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venerdì, novembre 06, 2009
 

Crocifisso sì, crocifisso no (I)













E quando miro in cielo arder le stelle;







Dico fra me pensando:







A che tante facelle?







Che fa l'aria infinita, e quel profondo







Infinito seren? che vuol dir questa







Solitudine immensa? ed io che sono?







(Leopardi, canto notturno di un pastore errante dell'Asia)











In questo pianeta siamo tutti accomunati dal destino di vivere su un piccolo sasso sperduto alla periferia di un universo probabilmente infinito, forse parte di un numero infinito di universi infiniti, dove la nostra esistenza è la sola certezza, piccola luce nell’ignoranza cosmica in cui siamo avvolti.







Dietro allo scontro sul crocifisso nelle scuole, un tema che anche a molti laici sembra banale e insignificante, c’è in realta’ l’eco di una battaglia vecchia di secoli, di millenni, una battaglia delle e sulle idee che reggono il mondo e la civiltà umana. Quella battaglia ha visto guerre sanguinarie, rivoluzioni, riforme e ha avuto esiti differenti in differenti aree geografiche, anche all’interno della piccola Europa. C’e’ chi ha abbracciato la Ragione e chi è rimasto schiacciato dal Dogma, chi ha sviluppato la democrazia e i diritti e chi è rimasto vittima della violenza del fondamentalismo, chi ha costruito una societa’ aperta e chi è rimasto prigioniero dei feudi e delle corporazioni.







(
Gabriele Zamparini)











C'è la necessità di un accordo tra filosofi (leggi:scienziati) e teologi, perché «la fede si richiede per l'istituzione di rozzi popoli che denno esser governati», l'infinità dell'universo e l'esistenza di mondi infiniti, la mancanza di un centro in un universo infinito comporta la scomparsa dell'antico, ipotizzato ordine gerarchico, la «vanissima fantasia» che riteneva che al centro vi fosse il «corpo più denso e crasso» e si ascendesse ai corpi più fini e divini. La concezione aristotelica è difesa ancora da quei dottori che hanno fede nella «fama de gli autori che gli son stati messi nelle mani», ma i filosofi (leggi:scienziati) moderni, che non hanno interesse a intendere quello che dicono gli altri, ma pensano con la loro testa, si sbarazzano di queste anticaglie e si avviano «con più sicuri passi alla cognizione della natura".







  Giordano Bruno De l'infinito, universo e mondi (citato a senso)











Un giorno Dio, sotto mentite spoglie , incontra un contadino che cammina lungo la strada e gli chiede “Dove stai andando?” Al che il contadino risponde “A Saragozza” dimenticando di aggiungere la chiosa obbligatoria nel medioevo “Se Dio vuole”.  A causa di questa mancanza di rispetto Dio trasforma il contadino in una rana e la spedisce nella pozza più vicina.  Dopo avere osservato la rana sguazzare per un po’ Dio inverte la trasformazione e dice al contadino , una volta ripresa la forma umana “Ed ora dove vai?” Al che il contadino risponde “ A Saragozza o nella pozza!” . Gli irosi dei del mondo antico avrebbero rispedito il contadino nella pozza. Il mio Dio per contro si sarebbe assicurato che arrivasse a   Saragozza.  Un errore di tutte le religioni fondamentaliste è che il loro Dio non ha senso dell’humor. Ciò perché le religioni fondamentaliste si mantengono per lungo tempo per mezzo di rituali che per loro natura non hanno alcun senso dell’humor.







Fred Hoyle (citato da
Barbabianca)















L'amore di Dio per l'uomo - centro e fondamento della religione - è la prova più chiara, più irrefutabile che l'uomo nella religione contempla se stesso come un oggetto divino, come un divino scopo, e che i suoi rapporti con Dio non sono che rapporti con se stesso, con il suo proprio essere.







La provvidenza è un privilegio dell'uomo; esprime la superiorità dell'uomo sugli altri esseri naturali; lo sottrae alla concatenazione di tutto l'universo.







(Feuerbach)








I geni religiosi di tutti i tempi risentono di questa religiosità cosmica che non conosce né dogmi né Dei concepiti secondo l'immagine dell'uomo. Non vi è perciò alcuna Chiesa che basi il suo insegnamento fondamentale sulla religione cosmica. Accade di conseguenza che è precisamente fra gli eretici di tutti i tempi che troviamo uomini penetrati di questa religiosità superiore e che furono considerati dai loro contemporanei più spesso come atei, ma sovente anche come santi. Sotto questo aspetto uomini come Democrito, Francesco d'Assisi e Spinoza possono stare l'uno vicino all'altro.







 La principale fonte dei conflitti odierni tra le sfere della religione e della scienza sta tutta in questa idea di un Dio personale. […] Nella lotta per il bene morale, i maestri della religione debbono avere la capacità di rinunciare alla dottrina d’un Dio personale, vale a dire rinunciare alla fonte della paura e della speranza, che nel passato ha garantito ai preti un potere così ampio.







Più l’uomo avanza nella sua evoluzione spirituale, più mi appare certo che il sentiero verso una religiosità genuina non passa per la paura della vita e la paura della morte, o per una fede cieca, ma attraverso gli sforzi compiuti in direzione di una conoscenza razionale.







A livello di logica pura tutti gli assiomi sono arbitrari, compresi gli assiomi dell’etica. Ma essi non sono affatto arbitrari da un punto di vista psicologico e genetico, […] All’individuazione e alla verifica degli assiomi etici si perviene in modo non dissimile da quello che riguarda gli assiomi della scienza.
La verità è ciò che sopporta la verifica dell’esperienza.



Einstein












Sento il bisogno come Machiavelli ai tempi dell'esilio politico all'Albergaccio, dalle parti di S.Casciano, qui alle porte di Firenze, sulla via per Siena, di rivestirmi un po' di panni curiali per cercare la compagnia di uomini illustri e gustare con loro di quel pane della sapienza "che solum è mio". Dopo essermi levato da questa mediatica Italia bordello devastata da "ruffian, baratti e simile lordura". (rileggere il VI del Purgatorio).







La riflessione mia di oggi  è che Cristo non è dio. Non lo è mai stato. E' proprio lui che dice, in quel momento di m. in cui viene a trovarsi, come i 10 milioni "dieci" di uomini crocifissi sulle pubbliche strade romane nei secoli dell'Impero: dio de' dei, mi hai proprio abbandonato! Ma perché a Nicea l'Imperatore Costantino fece scrivere che quel povero cristo, uno tra 10 milioni di vittime dell'Impero, era quel "nostro Signore che verrà a giudicare i vivi e i morti". E perché fece quel concordato con la santa chiesa cattolica alla quale dare in appalto la remissione dei peccati, preludio alla resurrezione della carne e alla vita eterna amen?



Perché Costantino - mai battezzato ma considerato santo - da preveggente aveva già letto il cap. XVIII del Principe di Machiavelli...







(continua)







Post Scriptum. Aggiornamento del 7 novembre: a proposito di Costantino, leggi qui.



martedì, ottobre 06, 2009
 

Viaggio in Iran (IV)

Intervista a Soheila

video:


defaultprima parte















defaultseconda parte













L'intervista è stata fatta nel tardo pomeriggio di domenica 27 Settembre, al secondo giorno del nostro instancabile (per Soheila e la coppia di amici catanesi) girovagare nella "Isfahan nesf-e jahan" (Isfahan è la metà del mondo): bazar, Moschee, minareti oscillanti, Imam Square davvero spelndida, i 3 ponti dalle 100 archate su un fiume secco da 2 anni ( un'impressione passeggiare la sera sotto le archate pensili, tra gente appoggiata e seduta che ascolta cantanti solitari che si alternano uno dopo l'altro. L'intervista l'avevo chiesta io, ma Solheila la voleva quanto me. Perché ha tante cose da dire. E non solo lei. Ci vorranno altri due Youtube...


Peccato per Soheila che non possa aprire Youtube dall'Iran. Ma lo vedrà Arash, il figlio ingegnere che sta completando il suo perfezionamento a Perugia.



Questo il video fatto per lui da un amico in occasione della sua laurea in ingegneria civile: http://www.youtube.com/watch?v=Rzik-Fem2kg


A proposito (per Mariella che pensava mi avrebbero requisito la mia videocamera): ho sbobinato le 8 cassette di riprese fatte dentro scuole e moschee, piazze e palazzi, caffè e ristoranti..ti facevano festa, curiosi di noi come noi di loro. Così non mi era successo in Tunisia, Marocco, Giordania, Siria. Avrò tempo per perfezionare il programma di montaggio Premiére insieme al mio istruttore Martino. Ne verrà fuori più di un DVD. 

postato da stigli | 09:24 | commenti (2)
viaggi, iran, donna
 

Viaggio in Iran (III)

Le donne dell'Iran




(Esfahan, mattina di sabato 26 settembre, all'entrata di una scuola femminile)


Ho camminato per le strade di Shiraz, Yazd, Esfahan e ancor più che le moschee e i palazzi, maestosi e attraenti nella loro bellezza orientale,  guardavo le donne, sole, a coppie, a gruppi, ma sempre infagottate nei loro mantelli neri o, nei casi migliori, avvolte nel piccolo soprabito che  le copriva quasi fino al ginocchio, là dove spuntavano gli immancabili pantaloni. La stagione era calda, metà settembre, ma raramente ho visto  un piede nudo nel sandalo, mai una testa scoperta. L'attrice del filmetto per famiglie che ho visto in un'affollata sala di Esfahan, molto  elegante, con un grazioso soprabito e tacchi alti, portava il foulard perfino la notte, quando andava a dormire. Però l'argomento del film non  sarebbe dispiaciuto nemmeno qua da noi. La giovane coppia in crisi decideva di scambiarsi i ruoli: lui a casa a districarsi nelle faccende  domestiche e nella cura dei due figli, lei a dirigere la piccola azienda di famiglia per la gestione di una sala per banchetti di nozze. Alla fine il  risultato è quasi femminista: lei si rivela una manager superiore al marito, lui si arrende e desidera ardentemente far pace e detti pure lei le condizioni. Il tutto piuttosto ingenuo e cinematograficamente scontato, ma a suo modo significativo. Mi è anche capitato di vedere un  matrimonio nel momento in cui le donne restano sole e si danno alla pazza gioia, spogliandosi dei mantelli e mostrandosi con vestiti così  scollati, aderenti e rilucenti di lustrini che difficilmente verrebbero indossati da noi in simili occasioni. E i balli, le grida, il tripudio di gioia  liberata che è d'uso in queste occasioni. Per cui, traendo una più che probabile conclusione, viene da dire che la coltre nera che avvolge queste  donne e tanto le imbruttisce resta un funesto quanto superficiale mezzo di repressione che in sostanza intacca poco la vitalità e il desiderio di  affermare le proprie esigenze imprescindibili. So che le donne iraniane sono presenti largamente nelle scuole, nei pubblici uffici (non possono  diventare giudice) in vari ambienti di lavoro, ho visto nel cortile di una scuola superiore gruppi di ragazze che chiacchieravano vivacemente tra  loro e si affollavano e si affollavano intorno al nostro piccolo drappello di turisti, desiderose di scambiare parole e di respirare un'aria diversa. 

Poi è arrivata un'arcigna insegnante a portarle via, ma loro hanno continuato a ridere e a fare cenni amichevoli da dietro le finestre chiuse.

In poche parole quello che si percepisce con sufficiente chiarezza è un livello di maturazione di capacità di autonomia che con difficoltà viene  trattenuto e imprigionato in forme rigide destinate secondo me   a non durare a lungo. Il personaggio di Soheila, la nostra brava guida iraniana,  impersona bene questa situazione. E' una donna giovane e attraente, divorziata da vari anni, che si guadagna la vita con un lavoro che fa con  passione. E nessuno la giudica male, anzi è rispettata e apprezzata. In questo la situazione di Soheila non è diversa da quella di una donna sola in un paese europeo. Mi fermo un momento perché non voglio lasciarmi prendere la mano da queste impressioni positive. "La gabbia d'oro" di  Shirin Ebadi, premio nobel per la pace 2003 e oggi anche firmataria dell'appello a mobilitarsi contro la censura dell'informazione qui in Italia,  e "Un matrimonio a Tehran" di Azadeh Moaveni svelano retroscena piuttosto cupi della situazione politica iraniana e del resto gli avvenimenti  recenti del dopo elezioni del giugno scorso parlano chiaro in fatto di repressione. "Morale della favola", come dice spesso Soheila, è che da  una parte c'è una volontà politica che non esita a imporre un regime intollerante a vari livelli, dall'altra però c'è la presa di coscienza di una  popolazione in buona parte matura, anche culturalmente, che è in disaccordo con questo regime e sceglie, quando può, di battere strade  iverse. In questo senso va la lotta silenziosa delle donne che anche giornalmente, nelle piccole cose quotidiane, fanno quello che possono per  recuperare quello che pretende di togliere loro una visone maschilista e arretrata nel tempo. (Paola)



martedì, settembre 01, 2009
 

Micromega



martedì, agosto 25, 2009
 

Schiava e regina

Golfo di Baratti






La regina di Saba in vesti di clandestina



Lunedi mattina 24 agosto 2009.


Anche ilmare è rimasto senza fiato al suo passaggio.




Altre foto



sabato, marzo 07, 2009
 

Lugano 6 marzo 2009

Premio Dialogare 2009
Narrativa


Testo premiato Il fim di Thérèse


Per conoscere meglio Alessia Ballinari

 

Ci può raccontare il Suo percorso letterario?

Più che un percorso direi che si tratta piuttosto di un inizio: diciamo che ho sempre voluto scrivere, ma solo raramente ho dato forma compiuta ai pensieri sparsi per i vari taccuini.
Dal 2005 al 2008 ho collaborato alla rivista interculturale online www.bazarmagazine.ch, dove ho pubblicato interviste e articoli di approfondimento, oltre a brevi racconti più o meno legati alle mie esperienze di vita in Inghilterra. All’università ho partecipato a laboratori di scrittura creativa e giornalistica, e successivamente mi è capitato di utilizzare la scrittura a scopi professionali. È da poco che ho deciso di investire di più nella scrittura: il racconto per il Premio Dialogare è il primo risultato di questo proposito.

Che cosa la spinge a scrivere?

Di preciso non saprei. Penso la voglia di comunicare, parlare di temi che mi stanno a cuore. Poi c’è anche qualcos’altro: una sorta di soddisfazione nel vedere una certa frase scritta su un foglio, nero su bianco, o leggerne il suono ad alta voce, e sentire che le parole fluiscono riuscendo a esprimere esattamente quello che avevo in testa. Purtroppo non capita spesso: sono molto esigente nello scrivere, direi che è quasi una fatica per me. Prima di cominciare mi chiedo un’infinità di volte perché scrivo, se ho davvero qualcosa da dire perché non sia soltanto un esercizio di stile, o uno sfogo personale: se non sono convinta (come spesso accade), lascio perdere.

L'intervista continua qui

Motivazione della giuria per il premio
"Il racconto interpreta in modo brillante il rapporto realtà/fantasia suggerito dal tema del concorso, sviluppando un personaggio femminile in sintonia con gli intendimenti dell’Associazione Dialogare, perché sa rinunciare con ironia alle illusioni della società mediatica, vivendo la quotidianità in modo autonomo e creativo."

Motivazioni della giuria per il racconto segnalato

 

Una donna come te” di Paola Galli di Firenze

Un laboratorio di sartoria, che accoglie giovani donne provenienti da paesi lontani e da culture diverse, diventa lo specchio in cui si riflettono i grandi interrogativi dell’epoca; trasformare lo scontro di civiltà in incontro, emancipare la donna attraverso il lavoro, fare dell’altro un nostro concittadino? L’autrice li riconduce a una quotidianità realmente vissuta in tutte le sue contraddizioni, fra speranze e illusioni. E ce li propone con gradevole abilità narrativa.

Massagno, 5 marzo 2009

Nota

I racconti presentati al concorso sono stati 62. Il 90 % svizeri, i restanti italiani. Paola racconterà il viaggio, l'incontro, l'accoglienza.  Io mi limito a dire che ho perduto le foto delle mia camera digitale e lo scrivo con grande dispiacere.
Riguardo al Canton Ticino, Canton Vicino (un'ora di treno da Milano, compresa la sosta di servizio-dogana di Chiasso) tengo a rilevare l'emozione che sempre mi crea l'entrata in Svizzera, paese dove non esistono monumenti ai caduti. Non ho neppure visto statue a cavallo...

 Nota di Paola

Appena arrivati a Lugano, Daniela che poi avrebbe continuato a mostrarsi disponibile per tutta la durata della nostra visita ci ha accolto nella sua macchina. Era una giornata piovosa e l'iniziativa ci è stata di molto aiuto anche perché non conoscevamo la città. Posso dire che questa accoglienza premurosa ci ha accompagnato per tutto il tempo: durante il pomeriggio della premiazione, la sera alla cena in casa di Osvalda, Presidente del premio e dell'Associazione, nel riaccompagnamento all'albergo. Le componenti di questa associazione che, come scrive nel suo statuto, ha come  scopo attività di formazione, approfondimento culturale, consulenza, ricerca e incontro a livello individuale e di gruppo per la valorizzazione e la crescita del ruolo personale in particolare della donna, sono persone capaci e culturalmente preparate. Hanno parlato del lavoro che fanno in relazione al premio con competenza e con rispetto per quello che le concorrenti avevano espresso. Ho avuto occasione di essere presente ad altri premi letterari. Questo mi è parso, più di altri, serio e scevro da fastidiose ampollosità di sedicenti critiche letterarie. Soddisfacente l'organizzazione di una serata simpatica e vivacizzata dalla fisarmonica dolce e appassionata di Sandra. Lugano è una bella città tranquilla, quasi nascosta tra montagne innevate e lago. Il clima fresco e umido del primo giorno si è poi addolcito il dì seguente fino a mostrarci il sole tra le nuvole con l'annuncio di primavera. Ci è piaciuto il vecchio centro scoperto quasi per caso col mercato e i negozi specializzati in cioccolateria. Abbiamo riempito una borsetta con bei pezzi di cioccolata “sfusa”, tipo i croccanti delle nostre fiere, al sapore di mirtillo, uvetta,nocciole, mandorle, zucchero caramellato… il pacchetto ci fa compagnia insieme al ricordo e alla nostalgia.
Arrivederci senza addio, Lugano bella.
 
postato da stigli | 09:45 | commenti (2)
letture, letteratura, donna, paola


domenica, marzo 01, 2009
 

Sarò a Lugano il 5 marzo

Come valletto accompagnatore

di Paola che si presenta a ricevere la Menzione d'onore per il racconto presentato al concorso indetto dalla Associazione Dialogare-Incontri di Lugano.

Premiazione Premio Dialogare 2009
Come in un film

 


Questo il racconto segnalato al posto d'onore (dopo quello premiato: è un destino per Paola, ma va bene lo stesso), perché Paola sa scrivere. A volte, senza invidia né malizia, ci fermiamo a considerare pubblicazioni premiate nella grande sarabanda dei concorsi: c'è spesso roba "bruttina", scritta anche malino.  L'Associazione luganese è stata scelta da Paola perché in sintonia col suo impegno civile e letterario, come si può desumere entrando nel sito web:

Concorso Dialogare 2009        
 
Una donna come te
 
Guardo Antonia che sorbisce senza entusiasmo il suo orzo, come me del resto. Siamo a dieta, visto che dormiamo poco la notte. "Loro" fanno come al solito il caffé turco, nero, corposo, fragrante. Il nero brillante sembra si rifletta negli occhi scuri dal bianco azzurrino sotto le palpebre ambrate. I vestiti colorati sgonnellano su e giù dal ripostiglio che serve da cucina. E' l'ora del break, durante l'orario mattutino del laboratorio. Ci si rilassa tutte un po', mangiando la pitta con la ricotta che Fara ha portato stamani. A me la pitta non piace, la trovo unta, meglio i panini con la marmellata cotti nel forno di Sabila. In questi giorni però non li può fare perché le hanno tolto la corrente. Il guaio grosso è doversi lavare con l'acqua fredda.

Intervengo io:" non compri i vestiti nuovi per tutti, quando fai la festa di Maggio. Non prendi la macchina nuova e ti contenti di risistemare la vecchia". Evito di dire "come faccio io" e mi pare di aver distillato tutto il possibile buon senso, ma lei mi guarda con gli occhi che hanno quel bianco così azzurro e io mi sento un po' nel giusto, un po' no. Penso a tutte le famiglie del campo che non rinunciano alla macchinona nuova e poi fanno le docce fredde.

A questo punto le fumatrici escono e si liberano dalla rabbia col fumo delle sigarette. Si torna al lavoro. La stireria funziona a ondate, bene d'inverno, meno durante la buona stagione. Il laboratorio di cucito tira abbastanza perché i rammendi ora nessuno ha più tempo di farli e comprare il nuovo non sempre si può. Le romnì a volte sono stanche e nervose. Litigano fra loro e parlano troppo forte nella loro lingua, anche se le clienti ormai ci hanno fatto l'abitudine. Forse è difficile essere solidali quando si vive gomito a gomito in un piccolo villaggio di casette di legno distanti un metro una dall'altra su una collinetta ex scarico di rifiuti, ai margini della città. E quella che hai accanto, anche se parla la tua lingua, ha una storia e una provenienza diverse dalla tua e mentre tu hai solo tre figli, lei ne ha sette che gridano, fanno a botte e ti rubano i panni dal filo dove li avevi stesi ad asciugare.
Qualche volta ripenso a tutta la nostra storia che è in piedi ormai da 10 anni ed è come se mi scorresse davanti agli occhi un lungo film fatto di inquadrature brevi quasi dei flashes, che però sono tante e precise. Quasi tutte di donne. I primi approcci al campo, quando avevamo un po’ timore di quelle donne scure che ci guardavano con una curiosità quasi sfacciata. C’era la difficoltà di capirsi, solo una cosa era chiara: volevano lavorare. Rivedo i bambini che si nascondevano ridendo dietro un mucchio di assi di legno o facevano capolino dalle finestre delle baracche ornate di tendine bianche che avevano un barlume di accoglienza. L’immagine è già sfuggita, al suo posto c’è Mirka, la figlia di Fara, che va in bicicletta e mi dice: “Non so se ci potrò più andare quando sarò sposata. Lui non vuole.” Ancora Mirka col vestito bianco del matrimonio fatto venire apposta da Skopje, a cui avevamo aggiustato i pesanti ricami un po’ sciupati. Qualcuno sussurra “Sembra una principessa”. Poi la principessa se ne va via da casa e io vado a trovarla nel rifugio dove l’assistente sociale l’ha portata coi due bambini. Infine, ed è l’ultima, noi due insieme nella sua casetta. Ora lei è vestita da moglie, con un fazzoletto in testa e non porta più i pantaloni. Appaiono altre immagini che s’impongono in primo piano. Gisa, l’unica ragazza rom che era entrata al laboratorio. Aveva 17 anni quando l'abbiamo presa a lavorare. Grande e robusta, allegra di quella allegria contagiosa e fresca che solo a quell'età si può avere. Con Daniela, appena più grande di pochi anni, chiacchieravano fitto, lavorando, e ridevano perdutamente di cose e persone che sapevano solo loro, finché Daniela saltava su e correva al bagno proclamando: "E ora corro a fare la paipai". Ora Gisa non c'è più, si è sposata e sta in Germania, in una sconosciutissima cittadina del Nord dove l'inverno deve fare un freddo considerevole e dove si parla una lingua difficile che lei dovrà imparare. All'inizio, quando ci annunciò che si sposava, le dicemmo senza mezze misure che per noi era un tradimento. Non si era insistito abbastanza sul fatto che bisognava resistere alla volontà della famiglia che, appena hai compiuto 15 anni, ti sta appresso per farti sposare uno che non hai mai visto né conosciuto? Anche lei era d'accordo.

Bene, pensavamo noi con soddisfazione, Gisa resiste, ha già vent'anni ed è diventata proprio brava. Il laboratorio lo affideremo a lei. E lei era uno degli elementi che ci facevano sentire contente di come andavano avanti le nostre cose.

Ora la vediamo ogni tanto, piuttosto di rado, quando torna a trovare i suoi. Ha imparato un po' di tedesco e ci pare sia contenta del marito e della suocera con cui abita. Ha mantenuto il suo bel sorriso allegro.

E’ stata una storia lunga durante la quale siamo vissute così a stretto contatto con lei che è impossibile non dedicarle un’attenzione particolare. La vedo coi suoi bei capelli neri annodati dietro mentre lavora e ride con Daniela e poi, quando è tornata dopo il matrimonio, con i capelli sciolti, un po’ di trucco e anelli e braccialetti a profusione.

“Tutti del matrimonio, Gisa?”
“Tutti, ma ne ho ancora a casa che mi hanno dato i parenti. Questi sono di lui.”
Quel lui verso il quale eravamo così diffidenti e forse anche un po’ gelose e di cui ci piaceva ora sentir parlar bene. Ultime. appaiono le mie ragazze giovanissime dagli occhi intriganti a cui ho chiesto, dopo averle tenacemente cercate, se avrebbero accettato di sposare l’uomo scelto dalla loro famiglia. Genna, che è scappata di casa col suo ragazzo e l’ha imposto ai suoi. Ha i capelli spettinati come sempre e gli occhi brillanti e decisi. Elvira e Zina che non ce l’hanno fatta. Ora, anche se giovanissime, sono già madri di famiglia. Sono ancora carine però. Mi guardano con un mezzo sorriso come per dirmi che è inutile fare a pugni, si soffre di più. Quando osservo le immagini di queste donne vedo anche i loro colori: verde scuro, rosso rubino, giallo zafferano. E il bianco, quel bianco lucido di quando si sposano. E dev’essere un bianco davvero veritiero, se no la suocera può ancora gridare e cacciarle di casa.
Però, il viso, lo vedo quasi in bianco e nero, prima di tutto perché adoro il bianco e nero, poi perché, se è un viso espressivo, il colore si perde e ti ricordi solo la pelle che è appena un po’ scura e gli occhi molto neri che hanno uno sguardo ora di simpatia curiosa perché “tu ti interessi a me”, ora di sfida perché “chi pensi di essere, io sono una donna come te”, ora di timore perché “tu vieni a carpire qualche segreto che andrai a spifferare tra la gente che sa così poco di me”.
 
 Questa l'intervista in anteprima:
  
Per conoscere meglio Paola Galli
  
Ci può raccontare il Suo percorso letterario?
Ho cominciato a scrivere tardi, poco prima del pensionamento, perché in realtà non mi sono mai pensata come una scrittrice, ma come una persona occupata a fare altre cose, insegnamento e attività sociali, e solo saltuariamente impegnata a ritagliarsi un piccolo spazio personale in cui lasciarsi andare alla scrittura. Un po' come un optional piacevole, ma occasionale. In realtà mi rendo conto di quanto mi piaccia la scrittura, come mi piace, e la pratico da sempre, la lettura di narrativa, in particolare quella femminile, nei riguardi della quale sono via via diventata, come succede, notevolmente selettiva. Mi interessa soprattutto il racconto, un organismo completo in se stesso. Non ho grande interesse per lo svolgimento dell'azione, che caratterizza il romanzo, mi emoziona di più individuare un punto centrale, uno scarto a cui corrisponde un momento di forza emotiva, come dice una brava scrittrice di cose femminili, Grazia Livi. Intorno a questo elemento nasce e si svolge poi il piccolo universo del racconto. E poi il racconto, se è di qualità, non ha cadute di stile, mentre il romanzo le ha quasi inevitabilmente e anche momenti di noia.

Che cosa la spinge a scrivere?
E' importante la domanda su cosa mi spinge a scrivere. Credo che, come per altri, avvenga per esprimere qualcosa a cui tengo e nel tempo stesso per creare un punto d'incontro, perché certamente qualcosa di quello che si dice toccherà nel vivo qualcuno. Almeno è quello che si spera quando si scrive.
 
Scrivere per una giuria, l’ha condizionata o particolarmente stimolata ?
Che la giuria fosse tutta femminile non lo sapevo, ma in ogni caso sottoporsi a una giuria mi pare stimolante (se mai il condizionamento viene dal titolo), anche se resta sempre l'incognita di non sapere se si entrerà in sintonia. In questa occasione ho pensato che mi interessa entrare in rapporto con il gruppo di "Dialogare" che, come me in fondo, è interessato a creare possibilità di lavoro e di inserimento nella produttività. Mi pare di poter dire che, in situazioni diverse, abbiamo in fondo le stesse finalità.

Per quale pubblico scrive?
Il pubblico da cui mi aspetto maggiore comprensione è, in linea generale, quello delle donne e non a caso le poche cose che ho scritto hanno le donne come protagoniste.
 
Dopo il premio, qualche progetto?…o un sogno nel cassetto?
Sì, un sogno o meglio un progetto ce l'ho e ho anche incominciato a dargli forma: un libro sulle giovanissime ragazze rom del villaggio del "Poderaccio" contiguo al quartiere dove abito, ai loro precoci matrimoni, più o meno forzati, alla loro impossibilità di continuare gli studi e di entrare con dignità nel mondo del lavoro. Per realizzare questo libro mi occorrono ancora molte interviste, che non è facile fare, senza creare sentimenti di diffidenza. So che mi dovrò impegnare.
 
Notizia biografica
 Sono nata e ho sempre vissuto a Firenze, dove ho insegnato materie letterarie negli Istituti Tecnici. Dopo la scuola ho lavorato in "Un ponte per Baghdad" e in una piccola associazione che forniva audiocassette per non vedenti "Ascoltare un libro". Da 11 anni collaboro con una cooperativa sociale che fa lavorare donne rom o comunque svantaggiate. Offriamo al pubblico un servizio di cucito e stiratura.
 
Bibliografia
Madre e handicap, Feltrinelli ed., Milano, 1988 (Giuliana Ponzio e Paola Galli)
Una vita segreta, Gazebo ed., Firenze, 1999
Un'identità intermedia, Tufani ed., Ferrara 2006
 
Nel sito seguente si può vedere il video trasmesso su RAI 2 riguardante la cooperativa sociale di cui parlo sopra.
 
 

 

postato da stigli | 10:16 | commenti (1)
letture, letteratura, donna, paola


martedì, novembre 25, 2008
 

Rita Levi Montalcini

La clessidra della vita


Clicca la foto per leggere la scheda

Apri su Che tempo che fa e rivedi l'intervista.

Indice:
Durata: 26'

13' e 30'':  l'uomo non è cattivo, è gregario...
15' :la mente dell'uomo e il computer, (internet...quantico);
19' : il testamento biologico;
21' e 39'': la vita e la morte;
22' e 30'': la prima donna bigliettaia;
24' e 40'': diritti e doveri, anzi: doveri e diritti.

Dalla stampa:

Roma, 22 nov. (Apcom) - Il testamento biologico è una cosa eccellente". Lo dice la senatrice a vita Rita Levi Montalcini, ospite a 'Che tempo che fa' su Raitre.

"Sono a favore del testamento biologico - afferma - se fatto quando si ha capacità di intendere e di volere è giusto chiedere di mettere fine ad una vita che non ha più senso per dolore o per mancanza capacità cognitive. E' una eccellente cosa che deve essere permessa".

"Ognuno ha il diritto di parlare della propria vita - precisa Rita Levi Montalcini - non degli altri, non abbiamo diritto di parlare degli altri".

Grazie a Gergiamada per la segnalazione

 



sabato, settembre 27, 2008
 

Periferie del ’68: la chiesa del dissenso

giovedì 25 settembre, ore 21, piazza dell'Isolotto

“Periferie del ’68: la chiesa del dissenso”


Video: clicca sulla foto

Puoi continuare qui



mercoledì, settembre 17, 2008
 

Leggere il ’68

 Carissimi,

                            vi trasmettiamo il senso e il programma di una iniziativa sul '68 che riteniamo possa interessare tanti di noi che cercano occasioni di riflessione e di confronto in un contesto complesso e difficile qual'è quello di oggi
 
Un caro saluto
                                                  la Comunità dell'Isolotto
 
*****
Comune di Firenze Consiglio di Quartiere 4 – Archivio Storico Comunità Isolotto – Centro Educativo Popolare
 
Leggere il ’68 con gli occhi di oggi
immagini, volti, parole, canzoni
l’Isolotto un quartiere protagonista
 
Tre serate per rileggere insieme quegli avvenimenti
e per socializzare interrogativi, ricordi, pensieri
con i protagonisti di ieri e le generazioni di oggi
 
 
Programma
 
 
            giovedì 25 settembre, ore 21, piazza dell’Isolotto:
 
* “Periferie del ’68: la chiesa del dissenso”, documentario da Rai News 24
* proiezione di foto e volti dei protagonisti del quartiere
* microfono aperto
* canzoni del ‘68
 
 
            venerdì 26, alle ore 21, circolo ARCI di via Maccari – Isolotto
 
* L’altrosessantotto”, documentario da History Channel
* proiezione di foto e volti dei protagonisti del quartiere
* microfono aperto
* canzoni del ‘68
 
 
            sabato 27, alle ore 21, nel cortile delle “Baracche”, via degli Aceri 1:
 
* “Millenovecentosessantotto”, documentario del Centro socioculturale DEA,
* proiezione di foto e volti dei protagonisti del quartiere
* microfono aperto
* canzoni del ‘68
 
*******
 
L’iniziativa nasce dal desiderio di realizzare un momento di comunicazione fra generazioni sull’intreccio di esperienze di ieri e di oggi cercando di riconoscere il filo conduttore della speranza e dell’impegno che coinvolge tutte le persone di buona volontà.
Come protagonisti che abbiamo partecipato al movimento del ‘68, siamo in grado di contestualizzare quegli avvenimenti e di comunicare da dove siamo partiti, quali strade abbiamo cercato di tracciare e percorrere verso la realizzazione di una società più equa e solidale, senza minimizzare limiti ed errori che erano e sono inevitabili quando si aprono nuovi percorsi.
Come protagonisti dell’oggi possiamo intrecciare con il presente non parole ma testimonianze e vissuti che rendano possibile coltivare ancora la speranza e la voglia di impegno e partecipazione, riflessione e mobilitazione, creatività e prassi non solo nelle nuove generazioni ma con le nuove generazioni.
Non possiamo permetterci di abbandonare la memoria del ’68 all’aggressività dei revisionismi. Anche la memoria ha bisogno di una sua resistenza.
La nostra esperienza ci ha insegnato che è stato possibile resistere anche in tempi bui grazie alla costanza di donne ed uomini appartenenti a generazioni e culture diverse che riuscivano a coltivare le stesse passioni e ad agire insieme.
Resistere, resistere, resistere unendo tutte le realtà che operano per cercare di recuperare valori ed ideali è un impegno che ci interpella anche per l’oggi. Resistere perché, come, con chi, è l’interrogativo che possiamo cercare di sciogliere attingendo anche alla memoria di vissuti ed esperienze di un movimento come quello del ’68 che ha segnato la storia. 

Nota 1. questo post è la trascrizione della email ricevuta, guarda caso, appena dopo aver pubblicato il precedente. In perfetta contiguità e continuità.  Arrivederci a qualcuno dei 3 apuntamenti. Buona giornata (mattinata limpida e fresca qui in Casentino).
Nota 2. Ieri sera sono andato al castello di Poppi alla presentazione del volume illustrato "Il Casentino da Ama a Zenna", presentato dall'autore Giovanni Caselli.
"Il Casentino non è solo una valle dantesca o una terra guidigna, o ancor meno una piccola valle appenninica a ridosso della Romagna".
Bella lezione di archeologia-antropologia. Grazie, Giovanni. Ne riparleremo.


lunedì, settembre 15, 2008
 

QUANDO DIO ENTRA IN POLITICA

Che cosa succede quando Dio, il Dio Onnipotente della Chiesa papale, entra in politica? Innanzitutto, la laicità, i diritti civili e l’autonomia dello Stato vacillano e vanno in crisi. E poi, la democrazia rischia di rovesciarsi in teocrazia, politica e religione si confondono, causando disastrosi effetti di inciviltà. Effetti già largamente e tristemente dimostrati da secoli di storia di guerre sante e scontri religiosi, di Crociate, roghi e Inquisizione. Perché ripetere gli errori e orrori del passato?
Eppure si è formato di recente in Italia un nuovo «Partito di Dio» guidato dalla Cei di Ruini e Bagnasco, alacremente seguito da gruppi trasversali di politici, giornalisti e intellettuali (teocon, teodem, atei devoti, postsecolari e islamofobi), ostili alle conquiste della moderna civiltà illuministica, scientifica e razionalistica. Il Dio degli eserciti e della Chiesa/Stato costantiniana del passato e il Dio che in tutto si immischia dell’attuale offensiva politico-clericale non possono essere disgiunti.
Non bisogna tuttavia dimenticare che non c’è solo la Chiesa papale e il suo arrogante e dogmatico Dio del potere, disposto ieri come oggi a giustificare guerre, conflitti, repressione, fanatismi e interventismi di ogni genere. C’è anche la Chiesa dei poveri, del Dio sofferente e impotente delle Comunità cristiane di base, democratiche e antigerarchiche, dedite alla cura amorosa dei deboli, dei diversi, dei più poveri e diseredati della terra.
Il volume, un vero e proprio pamphlet, si propone una critica radicale della nuova strategia politico-religiosa di papa Ratzinger e delle alte gerarchie clericali (i ripetuti «no» all’aborto, all’eutanasia, alla procreazione assistita, alle coppie di fatto, al divorzio), mostrando, con una scrittura agile e provocatoria, la contraddittorietà e l’infondatezza dei valori assoluti oggi difesi dai vertici ecclesiastici.
Alla tesi ratzingeriana dell’ingresso di Dio nella sfera pubblica l’autore contrappone l’idea di una politica senza Dio, razionale, laica e democratica. Alle religioni è riconosciuta la più piena libertà di espressione e organizzazione nella società civile. Ma non la pretesa di occupare lo Stato o limitarne la sovranità, di ispirare, orientare e dirigere l'attività legislativa di governi e parlamenti in nome di presunte e incontestabili verità sacre o rivelate.
Michele Martelli : "Quando Dio entra in politica", Fazi ed. € 16.
Il volume tratta temi di grande attualità con uno stile ironico e pungente, lontano da tecnicismi e accademismi: è un testo progettato per essere letto da un largo pubblico

Nota del barba
Perché Dante, 700 anni fa, può dire peste e corna dei papi compresi quelli in carica e Sabina Guzzanti no? Perché il mio otto per mille va alla banca di Marcinkus, anche se io non voglio? Perché a Firenze deve piovere un Dirigente ecclesiastico preso al di fuori e all'insaputa della comunità cattolica  fiorentina?  Diabolus ex machina.
In questi giorni all'Isolotto di Firenze si commemorano i 40 anni della vicenda che ebbe nel '68 il suo punto d'arrivo e di partenza. Perché alla TV italiana fu impedito di testimoniarla, a fronte di "tutte" le  grandi TV del mondo là presenti?
Perché?
Perché il braccio secolare (leggi: laico)
in Italia ha sempre funzionato come guardia esecutiva del tribunale ecclesiastico. 
Gli atei devoti di oggi non fanno molto di più e di peggio degli atei illuminati di ieri. Il Parlamento italiano ha sempre raggiunto la quasi unanimità, quando si è trattato di concordare col Vaticano la messa al bando dei suoi dissidenti interni.
Ma  la Chiesa dei poveri, del Dio sofferente e impotente delle Comunità cristiane di base, democratiche e antigerarchiche, dedite alla cura amorosa dei deboli, dei diversi, dei più poveri e diseredati della terra, è solo una scheggia del grande gregge. Il grosso della truppa è ancora rinchiuso nei Bandustan sudafricani, nei lager israeliani delimitati dal muro del Concordato tra lo Stato Italiano e lo Stato Città Vaticano.  Ma lo SCV non è la Chiesa cattolica; lo SCV contrabbanderà "sempre" un dio arrogante e dogmatico al servizio dei poteri forti. Ed  è vero che quanto più questi poteri forti si sentono venir meno, tanto più si stringono al Vaticano e quanto più il Vaticano si sente assediato in casa tanto più invoca l'intervento dello Stato. In questo momento di malattia terminale la Prostituta "e quel Gigante che con Lei delinque" del 32 e 33 del Purgatorio sono in congiunzione carnale permanente, senza più vergogna, cinicamente, come cani appunto, salvo il rispetto per questi grandi amici dell'h. 
 E allora, concludo, questo non è solo il momento di riconoscere - finalmente - l'esistenza in vita delle Comunità di base sofferenti e impotenti; questo è il momento di applicare l'articolo 2 della Costituzione: la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'h, sia come singolo sia nele formazioni sociali in cui si trova a vivere. Se una parrocchia, a grande maggioranza, elegge il suo pastore o il suo gruppo dirigente, le squadre d'azione mussolini devono rimanere in caserma, in attesa di essere sciolte. In fondo in fondo quella parrocchia fiorentina fu trattata alla stregua della scuola Diaz genovese. Solo la forma dell'intervento è stata diversa: bomba esplosiva la prima, bomba a lenta combustione la seconda (processo penale a 500 persone lungo tre lunghi anni, sfratto dagli edifici e beni, totale oscuramento mediatico televisivo, invio di truppe speciali ecclesiastiche da fuori Toscana...). Restiamo in attesa degli atei illuminati. I quali debbono capire che è venuto il momento di pensare al grosso della truppa ecclesiale ancora rinchiusa nel Bandustan italo-vaticano, una grande striscia di Gaza teocratica, a forma di stivale. Facciamo una contro-alleanza, diamo la possibilità al dissenso di esprimersi (in TV),  riconosciamo questa chiesa di fatto, a tutti gli effetti: politici, civili e finanziari. La teologia di Ratzinger è vecchia come il cucco; otre imporrito, muffo. Scrittura su carta patinata senza corrispondenza veruna col reale, neppure al suo interno. Ci sono in circolazione altre teologie, tipo quella della Liberazione. Ma non solo quella. Non facciamo di ogni erba un fascio- La Costituzione ci impone di garantir loro ogni pari opportunità.
Il libro di Michele Martelli è un primo avvio teorico. Coraggio: E' l'ora dei fuochi; non ci sarà che luce (Marty). Il miglior modo di difendersi è quello di attaccare (Foch).

Anche Dante è dalla nostra. Chi parla è S.Pietro:
«Non fu la sposa di Cristo allevata
del sangue mio, di Lin, di quel di Cleto,
per essere ad acquisto d'oro usata;
       42

ma per acquisto d'esto viver lieto
e Sisto e Pïo e Calisto e Urbano
sparser lo sangue dopo molto fleto.
       45

Non fu nostra intenzion ch'a destra mano
d'i nostri successor parte sedesse,
parte da l'altra del popol cristiano;
       48

né che le chiavi che mi fuor concesse,
divenisser signaculo in vessillo
che contra battezzati combattesse;
       51

né ch'io fossi figura di sigillo
a privilegi venduti e mendaci,
ond' io sovente arrosso e disfavillo.
       54

In vesta di pastor lupi rapaci
si veggion di qua sù per tutti i paschi:
o difesa di Dio, perché pur giaci?
       57

Del sangue nostro Caorsini e Guaschi
s'apparecchian di bere: o buon principio,
a che vil fine convien che tu caschi!
       60

Ma l'alta provedenza, che con Scipio
difese a Roma la gloria del mondo,
soccorrà tosto, sì com' io concipio;
       63

e tu, figliuol, che per lo mortal pondo
ancor giù tornerai, apri la bocca,
e non asconder quel ch'io non ascondo
».
       66
(Paradiso, XXVII, 40-66)
Forza, Sabina.


mercoledì, aprile 23, 2008
 

Donne afghane

Invito

Domenica 27 aprile 2008, ore 10,30, alle baracche verdi, via degli Aceri 1, nell'ambito dell'assemblea settimanale della Comunità dell'Isolotto, due donne afghane risponderanno alle domande sulla condizione della donna nell'Afghanistan di oggi.
Sarà presente un interprete.
Nota. La due donne sono a Firenze per un corso riguardante l'orificeria, all'interno di un progetto di formazione organizzato dall' Ambasciata di Kabul e dal Comune di Firenze. L'occasione di incontro ci è stata offerta dal Presidente del Consiglio Comunale Eros Cruccolini. Cordialità. Paola Galli



domenica, marzo 16, 2008
 

Brenda Porster



Brenda Porster, nata a Filadelfia, Laureata alla Colombia University di New York, in Italia da vari decenni, di ritorno da una recente visita negli Stati Uniti, parla alle baracche verdi domenica mattina 16 marzo. Nel suo discorso si fondono analisi storiche ed esperienze personali di vita vissuta. In Italia da 40 anni, attivista del gruppo "Stunitensi contro la guerra".  Un bell'incontro.

Nella foto con Paola che l'ha cercata e portata all'Isolotto. L'abbiamo avuta a tavola con noi. Ebrea e americana, ti riconcilia un po' con la vita e la politica. A tavola non abbiamo parlato di politica, ma di famiglia, casa, affitti, figli, arte (Piero della Francesca e Caravaggio), del Casentino, della Madonna del parto di Monterchi, di Poppi e del suo castello, degli Uffizi e del corridoio vasariano che dagli Uffizi ti porta a Pitti e Boboli...Buona notte.



sabato, marzo 08, 2008
 

8 marzo

Il rapporto immediato, naturale, necessario dell’uomo con l’uomo è il rapporto del maschio con la femmina. In questo rapporto naturale della specie il rapporto dell’uomo con la natura è immediatamente il rapporto dell’uomo con l’uomo, allo stesso modo che il rapporto con l’uomo è immediatamente il rapporto dell’uomo con la natura, cioè la sua propria determinazione naturale.
(K. Marx, Manoscritti economico-filosofici del 1844, Einaudi, Torino, 1949, pagg. 119-120)

Non esistono leggi sul matrimonio: uomini e donne ugualmente scelgono i propri compagni e li lasciano a proprio piacimento, senza offesa, gelosia o rancore. Si moltiplicano assai abbondantemente; le donne gravide lavorano fino all'ultimo e partoriscono quasi senza dolore; in piedi il giorno successivo, si bagnano nel fiume e sono pulite e sane come prima di partorire.

Nella società irochese le donne erano importanti e rispettate.

Curavano le colture e gli affari del villaggio, perché gli uomini eraano sempre lontani, a cacciare o pescare. Osserva Gary B. Nash nel suo eccellente studio sull' America delle origini, Red, White and Black: «li potere era condiviso dai due sessi, e l'idea europea del dominio maschile e della subordinazione femminile in ogni campo era chiaramente assente dalla società irochese».

Non solo gli irochesi, ma anche altre tribù indiane si comportavano in questo modo. 

Colombo e i suoi successori, perciò, non giunsero in un deserto e  selvaggio, ma in un mondo che in alcune zone era densamente popolato quanto l'Europa, un mondo nel quale la cultura era complessa, i rapporti umani più ugualitari che in Europa, e le relazioni tra gli uomini, le donne, i bambini e la natura avevano una bellezza forse non raggiunta in alcun altro luogo.

(Howard Zinn, Storia del popolo americano dal 1492 a oggi. Il Saggiatore, Milano 2007 € 10 pagine iniziali passim)

Non esiste la "famiglia cristiana", essa è appunto un falso valore.

La famiglia è una creazione continua.

Forse la famiglia dovrà cambiare ancora forma, dovrà cambiare struttura. Il concetto del diritto naturale è un concetto dell'immobilismo borghese, con cui si sono voluti rendere eterni e immutabili alcuni rapporti che erano funzionali alla società borghese.
Però dobbiamo dirci che noi, in quanto cristiani, non abbiamo niente, nessun modello nostro da difendere

( Padre Balducci )

Se la donna non è mai stata interamente condizionata dalla logica del potere, essendone stata esclusa per secoli, è di un altro potere che può incominciare a parlare: il potere di fare, di cambiare le cose, di imporre una strada diversa, altri rapporti, di imporre i propri bisogni vitali come esigenze di un mondo che ha necessità di diventare più umano. (Franca Ongaro Basaglia - Enciclopedia Einaudi, voce donna)

Buona giornata. Il vento si è calmato, fa meno freddo, l'Abetone è pieno i neve, la guida "Dante in Casentino" è in fase di stampa.



mercoledì, febbraio 27, 2008
 

Una stalla di conigli

 

Caro Magris,
con grande dispiacere leggo il tuo articolo "Gli sbagliati" . Sono molto addolorato non solo che tu l'abbia scritto, ma soprattutto che tu pensi in questo modo.
Mettere al mondo un figlio ha un senso solo se questo figlio è voluto, coscientemente e liberamente dai due genitori. Se no è un atto animalesco e criminoso. Un essere umano diventa tale non per il casuale verificarsi di certe condizioni biologiche, ma per un atto di volontà e d'amore da parte degli altri. Se no, l'umanità diventa - come in larga parte già è - una stalla di conigli. Ma non si tratta più della stalla «agreste», ma d'un allevamento «in batteria» nelle condizioni d'artificialità in cui vive a luce artificiale e con mangime chimico.
Solo chi - uomo e donna - è convinto al cento per cento d'avere la possibilità morale e materiale non solo d'allevare un figlio ma d'accoglierlo come una presenza benvenuta e amata, ha il diritto di procreare; se no, deve per prima cosa far tutto il possibile per non concepire e se concepisce (dato che il margine d'imprevedibilità continua a essere alto) abortire non è soltanto una triste necessità, ma una decisione altamente morale da prendere in piena libertà di coscienza. Non capisco come tu possa associare l'aborto a un'idea d'edonismo o di vita allegra. L'aborto è «una» cosa spaventosa «...».
Nell'aborto chi viene massacrato, fisicamente e moralmente, è la donna; anche per un uomo cosciente ogni aborto è una prova morale che lascia il segno, ma certo qui la sorte della donna è in tali sproporzionate condizioni di disfavore in confronto a quella dell'uomo, che ogni uomo prima di parlare di queste cose deve mordersi la lingua tre volte. Nel momento in cui si cerca di rendere meno barbara una situazione che per la donna è veramente spaventosa, un intellettuale «impiega» la sua autorità perché la donna sia mantenuta in questo inferno. Sei un bell'incosciente, a dir poco, lascia che te lo dica. Non riderei tanto delle «misure igienico-profilattiche»; certo, a te un raschiamento all'utero non te lo faranno mai. Ma vorrei vederti se t'obbligassero a essere operato nella sporcizia e senza poter ricorrere agli ospedali, pena la galera. Il tuo vitalismo dell'«integrità del vivere» è per lo meno fatuo. Che queste cose le dica Pasolini, non mi meraviglia. Di te credevo che sapessi che cosa costa e che responsabilità è il far vivere delle altre vite.
Mi dispiace che una divergenza così radicale su questioni morali fondamentali venga a interrompere la nostra amicizia.
Parigi 3/8 febbraio 1975
Italo Calvino 

Trovata qui 



mercoledì, gennaio 09, 2008
 

Legge 194

Trovo una risposta nella mia esperienza di vita.

Immaginate un giovane immaturo poco più che ventenne, vissuto ed educato nell’ambiente asettico del seminario, lontano dai problemi della vita, infilato improvvisamente in un confessionale, che si trova a decidere se assolvere o condannare una donna che gli confessa di voler abortire senza recedere o di averlo già fatto senza vero pentimento. Se assolve la donna condanna se stesso perché gli hanno insegnato che non ci può essere pietà per il peccatore impenitente. Se nega l’assoluzione condanna ugualmente se stesso perché viene a trovarsi in contrasto col Gesù del Vangelo: “chi è senza peccato scagli la prima pietra, nessuno ti ha condannata, nemmeno io ti condanno”.
L'articolo di Enzo Mazzi lo trovi qui.