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sabato, aprile 03, 2004
 

Novella delle 3 anella - riflessioni

La umana commedia

Decameron: la novella di Melchisedec e delle tre "anella"
Affrontare in classe il tema dell'altro e dello straniero è certamente un'occasione per proporre spunti di riflessioni fertili e stimolanti agli allievi.

L'esigenza, per altro, di una educazione alla multiculturalità non può infatti essere elusa: e ciò non solo in nome dei grandi principi, ma anche per quanto la diretta e quotidiana esperienza impone. La presenza dello straniero (che spesso è anche credente in una religione diversa) è una realtà che in questi ultimi anni è entrata a tutti gli effetti nel 'panorama' quotidiano della scuola italiana.

Il problema del confronto e della convivenza tra culture e religioni diverse è uno dei grandi compiti (e delle grandi sfide) cui è chiamata la scuola nei prossimi anni. E il problema è tanto più delicato quanto più assistiamo con frequenza preoccupante alle dichiarazioni più avventate, che arricchiscono di spunti nuovi e creativi il fin troppo nutrito stupidario nazionale. Cosicché, invece di ripensare le forme e le ragioni della convivenza, c'è chi pensa di alzare steccati e chiusure esistenti. Qualcuno ad esempio ha persino proposto di fare del simbolo più "scandalosamente" universale, la Croce, un mezzo per rafforzare la nostra traballante identità nazionale, rendendolo obbligatorio in tutte le aule della Repubblica.  


La lettura della novella di Melchisedech può essere impiegata per segnalare un aspetto essenziale del Decameron: vale a dire quella particolare complessità semantica che deriva dall'essere costituito di elementi singolarmente compiuti (i 100 racconti), la cui interpretazione si complica e si arricchisce di sfumature derivate dai rapporti orizzontali e verticali che è dato cogliere tra le singole novelle.

Accanto ai rapporti semantici previsti dalla cornice (il tema del giorno; le sfumature di gusto e di sensibilità dei singoli narratori, dalla licenziosità di Dioneo, alla giovanile ingenuità di Neifile), tra le singole novelle si stabiliscono anche relazioni variabili, che arricchiscono il senso dei singoli elementi. E' il caso delle tre novelle di apertura del libro.

La novella di Melchisedec si arricchisce di un senso più complesso se letta contestualmente alle due che la precedono (Decameron, I, 1 e I, 2), con le quali ha in comune il tema della religione.


Tutte e tre le novelle propongono un rapporto non confessionale, non intollerante né esclusivo con le religioni positive. Il motivo trova espressione sia nella famosa novella di Ciappelletto (I, 1), in cui la promozione del delinquente protagonista a santo (in seguito alla falsa confessione in punto di morte) ridimensiona il ruolo dell'istituzione religiosa a favore dello spirito con cui il fedele si accosta alla preghiera. Sia nella seconda novella, in cui si racconta di un ebreo che andando a Roma si converte al Cristianesimo proprio constatando l'estrema corruzione degi altri prelati della Curia.

v. Carlo Varotti
Un percorso didattico sul tema dell'altro.

 

Novella delle tre anella

La Umana Commedia X

Il Signore degli anelli -
(Trattato della tolleranza)

Decameron. Prima Giornata. Novella Terza


Melchisedech giudeo, con una novella di tre anella, evita un trabocchetto preparatogli dal Saladino.

Filomena così cominciò a parlare.
...
Voi dovete, amorose compagne, sapere che, sì come la sciocchezza spesse volte trae tanti da una situazione felice e li mette in grandissima miseria, così il senno libera il savio da grandissimi pericoli e lo pone in grande e in sicuro riposo.
...
Il Saladino, sultano di Babillonia, avendo in diverse guerre e in grandissime sue magnificenze speso tutto il suo tesoro, e, per alcuno accidente sopravvenuto bisognandogli una buona quantità di danari, né veggendo donde così prestamente come gli bisognavano aver gli potesse, gli venne a memoria un ricco giudeo, il cui nome era Melchisedech, il quale prestava ad usura in Alessandria, e pensò che costui possedeva tanto denaro da potergliene prestare quanto volesse; ma era così avaro che di sua volontà non l'avrebbe mai fatto; ma non gli voleva fare violenza; per che, strignendolo il bisogno, escogitò uno stratagemma per colorire la prepotenza con una apparenza di ragione. E fattolsi chiamare e familiarmente ricevutolo, seco il fece sedere e appresso gli disse:

- Valente uomo, io ho da più persone inteso che tu se' savissimo e nelle cose di Dio senti molto avanti; e per ciò io saprei volentieri da te quale delle tre leggi tu reputi la verace, o la giudaica o la saracina o la cristiana.

Il giudeo, il quale veramente era savio uomo, capì subito che il Saladino guardava di pigliarlo nelle parole per dovergli muovere una qualche accusa, e pensò che se avesse scelto una qualsiasi delle tre sarebbe caduto in un tranello predisposto dal Saracino. Ragion per cui, aguzzato lo 'ngegno, gli venne prestamente avanti quello che dir dovesse, e disse:

- Signor mio, la quistione la qual voi mi fate è bella, e a volervene dire ciò che io ne sento, mi vi convien dire una novelletta, qual voi udirete.

Se io non erro, io mi ricordo aver molte volte udito dire che ci fu già un uomo grande e ricco, il quale, tra i tanti gioielli presenti nel suo tesoro, aveva uno anello bellissimo e prezioso; al quale per lo suo valore e per la sua bellezza volendo fare onore e in perpetuo lasciarlo ai suoi discendenti, ordinò che colui de' suoi figliuoli al quale fosse stato trovato addosso l'anello, s'intendesse essere il suo erede e dovesse da tutti gli altri essere come maggiore onorato e reverito.

E colui al quale da costui fu lasciato fece lo stesso con i suoi discendenti e in brieve andò questo anello di mano in mano a molti successori; e ultimamente pervenne alle mani ad uno, il quale avea tre figliuoli belli e virtuosi e molto al padre loro obedienti, per la qual cosa tutti e tre parimente gli amava. E i giovani, li quali la consuetudine dello anello sapevano, ciascuno per se', come meglio sapeva, pregava il padre, il quale era già vecchio, che, quando a morte venisse, a lui quello anello lasciasse.

Il valente uomo, che parimente tutti gli amava, né sapeva esso medesimo scegliere  a quale dei tre  lasciar lo dovesse, pensò, avendolo a ciascun promesso, di volergli tutti e tre sodisfare; e segretamente ad uno buono maestro ne fece fare due altri, li quali sì furono simiglianti al primiero, che esso medesimo che fatti gli avea fare appena conosceva qual si fosse il vero. E venendo a morte, segretamente diede il suo a ciascun de' figliuoli. Li quali, dopo la morte del padre, volendo ciascuno la eredità e l'onore occupare, ciascuno produsse fuori il suo anello. E trovatisi gli anelli sì simili l'uno all'altro che qual di costoro fosse il vero non si sapeva conoscere, si rimase la quistione, qual fosse il vero erede del padre, in pendente, e ancor pende.

E così vi dico, signor mio, delle tre leggi date da Dio padre ai tre popoli: ciascuno dirittamente si crede avere e fare la sua eredità, la sua vera legge e i suoi comandamenti; ma chi se l'abbia, come degli anelli, ancora la questione è in sospeso.

Il Saladino riconobbe che costui aveva ben saputo evitare il laccio che gli aveva teso davanti a' piedi; e per ciò decise di rivelargli la sua necessità e vedere se gli volesse fare il prestito; e così fece, rivelandogli ciò che avesse intenzione di fare, se non gli avesse risposto così accortamente  come aveva fatto.

Il giudeo generosamente concesse al Saladino tutto quanto gli richiese; e il Saladino poi restituì interamente tutto quanto; e oltre a ciò gli donò grandissimi doni e sempre per suo amico l'ebbe e in grande e onorevole stato appresso di sé il mantenne.

Versione originale


 



venerdì, aprile 02, 2004
 

Abraam giudeo

La Umana Commedia IX

Credo quia absurdum Credo perché è assurdo

Prima Giornata.Novella Seconda
Abraam giudeo, da Giannotto di Civignì stimolato, va in corte di Roma; e veduta la malvagità de' cherici, torna a Parigi e fassi cristiano.

       La novella di Panfilo fu in parte risa e tutta commendata dalle donne; .. appresso di lui Neifile,  cominciò in questa guisa.
     
Mostrato n'ha Panfilo nel suo novellare la benignità di Dio non guardare a' nostri errori, quando procedano da cosa che per noi veder non si possa; e io intendo di dimostrarvi quanto questa medesima benignità sopporti pazientemente i difetti di coloro che di essa dovrebbero dare e colle opere e colle parole vera testimonianza, e che invece fanno il contrario.

    
  In Parigi ci fu un gran mercatante e buono uomo, il quale fu chiamato Giannotto di Civignì, lealissimo e diritto e di gran traffico d'opera di drapperia; e avea singulare amistà con uno ricchissimo uomo giudeo, chiamato Abraam, il qual similmente mercatante era e diritto e leale uomo assai. La cui dirittura e la cui lealtà veggendo Giannotto, gl'incominciò forte ad increscere che l'anima d'un così valente e savio e buono uomo per difetto di fede andasse a perdizione. E per ciò amichevolmente lo cominciò a pregare che egli lasciasse gli errori della fede giudaica e ritornasse alla verità cristiana, la quale egli poteva vedere, sì come santa e buona, sempre prosperare e aumentarsi; mentre poteva ben vedere che la sua, in contrario, si diminuiva fino a scomparire.
       Il giudeo rispondeva che niuna ne credeva né santa né buona fuor che la giudaica, e che egli in quella era nato e in quella intendeva e vivere e morire; né cosa sarebbe che mai da ciò il facesse rimuovere. Giannotto non smise di insistere, mostrandogli, così rozzamente come i mercatanti sanno fare, per quali ragioni la nostra era migliore che la giudaica. E nonostante che il giudeo fosse nella giudaica legge un gran maestro, tuttavia, o per la grande amicizia che aveva con Giannotto, o forse per merito dello Spirito Santo che stava dietro le parole del povero ignorante Giannotto , al giudeo cominciarono forte a piacere le dimostrazioni di Giannotto; ma pure, ostinato in su la sua credenza, volger non si lasciava.
       Così come egli pertinace rimaneva, così Giannotto di sollecitarlo non finiva giammai, tanto che il giudeo, da così continua insistenza vinto, disse: - Ecco, Giannotto, a te piace che io divenga cristiano, e io sono disposto a farlo, sì veramente che io voglio in prima andare a Roma, e quivi vedere colui il quale tu dì che è vicario di Dio in terra, e considerare i suoi modi e i suoi costumi e similmente dei suoi fratelli cardinali; e se essi mi parranno tali che io possa, tra per le tue parole e per il loro comportamento, comprendere che la vostra fede sia migliore che la mia, come tu ti se' ingegnato di dimostrarmi, io farò quello che t'ho detto; ove così non fosse, io mi rimarrò giudeo come io mi sono.
       Quando Giannotto intese questo, fu in se' stesso oltremodo dolente, tacitamente dicendo: -
Perduta ho la fatica, la quale ottimamente mi parea avere impiegata, credendomi costui aver convertito; per ciò che, se egli va in corte di Roma e vede la vita scellerata e lorda de' cherici, non che egli di giudeo si faccia cristiano, ma, se egli fosse cristiano fatto, senza fallo giudeo si ritornerebbe - .
       E ad Abraam rivolto disse: - Deh, amico mio, perché vuoi tu entrare in questa fatica e così grande spesa, come a te sarà d'andare di qui a Roma? senza pensare che, per uno ricco come te, il viaggio  è tutto pien di pericoli. Non credi tu trovar qui chi i1 battesimo ti dea? E, se forse alcuni dubbi hai intorno alla fede che io ti illustro, qui ci sono maestri in grado di rispondere a tutti i dubbi che domanderai di chiarire. Per le quali cose, al mio parere, questa tua andata è di soperchio. Pensa che là i prelati sono come quelli che tu hai qui potuto vedere  e  tanto ancor migliori quanto essi son più vicini al pastor principale. E perciò questa fatica, per mio consiglio, ti serberai in altra volta per qualche pellegrinaggio, al quale io ti farò compagnia.
       A cui il giudeo rispose: - Io mi credo, Giannotto, che così sia come tu mi favelli, ma, per dirla in poche parole, io sono fermamente deciso ad andarvi, o altramenti mai non ne farò nulla.
       Giannotto, vedendo il voler suo, disse: - E tu va con buona ventura- ; e fra di sé pensava che mai si sarebbe fatto cristiano, come la corte di Roma veduta avesse.
       Il giudeo montò a cavallo e, come più tosto potè, se n'andò in corte di Roma, là dove pervenuto da' suoi giudei fu onorevolmente ricevuto. E quivi dimorando, senza dire ad alcuno per che andato vi fosse, cautamente cominciò a riguardare alle maniere del papa e de' cardinali e degli altri prelati e di tutti i cortigiani; e tra che egli s'accorse di persona, da uomo molto avveduto com'era, e tra quello che gli fu raccontato da altri, egli trovò dal maggiore infino al minore generalmente tutti disonestissimamente peccare in lussuria, e non solo nella naturale, ma ancora nella soddomitica, senza freno alcuno di rimordimento o di vergogna, tanto che la potenzia delle meretrici e de' garzoni in ottenere qualunque cosa era grandissima. Oltre a questo, li vide universalmente gulosi, bevitori, e briachi e più al ventre serventi a guisa d'animali bruti, oltreché dediti alla lussuria.
       E più avanti guardando, in tanto tutti avari e cupidi di denari gli vide, che vendevano a denari il sangue umano, anzi il cristiano,  e le divine cose vendevano e comperavano, qualsiasi si fossero, appartenenti al sacro o ai benefici spirituali, tanto che c'erano più botteghe e mercanti lì che non nelle drapperie e fabbriche di Parigi. E davano il nome di  " procureria " alla manifesta simonia, e chiamavano "sustentazioni " le gulosità, quasi che Iddio si debba lasciare ingannare a guisa degli uomini, dai nomi delle cose e dal significato dei vocaboli, e non conoscesse le vere intenzioni  de' pessimi animi.
 Le quali cose, insieme con molte altre che da tacer sono, sommamente spiacendo al giudeo, sì come a colui che sobrio e modesto uomo era, parendogli assai aver veduto, propose di tornare a Parigi, e così fece. Al quale, come Giannotto seppe che venuto se n'era, niuna cosa meno sperando che del suo farsi cristiano, se ne venne, e gran festa insieme si fecero; e, poi che riposato si fu alcun giorno, Giannotto il domandò quello che del santo padre e de' cardinali e degli altri cortigiani gli parea.
       Al quale il giudeo prestamente rispose: -
 Parmene male, che Iddio dea a quanti sono; e dicoti così che, se io ben seppi considerare, quivi niuna santità, niuna divozione, niuna buona opera o essemplo di vita o d'altro in alcuno che cherico fosse veder mi parve; ma lussuria, avarizia e gulosità, fraude, invidia e superbia e simili cose e piggiori (se piggiori essere possono in alcuno) mi vi parve in tanta grazia di tutti vedere, che io considero più tosto quella per una fucina di diaboliche operazioni che di divine. E da quello che ho capito, mi pare che il vostro pastore e per consequente tutti gli altri con ogni sollecitudine e con ogni ingegno, si diano da fare per  riducere a nulla e per cacciare dal mondo la cristiana religione, mentre proprio essi dovrebbero esser fondamento e sostegno di quella.
E siccome io vedo che non avviene ciò per cui essi operano, ma anzi continuamente la vostra religione aumenta e più lucida e più chiara diviene, giustamente mi par di capire che lo Spirito Santo sia fondamento e sostegno di essa più che alcun'altra, sì come vera e santa. 
 Per la qual cosa, dove io rigido e duro stava a' tuoi incitamenti e non mi volea far cristiano, ora tutto aperto ti dico che io per niuna cosa rinuncerei di farmi cristiano. Andiamo adunque alla chiesa: e quivi, secondo il debito costume della vostra santa fede, mi fa battezzare.
       Giannotto, il quale aspettava una conclusione del tutto contraria a questa, quando lo sentì dir così, fu il più contento uomo che giammai fosse. E a Nostra Dama di Parigi con lui insieme andatosene, richiese i cherici di là entro che ad Abraam dovessero dare il battesimo. Li quali, udendo che esso l'addomandava, prestamente il fecero: e Giannotto il levò del sacro fonte e nominollo Giovanni; e poi lo fece compiutamente ammaestrare da valenti maestri nella nostra fede la quale egli prestamente apprese, e fu, poi, buono e valente uomo e di santa vita.   

Per il testo integrale  vedi qui. 

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boccaccio, decamerone


giovedì, aprile 01, 2004
 

Ser Ciappelletto oggi

 
La umana Commedia VIII

Oggi - bis
(divertissement)

Si racconta che Inco Marcio, grande e ricco mercante amerikano che aveva ottenuto titolo azionari alla corte di Watican Street, dovendo accompagnare Carlo di Polonia in Mondolandia, sapendo che i suoi affari erano molto intricati e disseminatiin molti luoghi, e che non si potevano concludere velocemente, pensò di affidarli a diverse persone: rimase solo indeciso sul chi mandare a riscuotere i suoi crediti in America latina .

Il motivo della sua titubanza era che conosceva i "borgognoni" come uomini litigiosi, di carattere cattivo e sleali, e non gli veniva in mente nessun uomo così cattivo che potesse a loro opporre.
Dopo aver riflettuto a lungo su questo problema, gli venne in mente di far dimettere Celestino V e di risuscitare Bonifacio VIII perché fosse in grado di trovare un nuovo Carlo di Valois che andasse a mettere zizzania tra i fiorentini in modo da metterli gli uni contro gli altri e ridurrela Toscana sotto lo stretto controllo di Roma ladrona.
Mutatis mutandis ecco le cose come effettivamente andarono.
C'era nella patria di D.Chisciotte un notaio antiveggente che, con la macchina del tempo, a due secoli di distanza, era riuscito ad leggereil cap. 18 del Principe di Machiavelli là dove si dice precisamente così: Debbe, adunque, avere uno principe gran cura che non li esca mai di bocca una cosa che non sia piena delle soprascritte cinque qualità, e paia, a vederlo et udirlo, tutto pietà, tutto fede, tutto integrità, tutto relligione. E non è cosa più necessaria a parere di avere che questa ultima qualità.

Questo notaio provava grandissima vergogna quando doveva redigere un documento autentico, infatti, facevadocumenti falsi gratis meglio che chiunque altro a pagamento. Diceva il falso per divertimento, sia quando era necessario per la sua professione, sia quando non lo era, cosa che faceva senza nessuno scrupolo o preoccupazione.
Inoltre si divertiva e s'impegnava molto a far sorgere tra amici e parenti odi, scandali, inimicizie,dirthy triks e più ne scaturivano malvagità più era contento e divertito. Invitato ad assistere ad un omicidio o a qualsiasi altro reato, vi andava di propria volontà senza mai negarlo, e più volte si trovò a ferire e ucciderei con le proprie mani, provandone un gran piacere. Ma perché mi dilungo tanto a descriverlo? Egli era probabilmente solo il peggior uomo che mai fosse nato.
La potenza e la situazione sociale di Messer Inco Marcio a lungo protessero la sua malvagità, così che fu trattato con ogni riguardo sia dai privati cui spesso arrecava oltraggio, sia dai tribunali, di fronte ai quali si fosse venuto a trovare.

Essendosi ricordato del notaio predetto, Messer Inco Marcio pensò che fosse proprio la persona che la riottosità dei borgognoni richiedeva, e perciò dopo averlo fatto chiamare gli chiese di assumersi questo incarico in cambio di una cospicua ricompensa e della protezione della corte reale.
Carlo di Valois, ricevute da Messer Inco Marcio le lettere di raccomandazione firmate dal re e la procura per agire nelle veci del suo protettore, partì per l'America latina trovando alloggio in casa di suoi confratelli i quali svolgevano la professione illecita di usurai, e che gli riservarono ogni cortesia in onore di Messer Inco Marcio, e qui accadde che Carlo di Valois fu colto da infermità. I due fratelli fecero subito accorrere servitori e medici in modo che lo servissero e che facessero di tutto per fargli recuperare la salute. Ma ogni aiuto si dimostrò inutile, e visto che l'uomo era ormai anziano e aveva vissuto in maniera sregolata, i medici sentenziarono che peggiorava ogni giorno di più come colui che sta andando in contro alla morte….
Carlo di Valois allora, deciso a recitare la sua parte fino in fondo, mandò a chiamare il frate confessore dicendo che, nonostante si fosse già confessato in più e più occasioni, voleva confessarsi di tutti i peccati che poteva ricordarsi, dal giorno della sua nascita a quello della confessione; e per questo lo pregò di interrogarlo con precisione come se non si fosse mai confessato, senza avere riguardo e compassione per la sua condizione di infermo.
Il frate, che non si chiamava Adriana Zarri, lo rincuorò assicurandogli che erano peccati di piccola entità dei quali la sua anima non sia sarebbe dovuta preoccupare, in quanto era cose più che normali.
L'uomo di chiesa indagò allora sul suo passato da mercante, chiedendogli se non avesse mai truffato nessuno e Carlo di V. confessò che una volta gli era capitato di incassare più denaro del dovuto senza accorgersene, ma una volta resosene conto aspettò di poterli restituire per un anno, ma non avendo più avuto l'occasione di incontrare questa persona, aveva poi devoluto la somma in eccesso in beneficenza. Il frate vedendo che non c'era altro da fare assolse S. Carlo di V. e lo benedì considerandolo un sant'uomo, avendo creduto in pieno alle sue parole, cosa che avrebbe fatto chiunque sentendo parlare così un uomo in punto di morte.
Saputa della sua morte il santo frate convinse gli altri suoi confratelli accogliere il corpo di quel sant'uomo presso di loro; la mattina seguente si tenne la processione funebre a cui partecipò tutta la città e giunti in chiesa il frate che lo aveva confessato portò la sua vita ad esempio per tutti i credenti.
Questi lo lodò così a lungo e in maniera così convinta che tutti vollero, alla fine della messa, baciarlo e prendere un brandello delle sue vesti, e la notte stessa egli fu seppellito in una grande arca di marmo.

Tutti cominciarono ad adorarlo come ad un santo, cominciando a chiamarlo San Carlo di Boemia, attribuendogli molti meriti e miracoli.
Così visse e morì dunque S. Carlo di Castiglia il quale infine divenne santo.

E anche nel caso non fosse fosse così, la Grazia di Dio è così tanta che non guarda al nostro errore nel servirci di intermediari sbagliati per rivolgerci a lui, ma solo alla purezza della nostra fede, come se rivolgessimo le nostre preghiere ad intermediari legittimi.
Ed è per questo che noi, nel pieno della pestilenza, ci ritroviamo in questa lieta e allegra compagnia, sani e salvi, lodando il suo nome e rivolgendoci a lui per ogni nostro bisogno, sicurissimi che ci ascolterà.

A questo punto Panfilo terminò la sua narrazione.



martedì, marzo 30, 2004
 

Cepparello aggiornato a oggi


La umana Commedia VII (divertissement)

La prima novella riportata a

Oggi  Si racconta che Scudo Rosso, grande e ricco mercante americano che aveva ottenuto titolo azionari alla corte di Wall Street, dovendo accompagnare Tony Bliar in Europa, sapendo che i suoi affari erano molto intricati e disseminati in molti luoghi, , e che non si potevano concludere velocemente, pensò di affidarli a diverse persone: rimase solo indeciso sul chi mandare a riscuotere i suoi crediti in Borgogna.

Il motivo della sua titubanza era che conosceva i "borgognoni" come uomini litigiosi, di carattere cattivo e sleali, e non gli veniva in mente nessun uomo così cattivo che potesse a loro opporre.
Dopo aver riflettuto a lungo su questo problema, gli venne in mente un certo Carletto from Texas
che spesso gli aveva chiesto riparo nella sua casa di Georgia e chei francesi chiamavano erroneamente Nice Guy .

Questi era un notaio, che provava grandissima vergogna quando doveva redigere un documento autentico, infatti, faceva documenti falsi gratis meglio che chiunque altro a pagamento. Seguendo le orme della "famiglia", diceva il falso per divertimento, sia quando era necessario per la sua professione, sia quando non lo era, e siccome allora in Pensylvania si prestava gran fede ai giuramenti, aveva vinto molti processi giurando il falso, cosa che faceva senza nessuno scrupolo o preoccupazione.
Inoltre si divertiva e s'impegnava molto a far sorgere tra amici e parenti odi, scandali, inimicizie,sporchi giochi (dirthy triks) e più ne scaturivano malvagità più era contento e divertito.

Invitato ad assistere ad un omicidio o a qualsiasi altro reato, vi andava di propria volontà senza mai negarlo, e più volte si trovò a ferire e uccidere uomini con le proprie mani, provandone un gran piacere.
Ma perché mi dilungo tanto a descriverlo? Egli era probabilmente solo il peggior uomo che mai fosse nato.
La potenza e la situazione sociale di Messer Scudo Rosso a lungo protessero la sua malvagità, così che fu trattato con ogni riguardo sia dai privati cui spesso arrecava oltraggio, sia dai tribunali, ai quali ne faceva continuamente.
Essendosi ricordato di Ser Carletto, Messer Scudo Rosso pensò che fosse proprio la persona che la malvagità dei borgognoni richiedeva, e perciò dopo averlo fatto chiamare gli chiese di assumersi questo incarico in cambio di una cospicua ricompensa e della protezione della corte reale.
Ser Carletto, ricevute da Messer Scudo Rosso le lettere di raccomandazione firmate dal re Pentagon e la procura del Congresso per agire nelle veci del suo protettore, partì per la Borgogna, trovando alloggio in casa di due fratelli i quali svolgevano la professione illecita di usurai, e che gli riservarono ogni cortesia in onore di Messer Scudo Rosso, e qui accadde che Ser Carletto fu colto da infermità. I due fratelli fecero subito accorrere servitori e medici in modo che li servissero e che facessero di tutto per fargli recuperare la salute. Ma ogni aiuto si dimostrò inutile, e visto che l'uomo era ormai anziano e aveva vissuto in maniera sregolata, i medici sentenziarono che peggiorava ogni giorno di più come colui che sta andando incontro alla morte….I due fratelli, nonostante non avessero molta fiducia nell'infermo, andarono in un convento a chiamare uno dei frati più conosciuti e rispettati della regione, il quale una volta giunto al capezzale del moribondo, dopo averlo confortato, gli chiese quando fosse stata l'ultima volta che si era confessato.

Ser Carletto allora, deciso a recitare la sua parte fino in fondo, confidò al frate che nonostante si fosse già confessato in più e più occasioni, ogni volta voleva confessarsi di tutti i peccati che poteva ricordarsi, dal giorno della sua nascita a quello della confessione; e per questo lo pregò di interrogarlo con precisione come se non si fosse mai confessato, senza avere riguardo e compassione per la sua condizione di infermo.

Il frate allora lo rincuorò assicurandogli che erano peccati di piccola entità dei quali la sua anima non sia sarebbe dovuta preoccupare, in quanto era cose più che normali; sempre più conquistato dalla devozione di Ser Carletto, l'uomo gli chiese se mai avesse peccato in avarizia, desiderando più di quello che si conviene o tenendo ciò che non avrebbe dovuto tenere.
Ser Carletto subito cercò di far capire al frate che il fatto che si trovasse in casa di due usurai non doveva trarlo in inganno, perché lui era lì per ammonirli, punirli e fargli abbandonare quel lavoro che li faceva arricchire in maniera ignobile.

L'uomo di chiesa indagò allora sul suo passato da mercante, chiedendogli se non avesse mai truffato nessuno e Ser Ciappelletto confessò che una volta gli era capitato di incassare più denaro del dovuto senza accorgersene, ma una volta resosene conto aspettò di poterli restituire per un anno, ma non avendo più avuto l'occasione di incontrare questa persona, aveva poi devoluto la somma in eccesso in beneficenza.
Il frate vedendo che non c'era altro da fare assolse Ser Carletto e lo benedì considerandolo un sant'uomo, avendo creduto in pieno alle sue parole, cosa che avrebbe fatto chiunque sentendo parlare così un uomo in punto di morte.
Il frate infine gli augurò che con l'aiuto di dio potesse guarire, e gli disse che se anche Egli avesse deciso di prenderlo a Sé, sarebbero stati più che contenti di seppellirlo nel loro monastero.Ser Carletto prese la comunione, e peggiorando le sue condizioni, ebbe l'ultima unzione, e il giorno stesso morì e i due fratelli subito prepararono tutti i particolari della sepoltura, pagando con i soldi del defunto.
Saputa della sua morte il santo frate convinse gli altri suoi confratelli che fosse loro dovere accogliere il corpo di quel sant'uomo presso di loro; la mattina seguente si tenne la processione funebre a cui partecipò tutta la città e giunti in chiesa il frate che lo aveva confessato portò la sua vita ad esempio per tutti i credenti.
Questi lo lodò così a lungo e in maniera così convinta che tutti vollero, alla fine della messa, baciarlo e prendere un brandello delle sue vesti, e la notte stessa egli fu seppellito in una grande arca di marmo.

Tutti cominciarono ad adorarlo come ad un santo, cominciando a chiamarlo San Carletto from Texas, attribuendogli molti meriti e miracoli.

Così visse e morì dunque ser Carletto from Texas il quale infine divenne santo.

E anche nel caso fosse così, la Grazia di Dio è così tanta che non guarda al nostro errore nel servirci di intermediari sbagliati per rivolgerci a lui, ma solo alla purezza della nostra fede, come se rivolgessimo le nostre preghiere ad intermediari legittimi.
Ed è per questo che noi,occidentenel pieno della pestilenza, ci ritroviamo in questa lieta e allegra compagnia, sani e salvi, lodando il suo nome e rivolgendoci a lui per ogni nostro bisogno, sicurissimi che ci ascolterà.

A questo punto Panfilo terminò la sua narrazione.




domenica, marzo 14, 2004
 

La Umana Commedia VI...

La Umana Commedia VI

La mancanza di rispetto non è nel giocare o nel fare sport. E' in tutto ciò che sta attorno, di corrotto e falso, è nella incapacità di mettere le cose nella giusta prospettiva e di ricordare che la scala dei valori non è la classifica della seria A. Ma di fronte a chi vuole imporci il lutto, anche il gioco è resistenza. Giocare, giocare, giocare.
Vittorio Zucconi su Repubblica

...
Pampinea, fatta reina, comandò che ogni uom tacesse... e disse:

- Acciò che io prima essemplo dea a tutte voi, per lo quale, di bene in meglio procedendo, la nostra compagnia con ordine e con piacere e senza alcuna vergogna viva e duri quanto a grado ne fia, io primieramente costituisco Parmeno, famigliar di Dioneo, mio siniscalco, e a lui la cura e la sollecitudine di tutta la nostra famiglia commetto e ciò che al servigio della sala appartiene. Sirisco, famigliar di Panfilo, voglio che di noi sia spenditore e tesoriere e di Parmeno seguiti i comandamenti. Tindaro al servigio di Filostrato e degli altri due attenda nelle camere loro, qualora gli altri, intorno a' loro ufici impediti, attendere non vi potessero. Misia mia fante, e Licisca, di Filomena, nella cucina saranno continue e quelle vivande diligentemente apparecchieranno che per Parmeno loro saranno imposte. Chimera, di Lauretta, e Stratilia, di Fiammetta, al governo delle camere delle donne intente vogliamo che stieno e alla nettezza de' luoghi dove staremo; e ciascuno generalmente, per quanto egli avrà cara la nostra grazia, vogliamo e comandiamo che si guardi, dove che egli vada, onde che egli torni, che egli oda o vegga, niuna novella, altro che lieta, ci rechi di fuori.

E questi ordini sommariamente dati, li quali da tutti commendati furono, lieta drizzata in piè disse:

- Qui sono giardini, qui sono pratelli, qui altri luoghi dilettevoli assai, per li quali ciascuno a suo piacer sollazzando si vada, e come terza suona, ciascun qui sia, acciò che per lo fresco si mangi.

Licenziata adunque dalla nuova reina la lieta brigata, li giovani insieme colle belle donne, ragionando dilettevoli cose, con lento passo si misono per uno giardino, belle ghirlande di varie frondi faccendosi e amorosamente cantando.

E poi che in quello tanto fur dimorati quanto di spazio dalla reina avuto aveano, a casa tornati, trovarono Parmeno studiosamente aver dato principio al suo uficio, per ciò che, entrati in sala terrena, quivi le tavole messe videro con tovaglie bianchissime e con bicchieri che d'ariento parevano, e ogni cosa di fiori di ginestra coperta; per che, data l'acqua alle mani, come piacque alla reina, secondo il giudicio di Parmeno tutti andarono a sedere.

Le vivande dilicatamente fatte vennero e finissimi vini fur presti; e senza più chetamente li tre famigliari servirono le tavole. Dalle quali cose, per ciò che belle e ordinate erano rallegrato ciascuno, con piacevoli motti e con festa mangiarono. E levate le tavole (con ciò fosse cosa che tutte le donne carolar sapessero e similmente i giovani e parte di loro ottima mente e sonare e cantare), comandò la reina che gli strumenti venissero; e per comandamento di lei Dioneo preso un liuto e la Fiammetta una viuola, cominciarono soavemente una danza a sonare. Per che la reina coll'altre donne, insieme co' due giovani presa una carola, con lento passo, mandati i famigliari a mangiare, a carolar cominciarono; e quella finita, canzoni vaghette e liete cominciarono a cantare.

E in questa maniera stettero tanto che tempo parve alla reina d'andare a dormire: per che, data a tutti la licenzia, li tre giovani alle lor camere, da quelle delle donne separate, se n'andarono, le quali co' letti ben fatti e così di fiori piene come la sala trovarono, e simigliantemente le donne le loro; per che, spogliatesi, s'andarono a riposare.

Non era di molto spazio sonata nona, che la reina, levatasi, tutte l'altre fece levare, e similmente i giovani, affermando esser nocivo il troppo dormire di giorno; e così se n'andarono in uno pratello, nel quale l'erba era verde e grande né vi poteva d'alcuna parte il sole; e quivi sentendo un soave venticello venire, sì come volle la lor reina, tutti sopra la verde erba si puosero in cerchio a sedere, a' quali ella disse così:

- Come voi vedete, il sole è alto e il caldo è grande, né altro s'ode che le cicale su per gli ulivi; per che l'andare al presente in alcun luogo sarebbe senza dubbio sciocchezza. Qui è bello e fresco stare, e hacci, come voi vedete, e tavolieri e scacchieri, e puote ciascuno, secondo che all'animo gli è più di piacere, diletto pigliare. Ma se in questo il mio parer si seguisse, non giucando, nel quale l'animo dell'una delle parti convien che si turbi senza troppo piacere dell'altra o di chi sta a vedere, ma novellando questa calda parte del giorno trapasseremo. ... Le donne parimente e gli uomini tutti lodarono il novellare.

- Adunque, disse la reina, se questo vi piace, per questa prima giornata voglio che libero sia a ciascuno di quella materia ragionare che più gli sarà a grado.

E rivolta a Panfilo, il quale alla sua destra sedea, piacevolmente gli disse che con una delle sue novelle all'altre desse principio. Laonde Panfilo, udito il comandamento, prestamente, essendo da tutti ascoltato, cominciò così.

Per il testo completo qui

("SER CIAPPELLETTO" Giornata I, Novella I, Panfilo)

"Si racconta che Musciatto Franzesi, grande e ricco mercante toscano che aveva ottenuto titoli nobiliari alla corte di Francia, dovendo accompagnare Carlo "Senzaterra" in Italia, e sapendo che i suoi affari erano molto intricati e disseminati in molti luoghi, e che non si potevano concludere velocemente, pensò di affidarli a diverse persone: rimase solo indeciso sul chi mandare a riscuotere i suoi crediti in Borgogna.
Il motivo della sua titubanza era che conosceva i "borgognoni" come uomini litigiosi, di carattere cattivo e sleali, e non gli veniva in mente nessun uomo così cattivo che potesse a loro opporre.
Dopo aver riflettuto a lungo su questo problema, gli venne in mente un certo Ser Cepparello da Prato che spesso gli aveva chiesto riparo nella sua casa di Parigi, e che i francesi chiamavano erroneamente Ser Ciappelletto.
Questi era un notaio che provava grandissima vergogna quando doveva redigere un documento autentico, infatti, faceva documenti falsi gratis meglio che chiunque altro a pagamento. Diceva il falso per divertimento, sia quando era necessario per la sua professione, sia quando non lo era, e siccome allora in Francia si prestava gran fede ai giuramenti, aveva vinto molti processi giurando il falso, cosa che faceva senza nessuno scrupolo o preoccupazione.
Inoltre si divertiva e s'impegnava molto a far sorgere tra amici e parenti odi, scandali, inimicizie, e più ne scaturivano malvagità più era contento e divertito.
Invitato ad assistere ad un omicidio o a qualsiasi altro reato, vi andava di propria volontà senza mai negarlo, e più volte si trovò a ferire e uccidere uomini con le proprie mani, provandone un gran piacere.
Bestemmiava inoltre per ogni piccola cosa, poiché era la persona più irascibile che potesse esistere; non andava mai in chiesa, insultava i sacramenti con orrende parole e, al contrario, visitava volentieri e frequentemente le taverne e tutti gli altri luoghi disonesti.
Desiderava le donne come i cani le bastonate, mentre più che ogni altra persona provava piacere nell'andare con altri uomini.
Avrebbe rubato con astuzia e violenza, mettendosi gli stessi scrupoli che si mette un sant uomo per fare l'elemosina. Così goloso e amante del vino che spesso i suoi vizi gli procuravano orrendi malesseri, accanito giocatore e abile baro ai dadi.
Ma perché mi dilungo tanto a descriverlo? Egli era probabilmente solo il peggior uomo che mai fosse nato.
...

Essendosi ricordato di Ser Cepparello, Messer Musciatto pensò che fosse proprio la persona che la malvagità dei borgognoni richiedeva, e perciò dopo averlo fatto chiamare gli chiese di assumersi questo incarico in cambio di una cospicua ricompensa e della protezione della corte reale.

Ricevute da Messer Musciatto le lettere di raccomandazione firmate dal re e la procura per agire nelle veci del suo protettore, partì per la Borgogna dove ...
maniera trovò alloggio in casa di due fratelli fiorentini i quali svolgevano la professione illecita di usurai, e che gli riservarono ogni cortesia in onore di Messer Musciatto, e qui accadde che Ser Ciappelletto fu colto da infermità.

...Un giorno passando vicino alla camera dell'infermo, i due fratelli cominciarono a discutere su come liberarsi di colui che era diventato per loro un grosso problema: liberarsene dopo averlo accolto e fatto medicare in maniera così sollecita, sarebbe stato un segno di poco senno che la gente non avrebbe accolto bene. D'altra parte però, loro sapevano benissimo che genere di uomo era stato fino ad allora Ser Ciappelletto, e perciò sapevano anche che non avrebbe mai accettato di confessarsi, e perciò nessuna chiesa avrebbe mai accolto il suo corpo e probabilmente sarebbe stato gettato in una fossa come un cane. E se anche avesse deciso di confessarsi, i suoi peccati dovevano essere così tanti che avrebbe fatto la stessa fine.

E se mai egli avesse subito questa fine, la gente di questa città, che sempre parlava male del loro lavoro che considerava il peggiore di questo mondo, avrebbe causato dei tumulti per derubarli e forse per ucciderli; in ogni caso avrebbero avuto comunque da rimetterci.
Ser Ciappelleto, che giaceva lì vicino e avendo l'udito fine aveva udito questi discorsi, fece chiamare i due fratelli e li rassicurò, assicurando loro che non avrebbero dovuto temere di nulla a causa sua, infatti, egli aveva ormai commesso così tanti peccati, che uno più o uno meno non avrebbe ormai fatto differenza, perciò li istruì affinché quando egli si trovasse in punto di morte gli chiamassero il più valente frate della regione, garantendogli che avrebbe pensato lui ad aggiustare gli interessi suoi e loro.
I due fratelli, nonostante non avessero molta fiducia nell'infermo, andarono in un convento a chiamare uno dei frati più conosciuti e rispettati della regione, il quale una volta giunto al capezzale del moribondo, dopo averlo confortato, gli chiese quando fosse stata l'ultima volta che si era confessato.
Ser Ciappelletto, il quale non si era mai confessato, a questa attesa domanda rispose che era solito confessarsi una volta la settimana, se non più spesso, ma che purtroppo, da quando l'infermità l'aveva colpito, non aveva più potuto confessarsi, e purtroppo erano già passati otto giorni.
.................
Il frate gli fece tante altre piccole domande, ma mentre sempre più convinto della sua rettitudine morale si stava avviando a dargli l'assoluzione, Ser Ciappelletto gli confidò di non aver ancora rivelato alcuni suoi peccati, cioè di non aver rispettato in un'occasione il riposo domenicale, e poi di aver sputato per sbaglio in chiesa, e una serie di piccolezze che il frate definì inezie delle quali non doveva preoccuparsi, ma sentite queste parole, il malato cominciò a piangere dicendo di avere un ultimo peccato che non aveva mai avuto il coraggio di confessare, essendo certo che Dio non l'avrebbe mai perdonato.
Sollecitato dal frate al quale aveva chiesto di pregare per lui, e sempre piangendo, Ser Ciappelletto confessò di aver una volta da bambino offeso la propria madre; il religioso allora lo rassicurò una volta per tutte dicendogli che se lui se ne era pentito sicuramente Dio l'avrebbe perdonato.
...
Ser Ciappelletto prese la comunione, e peggiorando le sue condizioni, ebbe l'ultima unzione, e il giorno stesso morì e i due fratelli subito prepararono tutti i particolari della sepoltura, pagando con i soldi del defunto.
Saputa della sua morte il santo frate convinse gli altri suoi confratelli che fosse loro dovere accogliere il corpo di quel sant'uomo presso di loro; la mattina seguente si tenne la processione funebre a cui partecipò tutta la città e giunti in chiesa il frate che lo aveva confessato portò la sua vita ad esempio per tutti i credenti.
Questi lo lodò così a lungo e in maniera così convinta che tutti vollero, alla fine della messa, baciarlo e prendere un brandello delle sue vesti, e la notte stessa egli fu seppellito in una grande arca di marmo.
Tutti cominciarono ad adorarlo come ad un santo, cominciando a chiamarlo San Ciappelletto, attribuendogli molti meriti e miracoli.

Così visse e morì dunque ser Cepparello da Prato il quale infine divenne santo.

Per la lettura completa apri qui. ( Da leggere tutta la parte della confessione, dove il gioco della finzione giunge al parossismo, nel momento che Ciappelletto comincia a "piangere forte", provocando una inversione delle parti, tale che il santo frate confessore non si sente all'altezza del penitente, quasi si inginocchia davanti a lui e lo proclama santo).

Per la versione originale qui.



giovedì, marzo 11, 2004
 

 La Umana...

 


La Umana Commedia V

Struttura generale del Decameron. E' questa: stampatela e tenetela sotto gli occhi via via che procediamo nella visita a questo mondo "favoloso" che noi useremo come uno specchio, e ci divertiremo a guardare sotto le maschere dei personaggi per ritrovare le nostre facce e giocheremo con le analogie per ritrovare le nostre vicende vere dietro quelle fantasiose avventure. Mentre scrivo sto sbirciando, sul secondo canale, l'incontro di calcio Villareal-Roma. I morti e i feriti dei tre attentati alle stazioni ferroviarie di Madrid sono lì, ai bordi del campo, invisibili e presenti, con il loro silenzio assordante: questa è la cornice con la peste: la favola odierna è lieta, Il gioco del calcio è un bel gioco, pieno di accortezze, armonicamente intessute in un gioco di gruppo, a lieto fine. Ma i protagonisti hanno tutti la fascia nera intorno al braccio. Potrebbe essere una favola della terza giornata: ingegno e abilità. La cosa molto desiderata che si desidera acquistare o ritrovare: la Coppa Uefa. (Stampate il file, se non l'avete ancora fatto).
Lo striscione portato sul campo dai giocatori recita: sì alla pace, no al terrorismo. Occhio al gioco delle furbizie, a chi tira le fila a spese, ora come allora, dei gonzi che sono miriadi, nel gran Decameron della vita reale: Sì alla pace, no al terrorismo. Manca una cosa: no alla guerra. Manca e continuerà a mancare, perché chi tira le fila del gioco sta già scrivendo sul campo verde del nostro cervello-Calandrino: sì alla guerra contro il terrorismo: quella degli angloamericani in Iraq e quella di Israele in Palestina. Anche Vojtila, per bocca del N.2 Cardinal Sodano si attesta sulla lotta "contro il terrorismo.

Ma chi è Sodano?

Domandare ai cileni.

Su Virgilio inchieste, il 78% degli interpellati non crede che la strage sia di matrice basca. Io non credo neppure ad Al Quaeda, per lo meno non da sola.
Festa del pubblico spagnolo, secondo goal del Villareal, 36' del primo tempo.
Flash back: Fiesole, 1348.
Le prime tre novelle della prima giornata sono molto significative e tra loro ben collegate. Ma prima un intermezzo musicale.
I musici del Decameron
Dioneo e Fiammetta sono i soli membri della brigata indicati come suonatori di strumenti - liuto e viola rispettivamente. Dopo aver fatto l'accompagnamento alle canzoni, alle danze e alla ballata di Pampinea alla fine della prima giornata, i due si divertono cantando delle canzoni, durante gli intervalli prima e dopo ogni storia, mentre gli altri 8 dormono, giocano a scacchi, tirano i dadi. Nella terza giornata, dopo le novelle, mentre il resto della brigata sguazza nelle acque fresche, i due cantano una lunga canzone su Palamone e Arcita (personaggi della Teseida del Boccaccio stesso). Queste sono le uniche due canzoni della cornice,contro i testi di 10 ballate presenti nel Decameron.
Dioneo, il suonatore di liuto ed il più estroverso della brigata, mette in chiaro all'inizio del ritiro che lui sarebbe ritornato in città se il gruppo non avesse deciso di far festa. Proprio per questa sua impetuosità e per l'impossibilità a tenerlo sotto controllo, la brigata gli fa raccontare l'ultima storia di ogni giornata, quando può fare il minimo danno.
Le novelle di Dioneo hanno a che fare quasi sempre sfrontatamente con il sesso e alla fine della quinta giornata prova pure a cantare uno stornello ardito tipo "alzati la gonnella".L'abilità musicale è una delle più salienti caratteristiche di Fiammetta. Lei è, dopo tutto, la suonatrice della viola. Proprio il giorno che lei guida come regina, Viene svegliata dalla musica delle melodiose canzoni degli uccelli che dagli alberi festeggiano l'arrivo dell'alba.
Alla connotazione musicale si unisce il suo bel personale : lunghi biondi capelli sciolti le coprono le spalle, una faccia ovale del colore dei gigli e delle rose, due occhi lucenti come d'un falcone, una bocca piccola con labbra di rubino.La sua "musicalità" è dovuta all'influenza del pianeta Venere che favorisce i "cantautori" in Maggio e Agosto. Anche le sue storie sono centrate sul potere dell'amore, ma in maniera più elevata. Fiammetta è incaricata di cantare l'ultima ballata prima del rientro in Firenze, ancora in preda alla peste. La sua canzone rispecchia lo stato d'animo della brigata a quel momento.Boccaccio associa Fiammetta e Dioneo alla musica per evidenziare il loro significato allegorico: Dioneo e Fiammetta impersonano le qualità sensuali del gruppo, rispettivamente la sessualità e l'amore, tradizionalmente collegate alla musica.
Tindaro, servente di Filostrato, è l'unico altro personaggio della Cornice specificamente indicato come capace di suonare uno strumento. Ed infatti suona la cornamusa due volte nel corso del racconto: dopo la ballata nella sesta giornata e quando la brigata se ne ritorna dalla Valle delle donne nella settima giornata. In entrambi i casi fa l'accompagnamento alle danze.
Significativo il fatto che l'entrata della classe subalterna avviene all'inizio della sesta giornata, cioè al crinale centrale del Decameron: Tindaro suona e gli altri servitori interferiscono in maniera così rumorosa da provocare l'intervento ammonitore della regina.)
(la fonte in inglese)
(scritto nell'intervallo Villaroel-Roma:2-0. II giornata: fortuna e peripezie; per chi il lieto fine?)
Tg nell'intervallo: 190 morti, 1250 feriti in Spagna. Audiocasseta col Corano e 7 detonatori in un furgoncino a 30 Alkatar km da Madrid, comunicato di Al Quaida. I terroristi saranno sconfitti, ma senza scambiare il sistema politico (promessa di Aznar). Il Patriot Act ancora no. Presto si faranno vivi qui gli anarcosindacalisti. Preparazione alla grande festa della pace indetta in tutto il mondo per il 20 marzo, su iniziativa dell'opposizione americana.
Entrerà Cassano nel secondo tempo?E' entrato.



sabato, marzo 06, 2004
 

Umana Commedia –...


Umana Commedia – IV

Oggi

Sale la febbre del pianeta

Il mondo si riscalda, il clima sta cambiando
Gli esperti sono ormai certi che lo strato inferiore dell’atmosfera si è riscaldato sensibilmente durante il ventesimo secolo. La maggior parte del riscaldamento si è verificato tra il 1910 ed il 1945 ed a partire dal 1976. L’analisi dei cerchi degli alberi, del nucleo dei ghiacci e di altri dati attesi indica che tale surriscaldamento è stato il più intenso rilevato negli ultimi duecento anni e forse più.
La velocità del surriscaldamento è in “crescita†nel corso degli ultimi dieci anni del secolo. Almeno nell’emisfero settentrionale, gli anni novanta sono stati i dieci anni più caldi del millennio. Tre degli ultimi cinque anni del millennio – 1995, 1997 e 1998 – sono stati i più caldi registrati dagli strumenti, mentre il 1998 è stato con tutta probabilità, l’anno più caldo del millennio.
A conferma della registrazione termometrica, è sempre più evidente che la neve ed il ghiaccio terrestri si stanno sciogliendo quasi ovunque. I satelliti hanno registrato una diminuzione dello strato di neve sulla superficie terrestre del 10 per cento durante gli ultimi trenta anni. Si è verificato un “ritiro piuttosto esteso dei ghiacciai montaniâ€, dalle Ande alle Alpi (i ghiacciai alpini si sono già dimezzati negli ultimi 100 anni). *.*


Comincia la storia chiamata

Pentàdecon,

nella quale si pongono in evidenza scene di grandi turbamenti e malvagità gigantesche che si stanno verificando in questo nobilissimo Pianeta da sempre sottoposto alle piaghe della peste, della fame e della guerra, ma aggredito in questi ultimi scorci di secolo da afflizioni e miserie via via proporzionate al grandissimo sviluppo tecnico forse non accompagnato da corrispondente sapienza scientifica. In particolare la parte di questo Pianeta che va sotto il nome di Occidente teme la malasorte portata dal nome che la condanna come terra al tramonto.
I grandi turbamenti a cui vediamo assoggettato il bel Pianeta sono provocati da 3 grandi piaghe: il riscaldamento climatico generale, la crescita demografica fuori controllo, il consumismo che scatena tecnologie senza regola e consuma se stesso, bruciando risorse non più reintegrabili. *.*

1 - Immaginando l’impensabile


(Di Peter Schwartz e Doug Randall, Ottobre 2003)


La peste nera

Nel nostro rapporto, come un'alternativa agli scenari di un graduale riscaldamento climatico che sono così comuni, noi configuriamo un improvviso cambiamento di clima modellato sull'evento che si verificò in un arco di 100 anni circa 8.500 anni fa.

 Questo scenario di improvviso cambiamento è caratterizzato dalle seguenti condizioni:

- La temperatura media annuale scende di 5 gradi fahreneit in Asia e Nordamerica, di 6 gradi nell'Europa del Nord.

- La temperatura media annuale sale di 4 gradi Fahreneit in aree chiavi entro Australia, Sud America e sud Africa.
- La siccità persiste per la maggior parte della decade in zone agricole determinanti e in regioni che sono risorse d'acqua per i maggiori centri abitati in Europa e in nelle zone orientali del Nord America.

- Tempeste invernali e venti si intensificano, amplificando l'impatto dei cambiamenti. L'Europa Occidentale e il Nord Pacifico vengono sottoposti a venti sempre più violenti. Il rapporto prende in esame come uno scenario di un così improvviso cambiamento di clima potrebbe potenzialmente destabilizzare l'ambiente geo-politico, portando a schermaglie, battaglie ed anche guerre a causa del bisogno di risorse quali:

1 - Carenza di alimenti dovuta al decremento della produzione agricola in generale
2 - Diminuita disponibilità e qualità di acqua potabile in regioni chiave, a causa delle mutate precipitazioni, causa di più frequenti alluvioni e siccità
3 - interruzione della disponibilità di forniture energetiche causa la glaciazione dei mari e le tempeste.

Via via che le capacità produttive globali e locali si riducono, tensioni potrebbero crescere in giro per il mondo, conducendo a due strategie fondamentali: difensiva e offensiva. Le nazioni ricche di risorse a costruire fortezze virtuali al loro interno per tenersi le risorse. Le nazioni meno fortunate, specialmente quelle dalle vecchie inimicizie con i vicini confinanti possono dare il via a contese per l'accesso alle risorse alimentari, all'acqua potabile o alle fonti energetiche. Insospettate alleanze potrebbero formarsi ove lo scopo primario siano le risorse per la sopravvivenza piuttosto che il credo religioso, l'ideologia o l'orgoglio nazionale.

«Rivolte e conflitti diventeranno parte endemica della società: la guerra tornerà a definire i parametri della vita umana».
La vera minaccia per la sicurezza dell'America e del mondo è quella dell'effetto serra, in conseguenza del quale a partire dal 2007 violente tempeste abbatteranno le barriere costiere rendendo inabitabile, ad esempio, gran parte dell'Olanda. Città come l'Aja e paesi come il Bangladesh saranno sommersi dalle acque e dovranno essere abbandonati.
Tra 2010 e 2020 l'Europa potrebbe essere la regione più colpita dagli effetti del clima. Il rallentamento della Corrente del Golfo dovrebbe portare a un calo di 3,5 gradi della temperatura media contro 2,8 gradi in meno lungo la Costa Est del Nord-America. Il Grande Freddo in meno di vent'anni potrebbe essere così pronunciato da far apparire iceberg lungo la costa del Portogallo. Anche nel migliore dei casi in Gran Bretagna il clima diventerà più freddo e più asciutto: Londra dovrà abituarsi a schemi meteorologici simili alla Siberia.

Disordini e conflitti interni lacereranno l'India, il Sud Africa e l'Indonesia. Aree ricche come gli Stati Uniti e l'Europa diventeranno «vere e proprie fortezze e alzeranno il ponte levatoio per impedire l'afflusso di milioni di profughi da terre sommerse dalle acque o regioni incapaci di produrre raccolti». La bellicosità nei confronti degli Stati Uniti - il paese più ricco, ma anche quello più responsabile dell'aumento dei gas serra - aumenterà e con essa i rischi.
Giappone, Corea del Sud e Germania si doteranno di capacità nucleari al pari di Iran, Egitto, Corea del Nord, mentre Cina, India e Pakistan saranno tentati di usare la bomba.

Entro il 2020 «catastrofiche carenze di acqua e energia diventeranno sempre più acute e faranno precipitare il pianeta nella guerra».

Rapporto del Pentagono ( in inglese, 19 pagine in pdf)


2 - COSA SUCCEDERÀ ALLA TERRA
http://www.consapevolezza.it/notizie/2003/gen-mar/eccessi_consumismo.asp

Negli ultimi dieci anni il numero di eventi meteorologici estremi è balzato da 360 a più di 700 (il calcolo è della Organizzazione mondiale di meteorologia dell'Onu). Del pari, i grandi eventi alluvionali del mondo sono stati 6 negli anni Cinquanta, 18 negli anni Ottanta, 26 negli anni Novanta (calcoli della Geoscienze di Monaco). Inoltre piogge e siccità si spostano. In Italia il divario tra piogge disastrose al Nord e siccità (diminuzione di piogge) al Sud, è crescente: il che mette a rischio una metà della nostra agricoltura.

questo effetto serra - con tutti i malanni che ne derivano - è prodotto dall'uomo. Siamo noi i responsabili dello sfascio del nostro pianeta. Ma "noi" chi? Noi come? Per via dell'eccesso di popolazione? Per colpa di un eccesso di consumismo? O perché la tecnologia che ci salva è anche una tecnologia che ci distrugge?

Il discorso comincia con Malthus, che alla fine del Settecento enunciò nel suo celebre "Saggio sulla Popolazione" tre principii. Primo, che la crescita della popolazione era frenata dal fatto che i poveri morivano di fame (morivano davvero, non figurativamente). Secondo, che altrimenti la popolazione si sarebbe raddoppiata ogni 20-25 anni, il che comportava una crescita in progressione geometrica (1,2,4,8,16...). Terzo, che l'agricoltura, e cioè il cibo, non poteva crescere allo stesso ritmo ma soltanto in progressione aritmetica (1,2,3,4...). Pertanto il buon abate Malthus raccomandava il controllo e la limitazione delle nascite: la dottrina che viene appunto detta malthusiana.

Non è solo che noi stiamo consumando risorse finite (petrolio e carbone) che finiranno presto; è anche che stiamo pericolosamente inquinando l'aria e l'acqua e pericolosamente disturbando gli equilibri climatici.

. E così torniamo alla sovrappopolazione, al problema di Malthus. Con questa differenza: che nel Settecento la popolazione poneva soltanto un problema di cibo, mentre oggi pone anche, in più, un problema di eccesso di consumo, (vedi la pagina dedicata al consumismo NdT) di un "consumo cospicuo" (come diceva Veblen) che si traduce sia in uno spreco di risorse, sia in un fattore di inquinamento. Pertanto i rimedi, le cose da fermare o comunque da frenare, sono essenzialmente tre: la crescita della popolazione, il consumismo inquinante, la tecnologia inquinante.

Resta, allora, soltanto la soluzione di fermare la crescita demografica. la tecnologia aiuta: contraccettivi, pillole del giorno dopo, pillole abortive
L'argomento è tabù. La Chiesa cattolica si oppone, e la sua opposizione riesce a bloccare tutti. Soltanto la Chiesa cattolica? Sì.

...la popolazione mondiale sta aumentando di 70-80 milioni di persone all'anno. Ogni anno nascono, per così dire, due Spagne in più. È folle, è follia
È folle anche perché l'accanimento "procreazionista" del Vaticano è recente, recentissimo. L'enciclica "Humanae vitae" di Paolo VI è del 1968, allora cadde praticamente nel nulla, e non costituisce un pronunciamento infallibile (non è coperto dalla dottrina della infallibilità del papa). Pertanto la crociata pro-nascite della Chiesa di Roma è tutta opera di papa Wojtyla.
Alla fine del 2002 l'uomo europeo è allarmato soprattutto dal clima, e per ora si accorge del fatto che in città respira male, respira veleno. Ma la nuvola asiatica, la nuvola marrone di altri veleni riscaldanti, è in arrivo sul Mediterraneo; e quindi tra poco respireremo male anche al mare. È tempo di cominciare a capire, allora, che è il nostro habitat che è minacciato dai troppi abitanti, e che esiste un punto di non ritorno ecologico oltre il quale l'uomo distrugge le proprie condizioni di vita.

*.* (Giovanni Sartori,L'Espresso (1 gennaio 2003)

3 - Il futuro


" La più potente nazione della storia ha proclamato, forte e chiaro, che intende governare il mondo con la forza, la dimensione in cui regna incontrastata. [...] Hanno anche dichiarato che non tollereranno concorrenza alcuna, né ora, né in futuro. Evidentemente pensano che le risorse della violenza in loro possesso sono talmente straordinarie da poter liberarsi con sprezzo di chiunque li ostacoli. Ci sono buone ragioni per credere che la guerra contro l’Iraq intenda, in parte, impartire a tutto il mondo una lezione su quanto potrebbe accadere qualora l’impero decidesse di colpire."

La lotta per la libertà non finisce mai. Le popolazioni del Terzo Mondo hanno bisogno di tutta la nostra comprensione ma soprattutto del nostro aiuto concreto. Noi possiamo garantire loro un margine di sopravvivenza favorendo all'interno la disgregazione degli Stati Uniti. La possibilità che il Terzo Mondo vinca contro la brutalità che l'Occidente gli impone dipende in larga misura da quel che accade negli Usa.
Il coraggio che quei popoli dimostrano è stupefacente. Io personalmente ho avuto il privilegio - perché è un privilegio - di assistere con i miei occhi ad esempi di tale coraggio nel Sudest Asiatico, in America Centrale, nella West Bank occupata. È un'esperienza commovente e coinvolgente, che non manca mai di riportarmi alla mente le sprezzanti osservazioni di Rosseau sugli Europei che hanno abbandonato la libertà e la giustizia in favore della pace e del riposo "di cui godono in catene". Egli continua affermando:
"Quando osservo le moltitudini di selvaggi ignudi che disprezzano la voluttuosità europea e sopportano la fame, il fuoco, la spada e la morte per difendere soltanto la loro indipendenza, io sento che non si conviene agli schiavi ragionare di libertà".
Chi pensa che queste siano solo parole, non ha capito niente del mondo.
Ma questa è solo una parte del compito che ci attende. C'è un Terzo Mondo che cresce in casa nostra. Ci sono sistemi di autorità illegittima in ogni angolo della nostra vita sociale, politica, economica e culturale. Per la prima volta nella storia dell'umanità, ci troviamo ad affrontare il problema di proteggere un ambiente in grado di assicurare la stessa esistenza dell'uomo. Non sappiamo se uno sforzo serio e impegnativo sarà sufficiente a risolvere, o almeno a mitigare, problemi così vasti. Siamo però praticamente sicuri che la mancanza di tali sforzi condurrà al disastro.
CHOMSKY Affrontare l'impero






























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boccaccio, decamerone


sabato, febbraio 21, 2004
 

La umana comme...

 


La umana commedia – III

Ieri (Decameron)

La peste viene figurata come cornice al grande quadro della vita, ma è una cornice pervasiva che tiene insieme tutta la vicenda e ne permette, per contrasto ma non per assurdo, il suo spensierato svolgimento. In un mondo basato sulle regole ferree della società feudale la Peste fa cadere le vecchie leggi divine e umane costringendo gli uomini a elaborarne di nuove e diverse.

E in tanta afflizione e miseria della nostra città era la reverenda autorità delle leggi, così divine come umane, quasi caduta e dissoluta tutta per li ministri e esecutori di quelle, li quali, sì come gli altri uomini, erano tutti o morti o infermi o sì di famigli rimasi stremi, che uficio alcuno non potean fare; per la qual cosa era a ciascun licito quanto a grado gli era d'adoperare”. *.*

52...La violenza selvaggia del morbo aveva come spezzato i freni morali degli uomini che, preda di un destino ignoto, non si attenevano più alle leggi divine e alle norme di pietà umana. Le pie usanze che fino a quell'epoca avevano regolato le esequie funebri caddero travolte in abbandono.

Nessun freno di pietà divina o di umana regola: rispetto e sacrilegio non si distinguevano, da parte di chi assisteva al quotidiano spettacolo di una morte che colpiva senza distinzione, ciecamente. Inoltre, nessuno concepiva il serio timore di arrivar vivo a rendere conto alla giustizia dei propri crimini. Avvertivano sospesa sul loro capo una condanna ben più pesante: e prima che s'abbattesse, era umano cercare di goder qualche po' della vita.

53. Anche in campi diversi, l'epidemia travolse in più punti gli argini della legalità fino allora vigente nella vita cittadina. Si scatenarono dilagando impulsi prima lungamente repressi, alla vista di mutamenti di fortuna inaspettati e fulminei...Nessun freno di pietà divina o di umana regola: rispetto e sacrilegio non si distinguevano, da parte di chi assisteva al quotidiano spettacolo di una morte che colpiva senza distinzione, ciecamente.
(Omaggio a un grande: Tucidide – A tutto comodo vai al libro II della Guerra del Peloponneso, apri al cpv 47 e gustati qualche pagina di questo grandissimo: la Peste l'ha colpito e poi risparmiato perché nessuno come lui l'avrebbe potuta raccontare).

Morti proprietari ed eredi, le case e le terre sono a disposizione di tutti i sopravvissuti: finisce la proprietà privata, non esiste più l’organizzazione statale.
Uomini e donne rimasti soli al mondo, coperti di piaghe, bisognosi d’aiuto, accettano la presenza e l’aiuto di chiunque nella loro casa: la peste distrugge il privato, la famiglia e gli altri rapporti, primo fra tutti il comune senso del pudore…
Chi sopravvive non è più lo stesso: finisce il ME, si fa avanti la nuova classe: la borghesia; irrompe il nuovo valore: il denaro. Nuove leggi governano la società senza più stato, famiglia, religione.
Nella tragica situazione che si viene a creare, le soluzioni d’emergenza sono diverse:
- chiudersi in casa
- far vita sana e temperante, senza isolarsi del tutto, prendendo precauzioni
- vivere sfrenatamente
- fuggire nella campagna.
Si scatena l’egoismo, ci si tiene lontano dai malati. Si muore comunque, si muore soli, ripagati della stessa moneta.
In questa “cornice” si inquadra “Il grande fratello” boccacciano.

...stando in questi termini la nostra città, d'abitatori quasi vota, addivenne, sì come io poi da persona degna di fede sentii, che nella venerabile chiesa di Santa Maria Novella, un martedì mattina, non essendovi quasi alcuna altra persona, uditi li divini ufici in abito lugubre quale a sì fatta stagione si richiedea, si ritrovarono sette giovani donne tutte l'una all'altra o per amistà o per vicinanza o per parentado congiunte, delle quali niuna il venti e ottesimo anno passato avea né era minor di diciotto, savia ciascuna e di sangue nobile e bella di forma e ornata di costumi e di leggiadra onestà

la prima, e quella che di più età era, Pampinea chiameremo e al seconda Fiammetta, Filomena la terza e la quarta Emilia, e appresso Lauretta diremo alla quinta e alla sesta Neifile, e l'ultima Elissa non senza cagion nomeremo.

Mentre tralle donne erano così fatti ragionamenti, e ecco entrar nella chiesa tre giovani non per ciò tanto che meno di venticinque anni fosse l'età di colui che più giovane era di loro; ne quali né perversità di tempo né perdita d'amici o di parenti né paura di se medesimi avea potuto amor, non che spegnere, ma raffreddare. De' quali, l'uno era chiamato Panfilo, e Filostrato il secondo, e l'ultimo Dioneo, assai piacevole e costumato ciascuno; e andavano cercando per loro somma consolazione, in tanta turbazione di cose, di vedere le loro donne, le quali per ventura tutte e tre erano tra le predette sette, come che dell'altre alcune ne fossero congiunte parenti d'alcuni di loro. *.*

Comincia così la grande avventura.
I 10 giovani adottano l’ultima soluzione, senza utilizzare la terza: Mangiano (bene), cantano e ballano con accompagnamento di liuto, viola e cornamusa, rispettano i giorni festivi, si fanno un programma di "lavoro", con uno schema matematico. La materia è l’antropologia, la base sperimentale il comportamento umano, così come realmente è; insomma “la verità effettuale della cosa”, un anticipo su Machiavelli.
E’ una nave in gran tempesta in cerca di nocchiero: in una situazione “concentrazionaria” come questa, senza le antiche catene-sicurezze di dio stato famiglia, in presenza della morte incombente sempre e comunque, su tutto e su tutti, non rimane che fermarsi a riflettere insieme, “serenamente”, senza farsi prendere dal panico: vale la pena vivere? La risposta nel vento della vita reale, negli uomini come li vediamo muoversi in tutto il bacino del mediterraneo. Panfilo è l'amante fortunato, Filostrato infelice e travagliato in amore, Dioneo il lascivo, Pampinea opulenta e felice amante, Filomena l'ardente, Elissa l'adolescente che ama non ricambiata, Neifile giovinetta gaia e sensuale, Emilia intenta a sé stessa, Lauretta la gelosa, Fiammetta che gioisce del suo amore. Il tema delle novelle è libero nella prima e nella nona giornata, ma nelle altre esiste un argomento obbligato. Solo Dioneo è di solito libero di esulare un po' dal tema. Ogni giornata si chiude con danze e con una canzone-ballata che suggella una "conclusione" posta al termine del raccontare.


Son 10 giorni di studio appassionato ma lucido, in due settimane lavorative di 5 giorni cadauna, metodo sperimentale “galileiano” dove il cannone-occhiale è puntato non sulle stelle, ma sulla terra, non sul Principe ma sul mondo variopinto degli uomini e delle donne di tutte le classi sociali.
Caleidoscopio fantasmagorico come fantasmagorica è la realtà intravista: 10 giovani, 10 giornate, 100 novelle. La peste dura 6 mesi, i 10 se ne tengono fuori per 15 giorni, dopo i quali decidono di rientrare, perché, dice Dioneo, una cosa come questa non può durare a lungo in un equilibrio meraviglioso come è stato per 15 giorni: la realtà ci sopraffarebbe comunque e quindi tanto vale rientrarci consapevolmente, assumendocene i rischi: “
E per ciò, acciò che per troppa lunga consuetudine alcuna cosa che in fastidio si convertisse nascer non ne potesse, e perché alcuno la nostra troppo lunga dimoranza gavillar non potesse, e avendo ciascun di noi, la sua giornata, avuta la sua parte dell'onore che in me ancora dimora, giudicherei, quando piacer fosse di voi, che convenevole cosa fosse omai il tornarci là onde ci partimmo. Senza che, se voi ben riguardate, la nostra brigata, già da più altre saputa dattorno, per maniera potrebbe multiplicare che ogni nostra consolazion ci torrebbe.
I ragionamenti furon molti tra le donne e tra'giovani, ma ultimamente presero per utile e per onesto il consiglio del re, e così di fare diliberarono come egli aveva ragionato; *.*


La realtà è questa e tale va affrontata: statisticamente 4 o 5 di loro son destinati a morire; questo il Decameron non lo racconta; ma lo faranno con lo stile del fiore del deserto, che piega non renitente il suo capo innocente sotto il fascio mortal .

Ma tutti, i sommersi e i salvati, ci indicano la speranza: l’ultima delle 10 giornate evoca il sogno di un mondo senza peste, un mondo governato da liberalità e magnificenza.
L’ultimissima figura è quella di Griselda che conosce forme di abiezione ai confini dell’assurdo ma, la forza del suo amore, il “cinismo” della sua rassegnata resistenza alla sadica perversione del suo padrone e signore, l’istinto stesso, forse, di sopravvivenza la portano alla finale salvezza.
Dio mio, mi commuovo…
Griselda potrebbe essere l’umanità di oggi; miliardi di uomini – Africa, Asia, Sud America – M.O. – ridotti a strisciare e leccare gli stivali al brutto poter che ascoso a comun danno impera, che non mollano, non si rassegnano, continuano a vivere a dispetto di tutto, fanno figli…
Ma qui siamo a

Oggi
Pentadecadone

Contrappasso per analogia:
Ecco i 10 (provvisori) protagonisti:
Splinder, Bloggando, Blogspot, blogclarence.com, Excite.it/blog, Il cannocchiale.it, Quintostato.it, Daypop.com, Weblogs.com, Tribook.it, Blogmapper.com…

Ecco Fiesole con le due case: Internet con Microsoft e Nescape. Il giardino fiorito di URL e WWW nati spontanei, sempre rinnovatisi, le spine degli Hackers, le malattie dei virus…Il liuto dell’armonia che vince di mille secoli il silenzi, il canto e la poesia dei nostri umani sentimenti, espressi al meglio con spontaneità, vivacità e, quando possibile, dignità d’arte.
Ecco i personaggi del vario spettacolo della vita: noi blogghisti, internauti, privilegiati, figli di mammà, buona tavola, musica vocale e strumentale, servitori a disposizione alle dipendenze di 2 siniscalchi: Hardware e Software.
Forniti di mezzi, istruzione, capacità critica…diversi per gusti e temperamento. Tra di noi ci sono tutti i personaggi delle commedie; e se non sono tra di noi, siamo in grado di individuarli all’interno della grande tela.
Allora incominciamo.
Per una volta così:

Incipit commedia

Sul fiorir del cammin di nostra vita
Ce ne salimmo in cima ad un bel colle
Dalla peste cercando via d’uscita.

A valle lasciavamo un mondo folle
Che sol di piaghe e di tormenti ormai
Tutte le genti far volea satolle.

Non preghiere o bestemmie o turpi lai
Furon nostri compagni in quel frangente
Ma novelle, canzoni e versi gai.

Se comprender vorrete, brava gente,
aguzzando l’ingegno capirete
la nostra nobiltà di cuore e mente.

Chiusi eravamo ancor dentro la rete
D’un mondo vecchio stupido e bigotto
In mano a un re suonato e a un falso prete.

Se da noi accetterai d’esser condotto
Diverrai “forse”più civile e umano
“sicuramente” più cosciente e dotto.

Continua...

 



lunedì, febbraio 16, 2004
 

La umana commedia - II

 La umana commedia - II

La "peste nera"  (scheda storica)

Giovanni Boccaccio, nel Decamerone, spiega ai lettori che il ricordo della pestilenza del 1348, apparsa nella città di Firenze da Marzo a Settembre, è molto doloroso. Gli abitanti delle città hanno attribuito a questa pestilenza due ipotesi: 1- maligno influsso degli astri e dei corpi celesti 2- castigo di Dio

La peste è’ una malattia acuta, infettiva e contagiosa dei roditori e dell'uomo, causata da un batterio Gram-negativo, classificato come Yersinia pestis. Nell'uomo la peste si manifesta in tre forme: peste bubbonica, peste polmonare e peste setticemica. La peste nera era la peste bubbonica, portata dai topi o piuttosto da una pulce parassita dei topi, e si propagò, date le circostanze favorevoli, nelle città medioevali, affollate e sporche. La peste colpì dapprima i paesi del Mediterraneo. Subito dopo il suo arrivo a Genova, raggiunse il porto siciliano di Messina. Quasi contemporaneamente, alla fine cioè del 1347, navi provenienti da Costantinopoli la portavano a Marsiglia, da dove si sparse velocemente in tutta la Francia. In Italia la mortifera pestilenza del 1348, che aveva svuotato la città di Firenze e sconvolto l'autorità di ogni legge, sia umana che divina, offrì lo sfondo per il Decamerone di Boccaccio.

Dall'Italia la peste dilagò rapidamente in tutta Europa. La peste infuriò nella sua forma piú acuta per tre anni; ma anche quando parve che il peggio fosse passato, essa continuò ad  aggirarsi sul suolo d'Europa. Ci furono cinque gravi recrudescenze della pestilenza prima del 1400. Né esse cessarono del  tutto con il finire del secolo. Sebbene si andasse lentamente contraendo nelle grandi città, la peste non fu domata in Europa  che verso la metà del Seicento. La grande peste di Londra nel 1665 fu l'ultima eruzione in Inghilterra, la peste di Marsiglia nel 1720 l'ultima sul territorio continentale europeo. Poi le condizioni mutarono. Nel 1727 una nuova invasione venne dalle  steppe russe. Topi scuri proruppero a frotte oltre il Volga, scacciandone i topi neri con i loro parassiti e la peste. Le immediate conseguenze della terribile mortalità, che si portò via in alcune zone persino una metà della popolazione, in  generale forse un terzo, furono enormi.

(H. R. Trevor-Roper)

Sintomi della peste
I primi sintomi della peste bubbonica sono cefalea, nausea, vomito, dolore articolare e generale sensazione di malessere. I  linfonodi inguinali o, meno comunemente, ascellari e del collo, diventano all'improvviso dolenti e gonfi. La temperatura,  accompagnata da brividi, sale a 38,5-40,5 °C. Il polso e la frequenza respiratoria aumentano e il soggetto colpito è esausto  e apatico. I bubboni si gonfiano fino a raggiungere le dimensioni di un uovo. Nei casi non fatali la temperatura inizia a scendere in circa 5 giorni, tornando normale in circa 2 settimane. Nei casi fatali il decesso avviene entro circa 4 giorni.  Nella peste polmonare l'espettorato è inizialmente mucoso e tinto di sangue, per poi diventare molto abbondante e rosso vivo.  Nella maggior parte dei casi il decesso avviene 2-3 giorni dopo la prima comparsa dei sintomi. Nella peste setticemica la  temperatura della persona infetta sale improvvisamente e il colorito diventa violaceo nel giro di alcune ore; spesso la morte  sopravviene lo stesso gioi si manifestano i primi sintomi. Il colorito violaceo, a cui è dovuto il nome popolare di Morte  Nera, è presente nelle ultime ore di vita di tutte le vittime di peste.
( FIAMENI Riccardo)


La fine annunciata (scheda letteraria)

Dialogo di un Folletto e di uno Gnomo

Folletto: Oh sei tu qua, figliuolo di Sabazio? Dove si va?
Gnomo: Mio padre m'ha spedito a raccapezzare che diamine si vadano macchinando questi furfanti degli  uomini; perché ne sta con gran sospetto, a causa che da un pezzo in qua non ci danno briga, e in  tutto il suo regno non se ne vede uno.

Gnomo: Ma come sono andati a mancare quei monelli?
Folletto: Parte guerreggiando tra loro, parte navigando, parte mangiandosi l'un l'altro, parte  ammazzandosi non pochi di propria mano, parte infracidando nell'ozio, parte stillandosi il cervello  sui libri, parte gozzovigliando, e disordinando in mille cose; in fine studiando tutte le vie di far  contro la propria natura e di capitar male.

Folletto: Ma ora che ei sono tutti spariti, la terra non sente che le manchi nulla, e i fiumi non  sono stanchi di correre, e il mare, ancorché non abbia più da servire alla navigazione e al traffico,  non si vede che si rasciughi.
Gnomo: E le stelle e i pianeti non mancano di nascere e di tramontare, e non hanno preso le  gramaglie.
Folletto: E il sole non s'ha intonacato il viso di ruggine; come fece, secondo Virgilio, per la morte  di Cesare: della quale io credo ch'ei si pigliasse tanto affanno quanto ne pigliò la statua di  Pompeo.
(Leopardi, operette morali)
 

Un'esplosione che nessuno udrà.
 Qualunque sforzo di darci la salute è vano. Questa non può appartenere che alla bestia che conosce 
un solo progresso, quello del proprio organismo. Allorché la rondinella comprese che per essa non 
c'era altra possibile vita fuori dell'emigrazione, essa ingrossò il muscolo che muove le sue ali e 
che divenne la parte piú considerevole del suo organismo. La talpa s'interrò e tutto il suo corpo si 
conformò al suo bisogno. Il cavallo s'ingrandí e trasformò il suo piede. Di alcuni animali non 
sappiamo il progresso, ma ci sarà stato e non avrà mai leso la loro salute.
        Ma l'occhialuto uomo, invece, inventa gli ordigni fuori del suo corpo e se c'è stata salute e 
nobiltà in chi li inventò, quasi sempre manca in chi li usa. Gli ordigni si comperano, si vendono e 
si rubano e l'uomo diventa sempre piú furbo e piú debole. Anzi si capisce che la sua furbizia cresce 
in proporzione della sua debolezza. I primi suoi ordigni parevano prolungazioni del suo braccio e non 
potevano essere efficaci che per la forza dello stesso, ma, oramai, l'ordigno non ha piú alcuna 
relazione con l'arto. Ed è l'ordigno che crea la malattia con l'abbandono della legge che fu su tutta 
la terra la creatrice. La legge del piú forte sparí e perdemmo la selezione salutare. Altro che 
psico-analisi ci vorrebbe: sotto la legge del possessore del maggior numero di ordigni prospereranno 
malattie e ammalati.
        Forse traverso una catastrofe inaudita prodotta dagli ordigni ritorneremo alla salute. Quando 
i gas velenosi non basteranno piú, un uomo fatto come tutti gli altri, nel segreto di una stanza di 
questo mondo, inventerà un esplosivo incomparabile, in confronto al quale gli esplosivi attualmente 
esistenti saranno considerati quali innocui giocattoli. Ed un altro uomo fatto anche lui come tutti 
gli altri, ma degli altri un po' piú ammalato, ruberà tale esplosivo e s'arrampicherà al centro della 
terra per porlo nel punto ove il suo effetto potrà essere il massimo. Ci sarà un'esplosione enorme 
che nessuno udrà e la terra ritornata alla forma di nebulosa errerà nei cieli priva di parassiti e di 
malattie. ( La coscienza di Zeno, 1923)