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lunedì, novembre 09, 2009
 

Crocifisso sì crocifisso no (II)

Perché è importante che Cristo non sia Dio

Io sono laico. Ateo e bestemmiatore, come da sentenza.

Che c’entro io col Concordato?







Ma ora eccomi qua: 



Io da quei chiodi mi sono staccato

Esseni di tutto il mondo, unitevi.

(da Barbabianca)

 


Citazioni

1 - Su, mortali, destatevi. Il dì rinasce: torna la verità in sulla terra e partonsene le immagini vane. Sorgete; ripigliatevi la soma della vita; riducetevi dal mondo falso nel vero. (Il cantico del Gallo silvestre – Leopardi, operette morali)


2 -… Nonostante questa chiarezza evangelica, (Cristo intendeva abolire la casta sacerdotale intermediaria tra noi e Dio NDR) in epoche successive altri sapienti, potenti e ricchi hanno scoperto che c’era ancora posto per la lorostrumentalizzazione e mediazione di Dio. Si sono fatti mediatori esclusivi fra gli uomini e Cristo!  Così essi hanno trovato il modo di tornare all’antico gioco, all’antico circolo vizioso. Accaparrando Cristo sono riusciti di nuovo adaccaparrare Dio e a dominare le coscienze. (Incontro a Gesù,Comunità dell’Isolotto, LEF ed.p.11 Firenze 1968)

Ecco perché insisto nell’affermare che il grande tradimento del messaggio dei vangeli è stato reso possibile dalla divinizzazione di Gesù Cristo. Questo fatto ha permesso ad Anna e Caifa di resuscitare, riprendere il controllo del tempio, senza bisogno di rinnovare il guardaroba o la carta intestata "Summus Pontifex"! E sono andati anche oltre.

 Mi spiego: se io, per esempio mi dichiaro e faccio riconoscere come vicario di Cristo, automaticamente sono vicario di Dio, a tutti gli effetti. Sono dio. Sono infallibile. So tutto. Lucifero volle fare lo stesso, ma gli andò male. Non può esistere un angelo-dio. Mentre un uomo-dio sì. Ed io sono il suo rappresentante: “eccomi qua, papa Vojtila che proclamo a 1 miliardo di indiani, nel mio viaggio a New Delhi: solo Cristo può “salvarci”.


Qui all’Isolotto da dove scrivo, molto tempo fa si riunirono in chiesa gli operai licenziati della Galileo, grande fabbrica di ottica (e ora di armi di puntamento); una prima assoluta. All'Isolotto c’era un parroco che poi fu estromesso, a Firenze c’era un cardinale che poi fu sostituito. A tutt' oggi, se tu entri in chiesa, silentium: c’è il Santissimo! Che non vuol sentir parlare. Si chiama Gesù sacramentato.


Di ritorno dal viaggio recente in Iran, dopo aver visto, l’anno scorso, Siria e Giordania, trovo naturale il confronto tra chiesa e moschea: la nostra è la casa del prete, la loro è un luogo d’incontro del popolo. Ti levi le scarpe, ti veli se donna, ma puoi sederti in gruppo, parlare, anche dormire. E pure pregare e concentrarti. Lì non c’è il Santissimo. Nella grande moschea omayade di Damasco c'è un tabernacolo, una grande urna di vetro e cristallo dedicata a S.Giovanni Battista. Ad Amman in Giordania la grande moschea cittadina ha di fronte, dall'altra parte della strada una grandissima chiesa cristiana. Per loro Gesù Cristo è un grande profeta, noi troviamo Maometto in Malebolge  spaccato in due dalla testa all’ano, in mano a diavoli “assatanati”naturalmente (Inferno, XXVIII, 22-33).  In Iran le donne sono velate, le ragazze vestite da suore, d’accordo. Fa impressione. Non fa impressione che la chiesa cattolica dichiari le donne “essenzialmente” diverse dagli uomini per quanto riguarda la possibilità di essere intermediarie tra Cristo e noi. Chador integrale dell’anima. Per carità, manteniamocele, fuori dal sacerdozio: sarà più facile abolire la casta rappresentata da soli maschi. In gran parte nevrotici, con la storia incredibile del celibato obbligatorio vita natural durante, senza possibilità di ripensamento, salvo l’esclusione a divinis. Tutto questo perché non deve nascere all’interno della casta sacerdotale un diritto, che so, ereditario, una pretesa di qualcosa, una concorrenza, diritti di successione, democrazia interna. Come le ragazze senza dote e i cadetti senza diritto di eredità dei tempi andati. I carabinieri non potevano sposarsi fino a 30 anni, ora non so. Tu prete puoi avere figli, ma non legittimati, meglio se neppure dichiarati, possibilmente tenuti nascosti. Ad evitare lo scandalo. Tanti  del prete del frate della monaca del monaco in Italia, figl di coppie di fatto non riconosciute. I pedofili in compenso non fanno figli.   Come avrebbe fatto un Ruini a spodestare da un giorno all’altro, senza colpo ferire, tutti i  parroci d’Italia del diritto di proprietà o quantomeno di usufrutto dei beni parrocchiali  estesi su tutto il territorio se dietro ogni parroco ci fosse stata una famiglia? D.Alessandro Santoro può essere trasferito dalle Piagge a Romena in poche ore. Come il carabiniere giovane e scapolo. 


In questo modo Il Vaticano è potuto diventare un buco nero estragalattico che attrae a sé tutti i beni materiali e immateriali, l’intero 8x1000 dell’Italia e delle nazioni cattoliche e può far sparire tutto in quella macchina infernale che si chiama IOR, istituto opere di religione, direttore Marcinkus. Al tempo dei Calvi e dei Sindona. Quando papa Luciani – santo subito nel senso in paradiso dopo 20 giorni  – fu trovato morto a letto mentre teneva in mano i tabulati dello IOR mascherati sotto la copertina dell'Imitazione di Cristo. Lasciò il posto a papa Vojtila. Opus dei. Pinochet. Grande attore, anche nella parte del santo.

Per concludere: immaginare un essere dio-uomo o uomo-dio è un po’ come pretendere che questo ammasso di universi infiniti sia opera di uno di noi e che la terra sia il centro dell’Universo, non un pulviscolo dentro una galassia di milioni di stelle che sta dentro un ammasso di mi-li-ar-di di galassie che pare siano solo una parte di un tutto senza confini di spazio e tempo.

E’ difficile pensare a un paradiso immobile in un mondo fatto di stelle  infinite che nascono crescono ingrossano fino a scoppiare in un continuo replay da caleidoscopio. Altro che stare per l’eternità a contemplare dio motore immobile, io immobile guardone. E’ dura. Ma come faccio a dirlo a nonna sorella amici e parenti contadini e anche a Trapattoni…

Meglio oprando obliar senza indagarlo


 questo enorme mister de l'Universo.

In effetti l’assunto del post è diretto al Cristo crocifisso di scuole caserme tribunali ospedali chiese e sacrestie, obitori e cimiteri, non ad altro (così almeno credevo all'inizio...)
Il simbolo simbolo niceno-costantinopolitano recita: credo in Gesù Cristo suo "unico" figliolo, nostro Signore.

E noi che credevamo di essere, come lui, "tutti" figli di dio, siamo invece dei bastardi nati peccatori da madri costrette a purificarsi dopo la nostra nascita.
Correzione: credo in G.C. suo figliolo e nostro fratello. Chi va in chiesa lo suggerisca al parroco. In Curia passerebbe inosservato. Salvo...i guardiani dell'ortodossia, Opus Dei, Cl, pdl pdmnoelle (v. la dichiarazione del rappresentante fiorentino di Rifondazione sul caso Piagge-Santoro).

Stacchiamolo, il nostro amico e compagno Cristo, una volta per sempre dalla croce. E noi con lui.
L'immagine giusta è lla seconda qui sopra, caro ministro della difesa (delle guerre perse).

Ritorno al punto di partenza: Su, mortali, destatevi. Il dì rinasce: torna la verità in sulla terra e partonsene le immagini vane. Sorgete; ripigliatevi la soma della vita; riducetevi dal mondo falso nel vero. (Il gallo silvestre)

Ti ho deluso? Fatto arrabbiare? Come non detto. Dimentichiamo Leopardi e finiamo con Manzoni:

La vita è un mistero di contraddizioni in cui la mente si perde se non lo considera come uno stato di prova e dipreparazione ad un'altra esistenza.

Aggiungiamoci anche che  "i guai vengono bensì spesso, perché ci si è dato cagione; ma che la condotta più cauta epiù innocente non basta a tenerli lontani; e che quando vengono, o per colpa o senza colpa, la fiducia in Dio liraddolcisce, e li rende utili per una vita migliore". (Promessi Sposi, pag. finale) L'aveva già scritto questo pezzo quando approvò la breccia di Porta Pia e quando votò, in Senato, l'annessione di Roma al Regno d'Italia. Scomunicato anche lui. Insomma, in parole povere povere, il problema non è Cristo ma i suoi sedicenti rappresentanti. E qui la storia dovrebbe ricominciare.

Concludo l'impegnativo discorso ritornando a Feuerbach:

L'amore di Dio per l'uomo - centro e fondamento della religione - è la prova più chiara, più irrefutabile che l'uomonella religione contempla se stesso come un oggetto divino. La provvidenza è un privilegio dell'uomo; esprime la superiorità dell'uomo sugli altri esseri naturali; lo sottrae alla concatenazione di tutto l'universo.

All'Universo noi dobbiamo invece rimaner attaccati, perché è lui il nostro Dio (parola di Spinoza*). Potremo così girare per sempre - in modi vari e forme diverse - tra miliardi di stelle e di galassie. In una perenne varia imprevedibile corsa da formula uno sulle astronavi stellari. Mai fermi né immobili. Ci ritroveremo a gareggiare anche con con quel piantagrane di Giacomo Leopardi se non preferirà stare ai box delle stazioni spaziali a mangiar gelati.


Appendice finale

*Spinoza

Aprendo Wikipedia mi sono trovato di fronte ad una figura d'uomo straordinaria.

La sua fama è legata all'opera Ethica ordine geometrico demonstrata ("Etica dimostrata con metodo geometrico"), in cui Spinoza propone un modello di mondo materiale e morale alternativo, in cui "attraversare la vita non con paura e pianto, ma in serenità, letizia e ilarità". Una grande figura. Vallo a leggere qui.

http://it.wikipedia.org/wiki/Baruch_Spinoza

Ma c'è un pezzo scritto da un rabbino che ti voglio mettere subito sotto gli occhi, perché è portentoso.


Dichiarazione rabbinica autentica datata 27 luglio 1656 e firmata da Rabbi Saul Levi Morteira ed altri

I Signori del Mahamad rendono noto che, venuti a conoscenza già da tempo delle cattive opinioni e delcomportamento di Baruch Spinoza, hanno tentato in diversi modi e anche con promesse di distoglierlo dalla cattivastrada. Non essendovi riusciti e ricevendo, al contrario, ogni giorno informazioni sempre maggiori sulle orribili eresieche egli sosteneva e insegnava e sulle azioni mostruose che commetteva – cose delle quali esistono testimoni degni di fede che hanno deposto e testimoniato anche in presenza del suddetto Spinoza – questi è stato riconosciutocolpevole. Avendo esaminato tutto ciò in presenza dei Signori Rabbini, i Signori del Mahamad hanno deciso, con l’accordo dei Rabbini, che il nominato Spinoza sarebbe stato bandito (enhermado) e separato dalla Nazione d’Israelein conseguenza della scomunica (herem) che pronunciamo adesso nei termini che seguono:

Con l’aiuto del giudizio dei santi e degli angeli, con il consenso di tutta la santa comunità e al cospetto di tutti inostri Sacri Testi e dei 613 comandamenti che vi sono contenuti, escludiamo, espelliamo, malediciamo ed esecriamoBaruch (=Benedetto) Spinoza. Pronunciamo questo herem nel modo in cui Giosuè lo pronunciò contro Gerico. Lo malediciamo nel modo in cui Eliseo ha maledetto i ragazzi e con tutte le maledizioni che si trovano nella Legge. Che sia maledetto di giorno e di notte, mentre dorme e quando veglia, quando entra e quando esce. Che l’Eterno non lo perdoni mai. Che l’Eterno accenda contro quest’uomo la sua collera e riversi su di lui tutti i mali menzionati nel librodella Legge; che il suo nome sia per sempre cancellato da questo mondo e che piaccia a Dio di separarlo da tutte le tribù di Israele affliggendolo con tutte le maledizioni contenute nella Legge. E quanto a voi che restate devoti all’Eterno, vostro Dio, che Egli vi conservi in vita. Sappiate che non dovete avere con Spinoza alcun rapporto né scritto né orale. Che non gli sia reso alcun servizio e che nessuno si avvicini a lui più di quattro gomiti. Che nessuno dimori sotto il suo stesso tetto e che nessuno legga alcuno dei suoi scritti.


Nota

L'eresia principale che portò alla scomunica di Spinoza sarebbe stata - scrive Wikipedia - il non credere all'immortalità dell'anima, posizione che determinava il crollo della dottrina della ricompensa nell'aldilà e quindi la perdita del controllo delle anime sulla terra da parte delle autorità religiose.

Comunque grazie agli Olandesi, Baruch-Benedetto Spinoza riuscì a morire a letto. Era un ottimo tornitore di lenti, le stesse che servirono a Galileo per diventare anche lui eretico.







 



venerdì, novembre 06, 2009
 

Crocifisso sì, crocifisso no (I)













E quando miro in cielo arder le stelle;







Dico fra me pensando:







A che tante facelle?







Che fa l'aria infinita, e quel profondo







Infinito seren? che vuol dir questa







Solitudine immensa? ed io che sono?







(Leopardi, canto notturno di un pastore errante dell'Asia)











In questo pianeta siamo tutti accomunati dal destino di vivere su un piccolo sasso sperduto alla periferia di un universo probabilmente infinito, forse parte di un numero infinito di universi infiniti, dove la nostra esistenza è la sola certezza, piccola luce nell’ignoranza cosmica in cui siamo avvolti.







Dietro allo scontro sul crocifisso nelle scuole, un tema che anche a molti laici sembra banale e insignificante, c’è in realta’ l’eco di una battaglia vecchia di secoli, di millenni, una battaglia delle e sulle idee che reggono il mondo e la civiltà umana. Quella battaglia ha visto guerre sanguinarie, rivoluzioni, riforme e ha avuto esiti differenti in differenti aree geografiche, anche all’interno della piccola Europa. C’e’ chi ha abbracciato la Ragione e chi è rimasto schiacciato dal Dogma, chi ha sviluppato la democrazia e i diritti e chi è rimasto vittima della violenza del fondamentalismo, chi ha costruito una societa’ aperta e chi è rimasto prigioniero dei feudi e delle corporazioni.







(
Gabriele Zamparini)











C'è la necessità di un accordo tra filosofi (leggi:scienziati) e teologi, perché «la fede si richiede per l'istituzione di rozzi popoli che denno esser governati», l'infinità dell'universo e l'esistenza di mondi infiniti, la mancanza di un centro in un universo infinito comporta la scomparsa dell'antico, ipotizzato ordine gerarchico, la «vanissima fantasia» che riteneva che al centro vi fosse il «corpo più denso e crasso» e si ascendesse ai corpi più fini e divini. La concezione aristotelica è difesa ancora da quei dottori che hanno fede nella «fama de gli autori che gli son stati messi nelle mani», ma i filosofi (leggi:scienziati) moderni, che non hanno interesse a intendere quello che dicono gli altri, ma pensano con la loro testa, si sbarazzano di queste anticaglie e si avviano «con più sicuri passi alla cognizione della natura".







  Giordano Bruno De l'infinito, universo e mondi (citato a senso)











Un giorno Dio, sotto mentite spoglie , incontra un contadino che cammina lungo la strada e gli chiede “Dove stai andando?” Al che il contadino risponde “A Saragozza” dimenticando di aggiungere la chiosa obbligatoria nel medioevo “Se Dio vuole”.  A causa di questa mancanza di rispetto Dio trasforma il contadino in una rana e la spedisce nella pozza più vicina.  Dopo avere osservato la rana sguazzare per un po’ Dio inverte la trasformazione e dice al contadino , una volta ripresa la forma umana “Ed ora dove vai?” Al che il contadino risponde “ A Saragozza o nella pozza!” . Gli irosi dei del mondo antico avrebbero rispedito il contadino nella pozza. Il mio Dio per contro si sarebbe assicurato che arrivasse a   Saragozza.  Un errore di tutte le religioni fondamentaliste è che il loro Dio non ha senso dell’humor. Ciò perché le religioni fondamentaliste si mantengono per lungo tempo per mezzo di rituali che per loro natura non hanno alcun senso dell’humor.







Fred Hoyle (citato da
Barbabianca)















L'amore di Dio per l'uomo - centro e fondamento della religione - è la prova più chiara, più irrefutabile che l'uomo nella religione contempla se stesso come un oggetto divino, come un divino scopo, e che i suoi rapporti con Dio non sono che rapporti con se stesso, con il suo proprio essere.







La provvidenza è un privilegio dell'uomo; esprime la superiorità dell'uomo sugli altri esseri naturali; lo sottrae alla concatenazione di tutto l'universo.







(Feuerbach)








I geni religiosi di tutti i tempi risentono di questa religiosità cosmica che non conosce né dogmi né Dei concepiti secondo l'immagine dell'uomo. Non vi è perciò alcuna Chiesa che basi il suo insegnamento fondamentale sulla religione cosmica. Accade di conseguenza che è precisamente fra gli eretici di tutti i tempi che troviamo uomini penetrati di questa religiosità superiore e che furono considerati dai loro contemporanei più spesso come atei, ma sovente anche come santi. Sotto questo aspetto uomini come Democrito, Francesco d'Assisi e Spinoza possono stare l'uno vicino all'altro.







 La principale fonte dei conflitti odierni tra le sfere della religione e della scienza sta tutta in questa idea di un Dio personale. […] Nella lotta per il bene morale, i maestri della religione debbono avere la capacità di rinunciare alla dottrina d’un Dio personale, vale a dire rinunciare alla fonte della paura e della speranza, che nel passato ha garantito ai preti un potere così ampio.







Più l’uomo avanza nella sua evoluzione spirituale, più mi appare certo che il sentiero verso una religiosità genuina non passa per la paura della vita e la paura della morte, o per una fede cieca, ma attraverso gli sforzi compiuti in direzione di una conoscenza razionale.







A livello di logica pura tutti gli assiomi sono arbitrari, compresi gli assiomi dell’etica. Ma essi non sono affatto arbitrari da un punto di vista psicologico e genetico, […] All’individuazione e alla verifica degli assiomi etici si perviene in modo non dissimile da quello che riguarda gli assiomi della scienza.
La verità è ciò che sopporta la verifica dell’esperienza.



Einstein












Sento il bisogno come Machiavelli ai tempi dell'esilio politico all'Albergaccio, dalle parti di S.Casciano, qui alle porte di Firenze, sulla via per Siena, di rivestirmi un po' di panni curiali per cercare la compagnia di uomini illustri e gustare con loro di quel pane della sapienza "che solum è mio". Dopo essermi levato da questa mediatica Italia bordello devastata da "ruffian, baratti e simile lordura". (rileggere il VI del Purgatorio).







La riflessione mia di oggi  è che Cristo non è dio. Non lo è mai stato. E' proprio lui che dice, in quel momento di m. in cui viene a trovarsi, come i 10 milioni "dieci" di uomini crocifissi sulle pubbliche strade romane nei secoli dell'Impero: dio de' dei, mi hai proprio abbandonato! Ma perché a Nicea l'Imperatore Costantino fece scrivere che quel povero cristo, uno tra 10 milioni di vittime dell'Impero, era quel "nostro Signore che verrà a giudicare i vivi e i morti". E perché fece quel concordato con la santa chiesa cattolica alla quale dare in appalto la remissione dei peccati, preludio alla resurrezione della carne e alla vita eterna amen?



Perché Costantino - mai battezzato ma considerato santo - da preveggente aveva già letto il cap. XVIII del Principe di Machiavelli...







(continua)







Post Scriptum. Aggiornamento del 7 novembre: a proposito di Costantino, leggi qui.



giovedì, agosto 06, 2009
 

Meteora d'agosto


L'ho appena sognato


Se è vero che

presso al mattin del ver si sogna


L'Italia senza il caudillo. Un senso si sospensione in tutto l'ambiente intorno a me. Perché non crederci, amico Frank? In fondo in fondo chi immaginava la caduta del muro di Berlino nel 1988? E chi la fine di Ceasuscu, un mese prima della fine?


Nota letteraria


Tra li ladron trovai cinque cotali

tuoi cittadini onde mi ven vergogna,

e tu in grande orranza non ne sali.  6 

  Ma se presso al mattin del ver si sogna,

tu sentirai, di qua da picciol tempo,

di quel che Prato, non ch'altri, t'agogna.  9 

  E se già fosse, non saria per tempo.

Così foss'ei, da che pur esser dee!

ché più mi graverà, com' più m'attempo.  12

Inf.XXVI


Nota astrofisica


Luna - Giove:



stasera 6 agosto la Luna Piena sorge accompagnata dal pianeta più luminoso visibile nella prima parte della notte, Giove. La Luna e Giove si trovano nei pressi del confine tra le costellazioni del Capricorno e dell’Acquario (
vedi mappa).




Deduzione astrologica

Giove con i suoi satelliti potrebbe scomparire dietro la luna. Per sempre. Dietro questa Italia lunatica.  Perché no.  Così foss'ei, da che pur esser dee!



postato da stigli | 07:56 | commenti
italia, personale, astronomia


venerdì, maggio 15, 2009
 

Tita Biagiotti


Alba tita biagiotti

E' ritornata in grembo all'Universo. Qui al microfono sta raccontando storie, storie vere al teatro Dovizi di Bibbiena nel 1999. Il piacere di averla avuta a tavola, un anno fa, non di  più. Spiritosa, allegra, barzellettiera.  Maestra per una vita, single, capiva il bambino e quindi l'uomo con l'intuito di madre e nello stesso tempo con il distacco che una madre carnale ha difficoltà ad avere: gran cuore e bel cervello.

La mia casa era in Piazza Nova, di fronte alla Stazione del trenino Arezzo-Stia, a Ponte a Poppi. Una piazza interamente coperta da grandi olmi. Affacciato alla finestra vedevo a fianco la scuola elementare e dall'altra parte, proprio di fronte, la Cooperativa. Ci andavo tutti i giorni a comprare il pane, lo zucchero, il burro: mi serviva la Norina.  Dietro la Cooperativa, all'angolo il forno di Gigi; un pezzo di pane, davvero. Accanto al forno il fascinaio; quando era il momento Gigi usciva da via Nazario Sauro, si metteva all'angolo della piazza, proprio di fronte alla Cooperativa e chiamava alla voce Rosa, Gina, Luisa alle Casenove, oltre la piazza, di là dalla ferrovia, là sulla collina.  Dopo dieci minuti Rosa, Gina, Luisa spuntavano da sotto la stazione e attraversavano tutta la piazza con la spianatoia dei pani da cuocere sulla testa.  Gino lo portarono via i tedeschi nell'agosto del 44 insieme a tutti gli uomini validi del paese. E' rimasto a Mauthausen. 

Ora faccio parlare la Tita:

 La Cooperativa di consumo, sorta nel 1898 per iniziativa popolare, ebbe la sua prima sede oltre il ponte d'Amo nel quartiere Levanella. Per molti anni fu una piccola bottega gestita da una coppia di coniugi anziani e, dopo la morte del marito, dalla vecchietta e da una nipote; trasferita, verso l'anno '30, in Piazza Nova, ebbe un locale più ampio, più fornito di generi, con il forno annesso e, in seguito, con il macello.
La Cooperativa contava numerosi e fedelissimi soci, offriva generi di buona qualità e a prezzi inferiori agli altri negozi. La possiamo considerare, circa i prezzi, l'antenata del supermercato anche se non esisteva la varietà e l'abbondanza dei generi dei moderni Coop, Crai, Despar e altri.
Come del resto nelle altre botteghe, il pregio dei prodotti che la Cooperativa offriva era la genuinità; ad esempio, non c'era da chiedersi: "E questo prosciutto come sarà?". Era lì, bello, né rosso né rosa, né troppo fresco né secco, ben "virgolato" di grasso bianco; era, insomma, l'inconfondibile prosciutto del Casentino. Ottimi erano tutti gl'insaccati e il pecorino, gradevole il vino dei nostri vigneti, anche se un po' aspretto, squisito l'olio toscano.
Era, la Cooperativa, la bottega con un particolare clima di socialità e di allegria: arrivava Gigi, il fornaio, con le sue ceste di pane gustoso e croccante, con la sua bella vitalità, le battute spiritose dirette alle massaie che erano sue clienti per la cottura del pane, dei ciambelloni e dei vari dolci casalinghi.
Per queste donne fare la spesa alla Cooperativa rappresentava un momento di autentica evasione da un quotidiano irto di difficoltà: le amiche s'incontravano, si salutavano cordialmente, a bassissima voce si confidavano qualche segreto. Mentre le commesse Sandrina e Norina servivano i clienti e, non distratte dal "cicalio" delle donne, facevano i conti con il lapis sulla carta gialla da involti, si veniva a conoscenza di molti avvenimenti del paese, dei "fatti loro", del menù del giorno della famiglia. Così:
"T'ha' sentito? Gino sta male: capisco che un la leva".
"La Lisa, pora citta, l'ha uto la gambata: lui ci ha 'n'antra".
"S'è sempre saputo che l'era 'n farfallone!".
"T'ha visto Tonio? A quer nipote che gni ha fatto tanto un gni ha lasciato nulla".
"On se sa: a' bischeri la gni va sempre male".
"Norina, dammi la presa ché oggi vo' fare un ciambellone".
"A me tu me dai du' fette de mortadella ché a le mi' bocche de scimmia gni fo la bragiola ripiena".
E così via con il simpatico ciarlare in vernacolo.
Al primo piano dell'edificio c'era il Circolo e lì, specie d'inverno, convenivano i "merenderi" che in estate si vedevano ai tavolini di Azelio. Incuranti, o meglio, ignoranti del rischio colesterolo, trigliceridi e pressione alta, erano lì per l'attesa mangiata di stagione: "maiale", che passione! quando il maiale era maiale! E allora giù cotenne co' fagioli, grifo, braciole sulla gratella, "rocchi" (salsicce) coi fagioli all'uccelletto e migliaccio. Innumerevoli erano i bicchieri e poi la partita e i canti e il gran ridere.
Al pianterreno non mancavano gli affezionati al bicchiere: Rinne, un barbone che poteva dormire anche nella cappella del cimitero e, la mattina dopo, spaventare a morte Motore, spazzino per i vivi e becchino per i morti; e il vecchietto dall'orbita vuota, autentica spugna, seguito sempre dal nipote down; il cenciaiolo di Soci, anche cercatore di pelli di coniglio, che, sicuramente, raccoglieva più "canne" che pelli.
Questi personaggi erano, spesso, protagonisti di piccole liti e di scenette che non andavano mai al di là della comicità.
Gestori della Cooperativa furono, per tanti anni, Augusto e la Beppa, due tranquilli coniugi che, per seguire la figlia sposata negli Stati Uniti, volarono oltre Oceano e là rimasero a lungo, anzi la Beppa per sempre.
Anche Gigi se ne andò deportato in Germania e la sua esuberanza si spense in un lager nazista: perché i lager sono esistiti.

Da "Gente del Ponte", edito dalla biblioteca Rilliana di Poppi, 1997, pp.19-20.

Per andare al macello dovevo invece attraversare tutto il paese, lungo via Roma, arrivare in Piazza Garibaldi, attraversarla e proprio all'angolo su via Roma mi trovavo di fronte a un grande banco di marmo, alto due metri da terra!, con sopra la Càtera. Non ho mai visto un bancone di macellaio così monumentale. Tita parla di "donnino", io che la Catera l'ho sempre e solo vista sulla sommità di quel trono l'ho sempre pensata alta e robusta. Statua del Bernini. Tita qui è una sua buona allieva.

La Càtera del macello

Su un banco di marmo molto alto, una specie di pulpito, troneggiava un donnino dal volto ossuto e con due occhi chiari molto vivi: era la Caterina dal nobile casato Della Rovere, sposata Ceccarelli, comunemente conosciuta come "la Càtera del macello". Discendente forse da qualche antenato condottiero, rivelava un carattere manageriale, non inesistente, seppure raro, nelle donne di quel tempo.
Di lassù, dov'era collocata nel suo ruolo di macellaia, distribuiva "i pezzi della bestia" di cui era espertissima e, donna generosa e comprensiva di certe precarie situazioni familiari, vendeva (e talvolta regalava) il tanto richiesto "cintelllino per fare un po' di brodo" a prezzo stracciato.
Mentre sceglieva, tagliava, incartava, tra lei e i clienti si svolgeva una conversazione i cui argomenti erano le malattie, il lavoro, gli avvenimenti di cronaca nazionale e paesana.
Se veniva a conoscenza di qualche problema che angustiava le sue clienti, la Càtera si prodigava in suggerimenti e consigli: la parola facile, la grande esperienza di vita, unitamente al suo senso dell'umorismo, alle battute spiritose ispiravano fiducia e infondevano coraggio.
Da quella sua apparente fragilità si sprigionava un grande vigore di carattere e molta determinazione uniti a una bella intelligenza. Dal suo pulpito dirigeva tutto il movimento di un'azienda che comprendeva varie operazioni e richiedeva mente sveglia e occhio attento. Non era sola, anzi nel marito, valente macellaio, e nel figlio aveva un valido sostegno, ma il ruolo di dirigente in prima era il suo. E i suoi dipendenti? Erano tre: Giulio, Boba e Flok.
Giulio Della Rovere, fratello della Càtera, non aveva la grinta del suo omonimo, papa famoso: carraio di mestiere, era molto presente nel macello; si vedeva, ma non si sentiva perché parco di parole, discreto, rispettoso, carattere mite che si manifestava nello sguardo. Boba, dalla grossa mandibola e dallo sguardo indefinibile, lo ricordiamo in due versioni: il fiero fascista in grigioverde, fez nero e moschetto e il garzone nel lavoro al macello sempre seguito dal fedelissimo Flok.
Quante volte vedemmo Boba e Flok nel piazzone camminare insieme come due amici affezionati! Il nero mastino sosteneva con i denti una grossa sporta che conteneva diversi "fagotti" di carne e si dirigeva poi, con una precisione incredibile, a domicilio dei clienti.
Al Ponte fu aperto un altro macello ma ebbe vita breve perché, per noi, "macello" significava Càtera, cioè un'istituzione del paese(c.s. p.21)

Appendice storico-musicale

"Il Vecchio e il Bambino" di F.Guccini

Il vecchio e il bambino Un vecchio e un bambino Si preser per mano E andarono insieme incontro alla sera La polvere rossa si alzava lontano E il sole brillava di luce non vera L'immensa pianura sembrava arrivare Fin dove l'occhio di un uomo Poteva guardare E tutto d'intorno Non c'era nessuno Solo il treto contorno di torri di fumo I due camminavano, il giorno cadeva Il vecchio parlava e, piano piangeva Con l'anima assente, con gli occhi bagnati Seguiva il ricordo di miti passati I vecchi subiscono l'ingiuria degli anni Non sanno distinguere il vero dai sogni I vecchi non sanno nel loro pensiero Distinguer nei sogni il falso dal vero E il vecchio diceva, guardando lontano Immagina questo coperto di grano Immagina i frutti, immagina i fiori E pensa alle voci e pensa ai colori E in questa pianura fin dove si perde Crescevano gli alberi e tutto era verde Cadeva la pioggia, segnalavano i soli Il ritmo dell'uomo e delle stagioni Il bimbo ristette Lo sguardo era triste E gli occhi guardavano cose mai viste E poi disse al vecchio, con voce sognante E mi piaccion le fiabe Raccontane altre
Guccini

Ascolta la canzone qui

 



giovedì, aprile 30, 2009
 

Oggi è un altro giorno


E domani è il Primo Maggio.

 

Col raggio de l'april ch'omai s'invola
s'apre il mio cuore insieme alla speranza;
com'albero che sta, eppure vola
in cielo con la rondine che danza.

(C'era un gran volo di rondini, ma son volate via prima dello scatto). 

Carducci la metteva così:

Co ‘l raggio de l’april nuovo che inonda
Roseo la stanza tu sorridi ancora
Improvvisa al mio cuore, o Maria bionda;
E il cuor che t’obliò, dopo tant’ora
Di tumulti oziosi in te riposa,
O amor mio primo, o d’amor dolce aurora.

postato da stigli | 10:28 | commenti
svago, personale


mercoledì, aprile 29, 2009
 

Dalla finestra

 
Se hai tempo da perdere, clicca sulla foto  col mouse per muovere le foglie

Vivere vorrei addormentato dentro il dolce rumore della vita.

mercoledi 29 aprile 2009, ore 18

Una giornata tra sole vento nuvole sereno sempre più nuvole bucato asciugato in vénti minuti dai vènti d'una pazza primavera che non riesce a staccarsi dal morso del lungo vero serio nevoso piovoso bellissimo inverno. Sul viale dei bambini pini aceri olmi abeti si scuotono la criniera come cavalli imbizzarriti. L'acero sotto la finestra, scampato alla caduta del grande olmo è il più agitato. Visto da dietro il vetro, mi trasmette, per contrappasso, un senso di sicurezza e pace.  Su Facebook Diletta e Ingrid sono come uccellini tra le foglie spazzate dalle raffiche della primavera della vita.

 Noi l’insueto allor gaudio ravviva

           quando per l’etra liquido si volve

           e per li campi trepidanti il flutto

           polveroso de’ Noti, e quando il carro,

           grave carro di Giove a noi sul capo,

           tonando, il tenebroso aere divide.

           Noi per le balze e le profonde valli

           natar giova tra’ nembi, e noi la vasta

           fuga de’ greggi sbigottiti, o d’alto

           fiume alla dubbia sponda

           il suono e la vittrice ira dell’onda.

           Bello il tuo manto, o divo cielo, e bella

           sei tu, rorida terra.

postato da stigli | 18:33 | commenti
poesia, svago, personale


lunedì, aprile 27, 2009
 

Biennale democrazia (I)

Electronical town meeting - a

Torino-Firenze, 25 aprile 2009

Il tavolo n.5 al momento della pausa-pranzo

Sì, è stata una esperienza. Dei 10 tavoli attrezzati io occupavo il n.5: rotondo, 11 posti, video e tastiera. Due tra di noi ci siamo alternati alla tastiera per sintetizzare l'intervento dei singoli che veniva mandato direttamente al server di Torino per la memorizzazione e la sintesi generale che ci veniva riepilogata in tempo (sur)reale sullo schermo gigante. Siamo 100 persone qui a Firenze e 300 su a Torino. Tutto avviene in contemporanea.
Più semplice la risposta a domanda a cui si replica con un semplice impulso sulla tastierina numerica personale.

 Esempio di botta e risposta immediate:

Quanti uomini  e quante donne tra i 400 partecipanti al meeting?

1 - donna  60%
2 - uomo 40%

Quale religione?

1 - cattolica  51%
2 - altra cristiana 6%
3 - islamica  0%
4 - ebraica  0%
5 - altro  4%
6 - nessuna religione 32%
7 - non rispondo 7%

La volontà del paziente deve prevalere sempre su quella del medico?

1 - sì   70%
2 - no   15%
3 - non so  10%
4 - non rispondo   5%

E' giusto consentire l'interruzione di idratazione e nutrizione artificiali?

sì -    76% (Calabrò, piglia e porta a casa)
no -    14%
non so -   7%
non rispondo  3%

Più complessa, giustamente, la sintesi delle risposte - tramite intervento digitato sul display -  a domande tipo:
- di fronte al testamento biologico come dovrebbero comportarsi i medici?
- quali limiti definire per il testamento biologico?
- come si dovrebbe costruire il testamento biologico?
- se il testamento biologico avesse valore legale tu lo scriveresti?
E via seguitando.
 Questa seconda batteria di domande ha permesso a tutti e singoli noi meetingoli di confrontarci, entrando nelle sfumature, nella zona sottopelle, un po' nell'anima di ciascuno. Mi son trovato il medico e il giurista "opus dei", preparati e documentati, la giovane moglie con problema per il marito a rischio grave, il giovane dipendente telecom preoccupato di vedere garantita la propria autonomia decisionale, la giovane su posizioni autonomiche non meno esplicite, le due insegnanti di mezza età a me più omogenee. Ci assisteva tecnicamente un giovane, credo, universitario.
In sala c'erano, per eventuali richieste di chiarimenti da parte dei singoli gruppi, due medici esperti, diversamente orientati:
Alfredo Zuppiroli, presidente della Commissione Regionale di bioetica;
Pierluigi Rossi Ferrini, componente della Commissione regionale bioetica e del comitato scientifico di Scienza e Vita di Firenze.

Qualche foto dalla sala Pegaso di Firenze

(continua)



mercoledì, febbraio 18, 2009
 

Sertorio e Cesare

Veltroni.
Due parole a ruota libera. Io sono di quelli che quando la Fiorentina perde mi sento più vicino alla squadra, o meglio alle persone della squadra. Mi piacciano quei tifosi che applaudono la propria squadra sconfitta. Per esempio, quando la fiorentina ha perso con la Juve; aveva giocato meglio, due errori dell'arbitro le hanno dato partita persa. Succede, caro Sergino (lui non ragiona; vuol solo la vittoria, non gli importa del bel gioco né della buona volontà). Tutto questo per dire che Veltroni in questo momento me lo sento vicino, a conforto di tutte le mie esperienze di vita che mi hanno visto perdente o insoddisfatto, timido e frustrato; esperienze e frustrazioni, errori veri o presunti, che riemergono nei miei tardi anni con più chiarezza e cognizione di causa.
Naturalmente sono contento che Wolter si sia dato un po' di riposo; ha tante chances per godersi un po' la vita e dimostrare qualità in campi diversi dalla politicaccia attuale. Sertorio sconfitto e Cesare trionfante. Sertorio era un generale romano migliore, come uomo, di Cesare. Per l'antagonista che oggi trionfa in Sardegna, arriveranno gli idi di marzo, non ho dubbi. Almeno se vorrà passare il Rubicone, entrando armato nel pomerio stabilito dalla Legge Romana: qui non puoi entrare con la forza delle armi. Se lui vorrà sfondare nel pomerio della Costituzione repubblicana con la forza dell'impunità farà la stessa fine, non so come né quando ma la farà. Parola di Calamandrei: lo avrai camerata Kesserling il tuo monumento...Il Piano di Rinascita dovrà essere un po' rivisto e aggiornato dalla...Trilaterale, dai Servizi, dai banchieri di Londra e NYC. E' da quelle parti che è stato concepito e fatto nascere il PD meno L. Un gemellino nato in vitro del Partito di Obama. Un'Italia finalmente senza lotta di classe, unita sotta la bandiera dei tre colori; camera dei fasci e delle corporazioni. Non più comunisti in giro.
Ma Veltroni non può essere Obama come l'Italia non può essere gli USA, così come l'Europa non può esserlo.
Riparato dentro la qualifica di pensionato leggo il libro della storia con tanto più interesse di quanto la realtà è superiore alla immaginazione.
Penso a Benigni ieri a Sanremo: bella la lettera di Oscar Wilde, certamente. Importante la difesa degli omossessuali, d'accordo. Belle sarebbero state anche le lettere e i pensieri che Eluana inviava ai genitori prima di essere rinchiusa per lunghi anni nel sarcofago delle nostre frustrazioni e paure.
Alla prossima, caro Roberto. Buona fortuna, Walter. Buona giornata a tutti.

Nota storica

(Per dimostrare che il sistema bipartitico PDL - PD meno L non è adatto a noi, senza un sostanziale innesto nelle radici della storia dei movimenti di liberazione, delle lotte sociali e civili di italia ed Europa)

Era chiaro che qualcosa non andava in un sistema politico, in teoria democratico, nel quale i desideri degli elettori erano regolarmente ignorati. E potevano essere ignorati senza conseguenze, finché il sistema era dominato da due partiti legati entrambi al denaro delle grandi aziende e incapaci di affrontare un male economico fondamentale le cui radici si erano sviluppate in tempi ben più lunghi di quelli di un mandato presidenziale.
Il male derivava da un fatto di cui non si parlava praticamente mai: gli Stati Uniti erano una società classista, in cui l'1 percento della popolazione possedeva il 33 percento della ricchezza e uno strato svantaggiato di trenta o quaranta milioni di persone viveva nella povertà. Le misure sociali degli anni sessanta - Medicare, Medicaid, i buoni viveri e cosi via - non scalfirono la distribuzione ineguale delle risorse, ormai consolidata.
Anche se i democratici in linea di massima aiutavano i poveri più dei repubblicani, non erano capaci (e in realtà nemmeno lo desideravano) di intervenire davvero nei meccanismi di un sistema economico in cui il profitto aziendale viene prima del bisogno umano.
Un importante movimento nazionale per un mutamento radicale non esisteva; non c'era un partito socialdemocratico, come nei paesi dell'Europa occidentale, in Canada e in Nuova Zelanda. Ma c'èrano mille segni di alienazione, voci di protesta, iniziative locali in ogni angolo del paese a richiamare l'attenzione su motivi di scontento profondamente sentiti, a chiedere che almeno a qualche ingiustizia si rimediasse.

Quando il popolo si esprimeva davvero su questioni specifiche, nei sondaggi d'opinione, manifestava convinzioni a cui nessuno dei due partiti prestava attenzione. Sia i repubblicani sia i democratici, per esempio, limitarono rigidamente per tutti gli anni ottanta e i primi anni novanta le misure sociali per i poveri, sostenendo che avrebbero richiesto un aumento delle tasse e che "il popolo" non voleva pagare più imposte. Da un punto di vista generale era certamente vero che gli americani volevano versare il meno possibile al fisco. Ma 'quando si chiedeva loro se erano disposti a pagare più tasse per scopi specifici, come la salute e l'istruzione, rispondevano affermativamente. Per esempio, un sondaggio del 1990 tra gli elettori della zona di Boston mostrò che il 54 percento avrebbe pagato più tasse se fossero servite a rendere più pulito l'ambiente. Inoltre quando l'aumento delle imposte veniva presentato da un punto di vista di classe, invece che come proposta generale, la gente rispondeva in maniera inequivocabile. Nel dicembre 1990 un sondaggio Wall Street ]ournal/NBc News rilevava che 1'84 percento degli intervistati era favorevole a un'imposta addizionale per i milionari. Ma anche se il51 percento riteneva giusto aumentare l’imposta sui redditi da capitale, nessuno dei due grandi partiti aveva intenzione di farlo.

Nel 1992 un sondaggio della Gordon Black Corporation per il National Press Club constatò che il 59 percento del totale degli elettori auspicava un taglio del 50 percento della spesa per la difesa, nell'arco di cinque anni. Nessuno dei due grandi partiti intendeva apportare tagli rilevanti al bilancio militare.
Le opinioni dei cittadini sugli aiuti pubblici ai poveri sembravano dipendere dal modo in cui veniva posta la domanda; Tanto i due partiti quanto i media parlavano sempre di sistema del welfare, affermando che non funzionava: "welfare" era quindi diventata una parola negativa. Quando si domandava alla gente (come in un sondaggio New York Times/CBS News del 1992) se si dovevano destinare più soldi al welfare, solo il 23 percento rispondeva affermativamente. Ma quando alle stesse persone si domandava se lo stato doveva aiutare i poveri, il 64 percento diceva di sì.

Se vuoi approfondire, qui.

Anche qui




giovedì, dicembre 04, 2008
 

Toni Comello

E' rientrato in grembo all'Universo un anno fa

Firenze, ospedale di S.Maria Nuova, ore 23,50 del 5 dicembre 2007.


La lettera autografa (chiedigliela cliccandolo amichevolmente col mouse)

Gli avevo scritto, per tramite di Francesco Bellone - Franz - per chiedergli il testo della prolusione storica da lui fatta al circolo Arci di via Maccari, qui all'Isolotto, al memento della presentazione di Introcque, protagonisti i diavoli di Malebolge del canto XXI dell'Inferno. Mi aveva impressionato la sua storia d'Europa raccontata in 20 minuti: pennellate d'artista di un grafico leonardesco. ( Ho fatto lezione di storia per trent'anni a studenti di 15-18 anni). Un'emozione.  Vedi in Nota di fondo quanto scrissi allora.
In una lettera successiva (2 novembre 2006) mi ringrazia dell'invio del fascicolo "Ivi è Romena" e della sua riduzione teatrale "Processo a Dante" con queste parole: Che bello, lo leggo. comincio a scorrere. riconosco e mi riconosco. Ne parleremo. Se ne può fare un'azione teatrale in città e in Casentino. (a Poppi fui con l'Antigone di Alfieri, nel 67!!!!!! nel cortile del castello dei conti Guidi, mentore Bruno Migliorini, veneto fiorentinizzato come me, e che aveva una casa in Avena, con l'accento sulla A iniziale, ci teneva).


Lettera di Toni
18 gennaio 2006 V dallo Sfàchelos

Caro Cipriani,
sono a Milano (per un po').
Franz mi ha segnalato il tuo scritto - tutto bello - troppo - ma bellissimo là dove tu dici che il mio lavoro invoglia a "resistere", a continuare la lotta. non è politica, non è ideologia, non è programma (cioè:sempre, sì!) ma è vitalità. - manca,  in questi anni, in questa Italia, in questa Europa, la forza vitale- vecchi - vecchi!
mi hanno detto all'Isolotto: "il più giovane sei tu!" e ho 80 anni -  mi dicono (a Milano, a Torino, a Roma, i miei gruppi fanno centinaia di repliche delle  "Favole della Realtà" che sono le lezioni-spettacolo del  Trebbo) mi dicono: "grazie, ci dai fiducia" - questo che conta! e allora, bene- la mia prolusione (o spatagiata, come la chiamo) così come l'hai sentita non l'ho in iscritto. scritta, te la manderò - intanto ti mando qualcosa di Dante, "Introcque", "Ulisse", e un saggio delle mie traduzioni di Omero-
ho finito - no. forse non sai che a Firenze sta nascendo l'associazione "Passo d'Arno" (inferno XIII 156) per dare spettacoli (secchi, spogli, forti, come all'Isolotto) danteschi, la mattina per le Scuole, la sera per il pubblico adulto (soprattutto stranieri: vedono Giotto? Vedono e ascoltano Dante!) - credo nel Palagio di Parte Guelfa (io abito a 20 metri in Via delle Terme al 9)-
la cosa è sostenuta da Ole Mayer, Charles Adler, Venesse Hall, e altri , "fiorentini" di lontane parti- fra i più sensibili, a palazzo Vecchio, è Eugenio Giani, assessore (è lui che ha sollecitato i Centri Culturali Sranieri a fargli proposte)- Franz ti telefonerà - e a Quercioli- intanto di dò il suo numero,,,siamo in contatto continuo-
Un caro saluto, e facciamo.
Toni Comello

Così l'ho ricordato un anno fa.

Nota di fondo

Venerdi 13 bella serata al Circolo di Via Maccari con la Compagnia teatrale “Il Trebbo” (trivio, luogo di incontro tra il poeta, l’attore, lo spettatore). Ed è risultato vero. Mi son trovato perfettamente a mio agio con Dante poeta e Toni attore, io spettatore plurale presente nella sala del Circolo “Pampaloni”, abbracciato al poeta e all’attore nel ballo finale liberatorio che sanciva il superamento della quinta bolgia piena della pece vischiosa della corruzione che sempre minaccia di seppellirmi in quel gran calderone del mondo pieno, oggi come allora, di “ruffian, baratti e simile lordura”. Dante ha ridato – a me spettatore plurale - la spinta per superare le paure, affrontare la lotta, col lume della ragione impersonata da Virgilio, in modo da venir fuori da questa drammatica disperante attuale situazione politica.

Toni Comello è parso rappresentare molto bene quel fascino del palcoscenico fra arte, cultura e un po’ di mistero che per me amante del cinema in bianco e nero aveva a suo modo rappresentato, certo in una veste meno colta e sapiente, ma sempre molto seducente, il caratterista Aldo Silvani, vecchio attore felliniano e di quanti hanno messo in scena ambienti di teatro. Ma Toni Comello non è un semplice attore caratterista, è un grande intellettuale che t’incanta con una rievocazione storica delle vicende d’Italia e del mondo da lasciarti per mezz’ora a bocca aperta e occhi spalancati. Almeno così è successo a tutti i presenti.
 
 Finita la rievocazione mimata della storia d’Europa nel momento in cui essa vede la fine del sistema feudale basato sulle “stelle fisse” dell’Impero e del Papato per iniziare l’avventura dei liberi Comuni, si trasforma – con un naturalissimo trapasso in dissolvenza – da storico a capocomico e guida la schiera degli attori in un’avventura che presto coinvolge tutti i presenti in una euforia di partecipazione che li fa sentire davvero “triplicati” ciascuno nella triplice veste di poeta, attore e spettatore, visivamente fissata dal ballo finale: il poeta rappresentato dalla musica, attori e spettatori tutti i presenti mescolati nella danza liberatoria.Il teatro classico che divide il palco dalla platea qui è scomparso, anzi non è mai apparso: fin dall’inizio gli attori ci avevano chiesto un posto sulle sedie accanto a noi…Tutti al lavoro, tutti partecipi in questo grande “arzanà dei veneziani”.

Il pezzo l'ho Ritrovato qui  

5 foto delle mie

Il post vuole essere anche una risposta a Franz che scrive:

Cari amici e cari soci,
vi ricordo che venerdì 5 dicembre alle ore 21 presso il Trebbo, via de amicis 17 Milano, si terrà
una serata in ricordo di Toni Comello.
Sarà una bella occasione per rivederci ed incontrare i tanti amici di toni sparsi per tutta Italia.
A presto

Francesco ' Franz' Bellone

Un abbraccio a tutti. Consideratemi presente. Urbano.



sabato, novembre 08, 2008
 

Chiacchierate dantesche

Sono quelle di Massimo Seriacopi (nella foto), come quella di ieri 7 Novembre alla Libreria Chiari di Piazza Salvemini, di fronte all' arco di San Pierino, zona via Pietrapiana, profumo della Firenze antica. Un profumo che si respira in questa libreria pur così moderna e aperta al nuovo, spazi ristretti, libri che ti cascano in collo, atmosfera calda. Se ci passi vicino, entra e, se non ce l'hai ancora, chiedi "Ivi è Romena, Dante in Casentino" di U. Cipriani, ed, Fruska. Perché lì ce l'hanno, a differenza della Edison di Piazza Repubblica e della Libreria Martelli di via Martelli. Che dovrebbero tenerlo, perché la Fruska di Stia gliel'ha inviato. Chiedilo anche lì, aiuta la piccola editoria. Dove spesso puoi trovare roba buona. O no?
Massimo è un grande dantista e non solo dantista; giorni addietro l'ho sorpreso in casa - sta a due passi da me, qui all'Isolotto di Firenze - io tra i Rododendri lui tra gli Agrifogli, tutti e due tra roseti, aceri, mimose magnolie ortensie e tutte le vie profumate del vecchio Isolotto dove i tassisti si perdono come cani confusi dai troppi odori di tanti fiori...l'ho sorpreso - dicevo - a spulciare un testo manoscritto di Giovanni Pascoli, naturalmente inedito, calligrafia non pessima ma sempre duro il lavoro di lettura e confronto. Complimenti Massimo. No, non sto pagando il debito del favore che mi fai curando la recensione al mio "Dante in Casentino" su "La Rassegna della Letteratura Italiana" che uscirà a marzo 2009.  Ti ho ascoltato ieri, per la prima volta, alla Libreria Chiari, ed è un piacere sentirti esporre Dante vita e opere con la scioltezza - e il garbo - di chi è familiare al personaggio e alla sua epoca.  Ho finito di leggere il tuo "Bonifacio VIII nella storia e nell'opera di Dante" Libreria Chiari ed. Firenze 2003 e per me è stato un godimento ritrovare "rilegate in un volume" le mille notizie sparse un po' disordinatamente nel mio cervello riguardo a questa figura così presente e invadente nella vita di Dante, nella storia di Firenze, nelle vicende dell'Italia e dell'Impero in quel periodo bello e terribile che sta a cavallo tra il 1200 e il 1300 della nostra Era (ancora così) Volgare.

Nota
Se vuoi avere un'idea dei libri scritti da Massimo Seriacopi su Dante clicca qui.

Scheda (copiata qui):
Massimo Seriacopi, Dottore di Ricerca in Filologia Dantesca presso l’Università di Firenze. Seriacopi è uno studioso dantista di prima grandezza. Benché sia giovane ha già all’attivo venticinque anni di studi danteschi che hanno fruttato un gran numero di eccellenti pubblicazioni, che sarebbe troppo lungo elencare; tra di esse è però impossibile non ricordare almeno i volumi Bonifacio VIII nella storia e nell’ opera di Dante, Intorno a Dante, Fortuna di Dante Alighieri e, appena usciti nell’anno in corso, Dieci studi danteschi e il Volgarizzamento inedito del Commento di Pietro Alighieri alla "Commedìa" di Dante. Seriacopi scrive anche su riviste letterarie italiane, francesi, statunitensi e spagnole, e dal 2000 è Vicedirettore della rivista "Letteratura Italiana Antica" di Roma e dal 2003 dirige la Collana Dantesca. Il suo grande amore per Dante lo spinge inoltre a tenere numerose conferenze dantesche volte a far conoscere a tutti la Divina Commedia, e questo lo sappiamo bene anche a Montevarchi, dove Seriacopi ha già tenuto ben tre Lecturae (due nel 2006 ed una nel 2007). Per chi ama Dante la sua conferenza di quest’anno rappresenta dunque un occasione da non perdere. (Montevarchi, Arezzo, 24 ottobre 2008).



sabato, settembre 27, 2008
 

Paul Newman

 "Voglio morire a casa"

Anch'io, quando sarà il momento, assistito se occorre dall'UCCP - Unità Cure Continue Palliative - di Firenze - v.il mio testamento biologico)


Tam tam sulla rete, morto Paul Newman

Dalla prime ore di questa mattina, siti internet e blogger americani, annunciavano la sua scomparsa.
 L'attore, 83 anni, e' stato stroncato da un tumore ai polmoni e si e' spento nella sua abitazione di New York, dopo che in estate aveva deciso di lasciare l'ospedale.
Poche settimane fa, Newman aveva espresso il desiderio di morire nella propria casa. L'attore aveva appena completato l'ultimo ciclo di chemioterapia al Weill Cornell Medical Center di New York e avrebbe detto di voler passare i suoi ultimi giorni con la moglie, Joanne Woodward, e le figlie.
La scomparsa dell'attore è stata annunciata anche da Vincenzo Manes, presidente della fondazione Dynamo Camp di Limestre (Pitsoia), che fa parte dell'organizzazione internazionale di solidarietà fondata da Newman.

Per chi è interessato: eutanasia su questo blog.



venerdì, settembre 05, 2008
 

Eluana Englaro

Oggi leggimi qui.

Buona giornata.

(Per me sono 44 anni di matrimonio indissoluto;  un modo come un altro per diventare una rarità).

settembre 1964
dom lun mar mer gio ven sab
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Fase Luna13 14 15 16 17 18 19
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27 Fase Luna28 29 30  
calendario gregoriano


Viaggio di nozze in Iugoslavia, con la nuovissima storica 600 Fiat, imprestatami dal fratello Sergio, perché

la mia  Bianchina  500 decappottabile era ormai andata.
Con Paolo Sbarberi, Bibbiena Piazzolina, tessuti d'epoca, e Carlo fratello minore, che ora va a caccia di starne e quaglie in Romania col fuoristrada,  eravamo arrivati fino a Granada, Andalusia (la tenda caricata sopra). Ma ero forte nel sistemare le puntine dello spinterogeno col suo albero a camme, preistoria dei trasporti su gomma. Mai un dolore di schiena.
Buscaglione cantava "Ma eri piccola!".



sabato, giugno 28, 2008
 

Summertime

Lucciole

Le riscopro in queste sere casentinesi, qui alle Lame di S.Piero in Frassino, tra Verna e Pratomagno. Ma non sono paragonabili, per quantità, a quelle che vedevo qui ancora nei primi anni sessanta. Mi ricordo una sera con Paola, al Belvedere, lungo la via allora sterrata che va dal bivio dei Guazzi, lì a Farneta, verso Camaldoli, passando a lato della Casa Bianca ove nato fui fino a Montanino: una miriade, come ne vedeva Dante nelle sue notti casentinesi. Poi sono arrivati i diserbanti...ma non voglio fare il laudator temporis acti. Quella sera con Paola, fidanzati ancora non dichiarati, non vedevo l'ottava bolgia del 26 dell'Inferno, ma un cielo rovesciato con tutte le sue stelle, sotto di noi, tra Avena e Poppi a est verso il Pratomagno, tra Bibbiena e Partina, direzione la Verna. Ora so che quello delle lucciole è un grande inno all'amore, nel loro caso troppo fugace, quasi crudele come spiegato sotto. Ma per me fu un abbraccio di natura destinato a durare. Tempo d'estate.


Video-audio

SUMMERTIME AND THE LIVIN´IS EASY
FISH ARE JUMPIN´ AND THE COTTON IS HIGH
YOUR DAD IS RICH AND YOUR MOMMA IS SO GOOD LOOKIN
´SO HUSH PRETTY BABY, DON´T YOU CRY
ONE OF THESE MORNINS YOU´R GONNA RISE UP SINGIN´
YOUR GONNA SPREAD YOUR WINGS AND YOU´LL TAKE TO THE SKY
UNTIL THAT MORNIN THERE AIN´T NOTHIN CAN HARM YOU
WITH DADDY AND MAMMY STANDIN BY. 


La maggior parte degli animali che emettono luce si trovano nei mari più profondi. Le lucciole sono gli unici animali terrestri che emettono luce. Come le nostre lampadine, la lanterna della lucciola è composta di tre parti. Uno strato con funzione di riflettore evita che la luce entri nel corpo. Le cellule di questo strato contengono minuscoli cristalli di sali che riflettono la luce. Nelle cellule che producono la luce, un elevato numero di mitocondri (la centrale elettrica delle cellule) producono l’energia. Infine uno strato trasparente può essere paragonato al vetro delle nostre lampadine, e racchiude l’organo fotogeno. La luce stessa viene prodotta dall’ossidazione o disidratazione di una sostanza chimica, la luciferina, per opera dell’enzima luciferase.

Nome comune: LUCCIOLA (Inglese: firefly)
Specie: Phausis splendidula
Famiglia: Lampiridi (Lampirydae)
Ordine: Coleotteri (Coleoptera)
Classe: Insetti (Insecta)
CARATTERISTICHE
La lucciola è un coleottero lungo 8-10 mm. Il maschio e la femmina sono molto diversi tra loro (dimorfismo sessuale). Il primo è un buon volatore e possiede delle ali membranose coperte da delle ali più coriacee, dette elitre. Al contrario la femmina, dall’aspetto larvale, non vola affatto.
Il corpo è color grigio bruno. Il capo è interamente, o quasi, coperto dalla prima porzione del torace che lo protegge, come un cappuccio.
Le larve hanno un corpo appiattito con capo retrattile e mandibole, atte a predare per un periodo molto lungo. Posteriormente possiedono una sorta di piede che permette di aderire con assoluta sicurezza al guscio delle lumache, le prede preferite.


VITA E ABITUDINI
Nelle notti estive è possibile ammirare il luccichio dei maschi che volano nei prati e inprossimità dell’acqua. Le femmine si fanno notare mentre si muovono tra i rami, cercando di comunicare al partner la disponibilità all’accoppiamento. I maschi, attirati dalla luce emessa dalla femmina, sono in grado di atterrare con estrema precisione e alla fine scorgono la partner seguendo la scia odorosa.
In estate la femmina depone le uova, a gruppetti di 70-100 unità, tra i sassi, tra le fessure del terreno oppure tra le foglie.
In autunno sgusciano le larve che, se le condizioni climatiche lo consentono, iniziano subito a cacciare. Le larve, infatti, sono carnivore e vivono tra le foglie umide oppure nel muschio.
Successivamente alla nascita e per un paio di anni, le larve hanno il solo obiettivo di nutrirsi e di crescere. Le larve sono delle predatrici agguerritissime. Le prede preferite sono chiocciole e lumache. Questa specializzazione preda-predatore si evidenzia dal fatto che la lucciola ha evoluto il proprio comportamento in funzione di quello della chiocciola e della lumaca: la larva esce dal nascondiglio di notte oppure dopo la pioggia. La larva non è in grado di vedere, ma è estremamente abile a seguire la scia lasciata dalla inconsapevole lumaca. Questa viene morsa più volte all’altezza della testa e in breve tempo, grazie anche al veleno iniettato, subentra la paralisi.
Consumato il lauto pasto, la larva si ritira in qualche nascondiglio per digerire. La digestione avviene in parte esternamente, come avviene nei ragni.
Via via che la larva cresce, la pelle viene mutata più volte. Questo processo si prolunga per due estati. Avvenuta l’ultima trasformazione, la vita degli adulti è estremamente breve (qualche giorno al massimo qualche settimana) e volta esclusivamente alla riproduzione. Infatti, non si nutrono e vivono grazie alle scorte energetiche accumulate durante la fase larvale.

E ancora

le lucciole – Phausis splendidula
Ordine: Coleotteri
Famiglia: Lampiridi
Lunghezza: 8–10 mm
Visibile : maggio/giugno. Dopo il tramonto.
Ambiente: boschi, giardini, sentieri, macchia. Volano a un’altezza di 1–1,5 m.
Area geografica: le lucciole che emettono segnali luminosi intermittenti si trovano nei tropici e in tutta l’Europa centrale e meridionale; molte rare in Europa settentrionale.
 
Caratteristiche: il dimorfismo sessuale è particolarmente marcato nelle lucciole. Il maschio ha vere e proprie ali, ricoperte di uno strato protettivo marrone e leggermente corrugato in senso verticale. Le ali delle femmine sono invece ridotte a minuscole squame, che non permettono di sollevarsi in volo e che lasciano intravedere i segmenti del corpo. Sulla parte ventrale dell’ultimo segmento si trovano gli organi luminescenti. I lampiridi sono tra i rari animali sulla terra che emettono luce.
 
Vita e sviluppo: in tutti gli stadi di sviluppo, questa specie è dotata di organi che emettono luce e che sono poi usati dagli adulti per trovare il partner. La luce viene generata tramite un materiale luminescente chiamato luciferina. Il segnale intermittente viene emesso solo dai maschi rivali che volano al buio cercando di attrarre l’attenzione di una potenziale sposa. Le 2000 specie di questa famiglia si differiscono dal ritmo dei messaggi d’amore che emettono. “Si tratta di ritmi molto precisi”, spiega la biologa Sara Lewis della Tufts University di Medford, Massachussets. “Ogni specie ha il proprio codice.”
 
Volano solo i maschi. Gli adulti non mangiano più e i maschi muoiono poco dopo l’accoppiamento. Le femmine sopravvivono per un paio di giorni, il tempo di deporre le uova nella terra.
   Riferimento online:

Fonte: Banca Dati Insecta Harlequin, Svizzera e Naturschutzbund (NaBu), Germania. Dr. Jiri Zahradnik, Dausien’s libro sugli insetti. 
 
Come le larve, gli adulti dei Lampiridi sono carnivori. Alcune specie sono elicofaghe, ma altre si nutrono di diversi insetti e talora persino dei loro simili.
Entomologi americani hanno potuto constatare che alcune femmine del genere Photuris sono in grado di modificare la frequenza e la luminosità della propria luce, in modo da simulare la luce delle femmine di altre specie di lampiridi, attirarne i maschi e poi divorarli (Milne & Milne, 1983).

E tu che credevi...

E forse nepure Dante:

 Quante 'l villan ch'al poggio si riposa,
nel tempo che colui che 'l mondo schiara
la faccia sua a noi tien meno ascosa,

come la mosca cede a la zanzara,
vede lucciole giù per la vallea,
forse colà dov' e' vendemmia e ara:

di tante fiamme tutta risplendea
l'ottava bolgia, sì com' io m'accorsi
tosto che fui là 've 'l fondo parea.

(Inferno XXVI, 25-33)

 

 

 

 



lunedì, maggio 19, 2008
 

Ivi è Romena - Dante in Casentino.

Presentazione del libro “Ivi è Romena”
 sabato 14 giugno 2008, ore 21
 Questa è la bozza della sceneggiatura che sto preparando per la serata della presentazione che sarà nel cortile interno del castello, che è molto molto suggestivo. Accompagnamento d'arpa, due voci impostate per Dante. Il resto penso si possa fare "a mano" alternandoci nella lettura i presenti in platea. Sicuramente bisognerà sfoltire, perché prima ci saranno le presentazioni della Comunità Montana, con l'illustrazione del programma estivo, poi la relazione "accademica" del prof. Giovanni Cherubini".  I tempi di attenzione vanno, mi dicono, poco oltre i 60 minuti. Ma io, come Narciso, mi sono affezionato a questa specie di autoritratto libresco. Per cui intanto me lo pubblico, a futura memoria.
Io penso di dar la voce al  Narratore.
una donna nelle vesti di Ella Noyes: 
Quando si guarda al Casentino, laggiù in basso, la Valle Chiusa stessa diviene pensiero, memoria. Il passato emerge più vivido del presente ed il corso stesso del fiume diviene il simbolo, l'immagine delle possenti correnti di vita e di passione che un giorno fluirono attraverso la Valle. In giorni di un remoto passato il piccolo spazio circoscritto dai verdi colli, ora così pieno di pace, rinserrò in sé alcune delle più strenue forze della storia d'Italia. La catena di alture irte di castelli, lungo il corso del fiume e le torri di pietra che scrutano dalle balze ogni valle laterale sottostante, rammentano il sistema feudale che in passato dominò l'Italia quando, nel diluvio generale, in cui rimasero sommerse legge ed ordine, dopo la caduta dell'Impero e le successive invasioni del paese, il potere si ritirò sulla cima dei monti e fu impersonato dal braccio armato del barone indipendente.
Il Casentino, tenuto da grandi Conti Palatini, i Guidi che, colla forza delle armi avevano esteso il loro dominio su tutte le vallate più alte dell'Appennino in entrambi i versanti e fino al cuore della Romagna, fu nell'Undicesimo e Dodicesimo secolo la sede di un potere al quale gli ancora deboli e insignificanti comuni confinanti prestavano omaggio ed obbedienza.
Fu questo il periodo in cui la Vallata fu più strettamente collegata con il mondo esterno. Mercanti e viaggiatori frequentavano le montagne e i villaggi, oggi piccoli e modesti, quasi inaccessibili sulle cime pietrose, che erano allora importanti luoghi di passaggio e sui monti si ergevano numerose e grandi abbazie, ridotte oggi a mucchi di rovine perse nella foresta, sui più alti pendii visitati oggi solo da cacciatori, abbazie che furono un tempo centri di rapporti umani e di attività politiche. La Vallata era probabilmente più popolata allora di oggi: dove il principe aveva la sua sede gli uomini si sentivano sicuri e si riunivano.
 
1 quadro    libro p-43
 
 Il bando e la condanna
 
Narratore - Nei primi giorni dell’ottobre 1301 Dante è a Roma, in ambasceria presso Bonifacio VIII. La resa dei conti tra la parte Bianca e la parte Nera è imminente. Dante, eletto priore il 13 giugno 1300, si è fortemente esposto, e in senso segnatamente antipapale: nella seduta del 19 giugno è l’unico a pronunciarsi a favore del ritiro delle truppe (cento cavalieri dislocati in Maremma) prestate in precedenza a Bonifacio, e che il Papa chiede di trattenere: “Dante espresse il parere che riguardo al servizio da rendere al papa non se ne facesse nulla”.
 Dante è con tutta probabilità ancora a Roma quando il primo novembre Carlo di Valois, il falso ‘paciaro’ nominato dal Papa, entra in Firenze, e con lui rientrano, illegalmente, i capi dei Neri precedentemente banditi. Cominciano le rappresaglie: le case dei Bianchi, comprese quelle degli Alighieri, vengono messe a sacco; comincia il regolamento dei conti contro gli esponenti del partito avverso. Sulla via del ritorno da Roma, giunto nei pressi di Siena, Dante viene raggiunto dal bando col quale una Firenze ingrata dà il benservito al suo ambasciatore a Roma.
 
Araldo p.45 del libro
Condanna all’esilio
27 gennaio 1302
In nome di Dio, amen.
Io Messer Cante dei Gabrielli da Gubbio, onorevole Potestà della Città di Firenze …
nell’anno del Signore 1302, al tempo del Santissimo Padre Papa Bonifazio VIII…
OMISSIS
Essendomi venuto alle orecchie sulla base di pubbliche dicerie che Dante Alighieri, durante il tempo del suo Priorato o dopo,
1 -aveva commesso per sé o per altri Baratterie, illeciti lucri, inique estorsioni in denaro o altre cose
2 – che lui o chi per lui aveva ricevuto denaro o altra utilità per far eleggere Priori o Gonfalonieri,
ufficiali di distretto, per stanziamenti a favore di rettori e ufficiali del comune di Firenze;
3 – che aveva fatto spendere denari contro il Sommo Pontefice e per impedire la venuta di re
Carlo D’Angiò;
4 – che aveva commesso o fatto commettere frode, falsità, dolo, malizia, baratteria e grave estorsione e aveva operato per dividere la città di Pistoia causando l’espulsione da detta città dei Neri fedeli alla Chiesa Romana, staccandola dall’alleanza con Firenze, dalla soggezione alla Chiesa romana e a re Carlo, paciaro in Toscana;
 
ordino che detto messer Dante, insieme a Palmerio, Orlanduccio e Lippo,…
venga multato di 5.000 fiorini piccoli, che restituisca quello che ha illegittimamente estorto. Se non obbedisca alla condanna entro il terzo giorno da oggi che tutti i suoi beni siano confiscati, devastati e distrutti; e devastati e distrutti restino di proprietà comunale; che, anche se pagante, resti fuori della provincia di Toscana a confino per due anni; che sia escluso per sempre dai pubblici uffici come falsario e barattiere, che paghi la condanna o no.
Tale è la nostra sentenza.
 
 
Condanna a morte                 p.47 del libro
10 marzo 1302
In nome di Dio, amen.
noi Cante, predetto Podestà, diamo e proferiamo la sotto indicata Condanna:
Messer Andrea de Gherardini
Messer Lapo Saltarelli
Dante Allighieri
… contro i quali si è proceduto a seguito della inquisizione del nostro ufficio e della nostra Curia per il fatto pervenuto alle orecchie nostre e della stessa nostra Corte sulla base delle pubbliche dicerie …che se qualcuno dei predetti in qualsiasi tempo cadrà in potere del detto comune, sia bruciato col fuoco finché muoia.
 
Così Dante esprimerà il suo stato d’animo:
 
Dante (indicato dai tre asterischi)
*** Veramente io sono stato legno sanza vela e sanza governo, portato a diversi porti e foci e liti dal vento secco che vapora la dolorosa povertade; e sono apparito alli occhi di tanti in modo molto diverso da come forse per alcuna fama m’aveano imaginato: nel conspetto de’ quali posso aver perduto stima e considerazione come persona, in modo che ne potrebbe risentire il giudizio anche riguardo ad ogni mia opera, sì già fatta come quella che fosse a fare.
(Convivio I - 3° cap.)
 
Lettera ai duchi di Romena 1304     p.67 del libro
 
***Questa lettera è stata scritta da Dante Alighieri a Oberto e Guido conti di Romena dopo la morte del loro zio conte Alessandro, per esprimere le sue condoglianze. Il vostro zio Alessandro era il mio signore e tale rimarrà nella mia memoria finché vivrò, perché mi avevano reso suddito la sua magnificenza e la sua bontà durante lunghi anni di tormentate vicissitudini.
Io poi, oltre a tutto questo, mi scuso, come vostro suddito, di fronte alla vostra discrezione, della mia assenza alle dolorose esequie; perché sono stato impedito non da negligenza né ingratitudine, ma dalla improvvisa povertà che l’esilio mi ha procurato. Questa povertà infatti, davvero crudele persecutrice, dopo avermi privato di armi e di cavalli, mi ha ormai cacciato nell’antro della sua prigionia dove, impietosa com’è, fa di tutto per tenermi imprigionato.
 
Voce fuori campo
Tu proverai sì come sa di sale
Lo pane altrui; e come è duro calle
Lo scendere e salir per l’altrui scale.
(Par. XVII, 58-60)
Seconda voce fuori campo
…"Nessun maggior dolore
che ricordarsi del tempo felice
ne la miseria; e ciò sa 'l tuo dottore.
Ma s'a conoscer la prima radice
del nostro amor tu hai cotanto affetto,
dirò come colui che piange e dice.
(Inf. V, parole di Francesca da Rimini)
 
 
2 quadro
 
Padre della lingua italiana
Narratore
Il “De vulgari eloquentia” (1303-1305) è un trattato in latino sull’uso del volgare come lingua letteraria ed è rivolto al popolo delle arti che dal 1282 ha sostituito nel governo di Firenze i magnati della grande proprietà terriera. Dante dichiara che la lingua volgare è quella lingua che il bambino impara dalla balia, quindi una lingua naturale, a differenza della lingua latina che è lingua perfetta ma artificiale. Dante non perde l’occasione neppure per esprimere il suo giudizio negativo sul modo di parlare dei casentinesi:
 
La parlata dei casentinesi
Secondo lettore, Dante
In tanta dissonanza che tutte queste varietà producono nel volgare italiano, mettiamoci sulle tracce della lingua più decorosa d'Italia, la lingua illustre; e per aprire alla nostra caccia una strada transitabile, in primo luogo buttiamo fuori dalla selva cespugli aggrovigliati e rovi.
E diciamo pure che quello dei Romani - che non è neanche una lingua ma piuttosto uno squallido gergo - è il più brutto di tutti i volgari italiani.
Dopo costoro strappiamo via gli abitanti della Marca Anconitana, che dicono Chignamente state siate: (possiate mantenervi come state ndr) e assieme a loro via anche gli Spoletini.
Dopo di questi estirpiamo Milanesi e Bergamaschi.
E dopo ancora, setacciamo via Aquileiesi e Istriani, che con quel loro accento ferino pronunciano: Ces fas-tu? E assieme a questi buttiamo via tutte le parlate montanare e campagnole, come quelle dei Casentinesi e degli abitanti di Fratta, che, col loro accento aberrante da tutte le regole, suonano in modo da far a pugni col linguaggio di chi abita nel centro delle città. (v. De Vulg. Eloq. I, 11)
 
La parlata dei toscani
 
Ma poiché i Toscani sopra gli altri folleggiano in cosiffatta ebbrezza, mi sembra utile cosa e degna sfrondare alquanto, l’uno appresso dell’altro, ciascun volgare municipale toscano. I fiorentini dicono: Manichiamo, introcque che noi non facciamo altro(Intanto mangiamo: noi che non facciamo altro). E i Pisani: Bene andonno li fatti de Fiorensa per Pisa. I Lucchesi: Fo voto a Dio ke in grasrra eie lo comuno de Lucca (giuro su Dio che il Comune di Lucca sta nella grascia). I Senesi. Onche renegata avess’io Siena. Ch’ee chesto? Neppure avessi mai rinnegato Siena. Che è questo? Onche = numquam)E gli Aretini: Vo’ tu venire ovelle? (vuoi tu venire dove che sia?)
Se adunque prendiamo a studiare le loquele di Toscana non resterà dubbio che il vulgare che noi andiam cercando sia bene altro da quello elle genti toscane. (De vulgari eloquentia, I, 13)
 
 
3 quadro L’amore tempestoso
 
lettera al marchese Moroello Malaspina
 
Narratore Nell’Epistola IV, scritta ai primi del 1307, Dante, di ritorno da una importante ambasceria in Lunigiana, scrive al conte Moroello Malaspina e racconta che, appena giunto sulle rive dell’Arno, gli era apparsa davanti agli occhi una donna e che, malgrado ogni suo sforzo, Amore gli aveva cacciato dalla mente ogni proposito di tenersi lontano dalle donne e dalla poesia amorosa e lo aveva completamente sottomesso alla propria signoria.
p.74
Dante
***Ero appena uscito dalla corte dove mi era stato possibile vivere in piena libertà, ed avevo posto sicuro ed incauto i piedi presso la corrente del Sarno, quando, ahimè, all’improvviso, non so come, mi apparve una donna, come folgore dall’alto, in tutto per costumi e bellezza conforme alle mie aspettative.O quanto fu il mio stupore a quella apparizione! Ma lo stupore cessò per il terrore del fragore che seguì. Poiché come ai diurni baleni succedono i tuoni, così alla vista della fiamma di questa bellezza, Amore tremendo ed imperioso mi ebbe suo, e feroce come un signore che rientri nelle sue terre dopo un lungo esilio, uccise o sbandì o imprigionò qualsiasi cosa fosse stata a lui contraria dentro di me. Soffocò dunque quel proposito lodevole per cui mi tenevo lontano dalle donne e dai loro canti, e cacciò empiamente come sospette le assidue meditazioni con le quali andavo considerando le cose del cielo e della terra. Infine, perché l’anima mia non potesse più ribellarsi contro di lui, mise in catene il mio libero arbitrio, sicché bisogna ch’io mi volga dove vuole lui e non io.
 
p.75
***Amor, da che convien pur ch’io mi doglia
Perché la gente m’oda,
E mostri me d’ogni vertute spento,
Dammi savere a pianger come voglia,
Sì che ‘l duol che si snoda
Portin le mie parole com’io ‘l sento.
Io non posso fuggir ch’ella non vegna
Ne l’immagine mia,
se non come il pensier che la vi mena.
L’anima folle che al suo mal s’ingegna,
com’ella è bella e ria,
così dipinge e forma la sua pena.
Così m’hai concio, Amore, in mezzo l’Alpi,
Ne la valle del fiume
Lungo il qual sempre sopra me se’ forte:
O montanina mia canzon, tu vai:
Forse vedrai Fiorenza, la mia terra,
Che fuor di sé mi serra,
Vota d’amore e nuda di pietade;
va’ dicendo: “Omai
Non vi può far lo mio fattor più guerra:
Là ond’io vegno una catena il serra
Tal che, se piega vostra crudeltate,
Non ha di ritornar qui libertate”
 
  
4 quadro  
 La grande speranza: Enrico imperatore    p.113
 
Narratore il 27 novembre i sette principi elettori di Germania, radunatisi in un convento di Francoforte, s'accordano finalmente per metter fine al periodo di sede vacante dell'Impero, dopo l'uccisione di Alberto I, e designano alla corona imperiale Enrico do Lussemburgo, di trentaquattro anni
 
 
Ma com'era l'Italia nel 1310?          P.115 del libro
Il papato aveva avuto un periodo non breve di sede vacante. Poi con Celestino V era fallito l’esperimento spirituale, con Bonifacio VIII fallisce l’esperimento temporale, con Clemente V il pontefice è ormai vassallo del re di Francia, in Avignone.
 
L’Impero ormai da molti anni non è più punto di riferimento nelle mille contese tra feudatari e mercanti, tra città e campagna; l’Italia è una nave senza nocchiero in gran tempesta. La Sicilia si libera dai francesi con i vespri siciliani per far posto agli Aragonesi: Federico II ne fa campo di battaglia prima col fratello Giacomo poi con Carlo II d’Angiò. Genova ha sconfitto Pisa alla Meloria e poi Venezia a Curzola. Marco Polo, reduce dalle glorie del Catai, trova il tempo per dettare le sue memorie nelle prigioni genovesi, mentre Giotto ha da poco finito di dipingere la cappella degli Scrovegni a Padova.
l’industria tessile costituisce l’asse portante dello sviluppo economico; la lana proviene dalla Castiglia e dall’Inghilterra: Firenze, Lucca, Milano, Como, Bergamo, Brescia sono centri di produzione che   eguagliano quelli delle Fiandre e della Francia del Nord. L’artigiano ha bisogno del mercante che procuri la materia prima e fornisca il denaro per il primo acquisto. Il mercante ha bisogno di vie di comunicazione sicure e libere da balzelli. Firenze chiede il passo alle città confinanti; se Arezzo, Siena, Pisa e Lucca si mettono sulla sua strada è guerra.
 
Dentro la città il mercante-artigiano guelfo chiede il passo al magnate ghibellino; il partito guelfo, una volta vincitore, si divide al suo interno. Bianco contro nero, popolo minuto contro popolo grasso, salariato contro proprietario...
 Il momento è drammatico, altamente drammatico. Tutti gli antichi fuorusciti fiorentini, Ghibellini e Bianchi, sono intenti a seguire le mosse dell’alto Arrigo, e impazienti vorrebbero che egli non ponesse ulteriori indugi, e subito puntasse al cuore della Toscana. Con la speranza prende corpo in Dante una diversa o comunque più precisa convinzione politica. Dante, qui dal Casentino, scrive tre lunghe infuocate lettere ai Signori d’Italia, agli scelleratissimi fiorentini, al divo Enrico. Ancora fresca d’inchiostro la stesura del 6° canto del Purgatorio che di queste lettere costituisce la parafrasi. E che parafrasi.
 
Dante
  
Epistola V (settembre-ottobre 1310)
Alle sorgenti dell’Arno.
*** Tutti e ai singoli Re d’Italia e ai Senatori della santa città, nonché ai Duchi, Marchesi, Conti e ai Popoli, l’umile italiano Dante Alighieri fiorentino ed esule senza colpa invoca pace. “Ecco ora il tempo accettevole”, nel quale sorgono i segni della consolazione e della pace. Un giorno nuovo infatti comincia a splendere mostrando dal suo nascere l’aurora che già riduce le tenebre della lunga calamità; e già le brezze orientali si fanno più frequenti; rosseggia il cielo ai confini dell’orizzonte e conforta di dolce serenità le speranze delle genti. O Italia, ora degna di pietà perfino per i saraceni, …asciuga le lacrime e cancella i segni dell’afflizione, o bellissima, è vicino colui che ti libererà dal carcere degli empi, che percuotendo a fil di spada i malvagi li disperderà e affiderà la sua vigna ad altri agricoltori che al tempo del raccolto diano in cambio il frutto di giustizia.
 
E voi che piangete oppressi “sollevate l’animo, ché vicina è la vostra salvezza”. Prendete il sarchio della buona umiltà e, spezzate le zolle della riarsa animosità, spianate il campicello della vostra mente affinché la pioggia celeste, venendo per caso prima che sia gettata la vostra semente, non cada a vuoto dall’alto. Non si ritragga da voi la grazia divina come la rugiada quotidiana dal sasso, ma come una valle feconda concepite e germinate il verde; il verde, dico, fruttifero di vera pace; e sulla vostra terra ritornata verdeggiante il nuovo agricoltore dei Romani aggiogherà con maggior rispetto e con maggiore fiducia i buoi della sua saggezza. Perdonate, perdonate già da ora, voi che con me avete sofferto ingiustizia, perché Colui dal quale come da un punto si biforca la potestà di Pietro e di Cesare, volentieri punisce la sua famiglia ma più volentieri ne ha pietà.
 
 
Agli scelleratissimi fiorentini
Epistola VI
Alle sorgenti dell’Arno 1311.
 
*** Dante Alighieri fiorentino ed esule senza colpa agli scelleratissimi Fiorentini che vivono tra le mura di Firenze.
La pia provvidenza dell’eterno Re che mentre perpetua nella sua bontà le cose del cielo, non abbandona disprezzandole le nostre cose di quaggiù, ha disposto che le cose umane debbano essere governate dal sacrosanto Impero dei Romani affinché nella serenità di tanto presidio il genere mortale abbia pace e civilmente possa vivere. O cinti da un ridicolo riparo confidate in qualche ifesa? O malvagiamente concordi! O acciecati da una incredibile passione! A che gioverà aver cinto di steccato la città, a che averla armata di ripari e di merli, quando sopravverrà l’aquila in campo d’oro terribile, che trasvolò superba un tempo i vasti mari?
Vedrete i vostri edifici... precipitare sotto i colpi dell’ariete, e, tristi, esser inceneriti dal fuoco. Vedrete la plebe d’ogni intorno infuriante ora divisa a favore o contro, poi unita contro di voi gridare terribile perchè non sa essere affamata e timorosa insieme.
 
E non vi accorgete, poiché siete ciechi, che è la cupidigia che vi domina, che vi blandisce con velenosi sussurri, che vi tiene costretti con minacce fallaci e vi imprigiona nella legge del peccato e vi proibisce di ubbidire alle santissime leggi che sono fatte a immagine della giustizia naturale; l’osservanza delle quali, se lieta, se libera, non solo è dimostrato che non è servitù, ma anzi, a chi guardi con perspicacia, appare chiaro che è la stessa suprema libertà. Se non volete dissimulare, riconoscete dunque che è giunto il tempo di pentirvi amarissimamente delle temerarie presunzioni.E un tardivo pentimento d’ora in poi non porterà il perdono, ma coinciderà con l’inizio di un tempestivo castigo. Scritto il 31 marzo 1311 in Toscana, alle sorgenti dell’Arno, nel primo anno della faustissima venuta di Enrico Cesare in Italia.
 
E subito dopo, il 17 Aprile, al Divo Enrico, quasi con frenesia:
 
*** Leva dunque gli indugi. Restando a Milano passandovi dopo l’inverno la primavera, credi di uccidere l’idra pestifera con l’amputarle le teste? Per estirpare alberi non vale il taglio dei rami; anzi crescono più numerosi e vigorosi fin quando rimangono le radici da cui prendono nutrimento. Che cosa credi di aver compiuto, o unico Signore del mondo, quando avrai piegato il collo di Cremona ribelle? Forse che allora non si gonfierà inaspettata la rabbia o di Brescia o di Pavia? Anzi, quando questa rabbia anche flagellata sarà abbattuta, subito l’altra di Vercelli o di Bergamo o altrove scoppierà di nuovo, finché non si elimini alla radice la causa di questo tumore purolento e, strappata la radice di così grave errore, i rami pungenti insieme col tronco inaridiscano.
 
O forse ignori e non scorgi dalla specola della somma altezza dove si rintani la piccola volpe di tanto fetore, noncurante dei cacciatori? scellerata non si abbevera alle acque precipiti del Po, né al tuo Tevere, ma le sue fauci infettano ancora la corrente dell’Arno impetuoso, e si chiama Firenze, forse non sai?, questo crudele flagello. Questa è la vipera avventatasi contro le viscere della madre; questa è la pecora malata che infetta col suo contagio il gregge del suo pastore.
Scritto in Toscana alla sorgente dell’Arno, il 17 aprile [1311], l’anno primo della faustissima venuta
in Italia del divo Enrico.
 
*** Ahi serva Italia, di dolore ostello,
nave sanza nocchiere in gran tempesta,
non donna di province, ma bordello!
Cerca, misera, intorno da le prode
le tue marine, e poi ti guarda in seno,
s’alcuna parte in te di pace gode.
Ché le città d’Italia tutte piene
son di tiranni, e un Marcel diventa
ogne villan che parteggiando viene.
 
Fiorenza mia, ben puoi esser contenta
di questa digression che non ti tocca,
mercè del popol tuo che si argomenta.
Or ti fa lieta, ché tu hai ben onde:
tu ricca, tu con pace, e tu con senno!
S’io dico ‘l ver, l’effetto nol nasconde.
Atene e Lacedemona, che fenno
l’antiche leggi e furon sì civili,
fecero al viver bene un picciol cenno
verso di te, che fai tanto sottili
provedimenti, ch’a mezzo novembre
non giugne quel che tu d’ottobre fili.
Quante volte, del tempo che rimembre,
legge, moneta, officio e costume
hai tu mutato e rinovate membre!
E se ben ti ricordi e vedi lume,
vedrai te somigliante a quella inferma
che non può trovar posa in su le piume,
ma con dar volta suo dolore scherma.
 
 
 
 
5 quadro                     p.133 del libro
 
Dal castello di Poppi 1311
La duchessa Gherardesca scrive all’Imperatrice Margherita
 
Epistole IX, X, XI
 
Narratore Nella concitazione del momento, Dante, ospite del Conte Guido Novello in Poppi, si fa segretario di fiducia, diligente scrivano e amanuense della Contessa Gherardesca, moglie di Guido e figlia del Conte Ugolino. Con quale insistenza l’avrà incoraggiata a intraprendere un rapporto epistolare con l’Imperatrice Margherita di Brabante!
 
 
 
Gherardesca di Battifolle
Alla gloriosissima e clementissima signora Margherita per divina provvidenza regina dei Romani e sempre Augusta, Gherardesca di Battifolle per largita grazia di Dio e dell’Impero contessa palatina in Toscana, piegate umilmente le ginocchia, presenta la dovuta riverenza. La graditissima lettera della regale Benignità con gioia fu vista dai miei occhi e dalle mani fu presa con reverenza, come si convenne. Sappia, dacché lo chiede, la pia e serena Maestà dei Romani che al momento dell'invio di questa lettera il diletto consorte ed io, per dono del Signore, eravamo in buona salute, contenti di quella dei figli, tanto noi più lieti del solito, quanto i segni del risorgente Impero promettevano ormai tempi migliori. Così dunque esultando nel presente e nel futuro, ricorro senza alcuna esitazione alla clemenza
dell’Augusta e supplichevolmente rivolgo rispettose preghiere affinché vi degnate pormi sotto l’ombra sicurissima della vostra Altezza, e io sia sempre protetta, e appaia esser tale, dal violento assalto di ogni avversità.
NarratoreInviata dal castello di Poppi, il 18 maggio (1311), nel primo anno della faustissima venuta in Italia di Enrico Cesare.
 
 
 
 
6 quadro                     p.139 del libro
 
Addio al Casentino
 
Narratore
 Il brusco mutamento di fronte di Guido da Battifolle, il quale ad un certo momento abbandonerà la parte imperiale e verrà addirittura nominato vicario di Re Roberto d'Angiò per la Toscana, ci spiega da un lato l'abbandono, da parte di Dante, di queste terre, per riprendere le sue peregrinazioni all'ombra del "sacrosanto segno", e dall'altro il progressivo drastico indurirsi e inasprirsi del giudicare dantesco su uomini e cose casentinesi, quale è poeticamente documentato nella Commedia, in particolare nel canto XIV del Purgatorio. Non vi è infatti giudice meno benevolo di un innamorato respinto e tradito. Dante si allontana così dal Casentino.
Prima Voce
Tra brutti porci, più degni di galle
che d’altro cibo fatto in uman uso,
dirizza prima il suo povero calle.
Botoli trova poi, venendo giuso,
ringhiosi più che non chiede lor possa,
e da lor disdegnosa torce il muso.
Seconda voce
“O voi che sanz’alcuna pena siete,
e non so io perché, nel mondo gramo”,
diss’elli a noi, “guardate e attendete
a la miseria del maestro Adamo;
io ebbi, vivo, assai di quel ch’i’ volli,
e ora, lasso!, un gocciol d’acqua bramo.
Li ruscelletti che de’ verdi colli
del Casentin discendon giuso in Arno,
facendo i lor canali freddi e molli,
sempre mi stanno innanzi, e non indarno,
ché l’imagine lor vie più m’asciuga
che ‘l male ond’io nel volto mi discarno.
La rigida giustizia che mi fruga
tragge cagion del loco ov’io peccai
a metter più li miei sospiri in fuga.
Ivi è Romena, là dov’io falsai
la lega suggellata del Batista;
per ch’io il corpo sù arso lasciai.
 
Terza voce
E io a lui: “Qual forza o qual ventura
ti travïò sì fuor di Campaldino,
che non si seppe mai tua sepultura?”.
“Oh!”, rispuos’elli, “a piè del Casentino
traversa un’acqua c’ha nome l’Archiano,
che sovra l’Ermo nasce in Apennino.
Là ‘ve ‘l vocabol suo diventa vano,
arriva’ io forato ne la gola,
fuggendo a piede e sanguinando il piano.
Quivi perdei la vista e la parola;
nel nome di Maria fini’, e quivi caddi,
e rimase la mia carne sola.
 
Ben sai come ne l’aere si raccoglie
quell’umido vapor che in acqua riede,
tosto che sale dove ‘l freddo il coglie.
Giunse quel mal voler che pur mal chiede
con lo ‘ntelletto, e mosse il fummo e ‘l vento
per la virtù che sua natura diede.
Indi la valle, come ‘l dì fu spento,
da Pratomagno al gran giogo coperse
di nebbia; e ‘l ciel di sopra fece intento,
sì che ‘l pregno aere in acqua si converse;
la pioggia cadde, e a’ fossati venne
di lei ciò che la terra non sofferse;
e come ai rivi grandi si convenne,
ver’ lo fiume real tanto veloce
si ruinò, che nulla la ritenne.
Lo corpo mio gelato in su la foce
trovò l’Archian rubesto; e quel sospinse
ne l’Arno, e sciolse al mio petto la croce
ch’i’ fe’ di me quando ‘l dolor mi vinse;
voltòmmi per le ripe e per lo fondo,
poi di sua preda mi coperse e cinse”.
(Purg. V, 88-129)
 
 
 
7 quadro
p.147 del libro
 il grande rifiuto 1315
 
Narratore Guido da Battifolle, diventato Podestà della Città del fiore, promulgherà un’Ordinanza che pare fatta per lui: siamo nel maggio del 1315, mancano poche settimane al 24 giugno, festa di S. Giovanni Battista.
Dante riceve sollecitazioni ripetute e insistenti da parenti e conoscenti. Ha davanti tante lettere e messaggi di amici, di nipoti, di persone buone e influenti.
 
All’amico fiorentino (maggio 1315)
Dante
*** Dalla vostra lettera ricevuta con l’affettuoso rispetto dovuto ho appreso con mente grata e attenta considerazione quanto il mio ritorno in patria vi sia a cura e a cuore; e perciò tanto più strettamente mi avete obbligato quanto più di rado capita che gli esuli trovino amici.
Ecco dunque ciò che dalle lettere vostre e di mio nipote nonché di parecchi altri amici mi è stato comunicato, per l’ordinamento testé fatto a Firenze sull’assoluzione degli sbanditi, che se volessi pagare una certa quantità di denaro e volessi sopportare la vergogna dell’offerta, potrei essere assolto e ritornare subito.
E’ questa la grazia del richiamo con cui Dante Alighieri è richiamato in patria dopo aver patito quasi per tre lustri l’esilio? Questo ha meritato una innocenza evidente a chiunque? Questo i sudori e le fatiche continuate nello studio? Lungi da un uomo familiare della filosofia una bassezza d’animo a tal punto fuor di ragione da accettare egli, quasi in ceppi, di essere offerto, a guisa di un Ciolo e di altri disgraziati. Lungi da un uomo che predica la giustizia il pagare, dopo aver patito  ingiustizie, il suo denaro ai persecutori come a benefattori. Non è questa la via del ritorno in patria, o padre mio; ma se una via diversa da voi prima o in seguito da altri si troverà che non deroghi alla fama e all’onore di Dante, quella non a lenti passi accetterò; che se non si entra a Firenze per una qualche siffatta via, a Firenze non entrerò mai. E che? Forse che non vedrò dovunque la luce del sole e degli astri? Forse che non potrò meditare le dolcissime verità dovunque sotto il cielo, se prima non mi riconsegni alla città, senza gloria e anzi ignominioso per il popolo fiorentino? Né certo il pane mancherà.
 
8 quadro
 
 Firenze spietata 1315           p.151 del libro
 
(dalla sentenza di Bando Maggiore del 6 novembre 1315)
Araldo
In nome di Dio, amen.
Questi sono i bandi e gli sbandimenti profferti e pronunciati dal nobile cavaliere Rayneri di Zaccaria di Orvieto, Vicario del re Roberto d’Angiò, nella città di Firenze e nel distretto, contro i sottoscritti ghibellini e ribelli: per il Sesto di Porta San Piero nella città di Firenze, tutti di casa Portinari e tutti di casa Giochi, eccetto Lamberto Lapi e Filippo Ghepardi; Dante Alighieri e figli, contro tutti e ciascuno dei quali sopra nominati, dai settanta anni in giù e dai quindici anni in su.
…essendo stati legalmente condannati per la contumacia di loro, se in qualsiasi tempo verranno in potere nostro e del Comune di Firenze, siano condotti sul luogo di giustizia e quivi sia loro tagliata la testa dalle spalle, così che muoiano.  
Narratore A distanza di 3 settimane, il 6 Novembre 1315, Rayneri di Zaccaria di Orvieto, ggiunge:

... “a Dante e figli ripetiamo la condanna e confermiamo il bando da Firenze e territori connessi; e perché non si facciano gloria della loro contumacia, aggiungiamo che chiunque può recar loro offesa negli averi e nella persona, liberamente e impunemente, secondo quanto prevedono gli statuti di Firenze.
Voce fuori campo
Che se’l conte Ugolino aveva voce
D’aver tradita te delle castella
Non dovei tu i figliol porre a tal croce.
 Innocenti facea l'età novella,
novella Tebe, Uguiccione e 'l Brigata
e li altri due che 'l canto suso appella
 
9 quadro - Ascesa al cielo                p.153 del libro
 
Sulla cima del Purgatorio ha bevuto alla sorgente dell’oblio:
 
*** La bella donna ne le braccia aprissi;
abbracciommi la testa e mi sommerse
ove convenne ch’io l’acqua inghiottissi.
Indi mi tolse, e bagnato m’offerse
dentro a la danza de le quattro belle;
e ciascuna del braccio mi coperse.
(Purg. XXXI, 100-105)
 
e subito dopo a quella della buona memoria:
***   S’io avessi, lettor, più lungo spazio
da scrivere, i’ pur cantere’ in parte
lo dolce ber che mai non m’avria sazio;
ma perché piene son tutte le carte
ordite a questa cantica seconda,
non mi lascia più ir lo fren de l’arte.
Io ritornai da la santissima onda
rifatto sì come piante novelle
rinovellate di novella fronda,
puro e disposto a salire alle stelle.
(Purg. XXXIII, 136-144)
 
Narratore Da lassù, dal cielo stellato, mille volte contemplato nelle notti casentinesi splendide e insonni, ora finalmente raggiunto con l’aiuto delle dolcissime verità disvelate via via alla sua mente ormai libera da crucci e risentimenti, le cose assumono le debite proporzioni. Tra i sette pianeti ecco la terra:
*** Col  viso ritornai per tutte quante
Le sette spere, e vidi questo globo
Tal, ch’io sorrisi del suo vil sembiante;
E tutti e sette mi si dimostraro
Quanto son grandi e quanto son veloci
E come sono in distante riparo.
L’aiuola che ci fa tanto feroci,
volgendom’io con li eterni Gemelli,
tutta m’apparve da’ colli alle foci;
poscia rivolsi gli occhi a li occhi belli.
(Par. XXII, 133 sgg)


sabato, maggio 17, 2008
 

Azor, Israel


New house,fully equipped, In a quiet village

 5 minutes from Tel-Aviv, 40 minutes from Jerusalem

Ce la offrono in cambio-casa, due giovani israeliani, lui programmatore lei ragioniera, un bel bambino di 4 anni. 5 minuti da Tel Aviv, 20' da Gerusalemme.  Macchina a disposizione, personale incaricato pulizia, vicini di casa pronti a darci una mano.

AMENITIES:
Computer Garden Internet Access  Washer/Dryer FAX
Fireplace Security System Patio/Outdoor Dining TV/Cable Stereo/HiFi
Balcony/Deck           

Che ( e come) gli rispondo?

Li trovate qui

postato da stigli | 08:26 | commenti
italia, personale, israele


martedì, maggio 13, 2008
 

Ivi è Romena - Dante in Casentino

 


Puoi vedere la scheda  cliccando sulla foto

Autore: Cipriani Urbano
Editore: Fruska
Genere:  letteratura italiana
Argomento:  alighieri, dante
Pagine: 208
ISBN: 8890252464
Data pubblicazione: 2008 
  
 Prezzo: € 15,00 
 
Lo trovi nelle edicole e librerie del Casentino.

Da sabato 17 maggio sarà anche ad Arezzo e Firenze, nelle librerie sottoindicate:

Arezzo:

Libreria Il Viaggiatore Immaginario (S.R.L.)
Piazza Risorgimento, 18
52100 Arezzo (AR)
0575 370476

 Libreria Edison
Piazza Risorgimento 31 (angolo Via Verdi) - 52100 Arezzo
Tel: 0575/299352 - Fax: 0575/259283

Libreria Mondadori Bibliophilia Di Belliconi
Corso Italia, 193
52100 Arezzo (AR)
 
Libreria La Fenice
Via Vittorio Veneto, 31
52100 Arezzo (AR)
0575 902516

Firenze:

-          www.libreriachiari.it - 055 245291 
 

 
 - www.libreriaedison.it
  055 291870 

-          www.libreriamartelli.it - 055 2657635 
 

 
 - www.librerialfani.it - 055 218251

 

PRESENTAZIONE (pp.9-10 del libro)

Questa breve guida mette bene in risalto il legame così stretto tra Dante e la nostra valle. Sempre in momenti di grande impatto emotivo, o che sia la sanguinosa battaglia di Campaldino o che si tratti del periodo immediatamente seguente al bando e alla condanna a morte, con la devastazione della casa e dei beni, con l’allontanamento brutale da moglie, figli, amici e compagni. E’ il Dante dell'invettiva all'Italia nel sesto del Purgatorio, delle grandi lettere politiche ai fiorentini, ai principi e signori d’Italia, all'Imperatore, scritte proprio in Casentino. A Romena abita il conte Alessandro Guidi, Capitano della Lega dei bianchi esiliati di tutta la Toscana e Dante ne è il portavoce,   ambasciatore e “ministro degli esteri”, in costante missione diplomatica tra Mugello, Romagna, Lucca e Lunigiana, Verona e Ravenna… Ma sempre in Casentino è l'approdo, negli anni che vanno dalla prima condanna del gennaio 1302 alla morte dell'Imperatore Enrico VII nel 1313. A Poppi Dante scrive biglietti di saluto all'Imperatrice Margherita di Brabante per conto della contessa Gherardesca, a Pratovecchio si innamora disperato e non corrisposto di una donna bella e riottosa, del Casentino sono pieni l'Inferno e il Purgatorio, che si tratti di Mastro Adamo o del conte Ugolino padre di Gherardesca, di Buonconte da Montefeltro caduto in Campaldino o che si descriva la valle tra il Pratomagno e la Giogana, col monte Falterona, con l’Arno, l’Archiano e i ruscelli loro affluenti. In Casentino Dante ha visto “le pecorelle che escon dal chiuso”, le “lucciole che brillano giù nella vallea”, “l’uom della villa” che chiude alle pecore la siepe, “con una forcatella di sue spine” quando l’uva si fa matura. E così il nostro giovane antenato, “ il villanello a cui la roba manca” che si dispera quando confonde la brinata del mattino con una nevicata che non gli permetterà di portare al pascolo le pecore. E i “fioretti” che si schiudono al sole nelle fredde mattine d’inverno. Anche le asperità del nostro Appennino si fanno ben presenti nella faticosa iniziale ascesa alla montagna del Purgatorio, rievocando un Dante in corsa continua tra Casentino e Mugello per i sentieri impervi del Falterona e gli anfratti dell’Acquacheta, tra Casentino e Romagna attraverso la via Romea che, tra Germania e Roma, veniva a passare proprio da noi, da Bagno di Romagna fino al monte Serra per scendere in Vallesanta, a Bibbiena e Subbiano fino a Viterbo dove di ricongiungeva con la via Francigena. Giusto risalto vien dato alla Guida delle due sorelle inglesi (Casentino and its story, London 1905) che un secolo fa percorsero la valle in lungo e in largo, lasciandone una descrizione così viva poetica e appassionata. Questa pubblicazione evoca esplicitamente “Il Casentino e la sua storia” delle sorelle Noyes, ristampata pochi anni fa per conto della Mabo, nella bella traduzione italiana di Amerigo Citernesi ed ora esaurita. Apprezzabile l’apporto del prof. Giovanni Cherubini che ci presenta un Casentino quattrocentesco rievocato come in un’antica stampa. Così come interessanti sono le indicazioni riguardanti la via Romea apportate da Giorgio Innocenti e Giovanni Caselli.

Sandro Sassoli assessore Cultura e Turismo Comunità Montana del Casentino
Ivano Versari Presidente Casentino Sviluppo e Turismo


lunedì, aprile 14, 2008
 

Il Piave mormorerĂ ?

Sto passando il tempo al PC per non vedere la TV. Cercate di capirmi. Sabato ho passato una bellissima giornata a Corsignano in Casentino tra giovani spensierati e innamorati (festa di matrimonio); stamani son passato dalla Editrice Fruska di Stia per dare l'ultimo avallo al mio "Ivi è Romena, Dante in Casentino, 1289, 1302-1313". Il libro verrà stampato a Città di Castello e presentato al Castello di Poppi l'11 giugno p.v. A dio piacendo. Ho votato di Pietro alle 13 di stamattina, fuori pioviscola, Paola stira e io ascolto la radio a singhiozzo, tolgo la parola ai politici col "mute" e non vedo le loro facce.  Nel frattempo tramite "homeexchange" mi arriva un'email da Città del Capo per uno scambio casa.  Giardino con piscina, posti letto fino a 6.  Famiglia di 4, genitori e due figli teenagers. Si può fare, come diceva Topo gigio.  Nel frattempo del pensiero il tarlo mi trafora il cervello mentre misere cose scrivo e tristi parlo. Il Piave mormorerà? Per fermare i crociati del nord. Ma i sanfedisti del card. Ruffo di Napoli? Italia, Italia! E a quel grido scricchiolaron l'ossa sé ricercanti lungo il cimitero de la fatal penisola, a vestirsi d'ira e di ferro.  Parole parole parole. Battaglia di Campaldino, 1289, aretini contro fiorentini; i primi sfondano al centro con la cavalleria, i secondi rimangono fermi rinculando un po'. Poi si muovono alle ali, chiudono i cavalieri avversari prima che sottentrino i fanti aretini e les jeux sont fait.  A Cannes, 216 ante Christum natum, gli opliti romani, corazzati come dinosauri, sfondano al centro sui tunisini di Annibale che rimangono fermi finché ai lati la cavalleria numida di Massinissa chiude i dinosauri e li distrugge. Che dobbiamo fare nel frangente? Stiamo fermi, senza arretrare, quanto possibile compatti. Resistere resistere resistere. Nel frattempo... Signora Annabel, vengo a città del Capo.



giovedì, febbraio 07, 2008
 

Falso in bilancio

Tutti i giorni almeno uno che te lo vuol mettere nel cuno
Nota la finezza di quanto ho contrassegnato in rosso.

Gentile CLIENTE,

Nell'ambito di un progetto di verifica dei data anagrafici forniti durante la sottoscrizione dei
servizi di Banca di Roma e stata riscontrata una incongruenza relativa ai dati anagrafici in
oggetto da Lei forniti all momento della sottoscrizione contrattuale.

L'inserimento dei dati alterati puo costituire motivo di interruzione del servizio secondo gli
art. 135 e 137/c da Lei accettati al momento della sottoscrizione, oltre a costituire reato
penalmente perseguibile secondo il C.P.P ar.415 del 2001 relativo alla legge contro il
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Per favore, non risponda a questa mail: per eventuali comunicazioni, acceda al Portale Titolari (https://www.bancadiroma.it/) e ci scriva attraverso 'Lo sportello del Cliente': e' il modo piu' semplice per ottenere una rapida risposta dai nostri operatori.
Grazie della collaborazione.

Oppure:

Congratulation, winner!

Prima mi arrivavano dall'Olanda, ora la mano è passata al Regno Unito.

La prima volta la presi quasi sul serio. Poi mi ha aiutato la mia antica frequentazione del Boccaccio, Buffalmacco e Calandrino, Frate Cipolla, Ser Cepparello. Forse l'esser toscano, non so. Se ci fossi cascato avrei vergogna di raccontarlo. In effetti, se insistono tanto, ci dev'essere gente che abbocca. In base al principio che "chi inganna troverà sempre chi si lascerà ingannare" (Porcellum elettorale;  anzi no: il Principe)

Mentre scrivo suona il campanello (ore 11). Controllo mentale: no, la parrocchia si è preannunciata per domani, ore 10c, benedizione 1,2,3...fino a 194. E pace a questa casa. Più facile il postino, a quest'ora. Apro: una ragazza con foglio a protocollo. Prego, entri... "Lei ha il telefono fisso? ha mai pensato di cambiare?"

Ci sono cascato. Eppure c'era lo spioncino. Il problema è stato di non umiliare una povera schiava del porta a porta, non ho capito per conto di chi. Giel'ho anche domandato, ma non ho insistito. Mi sembrava di umiliarla.  Accento forse straniero, ma rimango in dubbio: gli slavi hanno una facilità estrema ad imparare l'accento. E se fosse una zingara mandata in giro investigativo? O una ariana mandata dai Servizi per infastidire gli italiani e convincerli a votare per chi mette al primo posto la sicurezza?

Riuscirà Beppe Grillo a convincere la Suprema Corte?

Bella Italia, amate sponde, come tutto si confonde.

Ma fuori c'è sole; il grande olmo fuori finestra  è ormai fiorito, il frassino di fronte alla terrazza è pregno di gemme che vogliono scoppiare.

E Giovanni Cherubini mi ha consegnato ieri la Presentazione al libro prossimo nascituro che si chiamerà: Ivi è Romena: Dante e il Casentino, 1289, 1302-1311. Editrice Comunità Montana del Casentino.

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italia, svago, personale


venerdì, gennaio 25, 2008
 

Camilla

Camilla

 

Trent'anni o giù di lì. E' morta il 24 gennaio verso le 5 ora italiana, ore 22 in Chiapas, Messico.  Era in viaggio turistico con il suo compagno di cui non so il nome. Volata via - mentre camminava a piedi - sotto l'urto di una macchina. Morte istantanea. Io, Camilla l'ho vista sì e no una volta. Ma  è la figlia di Luisa; questa Luisa:

Careggi, cappelle del commiato: Nuove ampie lungo il Terzolle pieno d'acqua in questo Maggio "a  catinelle". L'aria è fresca, il cielo variato di nuvole e azzurro. Alla stanza n.15 c'è il corpo  senza vita di Luisa. Proprio lei: addormentata, con le piccole mani instancabili appoggiate  dolcemente ai fianchi, la bocca lievemente aperta, gli occhi chiusi, l'espressione dolce. Mi mancano  gli occhi ridenti, la voce allegra, il suo saluto. Mi mancano anche i vasetti di marmellata di ribes  colti alle Rocche, profondo Casentino, tra i castagni immensi e i frutteti rinati sotto le mani  instancabili di Marzio. sabato, maggio 08, 2004

L'ho ripescata in un mio post già vecchio di 2 anni.

 Marzio, padre e marito, è là alle Rocche, profondo Casentino, in attesa. Che cosa dire? Forse sto  perdendo l'occasione di stare zitto..Ma chi frequenta questo blog s'incontra spesso con sorella  morte. Della quale dobbiamo pur parlare. L'altro mese Stefano, infermiere più che collaudato, parlando della  mamma ultranovantenne, diceva: ma perché si deve morire soffrendo? Quando sento di un incidente con morti e feriti gravi mi viene spontaneo invidiare il morto sul colpo.
Un conto morir subito: aveva 36 anni, Antonio Schiavone, l'operaio morto nell'incendio nello stabilimento torinese della Thyssen Krupp di corso Regina Margherita.
Un conto dopo una settimana: È morto Rosario Rondinò, l'operaio di 26 anni rimasto gravemente ferito nell'incendio scoppiato all'acciaieria ThyssenKrupp di Torino e ricoverato presso il reparto grandi ustionati dell'ospedale Villa Scassi di Genova.

Sto delirando? E allora perché leggo "Non sono un assassino?" e stilo la mia biocard?

 

Ma la biocard riguarda la morte naturale del vecchio o del malato incurabile... Quella di Camilla  non lo è. E' una morte che grida vendetta. Già; ma contro chi?

Penso a un amico, Tullio, 50 anni, giornalista, ragazzo d'oro, che sta combattendo con coraggio e  dignità contro il cancro alle corde vocali, esteso al fegato...
Diceva il Manzoni: A questo mondo c'è giustizia finalmente! (Tanto è vero che un uomo sopraffatto dal dolore non sa più quel che si dica).
Lo parafraso in un altro passo: "La c'è la c'é la Provvidenza"   (Tanto è vero che un uomo sopraffatto dal dolore non sa più quel che si dica).

Non c'è provvidenza, non c'è a cui chiedere spiegazione. Destino cinico e baro? Neppure questo.  Abbandonarsi al flusso cosmico "come una docile fibra dell'Universo"? Mettiamola così. Se dio non  fosse stato accaparrato dalle religioni positive (quelle col libro sacro e il dogma inchiodato  sopra) sarebbe il momento di farci un pensiero. Potrei rivolgermi a Cristo crocifisso; ma si son  preso anche lui; riceve solo per via gerarchica, tramite l'intermediario che biascica giaculatorie e   insiste col dire che è tutta colpa del peccato, del mio peccato. O di un peccato originale  piuttosto sospetto.  Non torna. Vado con Budda? Mi metto in psicanalisi?
Rileggo Einstein:

Perchè viviamo

Ognuno di noi è su questa terra per una breve visita; egli non sa il perchè, ma assai spesso crede  di averlo capito.

Qual e il senso della nostra esistenza, qual e il significato dell'esistenza di tutti gli esseri  viventi in generale?

Il saper rispondere a una siffatta domanda significa avere sentimenti religiosi.La più bella  sensazione è il lato misterioso della vita.

Chi non è più in grado di provare né stupore né sorpresa è per cosi dire morto; i suoi occhi sono  spenti. L'impressione del misterioso, sia pure misto a timore, ha suscitato, tra l'altro, la  religione.

Sapere che esiste qualcosa di impenetrabile, conoscere le manifestazioni dell'intelletto più  profondo e della bellezza più luminosa, che sono accessibili alla nostra ragione solo nelle forme  più primitive, questa conoscenza e questo sentimento, ecco la vera devozione: in questo senso, e  soltanto in questo senso, io sono fra gli uomini più profondamente religiosi.

Non posso immaginarmi un Dio che ricompensa e che punisce l'oggetto della sua creazione, un Dio che soprattutto esercita la sua volontà nello stesso modo con cui l'esercitiamo su noi stessi.

Non voglio e non possono figurarmi un individuo che sopravviva alla sua morte corporale: quante  anime deboli, per paura e per egoismo ridicolo, si nutrono di simili idee.

Mi basta sentire il mistero dell'eternità della vita, avere la coscienza e l'intuizione di ciò che  è, lottare attivamente per afferrare una particella, anche piccolissima, dell'intelligenza che si  manifesta nella natura.

 

 ripasso  Hoyle?

 

“(..) Di proposito non me la sento di considerare Dio troppo lontano, niente a che vedere con lo  stupefacente Dio degli antichi Ebrei, e ciò perché non credo che questo concetto  sia giusto, per  quanto impressionante possa essere.  Posso spiegare la differenza tramite una vecchia storiella  spagnola. Un giorno Dio, sotto mentite spoglie , incontra un contadino che cammina lungo la strada e gli chiede “Dove stai andando?” Al che il contadino risponde “A Saragozza” dimenticando di  aggiungere la chiosa obbligatoria nel medioevo “Se Dio vuole”.  A causa di questa mancanza di  rispetto Dio trasforma il contadino in una rana e la spedisce nella pozza più vicina.  Dopo avere  osservato la rana sguazzare per un po’ Dio inverte la trasformazione e dice al contadino , una volta  ripresa la forma umana “Ed ora dove vai?” Al che il contadino risponde “ A Saragozza o nella pozza!”  Gli irosi dei del mondo antico avrebbero rispedito il contadino nella pozza. Il mio Dio per contro si sarebbe assicurato che arrivasse a   Saragozza.  Un errore di tutte le religioni fondamentaliste è che il loro Dio non ha senso dell’humour. Ciò perché le religioni fondamentaliste si mantengono per lungo tempo per mezzo di rituali che per loro natura non hanno alcun senso dell’humour.

Ma la vera questione è che Dio non è onnipotente, Dio non può eludere il male rappresentato dal  decadimento (n.d.t. termodinamico) perché la questione non è di quelle su cui si può scegliere. Se  c’è un universo c’è decadimento. Se non c’è decadimento, non c’è universo. Fate la vostra scelta.  (..)  Il fenomeno della vita è un modo estremamente intelligente per sconfiggere il decadimento, e  se si potesse trovare una soluzione anche al problema della “coscienza individuale”, avremmo una  soluzione completa. Al giorno d’oggi ci si parano davanti gli opposti estremi, rappresentati da una  visione atea e da una visione fondamentalista, e a mio parere in entrambi i casi siamo nei guai.  La  visione atea di un universo che sembra esistere senza scopo e nel contempo possiede una squisita  struttura logica a me pare ottusa, mentre le perpetue liti dei gruppi religiosi fondamentalisti sono  ancora peggio.  Nessuna delle liti religiose che ho mai visto o di cui sono venuto a conoscenza,  vale la morte di un solo bambino. Si possono concepire vari universi definiti da forme differenti di  vincoli matematici. Quello che io sospetto è che i vincoli che definiscono il nostro universo non  siano vincoli qualsiasi. I vincoli sono ottimizzati per le conseguenze che ne derivano. O, detta in  altre parole, Dio sta facendo del suo meglio, e gravarLo del concetto di onnipotenza è un grossolano  insulto, un insulto perpetrato da persone che non meritano il grande sforzo che è stato intrapreso  per loro stesso conto."

 Fred Hoyle (Scienziato astronomo inglese)

 

Nel frattempo inciampo in questi versi:

 

Nuvole scure gravano come macigni

dentro la mia testa.

Com’è intenso il dolore,

non c’è arma che possa combatterlo,

e sto lì, aspettando che passi,

deve passare, deve andare via,

tornare negli angoli più remoti dei miei pensieri,

e stare lì in silenzio,

finché il tempo da solo possa guarire le ferite,

togliere i lividi nell’anima.

Vorrei che non fosse mai successo,

ma i solchi sono sempre più profondi,

non vanno via, non vanno via,

non possono più andare via.

 

 

 E mi rifugio in Sandro Penna:

Io vivere vorrei addormentato

entro il dolce rumore della vita.

 

Che Camilla e Luisa e Giorgia e Danilo e Toni vivano con noi addormentati entro il dolce rumore  della vita.

 

Cerco Leopardi che mi presenta Plotino nel momento che sta concludendo un lungo dialogo con Porfirio:

Viviamo, Porfirio mio, e confortiamoci insieme: non ricusiamo di portare quella parte che il destino  ci ha stabilita, dei mali della nostra specie. Si bene attendiamo a tenerci compagnia l'un l'altro;  e andiamoci incoraggiando, e dando mano e soccorso scambievolmente; per compiere nel miglior modo questa fatica della vita. La quale senza alcun fallo sarà breve. E quando la morte verrà, allora non ci dorremo: e anche in quell'ultimo tempo gli amici e i compagni ci conforteranno: e ci rallegrerà il pensiero che, poi che saremo spenti, essi molte volte ci ricorderanno, e ci ameranno ancora.

 

Caro Marzio, altro dirti non so. Che tu sei un grande uomo, un grande produttore, insieme ai tuoi  amici del GAS. Che bel pomeriggio, l'estate passato, alle Lame di Ortignano, un po' di serenità ritrovata. T'abbiamo  ammirato per la forza del carattere, così tetragono ai colpi di ventura. Posso scrivere che ci hai fatto  gustare il miglior vinsanto mai sentito? Posso ricordare le marmellate di ribes more e tutti i  berries che fioriscono costì alle Rocche? Un abbraccio. Urbano.

 



giovedì, dicembre 06, 2007
 

Toni Comello

Dov'era l'ombra or sé la quercia spande


Firenze, ospedale di S.Maria Nuova, ore 23,50 del 5 dicembre 2007.

Ciao grande Toni. Davvero un tuono la tua voce e il suo rimbombo. 700 anni la tua vita, reincarnazione di Dante come dichiaravi di essere.  Non è un caso se, da Milano, sei venuto a morire nell'ospedale costruito dal padre di Beatrice. Proprio lei.  Come l'hai trovata? Ah, no, ancora no? Un po' d'aria rarefatta lassù? Certo, sì, c'è sempre tempo. Meglio cominciare dall'aria mite del vestibolo d'inferno. Ti è stato facile travestirti da Dante e pesentarti a loro,  ricominciando a far teatro, con Virgilio che ti fa da spalla:

«O tu ch'onori scïenzïa e arte,
questi chi son c'hanno cotanta onranza,
che dal modo de li altri li diparte?».

E quelli a me: «L'onrata nominanza
che di lor suona sù ne la tua vita,
grazïa acquista in ciel che sì li avanza».

Intanto voce fu per me udita:
«Onorate l'altissimo poeta;
l'ombra sua torna, ch'era dipartita».

Poi che la voce fu restata e queta,
vidi quattro grand' ombre a noi venire:
sembianz' avevan né trista né lieta.

Lo buon maestro cominciò a dire:
«Mira colui con quella spada in mano,
che vien dinanzi ai tre sì come sire:

quelli è Omero poeta sovrano;
l'altro è Orazio satiro che vene;
Ovidio è 'l terzo, e l'ultimo Lucano.

Però che ciascun meco si convene
nel nome che sonò la voce sola,
fannomi onore, e di ciò fanno bene».

Così vid' i' adunar la bella scola
di quel segnor de l'altissimo canto
che sovra li altri com' aquila vola.

Da ch'ebber ragionato insieme alquanto,
volsersi a me con salutevol cenno,
e 'l mio maestro sorrise di tanto;

e più d'onore ancora assai mi fenno,
ch'e' sì mi fecer de la loro schiera,
sì ch'io fui sesto tra cotanto senno. "

La prossima visita?
Ulisse. Ma non c'è fretta. Prima voglio rivedermeli tutti con calma. Ti ricordi?

Traemmoci così da l'un de' canti,
in loco aperto, luminoso e alto,
sì che veder si potien tutti quanti.

Colà diritto, sovra 'l verde smalto,
mi fuor mostrati li spiriti magni,
che del vedere in me stesso m'essalto.

I' vidi Eletra con molti compagni,
tra ' quai conobbi Ettòr ed Enea,
Cesare armato con li occhi grifagni.

Vidi Cammilla e la Pantasilea;
da l'altra parte vidi 'l re Latino
che con Lavina sua figlia sedea.

Vidi quel Bruto che cacciò Tarquino,
Lucrezia, Iulia, Marzïa e Corniglia;
e solo, in parte, vidi 'l Saladino.

Poi ch'innalzai un poco più le ciglia,
vidi 'l maestro di color che sanno
seder tra filosofica famiglia.

Tutti lo miran, tutti onor li fanno:
quivi vid' ïo Socrate e Platone,
che 'nnanzi a li altri più presso li stanno;

Democrito che 'l mondo a caso pone,
Dïogenès, Anassagora e Tale,
Empedoclès, Eraclito e Zenone;

e vidi il buono accoglitor del quale,
Dïascoride dico; e vidi Orfeo,
Tulïo e Lino e Seneca morale;

Euclide geomètra e Tolomeo,
Ipocràte, Avicenna e Galïeno,
Averoìs, che 'l gran comento feo.

Io non posso ritrar di tutti a pieno,
però che sì mi caccia il lungo tema,
che molte volte al fatto il dir vien meno.

Gran bella compagnia. Senti, Toni, ma com'è che proprio ieri, 5 dicembre, ci è arrivato per posta il tuo ultimo Omero, Iliade frammenti, autografato "a Paola e Urbano" e datato 1 gennaio 2008? Un presagio? Leggo nella prefazione: "Queste traduzioni sono le mie vacanze 2007 ho salito in tanti monti nuotato in tanti mari nessuno bello come Omero lo possono fare tutti un po' di buona voglia e allegria il premio è impagabile e non costano NULLA!"
Tradotto verso verso da te nelle vacanze dell'ultimo Agosto.

Sarà a Careggi alle Nuove Cappelle del Comiato in via delle Gore 60,  fino a sabato alle ore 14.
Poi la cremazione a Trespiano. il suo non sarà un cenere muto.

E il Trebbo, centro di resistenza culturale, continuerà ad esistere e resistere.

In questo blog lo trovi qui e ancora qui.
La cronaca illustrata di un bell'incontro al Circolo di Via Maccari (Isolotto)

Scritto dai ragazzi di Milano (prima parte)
Mogliano Veneto - 9 novembre 1926
Firenze – 5 dicembre 2007
 
Toni Comello è morto a 81 anni dopo averne spesi cinquanta a divulgare cultura come studioso, autore, traduttore, formatore, attore e regista. La somma sintesi della sua vita artistica rimane nelle sue Esplorazioni Dantesche.
 
A trent’anni dà vita, a Cervia, al Trebbo Poetico (trivium, il punto d’incontro tra le vie del poeta, dell’attore e dello spettatore): incontri popolari di piazza in Italia e all’estero, spesso in presenza dei più grandi poeti italiani, Ungaretti in prima fila, dal ‘57 Presidente del Trebbo. Per ascoltare la Poesia spiegata e recitata da Comello con rigore e passione ma senza accademismi, confluiscono folle, composte da persone di ogni ceto e livello culturale, dai contadini agli intellettuali, dal Presidente della Repubbli-ca ai minatori emigrati in Olanda.
A partire dal 1960 propone anche spettacoli-documentario su tematiche civili: Risorgimento, Resistenza, l’enciclica "Pa-cem in terris" di Roncalli, l’opera di Gramsci.
 
Nel 1965 si stabilisce a Milano, in via De Amicis 17, dove fonda il Centro di Lavoro Teatrale "Il Trebbo", instaurando un rapporto privilegiato con la Scuola e l’Università: di-venta il teatro del ’68 e prosegue nell’opera di avvicina-mento ai grandi testi della letteratura italiana: Dante, Al-fieri, Foscolo, Leopardi, Ungaretti, Montale.
Sono di questi anni i suoi spettacoli più memorabili: "Ser-va Italia", "Antigone", "Con atto e con parola".
 
Dal 1977 inizia a lavorare per la Scuola dell’obbligo, inventando "Le Favole della Realtà", spettacoli-lezioni-gioco su argomenti scolastici: imparare divertendosi, una scuola-in-movimento. Con un seguito tuttora enorme: in trent’anni di repliche hanno partecipato oltre un milione di scolari.
Il primo lavoro è un omaggio a Montale, che presenzia commosso a un incontro con centinaia di bambini che esponevano i propri disegni ispirati dallo spettacolo.
Nel corso degli anni crea una dozzina di lezioni-gioco (storia, matematica, scienze, musica), seguiti da 50.000 alunni ogni stagione, provenienti da ogni angolo della Lom-bardia. Negli ultimi anni arrivano al Trebbo maestre già venute da piccole. E da diverse stagioni altri gruppi teatrali mettono in scena "Le Favole della Realtà" a Torino, Bergamo, Firenze, Roma.
 
Toni Comello continua inoltre a girare l’Italia per far co-noscere la Poesia ai giovani. Lo fa in bicicletta, fino a 75 anni, dal Salento alla Carnia alla Sardegna.
Quando smette di pedalare continua comunque a lavorare: licei e associazioni di tutta Italia continuano a richiedergli le sue Esplorazioni Dantesche. E, sentendosi ormai "pronto", dopo una vita passata a studiare la Divina Commedia, inizia a tradurre Omero e Virgilio.
 
Negli ultimi anni corona un suo sogno: stabilirsi a Firenze, lasciando parzialmente Milano, dalla cui Amministrazione non ha mai ricevuto la giusta considerazione (nel 1994 ricevette perfino lo sfratto dal Comune, che fu subito revocato a causa del fiume di lettere di indignata protesta, capofila il poeta Andrea Zanzotto, da personalità dello spettacolo, della cultura, della società civile e dell’università, oltre a migliaia di firme di presidi, professori, maestre, studen-ti e alunni di tutta Italia).
Supportato da studiosi europei e americani, mette in piedi a Firenze a ottant’anni, un centro di studi danteschi per proseguire la divulgazione della Divina Commedia agli studenti stranieri e italiani in gita scolastica, con il vigore e la precisione di sempre.
Fino all’ultimo in salute, muore a causa di un’improvvisa malattia.


martedì, novembre 13, 2007
 

Biocard


                                                         IV

Ieri sera, 12 novembre 2007, ore 17-19, ho partecipato, in via S.Nicolò 1, praticamente sotto la ***, ad un altro incontro per volontari in leniterapia, il sesto degli otto programmati. Il corso si intitola: Prendersi cura della vita: conoscere per accompagnare chi è alla fine della vita. Per-corso di incontri per un impegno individuale e sociale. Tra i presenti Meri, per Libera Uscita regionale e Anna, per il Gruppo Laicità fiorentino (fondato da Loretta Montemaggi).

Stasera è di scena "La comprensione ed il rispetto per le scelte del malato: Biocard e Pianificazione anticipata delle cure".
Tre relatori doc: dott. Piero Morino che qui chiamano Piero, responsabile della Unità di Cure Continue Palliative (v. post precedenti); Mariella Orsi, vicepresidente della Commissione Regionale di Bioetica, conponente del comitato scientifico del FILE (Feder. Ital. Leniterapia); Guido Miccinesi, dell'Unità di Epidemiologia Clinica e Descrittiva, CSPO Firenze, che vuol dire Comitato Studio e Prevenzione Oncologica.

Non posso stare a dirti il "godimento intellettuale" del sentir parlar di dolore, finitezza, malattia e morte in quei termini e modi, in un ambiente umano così consapevolmente ricettivo. Antropologia culturale di grande livello.
Quanti secoli sono passati da quando, ragazzo di 11 anni, i salesiani di Strada in Casentino mi tenevano inchiodato per una intera mattinata sulle pagine del Giovane Provveduto, scritto direttamente da D.Bosco, al capitolo intitolato "Esercizio della buona morte". Non ho più trovato il libretto, ma ricordo un passo: "Quando i miei capelli, bagnati dal sudore della morte, sollevandosi sulla mia testa, annunciando prossimo il mio fine, ispireranno agli astanti la compassione e il terrore, misericordioso Gesù, abbiate pietà di me".
Vorrei essere scrittore e poeta per comunicarti l'energia positiva e la voglia di vivere trasmessa dall'incontro con Piero Morino, Mariella Orsi e Guido Miccinesi.
Mi limito a chiudere con una cosa pratica: la Biocard.  Un po' diversa da quella decina di cards che tieni nel portafoglio per spendere velocemente i tuoi soldi.
Anche questa serve per spender bene il capitale umano accumulato nel periodo di vita.

Apri il file, stampalo, compilalo e tienlo pronto all'uso. Puoi chiedere che venga allegato alla cartella clinica in caso di ricovero in ospedale. Senza paura. Metti anche tra i preferiti la Consulta di Bioetica. E non mi dire che io son vecchio e tu sei troppo giovane per pensare a queste cose. E poi, vuoi bene ai nonni?



lunedì, ottobre 29, 2007
 


                                                   III
I gesti di cura

Oggi pomeriggio ho partecipato al quarto incontro (come gli altri aperto a tutti) relativo alla formazione di volontari per l'assistenza alle persone malate che sono alla fine della vita, che è un bel modo di confrontarsi con la propria finitezza. Massimo e Valeria sono due infermieri dell'Unità Operativa di cure continue palliative che ha sede all'IOT di Viale Michelangelo. Ero curioso di conoscere Valeria, perché era stata lei a rispondermi al telefono il giorno in cui indirizzai a loro Mario e Maria alle prese con il fine vita di Maria. Nel post    II raccontavo che "Avevo telefonato al FILE di via S.Niccolò e lì mi avevano dato il telefono dell'Unità Operativa: 055/6577609.  Al telefono trovai Valeria, dolce e gentile. E tutto fu facile".
Giovane, dolce e gentile davvero. Laureata, ha scelto di lavorare come infermiera con i malati terminali (non si chiamano più così, perche terminali siamo tutti, ma non ho ancora imparato la terminologia aggiornata) per una spinta interiore oltreché per sfuggire all'alternativa della corsia con due infermieri e quaranta malati indicati necessariamente come "letto n.5, 9, 12...operato stomaco, fegato, cardiopatico...Insomma indicati non col nome ma con il posto e la malattia. Curare il malato "terminale" a casa o in Hospice dà tutta un altro sapore al proprio lavoro.
Anche Massimo è un vocazionale convinto; giovane anche lui ma con più anzianità di servizio di Valeria. Fa la sua relazione scrivendo sul tabellone cartaceo le parole
SPAZIO
TEMPO
ATTENZIONE
RECIPROCITA'
ESPERIENZA
le cui prime lettere (viste in verticale) costruiscono la parola STARE insieme accanto vicino ...al malato costruendo lo spazio, utilizzando il tempo, prestando attenzione, in un rapporto di reciprocità, il tutto via via ridisegnato sulla base delle esperienze vissute durante il rapporto...Non riesco a dare bene il senso delle emozioni più che dei concetti trasmessi da Massimo e Valeria. E da due tra gli ascoltatori presenti (una signora e un uomo di mezza età) che prendono la parola per  testimoniare il valore di spazio tempo attenzione reciprocità esperienza vissuto nella realtà insieme a Massimo e Valeria che hanno accompagnato nel fine vita i rispettivi partner (quelli dei due ascoltatori per intendersi). 
Nella vita ho assistito e partecipato a migliaia di incontri, riunioni, convegni, tavole di tutte le forme...ora, meno giovane, assaporo un tipo di meeting intenso e più vero...Sento di vivere il titolo dell'incontro di oggi con due infermieri venuti ad aiutarmi e curarmi: "La relazione di aiuto attraverso il contatto: i gesti di cura".

Il prossimo incontro, tra una settimana, ha per titolo:
Quando il tempo si è fatto breve: stare accanto alla persona malata/morente e alla sua famiglia: la comunicazione, la relazione, la spiritualità.



venerdì, ottobre 26, 2007
 


                       II

Il primo giorno, che su indicazione di amici sono andato al 4° piano dello IOT, alla UCCP (Unità di cure continue palliative ndr) - io e mia moglie Maria -  a mostrare i vari  referti radiologici, che la condannavano inesorabilmente, siamo entrati con le lacrime agli occhi, raccontando la sventura che ci stava schiacciando.
Le persone, gli argomenti, l’ambiente ci hanno fatto uscire da quelle stanze, sereni, confortati, rassicurati, in quelle parte dei nostri dubbi, che più ci assillavano, cioè  IL DOLORE .
 Da quel giorno 6 Maggio 2006, dopo aver compilato il Testamento Biologico sul modello BIOCARD, tutto il gruppo cure palliative è entrato a far parte della mia famiglia, cane e gatti compresi.
Noi andavamo da loro, (siamo vicini di casa alla IOT), questo fino a che mia moglie poteva camminare, loro venivano da noi e, via via che il male inesorabile avanzava, erano sempre più presenti da noi, con i consigli e le cure palliative. Si parlava del male , ma anche del bene, nel senso che si parlava di tutto e questo era di conforto a Maria e tutti noi.
Posso dire che i nostri timori ( il dolore) conseguenti alla malattia, sono stati fugati dalla continua, professionale assistenza medica e psicologica di queste persone.
Mia moglie era cosciente di quello che si attendeva: la morte; non ne aveva paura, era in pace con se stessa e con tutto il creato. Temeva solo il DOLORE.
Fino all’ultimo momento gli chiedevamo: hai dolore? .
La risposta è sempre stata : no!
Cari,nuovi, amici del FILE, grazie . Mario.

Questa è una lettera inviata anche a me, per conoscenza, perché avevo aiutato Maria e il marito Mario a contattare l'Unità Operativa di cure continue palliative che ha sede presso lo IOT, ex istituto ortopedico, del Viale Michelangelo - dalle parti del Piazzale omonimo che tutti conoscete -  Primario il dott. Piero Morino. Avevo telefonato al FILE di via S.Niccolò e lì mi avevano dato il telefono dell'Unità Operativa: 055/6577609.  Al telefono trovai Valeria, dolce e gentile. E tutto fu facile.

Così spiego un po' il mio interesse al corso di cui al post precedente. D'altronde "Non dobbiamo dimenticare - dice Guarneri - che la cosa più stupefacente al mondo è che tutti noi, prima o poi, dovremo morire. Tanto vale vivere con pienezza e coscienza e, come dice Tiziano, ridere il più possibile."
In questi ultimi tempi ho visto rientrare in grembo a madre Natura alcuni amici; tra cui Danilo di cui ho parlato; in questo momento all'ospedale di Bibbiena M.B. è in coma irreversibile da pochi giorni. E' una donna anziana, vivacissima di spirito, modernissima di idee. Ci uniscono stima e affetto: Il mio abbraccio a lei e al marito, altro personaggio, e il mio augurio: ti sia la morte lieve. E così sarà: a Bibbiena c'è un bel gruppo di leniterapia e tutti me ne parlano bene.

 


                                                   I

Ieri l'altro, mercoledi 24 ottobre 2007, ho presenziato al terzo incontro per volontari in leniterapia, in via S. Niccolò 1, qui a Firenze. C'è la sede del FILE (Federazione Italiana di Leniterapia). Proprio accanto alla torre S.Niccolò, all'inizio della scalinata che sale al Piazzale Michelangelo. Sul lungarno Corsini.  Un androne, un atrio d'accoglienza, una piccola stanza per ufficio, un locale per gli incontri (30 sedie più o meno), a pianoterra.  Conto i presenti: 30 donne, 3 uomini. Età media, diciamo, 50.  Si tratta del "III Corso Per Volontari In Leniterapia" - leggo dal dépliant - 10 ottobre-3 dicembre 2007. Prendersi cura della vita: conoscere per accompagnare chi è alla fine della vita. Percorso di incontri per un impegno individuale e sociale.
Stasera abbiamo come relatori Angela Staude Terzani (sì, la moglie), Lodovico Guarneri, scrittore, Roberta Cini, psicologa del CALCIT (Comitato Autonomo Lotta Contro I Tumori) di Ponte a Niccheri (Antella, zona Grassina, verso il Chianti).
All'inizio un breve saluto del dott. Piero Morino che, vengo a sapere, ha accompagnato Tiziano Terzani nel periodo di fine vita. Angela racconta la storia di un lungo rapporto col marito giornalista corrispondente di guerra, spesso assente lontano e in relativo pericolo di vita, analizza con parole semplici in tono pacato e tranquillo la complessità e vivacità e bontà dei rapporti tra marito e moglie, il continuo gioco d'equilibrio tra autonomia delle singole persone in una famiglia di marito moglie figli e l'intreccio di rapporti umani solidali del gruppo così ristretto e così - nel caso - aperto al mondo vasto e vario. Insomma è la moglie di un uomo non comune in una situazione di ordinaria straordinarietà.  La fatica e la gioia di reggere un equilibrio "familiare" nel piuttosto lungo periodo di fine vita vissuto da Tiziano...Ascolto con molto interesse, data anche la mia condizione di marito con matrimonio quarantennale felicemente in corso. Diversità tra una storia letta e una raccontata da chi l'ha vissuta. 
Lodovico ha scritto un libro sulla sua esperienza di vita vissuta per 8 anni insieme al cancro e continuata da 6 anni in assenza dello stesso. Anche qui l'immediatezza del rapporto relatore uditori, in un ambiente di consapevole partecipazione e comprensione.  Quando chi parla sta tra amici in grado di capire quasi fino in fondo esperienze che solitamente si vivono in solitudine. Lodovico, come Angela, parla a ruota libera come in una pubblica confessione di antichi monaci cenobiti, perde il filo ma non l'humor, riprende e prosegue sorridendo quando dice che ha superato la morte forse perché non ne ha avuto paura e non le ha opposto resistenza. (Mi viene in mente l'episodio di una persona caduta dal terzo piano e rimasta illesa perché arrivando a terra svenuta il suo corpo non ha bloccato muscoli e tendini...una cosa così non so quanto vera).  Lodovico ha un linguaggio comunicativo come del resto Angela: lei con una inflessione straniera appena percepibile, lui con un accento pisano-livornese appena percettibile, ma simpatico. Leggerò il libro di Lodovico Guarneri e ne potrò riparlare.  Intanto darò un'occhiata alla
locandina online.
Roberta è una donna estroversa e simpatica,  esuberante, anche fisicamente;  parla delle sue esperienze di musicoterapia e visualizzazione (?) con i malati di Ponte a Niccheri. Dice un gran bene della primaria del reparto di oncologia, non illustra un trattato di psicologia, semplicemente parla delle sue esperienze ventennali come volontaria di cure palliative.  La musicoterapia mi richiama immediatamente all'esperienza di Wolgang Fasser incontrato pochi giorni fa a Becarino di Poppi, rivedo la saletta con gli strumenti a percussione, con quel tavolo che accarezzi da sotto e senti vibrazioni da arpeggio.  La partecipazione dei presenti è viva ed animata. Mi sento in un ambiente davvero terapeutico. 
Penso con dispiacere che lunedi prossimo avrò difficoltà ad arrivare in tempo per ascoltare Antonia, Massimo e Valeria sul tema "La relazione di aiuto attraverso il contatto: i gesti di cura".



giovedì, settembre 27, 2007
 

Passo carrabile

Lessico e multe (divertissement)

 Oggetto: ritardo di 5 giorni nel pagamento del passo carrabile, anno 2003. Multa comunicata con raccomandata a mano il 17 settembre 2007.
       COMUNE DI FIRENZE
Direzione Risorse Finanziarie - COSAP Via Pietrapiana 53
50121 FIRENZE
GALLI PAOLA
Via Dei Rododendri l 50142 Firenze (FI)
Codice Fiscale GLLPLA…

DIFFIDA AD ADEMPIERE N. 4630/2007 Anno di riferimento 2003
CONCESSIONE 16688 del 15/01/1998
Tipologia : Passi ed accessi carrabili attinenti a 1, -2 o 3 unita' immobiliari identificate o identificabili catastalmente
Visto l'art. 63 del D .Lgs. 15.12.1997 n. 446 e successive modifiche ed integrazioni che ha istituito il canone per l'occupazione degli sp~zi e aree pubbliche (di seguito indicato come COSAP);
Visto il Regolamento Comunale COSAP approvato con deliberazione del Consiglio Comunale n. 73 del 24.1.2000 e successive modifiche ed integrazioni;
, Ricordato come l'art. 29 del suddetto Regolamento stabilisce che vengano applicate penalità in caso di omesso, parziale o tardivo versamento del COSAP oltre all'eventuale richiesta del canone dovuto e degli interessi legali;
Considerato che dai controlli effettuati è emerso che il soggetto in indirizzo è tenuto al versamento del canone relativamente alle seguenti occupazioni di cui all'atto sopra citato:
ubicazione
Via Dei Frassini 8
Annualità 2003
tariffa base               riduzione              canone
          180,75991           0,00        140,99
Considerato altresì che è risultato:
RITARDATO PAGAMENTO CANONE OCCUPAZIONE PERMANENTE
per cui il soggetto in indirizzo è tenuto al versamento delle somme riportate nel prospetto che segue:

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Imp.Versati
Imp.Dovuti
Somma
Dovuta:
Rata unica
con scadenza
31/05/2003
 
141,00
Versamento
effettuato
il
05/06/'2003
 
141,00
 
Penalità
20%
su
141 per
ritardato versamento
 
28,20
Interessi maturati
sui
ritardati
pagamenti
 
0,06
Recupero
spese
di
notifica
 
 
6,00


TOTALE COMPLESSIVO DIFFIDA ARROTONDATO                   € 34,50

DIFFIDA AD ADEMPIERE N. 4630/2007

 
                   DIFFIDA
il trasgressore in indirizzo a provvedere al versamento dell'importo dovuto pari a € 34,50
        entro e non oltre 60 giorni dalla data di notifica del presente atto utilizzando esclusivamente l'allegato bollettino di clc postale (n. 23438500 intestato al Comune di Firenze Cosap Permanente ­Servizio Tesoreria - Palazzo Vecchio Firenze).
Nell'eventualità che non sia provveduto nel termine sopraindicato si darà luogo alla riscossione coattiva delle somme comunque dovute in relazione al totale complessivo della presente diffida, come sopra indicato, con ulteriore addebito degli interessi legali maturati e di quant'altro previsto dalla legge, ai sensi e per gli effetti del D. Lgs. n. 46 del 26.2.1999 e successive modificazioni ed integrazioni.
PRECISA
che avverso il presente provvedimento è ammesso ricorso alla Commissione Tributaria Provinciale di Firenze entro 60 (sessanta) giorni dalla sua notificazione (arti. 18,21 e 2 comma 2 del D. Lgs. 31.12.1992 n. 546). Il ricorso in carta legale è proposto mediante notifica a questa Direzione, a norma degli arti. 137 e seguenti del c.p.c., oppure mediante consegna o spedizione per mezzo di plico raccomandato senza busta con avviso di ricevimento (art. 16, commi 2 e 3, art. 20 del D. Lgs. 546/92). Successivamente, il ricorrente, entro 30 giorni da~a proposizione del 'ricorso, dovrà costituirsi in giudizio mediante deposito del ricorso stesso presso la Segreteria della Commissione Tributaria Provinciale adita secondo le modalità previste dall'art. 22, comma 1 del D. Lgs. 546/92.
L'ufficio che ha emesso il presente atto è la P.O. COSAP della Direzione Risorse Finanziarie del Comune di Firenze.
Responsabile del procedimento: Funzionario Amm.vo Dott. Salvatore Delli Paoli
        Per eventuali comunicazioni in merito ai dati di cui sopra e per informazioni:       te!. 055 2769948
0552769947 - 0552769946
Orario di ricevimento del pubblico:
lunedì - mercoledì - venerdì dalle 9 alle 13 martedì e giovedì dalle 15 alle 17
*Il Dirigente       Serviz.io Entrate
Salvatore Calzone
*firma autografa sostituita dall'indicazione a stampa ai sensi dell'art. 3 del D. Lgs. n. 39/1993, in forza della Determinazione n. 1040 del 7.2.2005.
N.B. Per chiarire l'eventuale presenza di lievi difformità degli importi riscontrabili nell'indicazione del canone dovuto, si segnala che sono conseguenti agli arrotondamenti previsti dal vigente Regolamento COSAP.
 
Lamadonna!
postato da stigli | 23:44 | commenti (2)
personale, firenze