaro al giorno. Sempre sul Corriere Claudio Magris si chiede se “il regime avrà la capacità o meno di attuare una reale trasformazione, ossia di gestire il proprio trapasso in una società democratica e liberale”.
Al professore umilmente segnalo che, visti i risultati che la parola “liberale” ha partorito in America latina, mortificando perfino la parola democrazia, è molto difficile che Cuba, malgrado tutte le sue contraddizioni e i suoi problemi, si consegni mani e piedi a questa dottrina politico-economica. E tanto meno i cubani, se li conosco bene dopo più di trent’anni che frequento l’isola, giudicherebbero una vittoria e un merito una “graduale auto-abolizione della Rivoluzione”.
In questi mesi in cui fioccavano le efferatezze che ho prima messo in fila e la grande stampa, imperterrita, come fa da mezzo secolo, continuava, sbagliando le previsioni, a chiedersi dove andasse Cuba dopo Fidel, mi è piaciuta una risposta di Padura Fuentes, uno scrittore spesso critico con la Rivoluzione e per questo molto più intervistato di Senel Paz o di altri: “Cuba cambierà? Dipende dagli Usa”. Perché questa è la realtà. Non a caso Obama è stato l’unico a criticare, anche se con prudenza, l’embargo e ad accennare la possibilità di ridimensionarlo o di cancellarlo. La Cuba di Raúl sta lanciando dei segnali, ma se gli Stati uniti risponderanno con i soliti accenti, la Rivoluzione non aspetterà molto a rivedere alcune aperture fatte. Sempre che la realtà in divenire dell’America latina tesa al raggiungimento dell’unità continentale, non rassicuri Cuba che il tempo di vivere assediata è finito. Ma non sarà facile raggiungere questo risultato. Gli Stati uniti di Bush jr, anche nell’anno appena trascorso, hanno stanziato 140 milioni di dollari per favorire l’agognato “cambio” politico nell’isola, che significa poi il solito funzionario Usa, preferibilmente proveniente dalla Cia, che prepara il terreno per le razzie delle multinazionali e per mettere al governo fidati esecutori delle direttive che arrivano dall’economia Usa.
Per leggere tutto l'rticolo apri il titolo, sopra. Ne vale la pena.
martedì, aprile 22, 2008
Coraje, America!

Asunciòn 21 aprile 2008
Non più monsignore, da oggi bisognerà chiamarlo Presidente. Fernando Lugo, 56 anni ed ex vescovo della poverissima diocesi di San Pedro, ha sbaragliato gli avversari è si aggiudicato nella giornata di ieri la poltrona di 47° presidente del Paraguay.
Quello che rimane però di questa schiacciante vittoria è l’immagine di una nazione che finalmente alza la testa e prova a riemergere dal medioevo politico e culturale in cui è stata imprigionata negli ultimi 61 anni di governo colorado. Il vento socialista che ha scompigliato la morfologia politica dell’America del sud ha soffiato anche questa piccola, ma orgogliosa nazione.
Che, paradossalmente, l’uomo che l’ha reso possibile sia anche, e prima di tutto, un uomo della Chiesa per i paraguayani non è altro che il “plano de Dios".
Una settimana fa scriveva Peace Reporter:
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Gli sgoccioli della campagna elettorale paraguayana si tingono di rosso. Non è il rosso del Partido Colorado che da 61 anni soggioga la seconda popolazione più povera dell’America Latina, nè quello che decorava la tonaca del più papabile dei candidati, l’ex monsignore Fernando Lugo.
 Il rosso che sta cominciando a colorare le strade di Asunciòn è quello del sangue.
Risale a pochi giorni fa l’uccisione dell’ennesimo - il quarto in soli 2 mesi - dirigente di Tekojoja, uguaglianza nella lingua degli indigeni guarantì, per mano dei narcotrafficanti brasiliani ed è di lunedì la notizia dei primi scontri tra i senza tetto e gli uomini dell’esercito del presidente in carica Nicanor Duarte Frutos.
 Tremila diseredati hanno invaso, tra le 10 e le 12, di domenica scorsa le avingude capitoline cercando di farsi strada verso palazzo Lopez per chiedere conto al presidente dei 7 milioni di dollari destinati alla costruzione di 3000 abitazioni e per esigere trasparenza sull’utilizzo dei 12 milioni stanziati per l’acquisto di terre coltivabili. A metà del percorso sono però stati intercettati dagli agenti in tenuta anti-sommossa e dagli uomini della Guardia Presidenziale che tra idranti e manganelli hanno represso il corteo spontaneo arrestando 43 manifestanti, stranamente rilasciati dopo poche ore nel pomeriggio.
Il bilancio dei violenti scontri con le forze dell’ordine è di circa un centinaio di contusi e di 15 feriti gravi, numeri che non sembrano però voler frenare la protesta. Gilberto Cacerà, il coordinatore nazionale del movimento dei “sin techos”, annuncia una nuova marcia per mercoledì e invita i senza tetto delle zone limitrofe alla capitale ad unirsi alla protesta anche se, probabilmente, già oggi si potranno ripetere episodi di violenza nelle strade.
 C’è però chi sussurra che questi scontri siano stati pianificati e ordinati dallo stesso Duarte Frutos.
A meno di una settimana dal voto, i sondaggi annunciano la clamorosa débacle del Partido Colorado, che sembra non essere riuscito a contenere il disappunto dei paraguayani con la candidatura di Blanca Ovelar, prima candidata donna in una nazione storicamente “machista”.
I più maliziosi affermano che gli scontri di piazza siano soltanto un pretesto per poter dichiarare lo stato di emergenza nel Paese e rinviare le elezioni a data da destinarsi, dando così modo al partito repubblicano più longevo del Sudamerica di ricompattare i molti militanti migrati verso la coalizione capeggiata da Fernando Lugo.
L’ex vescovo nel frattempo sospende, in via precauzionale, le attività pre elettorali rinunciando al dibattito televisivo che lo avrebbe dovuto vedere contrapposto a Blanca Ovelar e al generale Lino Oviedo, capo della terza forza partitica del paese e protagonista di un golpe fallito nel 1996.
All’ormai blando pericolo brogli si aggiunge quindi il timore di disordini molto più ampi e cruenti.
Nel caso in cui la volontà popolare non dovesse essere rispettata, i primi a farne le spese saranno proprio gli stessi che hanno fede nel cambio e nell’uomo di Dio che pare meglio rappresentarlo.
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venerdì, aprile 18, 2008
lunedì, novembre 26, 2007
Venezuela - il rosso e il nero.
Se la Chiesa dei vescovi non ama Chavez, la Chiesa di base è dalla sua parte. Religiose, parroci e missionari mescolati alla gente non sono d’accordo sull’anatema della conferenza episcopale. E nelle prediche della domenica invitano ad approvare il referendum tanto che a Maracaibo, l’arcivescovo Ubaldi Santana, ha censurato l’omelia domenicale di padre Vidal Atencio rimproverandogli di mettere confusione nelle idee dei fedeli. Grandi università private ( e a pagamento ) protestano con i loro studenti; le prime università statali ( gratuite ) scendono in piazza per appoggiare il referendum.
(Domenica 2 dicembre si vota la nuova Costituzione)
lunedì, dicembre 11, 2006
Ci guardano dal cielo

Cile: Morto l'ex dittatore Augusto Pinochet
Augusto Pinochet è morto. Lo rende noto una nota dell'ospedale militare. Il 91enne ex dittatore cileno era stato ricoverato domenica scorsa nell'ospedale militare di Santiago dopo un infarto. Era stato sottoposto a un intervento di angioplastica e, poco dopo, aveva ricevuto l'estrema unzione.
«Al generale Augusto Pinochet Ugarte e alla sua distinta sposa, Signora Lucia Hiriarde Pinochet, in occasione delle loro nozze d'oro matrimoniali e come pegno di abbondanti grazie divine con grande piacere impartisco, così come ai loro figli e nipoti, una benedizione apostolica speciale. Giovanni Paolo II.» 18 febbraio 1993: la privatissima ricorrenza delle sue nozze d’oro viene allietata da due lettere autografe in spagnolo che portano in calce le firme di papa Wojtyla e del segretario di Stato Angelo Sodano.
Visti dalla terra
Noi Madri ci siamo incontrate con Lei in tre occasioni, ma Lei non ha impedito i massacri, non ha alzato la voce in difesa delle nostre migliaia di figli durante quegli anni di terrore.
Adesso non abbiamo più dubbi su da quale parte sta Lei, ma sappia che malgrado il suo potere immenso, non potrà arrivare nè a Dio nè a Gesù
Molti dei nostri figli si sono ispirati a Gesù nel loro impegno per il popolo.
Noi Membri dell'Associazione delle Madri di Plaza de Mayo, attraverso una preghiera immensa che arriverà al mondo, chiediamo a Dio che non perdoni Lei, Sig. Giovanni Paolo II, perchè Lei denigra la Chiesa del popolo che soffre. Lo facciamo in nome dei milioni di esseri umani che morirono e continuano a morire ad opera degli assassini che Lei difende e sostiene.
DICIAMO: SIGNORE NON PERDONARE GIOVANNI PAOLO II
Associazione Madri di Plaza de Mayo
Hebe Bonafini
Buenos Aires 23 febbraio 1999
qui
Spigolature del giorno
3:23 PM (3 hours ago)Pacs: Grillini e Bertinotti rispondono al cardinal Trujillo
from Cani Sciolti
"Non ci meraviglia che Alfonso Lopez Trujillo, presidente del Consiglio vaticano per la famiglia, nonche' amico e sostenitore di ogni dittatura fascista argentina, quella di Pinochet compresa, non sia d'accordo sui pacs. Troviamo pero' che persino per uno come Trujillo non si dovrebbero oltrepassare i limiti della decenza oltre che del buon gusto: definire capricci o peggio ancora, 'banale espressione del desiderio', i diritti umani delle persone conviventi significa fare un'operazione moralmente orribile". E' quanto afferma, in una nota, il diessino Franco Grillini, presidente onorario dell'Arcigay.
3:23 PM (3 hours ago)I vescovi dettano l'agenda politica: I Pacs non sono priorità del Paese
from Cani Sciolti
Una nota del Sir (Servizio informazione religiosa della Chiesa) dice:"La Chiesa ha pieno diritto a pronunciarsi su problemi morali".E sottolinea: il problema dei Pacs "non è in cima alle priorità del Paese, invece non ci si cura di ciò che è fondamentale,il sostegno alla famiglia formata da un uomo e una donna". E:"Non è accettabile che,invocando casi limite o situazioni che possono essere tutelate" in altro modo, "si intacchino gli architravi della società"."E'il momento di essere molto fermi sui principi". E non vale l'idea di omologarsi.
lunedì, settembre 11, 2006
11 settembre

Demolizione controllata dell'umanità che cammina.
Mandanti: Kennecott minerals, Anaconda
Esecutori: Nixon ( Quel figlio di puttana va schiacciato con qualsiasi mezzo) , Kissinger
Cia (Colby + 8 milioni di dollari)
Mercenari assoldati in loco: Pinochet, Merino Castro, Leigh Guzmán e Mendoza Durán per esercito marina aviazione carabinieri.
Azioni di massa: camionisti e poliziotti diplomati della Scuola delle Americhe.
L'ultimo discorso (l'audio comprende le parole in rosso)
Salvador Allende, 11/09/73
7:55 A.M. RADIO CORPORACIÓN
Habla el Presidente de la República desde el Palacio de La Moneda.
Informaciones confirmadas señalan que un sector de la marinería habría aislado Valparaíso y que la ciudad estaría ocupada, lo que significa un levantamiento contra el Gobierno, del Gobierno legítimamente constituido, del Gobierno que está amparado por la ley y la voluntad del ciudadano.
En estas circunstancias, llamo a todos los trabajadores. Que ocupen sus puestos de trabajo, que concurran a sus fábricas, que mantengan la calma y serenidad.
Hasta este momento en Santiago no se ha producido ningún movimiento extraordinario de tropas y, según me ha informado el jefe de la Guarnición, Santiago estaría acuartelado y normal.
En todo caso yo estoy aquí, en el Palacio de Gobierno, y me quedaré aquí defendiendo al Gobierno que represento por voluntad del pueblo.
Lo que deseo, esencialmente, es que los trabajadores estén atentos, vigilantes y que eviten provocaciones. Como primera etapa tenemos que ver la respuesta, que espero sea positiva , de los soldados de la Patria, que han jurado defender el régimen establecido que es la expresión de la voluntad ciudadana, y que cumplirán con la doctrina que prestigió a Chile y le prestigia el profesionalismo de las Fuerzas Armadas. En estas circunstancias, tengo la certeza de que los soldados sabrán cumplir con su obligación.
De todas maneras, el pueblo y los trabajadores, fundamentalmente, deben estar movilizados activamente, pero en sus sitios de trabajo, escuchando el llamado que pueda hacerle y las instrucciones que les dé el compañero Presidente de la República.
8:15 A.M.
Trabajadores de Chile:
Les habla el Presidente de la República. Las noticias que tenemos hasta estos instantes nos revelan la existencia de una insurrección de la Marina en la Provincia de Valparaíso. He ordenado que las tropas del Ejército se dirijan a Valparaíso para sofocar este intento golpista. Deben esperar la instrucciones que emanan de la Presidencia. Tengan la seguridad de que el Presidente permanecerá en el Palacio de La Moneda defendiendo el Gobierno de los Trabajadores. Tengan la certeza que haré respetar la voluntad del pueblo que me entregara el mando de la nación hasta el 4 de Noviembre de 1976.
Deben permanecer atentos en sus sitios de trabajo a la espera de mis informaciones. Las fuerzas leales respetando el juramento hecho a las autoridades, junto a los trabajadores organizados, aplastarán el golpe fascista que amenaza a la Patria.
8:45 A.M.
Compañeros que me escuchan:
La situación es crítica, hacemos frente a un golpe de Estado en que participan la mayoría de las Fuerzas Armadas. En esta hora aciaga quiero recordarles algunas de mis palabras dichas el año 1971, se las digo con calma, con absoluta tranquilidad, yo no tengo pasta de apóstol ni de mesías. No tengo condiciones de mártir, soy un luchador social que cumple una tarea que el pueblo me ha dado. Pero que lo entiendan aquellos que quieren retrotraer la historia y desconocer la voluntad mayoritaria de Chile; sin tener carne de mártir, no daré un paso atrás. Que lo sepan, que lo oigan, que se lo graben profundamente: dejaré La Moneda cuando cumpla el mandato que el pueblo me diera, defenderé esta revolución chilena y defenderé el Gobierno porque es el mandato que el pueblo me ha entregado.
No tengo otra alternativa.
Sólo acribillándome a balazos podrán impedir la voluntad que es hacer cumplir el programa del pueblo. Si me asesinan, el pueblo seguirá su ruta, seguirá el camino con la diferencia quizás que las cosas serán mucho más duras, mucho más violentas, porque será una lección objetiva muy clara para las masas de que esta gente no se detiene ante nada.
Yo tenía contabilizada esta posibilidad, no la ofrezco ni la facilito.
El proceso social no va a desaparecer porque desaparece un dirigente. Podrá demorarse, podrá prolongarse, pero a la postre no podrá detenerse.
Compañeros, permanezcan atentos a las informaciones en sus sitios de trabajo, que el compañero Presidente no abandonará su a su pueblo ni su sitio de trabajo. Permaneceré aquí en La Moneda inclusive a costa de mi propia vida.
9:03 A.M. RADIO MAGALLANES
En estos momentos pasan los aviones. Es posible que nos acribillen. Pero que sepan que aquí estamos, por lo menos con nuestro ejemplo, que en este país hay hombres que saben cumplir con la obligación que tienen. Yo lo haré por mandato del pueblo y por mandato conciente de un Presidente que tiene la dignidad del cargo entregado por su pueblo en elecciones libres y democráticas.
En nombre de los más sagrados intereses del pueblo, en nombre de la Patria, los llamo a ustedes para decirles que tengan fe. La historia no se detiene ni con la represión ni con el crimen. Esta es una etapa que será superada. Este es un momento duro y difícil: es posible que nos aplasten. Pero el mañana será del pueblo, será de los trabajadores. La humanidad avanza para la conquista de una vida mejor.
Pagaré con mi vida la defensa de los principios que son caros a esta Patria. Caerá un baldón sobre aquellos que han vulnerado sus compromisos, faltando a su palabra... roto la doctrina de las Fuerzas Armadas.
El pueblo debe estar alerta y vigilante. No debe dejarse provocar, ni debe dejarse masacrar, pero también debe defender sus conquistas. Debe defender el derecho a construir con su esfuerzo una vida digna y mejor.
9:10 A.M.
Seguramente, ésta será la última oportunidad en que pueda dirigirme a ustedes. La Fuerza Aérea ha bombardeado las antenas de Radio Magallanes. Mis palabras no tienen amargura sino decepción Que sean ellas un castigo moral para quienes han traicionado su juramento: soldados de Chile, comandantes en jefe titulares, el almirante Merino, que se ha autodesignado comandante de la Armada, más el señor Mendoza, general rastrero que sólo ayer manifestara su fidelidad y lealtad al Gobierno, y que también se ha autodenominado Director General de carabineros. Ante estos hechos sólo me cabe decir a los trabajadores: ¡No voy a renunciar!
Colocado en un tránsito histórico, pagaré con mi vida la lealtad al pueblo. Y les digo que tengo la certeza de que la semilla que hemos entregado a la conciencia digna de miles y miles de chilenos, no podrá ser segada definitivamente. Tienen la fuerza, podrán avasallarnos, pero no se detienen los procesos sociales ni con el crimen ni con la fuerza. La historia es nuestra y la hacen los pueblos.
Trabajadores de mi Patria: quiero agradecerles la lealtad que siempre tuvieron, la confianza que depositaron en un hombre que sólo fue intérprete de grandes anhelos de justicia, que empeño su palabra en que respetaría la Constitución y la ley, y así lo hizo. En este momento definitivo, el último en que yo pueda dirigirme a ustedes, quiero que aprovechen la lección: el capital foráneo, el imperialismo, unidos a la reacción crearon el clima para que las Fuerzas Armadas rompieran su tradición, la que les enseñara el general Schneider y reafirmara el comandante Araya, victimas del mismo sector social que hoy estará esperando con mano ajena, reconquistar el poder para seguir defendiendo sus granjerías y sus privilegios.
Me dirijo a ustedes, sobre todo a la modesta mujer de nuestra tierra, a la campesina que creyó en nosotros, a la madre que supo de nuestra preocupación por los niños. Me dirijo a los profesionales de la Patria, a los profesionales patriotas que siguieron trabajando contra la sedición auspiciada por los colegios profesionales, colegios clasistas que defendieron también las ventajas de una sociedad capitalista.
Me dirijo a la juventud, a aquellos que cantaron y entregaron su alegría y su espíritu de lucha. Me dirijo al hombre de Chile, al obrero, al campesino, al intelectual, a aquellos que serán perseguidos, porque en nuestro país el fascismo ya estuvo hace muchas horas presente; en los atentados terroristas, volando los puentes, cortando las vías férreas, destruyendo lo oleoductos y los gaseoductos, frente al silencio de quienes tenían la obligación de proceder.
Estaban comprometidos. La historia los juzgará.
Seguramente Radio Magallanes será acallada y el metal tranquilo de mi voz ya no llegará a ustedes. No importa. La seguirán oyendo. Siempre estaré junto a ustedes. Por lo menos mi recuerdo será el de un hombre digno que fue leal con la Patria.
El pueblo debe defenderse, pero no sacrificarse.
El pueblo no debe dejarse arrasar ni acribillar, pero tampoco puede humillarse.
Trabajadores de mi Patria, tengo fe en Chile y su destino. Superarán otros hombres este momento gris y amargo en el que la traición pretende imponerse. Sigan ustedes sabiendo que, mucho más temprano que tarde, de nuevo se abrirán las grandes alamedas por donde pase el hombre libre, para construir una sociedad mejor.
¡Viva Chile! ¡Viva el pueblo! ¡Vivan los trabajadores!
Estas son mis últimas palabras y tengo la certeza de que mi sacrificio no será en vano, tengo la certeza de que, por lo menos, será una lección moral que castigará la felonía, la cobardía y la traición.
11 settembre 1973 7.55, Radio Corporaciòn
Parla il Presidente della Repubblica dal palazzo della Moneda.
"Viene segnalato da informazioni certe che un settore della marina avrebbe isolato Valparaiso e che la città sarebbe stata occupata. Ciò rappresenta una sollevazione contro il Governo, Governo legittimamente costituito, Governo sostenuto dalla legge e dalla volontà del cittadino.
In queste circostanze, mi rivolgo a tutti i lavoratori. Occupate i vostri posti di lavoro, recatevi nelle vostre fabbriche, mantenete la calma e la serenità.
Fino ad ora a Santiago non ha avuto luogo nessun movimento straordinario di truppe e, secondo quanto mi è stato comunicato dal capo della Guarnigione, la situazione nelle caserme di Santiago sarebbe normale.
In ogni caso io sono qui, nel Palazzo del Governo, e ci resterò per difendere il Governo che rappresento per volontà del Popolo.
Ciò che desidero, essenzialmente, è che i lavoratori stiano attenti, vigili, e che evitino provocazioni. Come prima tappa dobbiamo attendere la risposta, che spero sia positiva, dei soldati della Patria, che hanno giurato di difendere il regime costituito, espressione della volontà cittadina, e che terranno fede alla dottrina che diede prestigio al Cile, prestigio che continua a dargli la professionalità delle Forze Armate. In queste circostanze, nutro la certezza che i soldati sapranno tener fede ai loro obblighi."
Comunque, il popolo e i lavoratori, fondamentalmente, devono rimanere pronti alla mobilitazione, ma nei loro posti di lavoro, ascoltando l’appello e le istruzioni che potrà lanciare loro il compagno Presidente della Repubblica.
8:15 A.M.
Lavoratori del Cile:
Vi parla il Presidente della Repubblica. Le notizie che ci sono giunte fino ad ora ci rivelano l’esistenza di un’insurrezione della Marina nella Provincia di Valparaiso. Ho dato ordine alle truppe dell’Esercito di dirigersi a Valparaiso per soffocare il tentativo golpista.
Devono aspettare le istruzioni emanate dalla Presidenza. State sicuri che il Presidente rimarrà nel Palazzo della Moneta per difendere il Governo dei Lavoratori.
State certi che farò rispettare la volontà del popolo che mi ha affidato il comando della nazione fino al 4 novembre 1976.
Dovete rimanere vigili nei vostri posti di lavoro in attesa di mie informazioni.
Le forze leali rispettose del giuramento fatto alle autorità, insieme ai lavoratori organizzati, schiacceranno il golpe fascista che minaccia la Patria.
8:45 A.M.
Compagni in ascolto:
La situazione è critica, siamo in presenza di un colpo di Stato che vede coinvolta la maggioranza delle Forze Armate.
In questo momento infausto voglio ricordarvi alcune delle mie parole pronunciate nell’anno 1971, ve lo dico con calma, con assoluta tranquillità, io non ho la stoffa dell’apostolo né del messia. Non mi sento un martire, sono un lottatore sociale che tiene fede al compito che il popolo gli ha dato. Ma stiano sicuri coloro che vogliono far regredire la storia e disconoscere la volontà maggioritaria del Cile; pur non essendo un martire, non retrocederò di un passo. Che lo sappiano, che lo sentano, che se lo mettano in testa: lascerò la Moneda nel momento in cui porterò a termine il mandato che il popolo mi ha dato, difenderò questa rivoluzione cilena e difenderò il Governo perchè è il mandato che il popolo mi ha affidato.
Non ho alternative.
Solo crivellandomi di colpi potranno fermare la volontà volta a portare a termine il programma del popolo.
Se mi assassinano, il popolo seguirà la sua strada, seguirà il suo cammino, con la differenza forse che le cose saranno molto più dure, molto più violente, perché il fatto che questa gente non si fermi davanti a nulla sarà una lezione oggettiva molto chiara per le masse.
Io avevo messo in conto questa possibilità, non la offro né la facilito.
Il processo sociale non scomparirà se scompare un dirigente.
Potrà ritardare, potrà prolungarsi, ma alla fine non potrà fermarsi.
Compagni, rimanete attenti alle informazioni nei vostri posti di lavoro, il compagno Presidente non abbandonerà il suo popolo né il suo posto di lavoro. Rimarrò qui nella Moneda anche a costo della mia propria vita.
9:30 A.M. RADIO MAGALLANES
In questi momenti passano gli aerei.
Potrebbero mitragliarci.
Ma sappiate che noi siamo qui, almeno con il nostro esempio, che in questo paese ci sono uomini che sanno tener fede ai loro obblighi.
Io lo farò su mandato del popolo e su mandato cosciente di un Presidente che ha dignità dell’incarico assegnatogli dal popolo in elezioni libere e democratiche.
In nome dei più sacri interessi del popolo, in nome della Patria, mi appello a voi per dirvi di avere fede. La storia non si ferma né con la repressione né con il crimine.
Questa è una tappa che sarà superata.
Questo è un momento duro e difficile: è possibile che ci schiaccino.
Ma il domani sarà del popolo, sarà dei lavoratori. L’umanità avanza verso la conquista di una vita migliore.
Pagherò con la vita la difesa dei principi cari a questa Patria. Coloro i quali non hanno rispettato i loro impegni saranno coperti di vergogna per essere venuti meno alla parola data e ha rotto la dottrina delle Forze Armate.
Il popolo deve stare in allerta e vigile.
Non deve lasciarsi provocare, né deve lasciarsi massacrare, ma deve anche difendere le proprie conquiste.
Deve difendere il diritto a costruire con il proprio sforzo una vita degna e migliore.
9:10 A.M.
Sicuramente questa sarà l’ultima opportunità in cui posso rivolgermi a voi.
La Forza Aerea ha bombardato le antenne di Radio Magallanes.
Le mie parole non contengono amarezza bensì disinganno.
Che siano esse un castigo morale per coloro che hanno tradito il giuramento: soldati del Cile, comandanti in capo titolari, l’ammiraglio Merino, che si è autodesignato comandante dell’Armata, oltre al signor Mendoza, vile generale che solo ieri manifestava fedeltà e lealtà al Governo, e che si è anche autonominato Direttore Generale dei carabinieri.
Di fronte a questi fatti non mi resta che dire ai lavoratori: Non rinuncerò!
Trovandomi in questa tappa della storia, pagherò con la vita la lealtà al popolo.
E vi dico con certezza che il seme affidato alla coscienza degna di migliaia di Cileni, non potrà essere estirpato completamente.
Hanno la forza, potranno sottometterci, ma i processi sociali non si fermano né con il crimine né con la forza.
La storia è nostra e la fanno i popoli.
Lavoratori della mia Patria: voglio ringraziarvi per la lealtà che avete sempre avuto, per la fiducia che avete sempre riservato ad un uomo che fu solo interprete di un grande desiderio di giustizia, che giurò di rispettare la Costituzione e la Legge, e cosi fece.
In questo momento conclusivo, l’ultimo in cui posso rivolgermi a voi, voglio che traiate insegnamento dalla lezione: il capitale straniero, l’imperialismo, uniti alla reazione, crearono il clima affinché le Forze Armate rompessero la tradizione, quella che gli insegnò il generale Schneider e riaffermò il comandante Ayala, vittime dello stesso settore sociale che oggi starà aspettando, con aiuto straniero, di riconquistare il potere per continuare a difendere i loro profitti e i loro privilegi.
Mi rivolgo a voi, soprattutto alla modesta donna della nostra terra, alla contadina che credette in noi, alla madre che seppe della nostra preoccupazione per i bambini.
Mi rivolgo ai professionisti della Patria, ai professionisti patrioti che continuarono a lavorare contro la sedizione auspicata dalle associazioni di professionisti, dalle associazioni classiste che difesero anche i vantaggi di una società capitalista.
Mi rivolgo alla gioventù, a quelli che cantarono e si abbandonarono all’allegria e allo spirito di lotta.
Mi rivolgo all’uomo del Cile, all’operaio, al contadino, all’intellettuale, a quelli che saranno perseguitati, perché nel nostro paese il fascismo ha fatto la sua comparsa già da qualche tempo; negli attentati terroristi, facendo saltare i ponti, tagliando le linee ferroviarie, distruggendo gli oleodotti e i gasdotti, nel silenzio di coloro che avevano l’obbligo di procedere.
Erano d’accordo. La storia li giudicherà.
Sicuramente Radio Magallanes sarà zittita e il metallo tranquillo della mia voce non vi giungerà più. Non importa. Continuerete a sentirla. Starò sempre insieme a voi.
Perlomeno il mio ricordo sarà quello di un uomo degno che fu leale con la Patria.
Il popolo deve difendersi ma non sacrificarsi. Il popolo non deve farsi annientare né crivellare, ma non può nemmeno umiliarsi.
Lavoratori della mia Patria, ho fede nel Cile e nel suo destino.
Altri uomini supereranno questo momento grigio e amaro in cui il tradimento pretende di imporsi.
Sappiate che, più prima che poi, si apriranno di nuovo i grandi viali per i quali passerà l’uomo libero, per costruire una società migliore.
Viva il Cile! Viva il popolo! Viva i lavoratori!
Queste sono le mie ultime parole e sono certo che il mio sacrificio non sarà invano, sono certo che, almeno, sarà una lezione morale che castigherà la fellonia, la codardia e il tradimento.
Nota: per breve riepilogo clicca sulla foto.
venerdì, marzo 24, 2006
24 marzo 1980

Haga patria, mate un cura
Leggilo qui E buona giornata (ma occhio a quello vivo - da ora fino al 9 aprile).
martedì, gennaio 31, 2006
Morte e resurrezione un tocco sulla foto

Il 22 gennaio 2002, Evo fu espulso dal Paradiso, cioè: il deputato Morales fu espulso dal Parlamento. Il 22 gennaio 2006, in quello stesso luogo dall'aria sfarzosa, Evo Morales è stato consacrato presidente della Bolivia, cioè: la Bolivia comincia a sapere di essere un paese a maggioranza indigena. Nel momento dell'espulsione, un deputato indigeno era più raro di una mosca bianca.
Quattro anni dopo, sono molti i legislatori che masticano coca, millenaria abitudine che era proibita nel sacro recinto parlamentare.
Molto prima dell'espulsione di Evo, i suoi, gli indigeni, erano già stati espulsi dalla nazione ufficiale. Non erano figli della Bolivia: erano solo la sua mano d'opera. Fino a poco più di cinquant'anni fa, gli indigeni non potevano votare e neppure camminare per i viali delle città. Con cognizione di causa Evo, nel suo primo discorso presidenziale, ha detto che gli indigeni non furono invitati nel 1825 alla fondazione della Bolivia.
Questa è anche la storia di tutta l'America, compresi gli Stati uniti. Le nostre nazioni nacquero sulla fallacia. L'indipendenza dei paesi americani fu dall'inizio usurpata da una minoranza molto minoritaria.
Tutte le prime Costituzioni, senza eccezione, lasciarono fuori le donne, gli indigeni, i neri e i poveri in generale.
L'elezione di Evo Morales è, almeno in questo senso, equivalente alla votazione di Michelle Bachelet. Evo ed Eva. Per la prima volta un indigeno presidente della Bolivia, per la prima volta una donna presidente del Cile. E lo stesso si potrebbe dire del Brasile, dove per la prima volta è nero il ministro della Cultura. Non ha forse radici africane la cultura che ha salvato il Brasile dalla tristezza?
In queste terre, malate di razzismo e di maschilismo, non mancherà chi creda che tutto questo è scandaloso.
Scandaloso è che non sia successo prima.
Cade la maschera, il volto si palesa e infuria la tempesta.
L'unico linguaggio degno di fede è quello nato dalla necessità di dire. Il più grave difetto di Evo consiste nel fatto che la gente gli creda, perché trasmette autenticità perfino quando, parlando spagnolo, che non è la sua lingua madre, commette qualche erroruccio. Lo accusano di ignoranza i dottori che sono abili nell'essere echi di voci aliene. I venditori di promesse lo accusano di demagogia. Lo accusano di essere un caudillo coloro che hanno imposto in America un unico Dio, un unico re e un'unica verità. E tremano di paura gli assassini degli indigeni, i quali temono che le loro vittime siano come loro.
La Bolivia sembrava essere nulla più che lo pseudonimo di coloro che comandavano in Bolivia, e che la consumavano mentre cantavano l'inno, e l'umiliazione degli indigeni, resa abitudine, sembrava un destino. Ma negli ultimi tempi, mesi, anni questo paese ha vissuto in perpetuo stato di insurrezione popolare. Quel processo di continue ribellioni, che lasciò una scia di morti, culminò con la guerra del gas, ma veniva da lontano. Veniva da lontano ed è continuato dopo, fino all'elezione di Evo contro ogni ostacolo.
Con il gas boliviano si stava ripetendo una storia antica di tesori rubati nel corso di più di quattro secoli, da metà del secolo XVI: l'argento di Potos' lasciò una montagna vuota, il salnitro della costa del Pacifico lasciò una cartina geografica senza mare, lo stagno di Oruro lasciò una moltitudine di vedove. Questo e solo questo lasciarono.
Le rivolte popolari di questi ultimi anni sono state crivellate di proiettili, ma hanno evitato che il gas evaporasse in mani aliene, ha deprivatizzato l'acqua a Cochabamba e a La Paz, hanno rovesciato governi governati da fuori, e hanno detto di no alle tasse sul salario e ad altri saggi ordini del Fondo monetario internazionale. Dal punto di vista dei civilizzati mezzi di comunicazione, quelle esplosioni di dignità popolare sono state atti di barbarie. L'ho visto, letto, ascoltato mille volte: la Bolivia è un paese incomprensibile, ingovernabile, intrattabile, ingestibile. I giornalisti che lo dicono e lo ripetono sbagliano aggettivo: dovrebbero confessare che per loro la Bolivia è un paese invisibile.
Non c'è nulla di strano. Questa cecità non è solo una cattiva abitudine di stranieri arroganti. La Bolivia nacque cieca, incapace di guardarsi, perché il razzismo getta polvere negli occhi, ed è un dato di fatto che non mancano i boliviani che preferiscono vedersi con gli occhi che li disprezzano.
Ma non è un caso che la bandiera indigena delle Ande renda omaggio alla diversità del mondo. Secondo la tradizione è una bandiera nata dall'incontro dell'arcobaleno femmina con l'arcobaleno maschio, e questo arcobaleno della terra, che nella lingua indigena si chiama tessuto del sangue fiammeggiante, ha più colori dell'arcobaleno del cielo.
25 Gennaio 2006 Il Manifesto La seconda nascita della Bolivia Eduardo Galeano
Aggiornamento dell'8 ferbbraio 2006
 I militari boliviani si vergognarono tanto di aver ucciso Che Guevara, che nascosero tutto. Come se cercassero di nascondere perfino a sé stessi il crimine che avevano commesso. Dissero che era morto in combattimento: e non era vero. Dissero che avevano bruciato il corpo: e non era vero. Dissero che non avevano trovato il diario: e non era vero. Dissero che non gli avevano tagliato le mani: e non era vero. Le ore successive all'omicidio del guerrigliero argentino furono, per l'esercito boliviano, molto convulse e incerte. Forse è per questo che la vicenda della morte del Che è divenuta negli anni un giallo a puntate con verità, mezze verità e totali menzogne che si rincorrono e riemergono. [Omero Ciai Le leggende sulla sua morte La Repubblica - a pagamento]
giovedì, dicembre 15, 2005
Storiacce
We stared at him. He did not flinch. Lo fissavamo, ma non batté ciglio.
Fui presente ad un incontro presso l'ambasciata statunitense a Londra verso la fine degli anni 80.
Il Congresso degli Stati Uniti era sul punto di decidere se dare maggiori aiuti finanziari ai Contras nella loro campagna contro lo stato del Nicaragua. Io ero membro di una delegazione che parlava a nome del Nicaragua, ma il membro più importante era Padre John Metcalf. Il capo della delegazione Usa era Raymond Seitz (numero due al tempo dopo l'ambasciatore, e successivamente egli stesso ambasciatore). Padre Metcalf disse: "Signori, sono responsabile di una parrocchia nel nord del Nicaragua. I miei parrocchiani hanno costruito una scuola, un centro medico ed uno culturale. Abbiamo sempre vissuto in pace. Alcuni mesi fa, un gruppo di Contras attaccò la parrocchia, distruggendo tutto: la scuola, il centro medico, il centro culturale. Violentarono suore e insegnanti, uccisero i dottori nella maniera più brutale. Si comportarono come selvaggi. Vi prego di chiedere al governo degli Usa di ritirare il suo supporto a queste scioccanti attività terroristiche".
Raymond Seitz ha una reputazione molto buona in quanto uomo razionale, responsabile e acuto. Godeva di grande rispetto nei circoli diplomatici. Ascoltò, e dopo un attimo di pausa parlò con una certa gravità. "Padre", disse, "mi permetta di dirle una cosa. In guerra gli innocenti soffrono sempre". Seguì un silenzio glaciale. Lo fissavamo, ma non batté ciglio. Harold Pinter continua qui
Leggilo tutto: è il premio Nobel 2005.
Storielle
L'educazione non basta
Un vecchio proverbio recita che insegnare a pescare è meglio che donare il pesce. Il vescovo Pedro Casaldáliga, che non nacque in America Latina ma la conosce profondamente, dice che è giusto, che è un’ottima idea. E tuttavia, che succede se ci avvelenano il fiume? Oppure se qualcuno compra il fiume che era di tutti e ci proibisce di pescare? Ovvero, che succede se succede quello che sta succedendo? L’educazione non basta.
L’esperto internazionale
Ho sentito questa storia in diversi posti, attribuita a diverse persone, per cui sospetto che qualsiasi riferimento alla realtà debba essere puramente casuale. Qui riporto la versione che ho ricevuto nella Repubblica Dominicana. Dei bambini e dei polli pigolavano intorno a Doña Mar'a de las Mercedes che, chiocciando, gettava chicchi di granturco alle sue galline. Mentre quel giorno, come tutti gli altri, si dedicava a questa attività, ad un tratto, da una nuvola di polvere emerse una fiammante automobile sulla via che procedeva da Santo Domingo. Un signore in giacca e cravatta, con una valigetta in mano, le domandò: - Se le dico esattamente quante galline ha, me ne regala una? Mar'a de las Mercedes fece una smorfia. E immediatamente il signore accese il suo computer Pentium IV di 1,5 gigabyte, attivò il GPS, si collegò attraverso il cellulare al sistema di foto satellitari e mise in funzione il contatore di pixel: - Lei possiede centotrentadue galline. Ne acciuffò una e se la strinse sotto il braccio. Allora Doña Mar'a de las Mercedes Holmes gli chiese: - Se le dico qual è il suo lavoro, mi restituisce la gallina? Il signore fece una smorfia. E lei disse: lei è un esperto di un'organizzazione internazionale. Recuperò la sua gallina e spiegò che era stato facile, se ne sarebbe accorto chiunque: - Lei è venuto senza essere stato chiamato, si è piazzato nel mio pollaio senza chiedere permesso, mi ha detto quello che già sapevo e per questo ha preteso pure di essere pagato.
La comunità internazionale
Il pollo, l’anatra, il tacchino, il fagiano, la quaglia e la pernice vennero convocati e si recarono al summit. Il cuoco del re diede loro il benvenuto: - Vi ho chiamato - disse - affinché mi diciate in che salsa volete essere mangiati. Uno dei volatili osò dire: - Io non voglio essere mangiato affatto, né in un modo, né in un altro. E allora il cuoco fece il punto della situazione. - Questo è fuori discussione.
Trovato qui
giovedì, novembre 24, 2005
Stampa non rassegnata
Leggila qui Per non rendere troppo triste questo blog.
mercoledì, novembre 09, 2005

Da attaccante a stopper
lunedì, ottobre 03, 2005
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Documento originale Chavez at the UN
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Traduzione di Marina Minicuci per lumanita.it
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15 Settembre 2005 ZNet
Discorso all'Onu Discorso del Presidente del Venezuela, Hugo Chavez alla sessione per 60.mo anniversario dell'ONU
Hugo Chávez
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Crediamo che sia tempo di creare una città internazionale aliena alla sovranità di qualsivoglia Stato, con propria forza morale per rappresentare le Nazioni del mondo, ma questa città internazionale deve riequilibrare cinque secoli di disequilibrio. La nuova sede delle Nazioni Unite dovrà essere al Sud. "Anche il Sud esiste!" ha detto Mario Benedetti.
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Eccellenze, amiche e amici, buon pomeriggio:
Il proposito originale di questa riunione è stato completemente sviato. Ci hanno imposto come centralità del dibattito un male chiamato processo per le riforme che relega in secondo piano ciò che è più urgente, ciò che i popoli del mondo reclamano con urgenza, come l'adottare misure per fronteggiare i veri problemi che ostacolano e impediscono gli sforzi dei nostri paesi per lo sviluppo e la vita.
Cinque anni dopo il Summit del Millenio, la cruda realtà è che la gran parte delle mete designate, nonostante fossero già di per sé modestissime, non saranno raggiunte.
Pretendevamo di ridurre alla metà 842 milioni di affamati entro il 2015. Al ritmo attuale la metà si raggiungerebbe nel 2215, vedremo chi di noi sarà lì per celebrarla, posto che la specie umana riesca a sopravvivere alla distruzione che minaccia il nostro ambiente.
Avevamo proclamato l'aspirazione di raggiungere per il 2015 la meta della scuola dell'obbligo universale. Al ritmo attuale la meta si raggiungerà dopo il 2100, prepariamoci dunque a celebrarla.
Questo, amiche e amici del mondo, ci conduce irreversibilmente a un'amara conclusione: le Nazioni Unite hanno esaurito il loro modello, e non si tratta semplicemente di procedere a una riforma, il XXI secolo reclama cambiamenti profondi che sono possibili solo con una rifondazione di questa organizzazione. Quella attuale non ci serve, bisogna dirlo, è la pura verità.
Per le trasformazioni, alle quali dal Venezuela ci riferiamo, il mondo scandisce, dal nostro punto di vista, due tempi. L'immediato, quello del qui e subito; e quello dei sogni, dell'utopia. Il primo è segnato dagli accordi presi dal vecchio schema, non lo rifiutiamo, e estraiamo persino proposte concrete all'interno di questo modello a breve scadenza. Tuttavia il sogno di quella pace mondiale, il sogno di un "noi" che non ci faccia vergognare per la fame, la malattia, l'analfabetismo, la necessità estrema, necessita -oltre che di radici- di ali per volare. Sappiamo che vi è una globalizzazione neoliberista distruttiva, ma vi è anche un mondo interconnesso che dobbiamo affrontare non come un problema ma come una sfida, possiamo, sulla base delle realtà nazionali, intercambiare conoscenza, complementarci, integrare mercati, ma al tempo stesso dobbiamo intendere che vi sono problemi che ormai non hanno più soluzione nazionale, né una nube radioattiva, né i costi mondiali, né un'epidemia, né il riscaldamento del pianeta o il buco dell'ozono sono problemi nazionali. Mentre progrediamo verso un nuovo modello delle Nazioni Unite che faccia suo e vero questo "noi" dei popoli, vi sono quattro riforme urgenti e irrinunciabili che estrapoliamo da questa Assemblea. La prima è l'espansione del Consiglio di Sicurezza tanto nelle sue categorie permanenti come nelle non permanenti, permettendo l'entrata a nuovi paesi sviluppati e a paesi in via di sviluppo come nuovi membri permanenti. La seconda, è il necessario miglioramento dei metodi di lavoro per aumentare la trasparenza e non per ridurla, per aumentare l'inclusione. La terza, consiste nella soppressione immediata -lo diciamo da anni dal Venezuela- del veto nelle decisioni del Consiglio di Sicurezza, questa vestige elitaria è incompatibile con la democrazia, incompatibile anche solo con l'idea di uguaglianza e di democrazia.
In quarto luogo il rafforzamento del ruolo del Segretario Generale, le sue funzioni politiche nell'ambito della democrazia preventiva, deve essere consolidato. La gravità dei problemi chiama a trasformazioni profonde, le mere riforme non bastano per recuperare il "noi" che aspettano i popoli del mondo, al di là delle riforme reclamiamo dal Venezuela la rifondazione delle Nazioni Unite, e come ben sappiamo in Venezuela, grazie alle parole di Simón Rodríguez, il Robinson di Caracas: "O inventiamo o sbagliamo".
Nella riunione del passato gennaio di quest'anno 2005 al Social Forum Mondiale di Porto Alegre, diverse personalità hanno chiesto che la sede delle Nazioni Unite uscisse dagli Stati Uniti se continuano le violazioni della legalità internazionale da parte di questo paese. Oggi sappiamo che non sono mai esistite armi di distruzione di massa in Iraq, il popolo statunitense è sempre stato molto rigoroso nell'esigere la verità ai propri governanti, i popoli del mondo anche: non ci sono mai state armi di distruzione di massa e malgrado ciò, e al di sopra delle Nazioni Unite, l'Iraq è stato bombardato, occupato e continua ad esserlo. Perciò proponiamo a questa Assemblea che le Nazioni Unite escano da un paese che non rispetta le risoluzioni di questa Assemblea. Altre personalità, allo scorso Social Forum, hanno proposto come alternativa una Gerusalemme trasformata in città internazionale. E' una proposta che racchiude la generosità di proporre una risposta al conflitto che vive la Palestina, ma forse ha spigolosità che rendono difficile portarla a compimento. Per questo portiamo qui un'altra proposta, ancorata nella "Lettera di Giamaica", che scrisse Simón Bolívar, il grande Liberatore del Sud, in Giamaica, nel 1815, 190 anni orsono. Lì, Bolívar propose la creazione di una città internazionale che servisse come sede all'idea dell'unità che pianificava. Bolívar era un sognatore che sognò ciò che oggi è la nostra realtà.
Crediamo che sia tempo di creare una città internazionale aliena alla sovranità di qualsivoglia Stato, con propria forza morale per rappresentare le Nazioni del mondo, ma questa città internazionale deve riequilibrare cinque secoli di disequilibrio. La nuova sede delle Nazioni Unite dovrà essere al Sud. "Anche il Sud esiste!" ha detto Mario Benedetti. Questa città che può essere già esistente, o possiamo inventarla, potrebbe trovarsi laddove sono collocate varie frontiere o in un territorio che simbolizzi il mondo, il nostro Continente è a disposizione per offrire il suolo sul quale edificare l'equilibrio dell'universo del quale parlò Bolívar nel 1825.
Signore, signori, affrontiamo oggi una crisi energetica senza precedenti, in un mondo nel quale si combinano pericolosamente un inarrestabile incremento del consumo energetico, l'incapacità di aumentare l'offerta di idrocarburi e la prospettiva di un declino delle riserve provate di combustibili fossili. Inizia a scarseggiare il petrolio.
Nel 2020 la domanda diaria di petrolio sarà di 120 milioni di barili il che significa, anche senza tenere conto della futura crescita della domanda, che si consumerà in 20 anni una quantità simile a tutto il petrolio che l'umanità ha consumato fino ad ora, ciò significherà inevitabilmente un aumento delle emissioni di diossido di carbonio che, come si sa, incrementa ogni giorno la temperatura nel nostro pianeta.
Katrina è stato un doloroso esempio delle conseguenze che può provocare l'uomo ignorando queste realtà. Il riscaldamento degli oceani è, a sua volta, il fattore fondamentale che sta dietro il terribile incremento nella forza degli uragani che abbiamo visto negli ultimi anni. Cogliamo l'occasione per trasmettere ancora una volta il nostro dolore al popolo degli Stati Uniti, che è un popolo fratello ai popoli dell'America e ai popoli del mondo.
In pratica, è eticamente inammissibile sacrificare la specie umana invocando in modo demenziale la vigenza di un modello socioeconomico con una galoppante capacità distruttiva. E' suicida insistere nel disseminarlo e imporlo come rimedio infallibile per i mali di cui esso è, precisamente, la principale causa.
Poco tempo fa il signor Presidente degli Stati Uniti nel corso di una riunione dell'Organizzazione degli Stati Americani, ha proposto all'America Latina e ai Caraibi di incrementare le politiche di mercato, l'apertura al mercato, vale a dire, il neoliberismo, quando questo è precisamente la causa fondamentale dei grandi mali e delle grandi tragedie che vivono i nostri popoli: il capitalismo neoliberista, il Consenso di Washington che lo ha generado è il maggior responsabile di miseria, diseguaglianza e tragedia infinita dei popoli di questi continenti.
Ora più che mai abbiamo bisogno, signor Presidente, un nuovo ordine internazionale. Ricordiamo che all'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, celebrata nel 1974, alcuni di quelli che sono qui non erano ancora nati o erano molto giovani.
Nel 1974, 31 anni fa, si adottò la dichiarazione e il programma di azione del nuovo Ordine Economico Internazionale, insieme al piano di azione l'Assemblea Generale adottò, il 14 dicembre di quel medesimo 1974, la Carta dei Diritti e dei Doveri Economici degli Stati che rese concreto il Nuovo Ordine Economico Internazionale. Esso fu approvato con la schiacciante maggioranza di 120 voti a favore, 6 contro e 10 astenzioni. Ciò accadde quando ancora si votava alle Nazioni Unite. Ora qui non si vota più, ora qui si approvano i documenti come questo documento che denuncio a nome del Venezuela, nullo e illegale, perché viola la normativa delle nazioni Unite, questo non è un documento valido! Bisogna discutere questo documento, il Governo del Venezuela lo farà conoscere al mondo, ma nel frattempo noi non possiamo accettare la dittatura aperta e schiacciante delle Nazioni Unite, queste cose sono fatte per essere discusse e a questo proposito mi appello molto rispettosamente ai miei colleghi Capi di Stato e Capi di Governo.
Questo documento, scritto solo in inglese, è stato consegnato cinque minuti fa ai delegati e si è approvato con un martellamento dittatoriale, che denuncio dinnanzi al mondo come illegale, nullo e illegittimo.
Ascolti una cosa, signor Presidente, se noi accettiamo questo documento, siamo spacciati, abbiamo spento la luce e chiuso le finestre! Se accettiamo la dittatura di questa sala, è la fine.
Ora più che mai -dicevamo- abbiamo bisogno di ritessere cose che abbiamo smarrito nel cammino, come la proposta approvata in questa Assemblea nel 1974 di un Nuovo Ordine Economico Internazionale. Ricordiamo che l'Articolo 2 del testo di quella Carta, conferma il diritto degli Stati di nazionalizzare le proprietà e le risorse naturali che si trovano in mano ad investitori stranieri, proponendo al tempo stesso la creazione di cartelli di produttori di materie prime. Nella Risoluzione 3.201 del maggio del 1974, è espressa la determinazione ad agire con urgenza per stabilire un Nuovo Ordine Economico Internazionale basato - ascoltatemi bene, vi prego- "nell'equità sovrana, l'interdipendenza, nell'interesse comune e la cooperazione fra gli Stati qualsiasi siano i loro sistemi economici e sociali, che correggano le diseguaglianze e riparino le ingiustizie fra i paesi sviluppati e i paesi in via di sviluppo, e assicurino alle generazioni presenti e future, che la pace, la giustizia e lo sviluppo economico e sociale si acceleri a ritmo sostenuto", chiudo le virgolette, stavo leggendo parte di quella Risoluzione storica del 1974.
L'obbiettivo del Nuovo Ordine Economico Internazionale era modificare il vecchio ordine concepito a Bretton Woods.
Credo che il Presidente degli Stati Uniti abbia parlato quasi 20 minuti ieri, qui, così mi hanno detto, io chiedo il permesso, Eccellenza, di terminare il mio discorso.
L'obbiettivo del Nuovo Ordine Economico Internazionale era modificare il vecchio ordine economico concepito a Bretton Woods nel 1944, e che aveva vigenza fino al 1971, con il crollo del sistema monetario internazionale: solo buone intenzioni, nessuna volontà per progredire in questa strada, e noi crediamo che questa fosse e continui ad essere la strada.
Oggi i popoli reclamano, in questo caso il popolo del Venezuela, un nuovo ordine economico internazionale, ma risulta anche imprescindibile un nuovo ordine politico internazionale, non permettiamo che un pugno di paesi tenti di reinterpretare impunemente i principi del Diritto Internazionale per dare copertura a dottrine come la "Guerra Preventiva" adesso ci minacciano con la guerra preventiva! e la ora chiamata "Responsabilità di Proteggere", ma dobbiamo chiederci chi ci proteggerà e come ci proteggerà.
Io credo che uno dei popoli che richiede protezione sia il popolo degli Stati Uniti, lo abbiamo ora visto dolorosamente con la tragedia del Katrina: non ha un governo che lo protegga dai disastri annunciati della natura, se quello di cui stiamo parlando è di proteggerci l'uno con l'altro; questi sono concetti molto pericolosi che va delineando l'imperialismo, esso va delineando l'interventismo e cerca di legalizzare la mancanza di rispetto e di sovranità. Il pieno rispetto dei principi del Diritto Internazionale e alla Carta delle Nazioni debbono costituire, signor Presidente, la pietra miliare delle relazioni internazionali nel mondo di oggi, e la base del nuovo ordine che propugnamo.
Permettetemi una volta ancora, in conclusione, di citare Simón Bolívar, il nostro Libertador, quando parla dell'integrazione del mondo, del Parlamento Mondiale, del Congresso di Parlamenti, è necessario riprendere molte proposte come quella bolivariana. Diceva Bolívar in Giamaica, nel 1815 - l'ho già citato- leggo una frase della Lettera di Giamaica. "Che bello sarebbe sarebbe se l'istmo di Panama fosse per noi ciò che è quello di Corinto per i greci, magari un giorno avessimo la fortuna di istallare lì un congresso dei rappresentanti delle repubbliche, dei regni, per trattare e discutere degli alti interessi della pace e della guerra, con le nazioni delle altre parti del mondo. Questa specie di corporazione potrà avere luogo in qualche epoca della nostra rigenerazione". Ceramente, urge affrontare in modo efficace il terrorismo internazionale, ma non usandolo come pretesto per scatenare aggressioni militari ingiustificate che violano il Diritto Internazionale e sono diventate dottrina dopo l'11 settembre. Solo una vera strategia di cooperazione, e la fine della doppia morale che alcuni paesi del Nord applicano al tema del terrorismo, potranno porre termine a questo orribile flagello.
Signor Presidente:
In appena 7 anni di Rivoluzione Bolivariana, il popolo venezuelano può esibire importanti conquiste sociali ed economiche.
Un milione e 406 mila venezuelani hanno imparato a leggere e scrivere in un anno e mezzo, noi siamo circa 25 milioni e, fra qualche settimana, il paese potrà dichiararsi libero dall'analfabetismo, e tre milioni di venezuelani prima esclusi a causa della povertà, sono stati inseriti nell'educazione primaria, secondaria e universitaria.
Diciassette milioni di venezuelani e venezuelane -quasi il 70% della popolazione- ricevono, per la prima volta nella nostra storia, assistenza medica gratuita, comprese le medicine e, in pochi anni, tutti i venezuelani avranno accesso gratuito all'attenzione medica per eccellenza. Si somministrano oggi più di 1 milione e 700 mila tonnellate di alimenti a prezzi modici a 12 milioni di persone, quasi la metà dei venezuelani, un milione dei quali li ricevano gratuitamente, in forma transitoria. Queste misure hanno generato un alto livello di sicurezza alimentare nei più necessitati.
Signor Presidente, si sono creati 700 mila posti di lavoro, riducendo la disoccupazione di 9 punti percentuali, tutto ciò nel mezzo delle aggressioni interne ed esterne, che includono un golpe militare preparato a Washington, e un golpe petrolifero preparato anch'esso a Washington, malgrado le cospirazioni, le calunnie del potere mediatico, e la permanente minaccia dell'impero e dei suoi alleati, che stimola perfino il magnicidio (assassinio di un capo di governo NdT). L'unico paese dove una persona si può permettere il lusso di chiedere il magnicidio di un Capo di Stato sono gli Stati Uniti, come è accaduto poco tempo fa con un reverendo chiamato Pat Robertson molto amico della Casa Bianca: ha chiesto pubblicamente davanti al mondo la mia uccisione e gira a piede libero, questo è un delitto internazionale, è terrorismo internazionale!
Ebbene, noi lotteremo per il Venezuela, per l'integrazione latinoamericana e per il mondo.
Riaffermiamo qui, in questa sala, la nostra infinita fiducia nell'uomo, oggi assetato di pace e giustizia al fine di riuscire a sopravvivere come specie. Simón Bolívar, padre della nostra Patria e guida della nostra Rivoluzione, giurò di non dare riposo alle sue braccia, né dare riposo alla sua anima, fino a vedere l'America libera. Noi non daremo riposo alle nostre braccia, né riposo alla nostra anima fino a quando non sarà salva l'umanità.
Signori, molte grazie.
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