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Gianluigi Nuzzi

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lunedì, novembre 09, 2009
 

Crocifisso sì crocifisso no (II)

Perché è importante che Cristo non sia Dio

Io sono laico. Ateo e bestemmiatore, come da sentenza.

Che c’entro io col Concordato?







Ma ora eccomi qua: 



Io da quei chiodi mi sono staccato

Esseni di tutto il mondo, unitevi.

(da Barbabianca)

 


Citazioni

1 - Su, mortali, destatevi. Il dì rinasce: torna la verità in sulla terra e partonsene le immagini vane. Sorgete; ripigliatevi la soma della vita; riducetevi dal mondo falso nel vero. (Il cantico del Gallo silvestre – Leopardi, operette morali)


2 -… Nonostante questa chiarezza evangelica, (Cristo intendeva abolire la casta sacerdotale intermediaria tra noi e Dio NDR) in epoche successive altri sapienti, potenti e ricchi hanno scoperto che c’era ancora posto per la lorostrumentalizzazione e mediazione di Dio. Si sono fatti mediatori esclusivi fra gli uomini e Cristo!  Così essi hanno trovato il modo di tornare all’antico gioco, all’antico circolo vizioso. Accaparrando Cristo sono riusciti di nuovo adaccaparrare Dio e a dominare le coscienze. (Incontro a Gesù,Comunità dell’Isolotto, LEF ed.p.11 Firenze 1968)

Ecco perché insisto nell’affermare che il grande tradimento del messaggio dei vangeli è stato reso possibile dalla divinizzazione di Gesù Cristo. Questo fatto ha permesso ad Anna e Caifa di resuscitare, riprendere il controllo del tempio, senza bisogno di rinnovare il guardaroba o la carta intestata "Summus Pontifex"! E sono andati anche oltre.

 Mi spiego: se io, per esempio mi dichiaro e faccio riconoscere come vicario di Cristo, automaticamente sono vicario di Dio, a tutti gli effetti. Sono dio. Sono infallibile. So tutto. Lucifero volle fare lo stesso, ma gli andò male. Non può esistere un angelo-dio. Mentre un uomo-dio sì. Ed io sono il suo rappresentante: “eccomi qua, papa Vojtila che proclamo a 1 miliardo di indiani, nel mio viaggio a New Delhi: solo Cristo può “salvarci”.


Qui all’Isolotto da dove scrivo, molto tempo fa si riunirono in chiesa gli operai licenziati della Galileo, grande fabbrica di ottica (e ora di armi di puntamento); una prima assoluta. All'Isolotto c’era un parroco che poi fu estromesso, a Firenze c’era un cardinale che poi fu sostituito. A tutt' oggi, se tu entri in chiesa, silentium: c’è il Santissimo! Che non vuol sentir parlare. Si chiama Gesù sacramentato.


Di ritorno dal viaggio recente in Iran, dopo aver visto, l’anno scorso, Siria e Giordania, trovo naturale il confronto tra chiesa e moschea: la nostra è la casa del prete, la loro è un luogo d’incontro del popolo. Ti levi le scarpe, ti veli se donna, ma puoi sederti in gruppo, parlare, anche dormire. E pure pregare e concentrarti. Lì non c’è il Santissimo. Nella grande moschea omayade di Damasco c'è un tabernacolo, una grande urna di vetro e cristallo dedicata a S.Giovanni Battista. Ad Amman in Giordania la grande moschea cittadina ha di fronte, dall'altra parte della strada una grandissima chiesa cristiana. Per loro Gesù Cristo è un grande profeta, noi troviamo Maometto in Malebolge  spaccato in due dalla testa all’ano, in mano a diavoli “assatanati”naturalmente (Inferno, XXVIII, 22-33).  In Iran le donne sono velate, le ragazze vestite da suore, d’accordo. Fa impressione. Non fa impressione che la chiesa cattolica dichiari le donne “essenzialmente” diverse dagli uomini per quanto riguarda la possibilità di essere intermediarie tra Cristo e noi. Chador integrale dell’anima. Per carità, manteniamocele, fuori dal sacerdozio: sarà più facile abolire la casta rappresentata da soli maschi. In gran parte nevrotici, con la storia incredibile del celibato obbligatorio vita natural durante, senza possibilità di ripensamento, salvo l’esclusione a divinis. Tutto questo perché non deve nascere all’interno della casta sacerdotale un diritto, che so, ereditario, una pretesa di qualcosa, una concorrenza, diritti di successione, democrazia interna. Come le ragazze senza dote e i cadetti senza diritto di eredità dei tempi andati. I carabinieri non potevano sposarsi fino a 30 anni, ora non so. Tu prete puoi avere figli, ma non legittimati, meglio se neppure dichiarati, possibilmente tenuti nascosti. Ad evitare lo scandalo. Tanti  del prete del frate della monaca del monaco in Italia, figl di coppie di fatto non riconosciute. I pedofili in compenso non fanno figli.   Come avrebbe fatto un Ruini a spodestare da un giorno all’altro, senza colpo ferire, tutti i  parroci d’Italia del diritto di proprietà o quantomeno di usufrutto dei beni parrocchiali  estesi su tutto il territorio se dietro ogni parroco ci fosse stata una famiglia? D.Alessandro Santoro può essere trasferito dalle Piagge a Romena in poche ore. Come il carabiniere giovane e scapolo. 


In questo modo Il Vaticano è potuto diventare un buco nero estragalattico che attrae a sé tutti i beni materiali e immateriali, l’intero 8x1000 dell’Italia e delle nazioni cattoliche e può far sparire tutto in quella macchina infernale che si chiama IOR, istituto opere di religione, direttore Marcinkus. Al tempo dei Calvi e dei Sindona. Quando papa Luciani – santo subito nel senso in paradiso dopo 20 giorni  – fu trovato morto a letto mentre teneva in mano i tabulati dello IOR mascherati sotto la copertina dell'Imitazione di Cristo. Lasciò il posto a papa Vojtila. Opus dei. Pinochet. Grande attore, anche nella parte del santo.

Per concludere: immaginare un essere dio-uomo o uomo-dio è un po’ come pretendere che questo ammasso di universi infiniti sia opera di uno di noi e che la terra sia il centro dell’Universo, non un pulviscolo dentro una galassia di milioni di stelle che sta dentro un ammasso di mi-li-ar-di di galassie che pare siano solo una parte di un tutto senza confini di spazio e tempo.

E’ difficile pensare a un paradiso immobile in un mondo fatto di stelle  infinite che nascono crescono ingrossano fino a scoppiare in un continuo replay da caleidoscopio. Altro che stare per l’eternità a contemplare dio motore immobile, io immobile guardone. E’ dura. Ma come faccio a dirlo a nonna sorella amici e parenti contadini e anche a Trapattoni…

Meglio oprando obliar senza indagarlo


 questo enorme mister de l'Universo.

In effetti l’assunto del post è diretto al Cristo crocifisso di scuole caserme tribunali ospedali chiese e sacrestie, obitori e cimiteri, non ad altro (così almeno credevo all'inizio...)
Il simbolo simbolo niceno-costantinopolitano recita: credo in Gesù Cristo suo "unico" figliolo, nostro Signore.

E noi che credevamo di essere, come lui, "tutti" figli di dio, siamo invece dei bastardi nati peccatori da madri costrette a purificarsi dopo la nostra nascita.
Correzione: credo in G.C. suo figliolo e nostro fratello. Chi va in chiesa lo suggerisca al parroco. In Curia passerebbe inosservato. Salvo...i guardiani dell'ortodossia, Opus Dei, Cl, pdl pdmnoelle (v. la dichiarazione del rappresentante fiorentino di Rifondazione sul caso Piagge-Santoro).

Stacchiamolo, il nostro amico e compagno Cristo, una volta per sempre dalla croce. E noi con lui.
L'immagine giusta è lla seconda qui sopra, caro ministro della difesa (delle guerre perse).

Ritorno al punto di partenza: Su, mortali, destatevi. Il dì rinasce: torna la verità in sulla terra e partonsene le immagini vane. Sorgete; ripigliatevi la soma della vita; riducetevi dal mondo falso nel vero. (Il gallo silvestre)

Ti ho deluso? Fatto arrabbiare? Come non detto. Dimentichiamo Leopardi e finiamo con Manzoni:

La vita è un mistero di contraddizioni in cui la mente si perde se non lo considera come uno stato di prova e dipreparazione ad un'altra esistenza.

Aggiungiamoci anche che  "i guai vengono bensì spesso, perché ci si è dato cagione; ma che la condotta più cauta epiù innocente non basta a tenerli lontani; e che quando vengono, o per colpa o senza colpa, la fiducia in Dio liraddolcisce, e li rende utili per una vita migliore". (Promessi Sposi, pag. finale) L'aveva già scritto questo pezzo quando approvò la breccia di Porta Pia e quando votò, in Senato, l'annessione di Roma al Regno d'Italia. Scomunicato anche lui. Insomma, in parole povere povere, il problema non è Cristo ma i suoi sedicenti rappresentanti. E qui la storia dovrebbe ricominciare.

Concludo l'impegnativo discorso ritornando a Feuerbach:

L'amore di Dio per l'uomo - centro e fondamento della religione - è la prova più chiara, più irrefutabile che l'uomonella religione contempla se stesso come un oggetto divino. La provvidenza è un privilegio dell'uomo; esprime la superiorità dell'uomo sugli altri esseri naturali; lo sottrae alla concatenazione di tutto l'universo.

All'Universo noi dobbiamo invece rimaner attaccati, perché è lui il nostro Dio (parola di Spinoza*). Potremo così girare per sempre - in modi vari e forme diverse - tra miliardi di stelle e di galassie. In una perenne varia imprevedibile corsa da formula uno sulle astronavi stellari. Mai fermi né immobili. Ci ritroveremo a gareggiare anche con con quel piantagrane di Giacomo Leopardi se non preferirà stare ai box delle stazioni spaziali a mangiar gelati.


Appendice finale

*Spinoza

Aprendo Wikipedia mi sono trovato di fronte ad una figura d'uomo straordinaria.

La sua fama è legata all'opera Ethica ordine geometrico demonstrata ("Etica dimostrata con metodo geometrico"), in cui Spinoza propone un modello di mondo materiale e morale alternativo, in cui "attraversare la vita non con paura e pianto, ma in serenità, letizia e ilarità". Una grande figura. Vallo a leggere qui.

http://it.wikipedia.org/wiki/Baruch_Spinoza

Ma c'è un pezzo scritto da un rabbino che ti voglio mettere subito sotto gli occhi, perché è portentoso.


Dichiarazione rabbinica autentica datata 27 luglio 1656 e firmata da Rabbi Saul Levi Morteira ed altri

I Signori del Mahamad rendono noto che, venuti a conoscenza già da tempo delle cattive opinioni e delcomportamento di Baruch Spinoza, hanno tentato in diversi modi e anche con promesse di distoglierlo dalla cattivastrada. Non essendovi riusciti e ricevendo, al contrario, ogni giorno informazioni sempre maggiori sulle orribili eresieche egli sosteneva e insegnava e sulle azioni mostruose che commetteva – cose delle quali esistono testimoni degni di fede che hanno deposto e testimoniato anche in presenza del suddetto Spinoza – questi è stato riconosciutocolpevole. Avendo esaminato tutto ciò in presenza dei Signori Rabbini, i Signori del Mahamad hanno deciso, con l’accordo dei Rabbini, che il nominato Spinoza sarebbe stato bandito (enhermado) e separato dalla Nazione d’Israelein conseguenza della scomunica (herem) che pronunciamo adesso nei termini che seguono:

Con l’aiuto del giudizio dei santi e degli angeli, con il consenso di tutta la santa comunità e al cospetto di tutti inostri Sacri Testi e dei 613 comandamenti che vi sono contenuti, escludiamo, espelliamo, malediciamo ed esecriamoBaruch (=Benedetto) Spinoza. Pronunciamo questo herem nel modo in cui Giosuè lo pronunciò contro Gerico. Lo malediciamo nel modo in cui Eliseo ha maledetto i ragazzi e con tutte le maledizioni che si trovano nella Legge. Che sia maledetto di giorno e di notte, mentre dorme e quando veglia, quando entra e quando esce. Che l’Eterno non lo perdoni mai. Che l’Eterno accenda contro quest’uomo la sua collera e riversi su di lui tutti i mali menzionati nel librodella Legge; che il suo nome sia per sempre cancellato da questo mondo e che piaccia a Dio di separarlo da tutte le tribù di Israele affliggendolo con tutte le maledizioni contenute nella Legge. E quanto a voi che restate devoti all’Eterno, vostro Dio, che Egli vi conservi in vita. Sappiate che non dovete avere con Spinoza alcun rapporto né scritto né orale. Che non gli sia reso alcun servizio e che nessuno si avvicini a lui più di quattro gomiti. Che nessuno dimori sotto il suo stesso tetto e che nessuno legga alcuno dei suoi scritti.


Nota

L'eresia principale che portò alla scomunica di Spinoza sarebbe stata - scrive Wikipedia - il non credere all'immortalità dell'anima, posizione che determinava il crollo della dottrina della ricompensa nell'aldilà e quindi la perdita del controllo delle anime sulla terra da parte delle autorità religiose.

Comunque grazie agli Olandesi, Baruch-Benedetto Spinoza riuscì a morire a letto. Era un ottimo tornitore di lenti, le stesse che servirono a Galileo per diventare anche lui eretico.







 



domenica, novembre 08, 2009
 

Curva Fiesole




Lungo 10 metri






4 novembre 2009: la vittoria porge la chioma.



 Champions League Fiorentina-Debreceni 



 5 a 2 per la fiorentina.





mercoledì, settembre 09, 2009
 

Addio Lugano bella

postato da stigli | 09:23 | commenti
svago, storia


sabato, giugno 27, 2009
 

La coscienza di Zeno

L'incoscienza del mondo


Trieste, Piazza Hortis, maggio 2006. Paola incrocia Ettore Smidht  mentre si sta dirigendo verso la Biblioteca-Museo, da cui lei è appena uscita.

Il tema d'italiano dato alla Maturità ha offerto l'occasione a tanti di ricordare questo triestino, mezzo italiano e mezzo svevo, vissuto a cavallo della prima guerra mondiale tra la sua fabbrica di vernici per uso marittimo - mi pare di ricordare - e la frequentazione letteraria con personaggi tipo James Joyce che faceva lezioni a lui per pagarsi vitto alloggio e scuola di canto per opera! A Svevo mi legano ricordi di scuola (relazione su di lui e le sue opere al concorso di abilitazione all'insegnamento..) e di paesaggio sentimentalmente partecipato (visita di 3 gioni a Trieste di pochi anni fa insieme a Paola. Vedi foto).
Scrittore moderno, anche, purtroppo, nel morire (incidente d'auto).

Faccio seguire qui una riflessione di Paola scritta allora e riportata in questo blog, in data maggio 2006, taggato Trieste.

Di Svevo non leggo da tempo le opere, ma, come non ho amato particolarmente i primi romanzi, così ho invece serbato un ricordo riconoscente alle opere mature: la Coscienza di Zeno e Storia del buon vecchio e della bella fanciulla. Che peccato quella sua morte accidentata e prematura e qui non penso certo solo allo scrittore, ma all’uomo che sapeva intrecciare riflessione profonda a ironia e cordialità di modi. I suoi furono davvero pensieri trasgressivi e nuovi nella cultura vacua e parolaia del dannunzianesimo e in parte anche del futurismo. E anche, anzi soprattutto, guerrafondaia. Quanto lontano il mondo di Svevo, proiettato nella ricerca della complessità e contraddittorietà interiore dell’uomo e consapevole del pericolo che incombeva su quell’umanità stravolta appena uscita da una guerra e in procinto di sprofondare in un’altra di dimensioni ancora più tragiche. (Paola)

E qui faccio seguire la pagina finale della "Coscienza di Zeno" - anno 1925,

senza commento ( ma con la sottolineatura di un punto che è un mio pallino-incubo):


Quando i gas velenosi nn basteranno più, un uomo fatto come tutti gli altri, nel segreto di una stanza di questo mondo, inventerà un esplosivo incomparabile, in confronto al quale gli esplosivi attualmente esistenti saranno considerati quali innocui giocattoli. Ed un uomo fatto anche lui come tutti gli altri, ma degli altri un po' più ammalato, ruberà tale esplosivo e s'arrampicherà al centro della terra per porlo nel punto ove il suo effetto potrà essere il massimo. Ci sarà un' esplosione enorme che nessuno udrà e la terra ritornata alla forma di nebulosa errerà nei cieli priva di parassiti e di malattie.

La vita attuale è inquinata alle radici. L’uomo s’è messo al posto degli alberi e delle bestie ed ha inquinata l’aria, ha impedito il libero spazio. Può avvenire di peggio. Il triste e attivo animale potrebbe scoprire e mettere al proprio servizio delle altre forze. V’è una minaccia di questo genere in aria. Ne seguirà una grande ricchezza…nel numero degli uomini.
Ogni metro quadrato sarà occupato da un uomo. Chi ci guarirà dalla mancanza di aria e di spazio? Solamente al pensarci soffoco!
Ma l’occhialuto uomo, invece, inventa gli ordigni fuori del suo corpo e se c’è stata salute e nobiltà in chi li inventò, quasi sempre manca in chi li usa. Gli ordigni si comperano, si vendono e si rubano e l’uomo diventa sempre più furbo e più debole. Anzi si capisce che la sua furbizia cresce in proporzione della sua debolezza. I primi suoi ordigni parevano prolungazioni del suo braccio e non potevano essere efficaci che per la forza dello stesso, ma, oramai, l’ordigno non ha più nessuna relazione con l’arto. Ed è l’ordigno che crea la malattia con l’abbandono
della legge che fu su tutta la terra la creatrice. La legge del più forte sparì e perdemmo la selezione naturale. Altro che psico-analisi ci vorrebbe: Sotto la legge del possessore del maggior numero di ordigni prospereranno malattie e ammalati

Forse traverso una catastrofe inaudita prodotta dagli ordigni ritorneremo alla salute. Quando i gas velenosi non basteranno più, un uomo fatto come tutti gli altri, nel segreto di una stanza di questo mondo, inventerà un esplosivo incomparabile, in confronto al quale gli esplosivi attualmente esistenti saranno considerati quali innocui giocattoli. Ed un altro uomo fatto anche lui come tutti gli altri, ma degli altri un po’ più ammalato, ruberà tale esplosivo e s’arrampicherà al centro della terra per porlo nel punto ove il suo effetto potrà essere il massimo.
Ci sarà un’esplosione enorme che nessuno udrà e la terra ritornata alla forma di nebulosa errerà nei cieli priva di parassiti e di malattie.

Se ne hai voglia e curiosità leggi una bella parafrasi di Borsellino



martedì, maggio 19, 2009
 

IMMIGRATI

Generazione che viene, generazione che va

Generalmente sono di piccola statura e di pelle scura.

Molti puzzano perché tengono lo stesso vestito per settimane.

Si costruiscono baracche nelle periferie.

Quando riescono ad avvicinarsi al centro affittano a caro prezzo appartamenti fatiscenti. Si presentano in due e cercano una stanza con uso di cucina. Dopo pochi giorni diventano quattro, sei, dieci.

Parlano lingue incomprensibili, forse antichi dialetti.

Molti bambini vengono utilizzati per chiedere l’elemosina, spesso davanti alle chiese donne e uomini anziani invocano pietà, con toni lamentosi e petulanti.

Fanno molti figli che faticano a mantenere e sono assai uniti tra loro.

Dicono che siano dediti al furto e, se ostacolati, violenti.

Le nostre donne li evitano sia perché poco attraenti e selvatici sia perché è voce diffusa di stupri consumati quando le donne tornano dal lavoro.

I governanti hanno aperto troppo gli ingressi alla frontiere ma, soprattutto, non hanno saputo selezionare tra coloro che entrano nel paese per lavorare e quelli che pensano di vivere di espedienti o, addirittura, di attività criminali”.

Dalla relazione dell’Ispettorato per l’Immigrazione del Congresso degli Stati Uniti d’America sugli immigrati italiani. Ottobre 1912

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postato da stigli | 12:23 | commenti
italia, stati uniti, storia


giovedì, aprile 16, 2009
 

Arezzo e Casentino

Appunti di viaggio

La visita alla mostra dei Della Robbia, nel giorno di Pasqua, dopo una passeggiata al Pionta, parco storico che sta tra Saione e il nuovo ospedale. Su una collina dai pendii dolci, con le pietre scure degli scavi archeologici dell'antico Duomo medioevale e i tetti rossi del più recente manicomio, che ha conosciuti i nefasti del sistema segregazionista ed è poi scomparso coi fasti della L.180 che ha liberato i matti. Agostino Pirella si chiama il piccolo Mosè locale. Proprio una settimana fa c'è stata qui la tre giorni commemorativa della 180, alla presenza di Pirella. Mi ricordo un incontro con Basaglia all'Istituto Tecnico Geometri di via Giusti in Firenze in quegli anni ruggenti di forza e di passione. Adesso c'è la sede dell'Università.
Alle Lame, S.Piero in Frassino, Stefano Dei, mi regala una copia del suo video (37') che rievoca le fasi della liberazione (dalle serrature, dalle catene e funi, dalle mura). L'assemblea generale settimanale, anzi bisettimanale, dei matti e medici e infermieri nell'aula magna dalle poltroncine imbottite, il primo muro buttato giù a mazza e piccone da due matti rinsaviti, la rete divisoria tra l'Istituto Tecnico e il manicomio buttata giù dagli studenti impazziti..Un bel video; s'intitola "Voci" e andrebbe visto e diffuso.
Altro che dio patria famiglia; questa è grande storia. Stefano, se me lo dividi in sezioni di 10 minuti lo mettiamo su Youtube. Stefano è un grande filmaker e prima o poi sfonderà.
I Della Robbia vanno visti. Se passi da Arezzo, orario continuato, anche il giorno di Pasqua quando siamo andati noi. La terra, la mota, così fragile e poco attraente, invetriata e colorata, diviene industruttibile nella sua bellezza bianco e o colorata. Barbabianca, tra parecchi secoli, la vedrà uguale e precisa a come l'ho fatta ora io. Parole di Luca della Robbia, dette con la mente piena d'orgoglio  e le tasche piene di fiorini. A giusta ragione. Una mostra "molto" completa, con opere di cui non immaginavo l'esistenza. Anche se  il Casentino è pieno di opere dei Della Robbia. La novità per me sono state delle teste di ragazzi e ragazze dal vivo, fuori dal mito religioso del bell'angelo che annunzia alla divina Maria la prossima maternità..
Fateci una passata. E se vi serve pernottare B&B Petrarca, a due passi dalla Stazione: elegante pulito dignitoso a prezzo di saldo. Potete dire che vi manda Barbabianca.

 Nota intravagante

Nei pochi giorni passati nell'alto Casentino ho trovato  intere zone rimaste senza linea telefonica per più giorni, o con interruzioni a singhiozzo. Ripenso a Telecom - Teleko e a quello che da sempre ne dice Beppe Grillo.
L'Italia è disamministrata.

postato da stigli | 20:14 | commenti
svago, storia, toscana, casentino


mercoledì, febbraio 18, 2009
 

Sertorio e Cesare

Veltroni.
Due parole a ruota libera. Io sono di quelli che quando la Fiorentina perde mi sento più vicino alla squadra, o meglio alle persone della squadra. Mi piacciano quei tifosi che applaudono la propria squadra sconfitta. Per esempio, quando la fiorentina ha perso con la Juve; aveva giocato meglio, due errori dell'arbitro le hanno dato partita persa. Succede, caro Sergino (lui non ragiona; vuol solo la vittoria, non gli importa del bel gioco né della buona volontà). Tutto questo per dire che Veltroni in questo momento me lo sento vicino, a conforto di tutte le mie esperienze di vita che mi hanno visto perdente o insoddisfatto, timido e frustrato; esperienze e frustrazioni, errori veri o presunti, che riemergono nei miei tardi anni con più chiarezza e cognizione di causa.
Naturalmente sono contento che Wolter si sia dato un po' di riposo; ha tante chances per godersi un po' la vita e dimostrare qualità in campi diversi dalla politicaccia attuale. Sertorio sconfitto e Cesare trionfante. Sertorio era un generale romano migliore, come uomo, di Cesare. Per l'antagonista che oggi trionfa in Sardegna, arriveranno gli idi di marzo, non ho dubbi. Almeno se vorrà passare il Rubicone, entrando armato nel pomerio stabilito dalla Legge Romana: qui non puoi entrare con la forza delle armi. Se lui vorrà sfondare nel pomerio della Costituzione repubblicana con la forza dell'impunità farà la stessa fine, non so come né quando ma la farà. Parola di Calamandrei: lo avrai camerata Kesserling il tuo monumento...Il Piano di Rinascita dovrà essere un po' rivisto e aggiornato dalla...Trilaterale, dai Servizi, dai banchieri di Londra e NYC. E' da quelle parti che è stato concepito e fatto nascere il PD meno L. Un gemellino nato in vitro del Partito di Obama. Un'Italia finalmente senza lotta di classe, unita sotta la bandiera dei tre colori; camera dei fasci e delle corporazioni. Non più comunisti in giro.
Ma Veltroni non può essere Obama come l'Italia non può essere gli USA, così come l'Europa non può esserlo.
Riparato dentro la qualifica di pensionato leggo il libro della storia con tanto più interesse di quanto la realtà è superiore alla immaginazione.
Penso a Benigni ieri a Sanremo: bella la lettera di Oscar Wilde, certamente. Importante la difesa degli omossessuali, d'accordo. Belle sarebbero state anche le lettere e i pensieri che Eluana inviava ai genitori prima di essere rinchiusa per lunghi anni nel sarcofago delle nostre frustrazioni e paure.
Alla prossima, caro Roberto. Buona fortuna, Walter. Buona giornata a tutti.

Nota storica

(Per dimostrare che il sistema bipartitico PDL - PD meno L non è adatto a noi, senza un sostanziale innesto nelle radici della storia dei movimenti di liberazione, delle lotte sociali e civili di italia ed Europa)

Era chiaro che qualcosa non andava in un sistema politico, in teoria democratico, nel quale i desideri degli elettori erano regolarmente ignorati. E potevano essere ignorati senza conseguenze, finché il sistema era dominato da due partiti legati entrambi al denaro delle grandi aziende e incapaci di affrontare un male economico fondamentale le cui radici si erano sviluppate in tempi ben più lunghi di quelli di un mandato presidenziale.
Il male derivava da un fatto di cui non si parlava praticamente mai: gli Stati Uniti erano una società classista, in cui l'1 percento della popolazione possedeva il 33 percento della ricchezza e uno strato svantaggiato di trenta o quaranta milioni di persone viveva nella povertà. Le misure sociali degli anni sessanta - Medicare, Medicaid, i buoni viveri e cosi via - non scalfirono la distribuzione ineguale delle risorse, ormai consolidata.
Anche se i democratici in linea di massima aiutavano i poveri più dei repubblicani, non erano capaci (e in realtà nemmeno lo desideravano) di intervenire davvero nei meccanismi di un sistema economico in cui il profitto aziendale viene prima del bisogno umano.
Un importante movimento nazionale per un mutamento radicale non esisteva; non c'era un partito socialdemocratico, come nei paesi dell'Europa occidentale, in Canada e in Nuova Zelanda. Ma c'èrano mille segni di alienazione, voci di protesta, iniziative locali in ogni angolo del paese a richiamare l'attenzione su motivi di scontento profondamente sentiti, a chiedere che almeno a qualche ingiustizia si rimediasse.

Quando il popolo si esprimeva davvero su questioni specifiche, nei sondaggi d'opinione, manifestava convinzioni a cui nessuno dei due partiti prestava attenzione. Sia i repubblicani sia i democratici, per esempio, limitarono rigidamente per tutti gli anni ottanta e i primi anni novanta le misure sociali per i poveri, sostenendo che avrebbero richiesto un aumento delle tasse e che "il popolo" non voleva pagare più imposte. Da un punto di vista generale era certamente vero che gli americani volevano versare il meno possibile al fisco. Ma 'quando si chiedeva loro se erano disposti a pagare più tasse per scopi specifici, come la salute e l'istruzione, rispondevano affermativamente. Per esempio, un sondaggio del 1990 tra gli elettori della zona di Boston mostrò che il 54 percento avrebbe pagato più tasse se fossero servite a rendere più pulito l'ambiente. Inoltre quando l'aumento delle imposte veniva presentato da un punto di vista di classe, invece che come proposta generale, la gente rispondeva in maniera inequivocabile. Nel dicembre 1990 un sondaggio Wall Street ]ournal/NBc News rilevava che 1'84 percento degli intervistati era favorevole a un'imposta addizionale per i milionari. Ma anche se il51 percento riteneva giusto aumentare l’imposta sui redditi da capitale, nessuno dei due grandi partiti aveva intenzione di farlo.

Nel 1992 un sondaggio della Gordon Black Corporation per il National Press Club constatò che il 59 percento del totale degli elettori auspicava un taglio del 50 percento della spesa per la difesa, nell'arco di cinque anni. Nessuno dei due grandi partiti intendeva apportare tagli rilevanti al bilancio militare.
Le opinioni dei cittadini sugli aiuti pubblici ai poveri sembravano dipendere dal modo in cui veniva posta la domanda; Tanto i due partiti quanto i media parlavano sempre di sistema del welfare, affermando che non funzionava: "welfare" era quindi diventata una parola negativa. Quando si domandava alla gente (come in un sondaggio New York Times/CBS News del 1992) se si dovevano destinare più soldi al welfare, solo il 23 percento rispondeva affermativamente. Ma quando alle stesse persone si domandava se lo stato doveva aiutare i poveri, il 64 percento diceva di sì.

Se vuoi approfondire, qui.

Anche qui




martedì, novembre 04, 2008
 

IV novembre 1918

Italia mia, dov’è la tua vittoria? 

Oggi  Leggimi qui

Fallo per dovere.  Per i nostri soldati. Quelli morti e quelli vivi. Anche per gli ufficiali che oggi sono stati mandati nelle scuole dal Ministro della difesa, come si chiama. Grazie.

postato da stigli | 18:28 | commenti
italia, storia, guerra


sabato, settembre 27, 2008
 

Periferie del ’68: la chiesa del dissenso

giovedì 25 settembre, ore 21, piazza dell'Isolotto

“Periferie del ’68: la chiesa del dissenso”


Video: clicca sulla foto

Puoi continuare qui



venerdì, agosto 22, 2008
 

Vasa, la cannoniera di Re Gustavo

"Titanic-a", morta appena nata
(dopo tre anni di incubazione nell'arsenale di Stoccolma)


Cliccaci sopra per ingrandire

Si stava cercando il Museo d'arte moderna, ma ci siamo imbattuti in questo relitto del 1600, ancor lì dov'era nato, imbalsamato come una mummia egiziana. Bella giornata di sole, il 19 agosto a Stoccolma, nostro ultimo giorno di permanenza. L'idea di andare a vedere una nave affondata non piaceva punto a Paola e poco anche a me: tanti pulman, un casino di gente anche italiana che bercia quando parla, la solita fiera...Invece no. Mi ha interessato per la sua storia che è la storia d'Europa durante la guerra dei Trent'anni (1618-1648). Un periodo di m. E qui ce n'era una riprova. Un re che vuole la superbomba, un mostro marino che metta paura alle nazioni che si affacciano nella costa sud del Baltico, Polonia ma non solo.
E allora non basta armare una fiancata con 16 cannoni. Gustavo vuole una doppia murata, con 32 cannoni a babordo e 32 a tribordo. 64 cannoni di bronzo pesanti 1 tonnellata che sparano palle di ferro di 24 libbre, più di 10 chili l'una. Tutti sulla parte alta di  una nave a vela, 52 metri di altezza. Il peso dei cannoni e delle palle la sbilancia dopo pochi metri, ancora nel porto, al primo soffiare del vento in quella bella domenica d'agosto, decimo anno della trentennale guerra permanente preventiva...

Immaginatevi di starvene seduti a pescare su un molo del porto di Stoccolma o a passeggiare sulle sue rive, il pomeriggio del 10 agosto 1628. Fa caldo, il sole splende, soffia una brezza moderata. È domenica, e la folla si accalca accanto a voi, vi trascina, vi spinge. Tutti vogliono vedere partire il possente Vasa, il vascello del re da tre anni in costruzione nel cantiere di Skeppsgarden e ora finalmente pronto per raggiungere il suo signore e sovrano, re Gustavo Adolfo.
Eccolo! Sono circa le cinque. La nave che tutti attendono è dovuta uscire dal ridosso dell'isola di Skeppsholmen tonneggiandosi sulle ancore a causa del vento di sudovest, ma adesso sta spiegando le sue vele, bianche come ali di gabbiano, sulle acque del porto. Ecco, un raffica lo fa sbandare: il vascello si inchina, poi si raddrizza. Tutta la folla si sbraccia in saluti eccitati e festosi. Quale nemico oserà affrontare questa nave? Ancora una raffica, un po' più forte: il Vasa si inclina dolcemente, un po' di più, ancora un po'...
Improvvisamente le vele cominciano a sbattere, gli uomini sul ponte, piccoli puntini a quella distanza, corrono freneticamente su e giù: e il grande vascello è ancora lì, sempre più sbandato, ormai fermo, l'acqua che arriva al ponte di coperta, poi lo scavalca. La folla prima non capisce, poi un voce corre da un capo all'altro del porto: il Vasa sta affondando! In pochi minuti la tragedia si compie, e il grande vascello del re conclude il suo viaggio inaugurale posandosi su un fondale di una trentina di metri di fronte a Beckholmen.

Conclusione tecnica:
la nave è stata affondata dai "suoi" cannoni. Supercannoni.

Riflessione logica
in base al principio che "la storia si ripete":
Re Gustavo Giorgio "Adolfo" Doppio W, di là dal mare, sta caricando la nave Europa di superbombe, sempre più in alto, sempre più alto: Italia, Cekia, Polonia, Ucraina, Georgia...Arriverà il vento della pianura sarmatica e la nave con le sue immense vele intessute di favole orripilanti cucite col filo della menzogna, si  rovescerà su se stessa, sotto il peso delle sue superbombe. Relitto prezioso da recuperare.

Conclusione morale:
La storia del recupero del relitto Vasa è molto interessante; il recupero del relitto Europa è ancora da scrivere, anzi da fare, tutti insieme. Tenendo a mente anche quantosi legge su una parete del Museo Vasa di Stoccolma:
***War should only be resorted to in uploading that which is rightful, and when it has broken out it must be pursued within the confines of justice and honour.
La guerra non deve essere intrapresa se non per attuare il diritto, e, intrapresa che sia, non deve essere condotta se non nei limiti del diritto e della lealtà.
Ugo Grozio.

*** The consequences are harsch for the people, even of a war that ends most victoriously and which was founded upon the most righteous principles.
The common people and the poor become its innocent victims...
Le conseguenze sono dure per il popolo, anche di una guerra che termina con la più grande vittoria e che era fondata sui principi più giusti.
Erasmo da Rotterdakm.

postato da stigli | 18:30 | commenti (1)
viaggi, storia, stoccolma


lunedì, luglio 21, 2008
 

Pievi e castelli in musica

Shel Shapiro

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E' stata una gran bella serata, domenica 20 luglio, qui a Poppi, proprio sotto il castello, sotto le 3 grandi stelle del triangolo estivo (Vega, Denebola, altair), con davanti agli occhi, proprio contro il palco Giove splendente in gara con lo splendore di una luna che mi riporta al Leopardi dei tempi di scuola. Shel Shapiro ci racconta la storia contemporanea con le note della sua voce e quelle di tante chitarre, più tastiera, batteria, fisarmonica...Rivedo il mio 68 qui in Casentino, poi a Firenze. E poi Woodstock, Bob Dylan, i Beatles e tutta questa Amerika-America che sempre rappresenta il mondo altalenante tra l'incubo di Hiroshima e il sogno di Luther King: I have a dream, nella registrazione originale, risuona nello sfondo per pochi istanti. Franco, accanto a me, prof. di scienze politiche  a Torino, finissimo orecchio musicale, confessa: mi sono emozionato, come non mi succede spesso. Anche Shapiro, in chiusura, esprime commozione per questa serata inaspettata, con un pubblico paesano così poco provinciale nel suo apprezzamento via via esternato con approvazioni fatte nel momento e modo giusto: dopo due ore e mezzo sembra non voler andarsene e parla a noi direttamente e manifesta la sua emozione per questa serata passata con un pubblico simbiotico in un  luogo così "bello e incantato".
Shel Shapiro ovverosia una storia personale e sociale raccontata con garbo, eleganza, humor. Davvero bravo.

All'uscita saluti alla mano tra me e vecchi scolari degli anni sessanta (Hai comprato il  libro?): la storia siamo noi.
Una serata incantata, che mi regalato un sonno particolare, fatto di viaggi e scoperte, di contatti e compagnie in un ambiente accogliente e sereno che mi faceva superare le difficoltà poste da divieti vari...ricordo una grande rete che mi sta per avviluppare, ma che supero, continuando in questa corsa verso una meta indefinita che però mi fa intuire una prospettiva positiva...un po' di hascich metaforico a lenimento dell'ultimo post di Beppe Grillo appena letto? Stamani, lunedi, il cielo si presenta coperto, ma proprio ora (9,15) il sole sfora tra le nuvole leggere e diffuse. Al buon pensionato, augurio di un altro sereno dì. Buona giornata anche a te che leggi.
PS.
La serata di ieri era stata preceduta da una mattinata nel parco delle foreste casentinesi, con guide locali doc tipo Sergio Ricci, Mario Miani, sopra Badia Prataglia, dentro una foresta spessa e viva che agli occhi temperava il nuovo giorno (l'ombra dei faggi e degli abeti ci ha sempre temperato la luce del sole).

postato da stigli | 09:41 | commenti
musica, svago, storia, casentino


sabato, aprile 19, 2008
 

twin

Preferred



venerdì, aprile 18, 2008
 

Anna

Anna a Napoli nel 1951


La prima da destra
Ieri sera, giovedi 17 aprile, ad Anno Zero (**)- la trasmissione di Santoro - nelle riprese fatte al Circolo Arci di Via Maccari, qui all'Isolotto, dove il PD ha avuto più del 60% dei voti (v. post precedente) era l'anziana donna che indicava l'immagine di Enrico Berlinguer appesa alla parete, con affetto e rimpianto, ma anche con determinazione. Eccola qui nel racconto di Franco Quercioli, altro pezzo forte della storia di questo quartiere.
(**) dovresti poterla vedere qui. (8 minuti dopo l'inizio della trasmissione)

 Non aveva ancora quindici anni quando l’Anna Sbandati cominciò a portare i pacchi dei volantini antifascisti da via della Vigna Nuova, dove faceva la bardottina in un laboratorio di pellicce, fino alla Querce, in via Palazzo dei Diavoli, dove abitavano i Dolfi, un vero e proprio centro clandestino che copriva la zona Isolotto-Monticelli. Gli Sbandati stavano infatti nelle case popolari di via Annibal Caro.

L’Anna era una morettina agile e smilza con gli occhi neri e vivaci e i calzini bianchi che dimostrava quindici anni anche quando ne ebbe di più. Cosa che le servì in seguito durante l’emergenza per passare inosservata tra le pattuglie tedesche e fasciste che vigilavano la zona, quando in bicicletta portava a casa dei Dolfi borse piene di roba per i partigiani, ai quali si era unito suo fratello Armido dopo l’8 settembre del quarantatre. “ Mi capitò anche di conoscere Aligi Barducci, che poi sarebbe stato Potente, il famoso comandante partigiano. Era un bel giovane biondo con gli occhi azzurri con un fare quasi aristicratico, molto riservato, quasi timido al punto che i suoi compagni all’inizio non sapevano come comportarsi.”

Potente era del Pignone, stava in via Benozzo Gozzoli, vicino a casa sua. Quando Armido fu ferito da una bomba a mano dei fascisti mentre in piedi sul predellino della macchina transitava da via Antonio Del Pollaiolo, l’Anna lo seguì prima all’ospedale militare di Monte Uliveto, poi a quello di Siena e lo assistette finchè non fu guarito.

Finita la guerra cominciò a fare volontariato alla Federazione del PCI. Un giorno il Rossi, il segretario, la chiamò per assegnarle un incarico: organizzare i Pionieri, il nascente movimento dei ragazzi che il PCI aveva deciso di promuovere in tutta Italia. Nell’aprile del ’49 la spedirono a Barberino di Mugello ad un corso di formazione che durò più di un mese. Una quarantina di giovanotti e ragazze di varie parti d’Italia. Il direttore del corso, un certo Gianni Rodari, già noto per i suoi racconti sull’Unità, veniva appunto dalla redazione di Milano.

“Quella mattina si aspettava questo Rodari, quando dalla stradina sterrata che portava al casolare che il sindaco di Barberino ci aveva messo a disposizione, si vide salire un giovane con la valigia, piccolo di statura e un po’ dismesso. Arrivato su, si presentò – Sono Gianni Rodari – Ti facevo più grande – gli dissi e lui – Mi fai un complimento, gli dissero così a Gramsci, i compagni, quando arrivò al carcere di Turi - ”.

Da allora l’Anna cominciò a girare per la provincia di Firenze. Spuntarono Pionieri dovunque ci fosse una Casa del Popolo o una sezione del PCI. Ragazze e ragazzi dagli otto ai tredici anni con il fazzoletto rosso al collo e tanta voglia di giocare, di fare teatro e sport, di cantare insieme, di fare escursioni specie nei giorni festivi e nelle vacanze. E poi “La storia di un pugnello di grano” ovvero il grano raccolto dai Pionieri toscani, una campagna di solidarietà per i bambini di Napoli afflitti dal tracoma, una malattia che viene solo agli occhi dei poveri. Ed è proprio nei “bassi” di Napoli che l’Anna si trova l’anno dopo insieme ad altri giovani animatori, in gran parte toscani ed emiliani, per un’estate di iniziative. “Erano proprio squignizzi, un po’ lazzeroni ma simpatici. Si fecero tante cose: giochi, musica e canto, sport e, aiutati dai compagni universitari della città, anche un po’ discuola, perché tanti di quei bambini erano analfabeti. Alla fine si organizzò la festa finale con Gianni Rodari, in un teatro; me ne ricorderò fin che campo”. A Napoli si fece anche una notte nel carcere di Poggioreale per aver manifestato contro il generale Ridgeway, arrivato a Napoli, dalla guerra di Corea. “Io ebbi il compito di buttare verso di lui una bandiera gialla in segno di disprezzo e i poliziotti mi presero subito, fu una notte piena di pensieri, stavo in pena soprattutto per la mamma. Ma la mattina ci fu la sorpresa, arrivò il compagno Cacciapuoti insieme ad altri compagni con un bel mazzo di garofani rossi e mi portò fuori”.

Quando a Roma fu deciso di creare “ Il Pioniere” il giornale per i ragazzi, un’alternativa al Corriere dei Piccoli e al Vittorioso, fu chiamata in via Piemonte, dove era la sede dell’associazione, per una riunione con Enrico Berlinguer che allora era il segretario della federazione giovanile comunista. C’erano i massimi dirigenti dell’associazione: Carlo Pagliarini, Tina Rinaldi, Gianni Rodari e un certo Francia. “Enrico era un giovane affascinante, gli occhi stretti, luminosissimi ed il sorriso arguto e gentile, mi colpì profondamente. Mi sembrava di averlo partorito io, da quanto lo sentivo simile ad una parte di me”. Con Gianni Rodari nacque anche un amore. “Si stette fidanzati per qualche mese, finchè nell’estate del ’51, mi mandarono a Budapest al campo internazionale dei Pionieri. Fu un esperienza bellissima, conobbi giovani e ragazze di tutti i paesi del mondo. Mi ricordo sempre di due giovani arabi che essendo musulmani non potevano mangiare la carne di maiale, ma una sera che avevano fame, si tolsero gli zuccotti che avevano sulla testa e la mangiarono. L’Ungheria si stava riorganizzando. Era finita la guerra da pochi anni e c’era un clima di speranza per il futuro. Gianni era rimasto in Italia a fare il suo primo libro, e ci scrivevamo spesso. Ma quando arrivò una sua lettera con dentro la mia e gli errori segnati, compresi che non era l’uomo adatto e ci lasciammo. Però siamo rimasti sempre in amicizia. Poco dopo mi fidanzai con Oliviero e nel ’52 ci sposò Mario Fabiani, in Palazzo Vecchio”.

Anna Sbandati Cardinali lasciò i Pionieri e cominciò a fare volontariato nell’Unione Donne Italiane, seguì i problemi delle donne in fabbrica ma continuò ad occuparsi dei bambini del loro diritto alla scuola e all’istruzione. Fu proprio alla testa di una delegazione di mamme che richiedevano l’istituzione di una scuola che conobbe il Sindaco La Pira. “Mi resi conto subito di avere di fronte un uomo eccezionale, soprattutto per come trattava le persone, le faceva sentire importanti e avevi la sensazione che ti ascoltasse davvero e capisse i tuoi problemi. Anche Fabiani era stato un grande sindaco ma era diverso, era come dire più severo, più rigoroso, come i comunisti di una volta, La Pira era più spirituale ma anche più allegro e spontaneo”

La storia continua qui

(nella foto, al centro in piedi)


venerdì, marzo 28, 2008
 

Falco Nero e Serpente Maculato

Falco Nero e Serpente Maculato

 

Zona di New York, 1832

Nota storica: sotto il Presidente Andrew Jackson settantamila indiani che vivevano a est del Mississippi furono costretti a spostarsi verso ovest. Quando fu sconfitto e catturato, nel 1832, Falco nero pronunciò questo discorso di capitolazione:

Falco Nero è ora prigioniero degli uomini bianchi [ ... ]. Non ha fatto nulla di cui un indiano debba vergognarsi. Ha combattuto por suoi compatrioti, per le squaw e i papoose, contro i bianchi, che sono venuti anno dopo anno per imbrogliarli e portare via le loro terre... I bianchi sono cattivi maestri; portano libri falsi e si dedicano ad azioni false; sorridono al povero indiano per truffarlo; gli stringon la mano per guadagnare la sua fiducia, per ubriacarlo, per ingannarlo, per rovinare le nostre mogli...
Gli uomini bianchi non prendono lo scalpo; ma fanno di peggio: avvelenano il cuore... Addio, nazione mia! Addio a Falco Nero.


Serpente Maculato
(Membro ultracentenario della tribù dei Creek)

Fratelli! Ho ascoltato molti discorsi del nostro grande padre bianco. Quando aveva appena attraversato le vaste acque, era solo un omino molto piccolo. Aveva i crampi alle gambe per essere stato seduto alungo nella sua grande barca ed elemosinò un po' di terra per accendervi il suo fuoco  ... Ma quando l'uomo bianco si è riscaldato davanti al fuoco degli indiani e saziato con il loro granturco, è diventato molto grande. Con un passo ha scavalcato le montagne, e i suoi piedi coprivano le pianure e le vallate. La sua mano ha afferrato il mare orientale e occidentale e la sua testa si è posata sulla luna. Allora è diventato il nostro grande padre. Amava i suoi figli rossi e ha detto: «Allontanatevi un po', altrimenti rischio di calpestarvi". 
 
 (Howard Zinn, storia del popolo americano dal 1492 a oggi,il Saggiatore, Milano 2007, pp.96, 98)



mercoledì, marzo 05, 2008
 

Votare o vomitare?

 

Votare o vomitare?

Il primo che ho detto.

Non sto seguendo i dibattiti politici. Sono insofferente anche ai convegni sulla laicità dello stato. Per la TV mi rifugio sul satellite (RAI News 24, Arcoiris, Rai Ed 2, RAiSport ). Vado a vedere la Fiorentina su Sky dal mio amico Sergio. Il resto online:
articolo21, Beppe Grillo, Leonardo, Network games per la politica, Laurence of Cyberia , Haramlik,  Kelebek e ultimamente Georgiamada per la Palestina....
A tutti dico votare non vomitare.
D'accordo che il PD è nato per americanizzare la politica italiana: repubblicani e democratici, facce della stessa medaglia.
Però lì la cosa funziona per i padroni del vapore proprio perché gli americani non vanno a votare.  Beppe Grillo potrebbe invitare ad annullare la scheda magari con il Waffa; meglio ancora - in positivo - con un "25" (sottinteso aprile).  Nella situazione in cui siamo non è prudente né saggio né intelligente il "sono tutti uguali" che porti al "tanto peggio tanto meglio" (L'avete voluto!). Perché l'Italia oggi è in grave pericolo; la destra non è una destra: è una banda formata da Cosa nostra, fascisti, piduisti, "terroni" del nord, opus dei Vaticana e Servizi ( uffici distaccati di Cia-Mossad).
Mai si era visto un dispiegamento così aperto e determinato. Abbiamo il piede straniero sopra il cuore. Siamo in un sistema concentrazionario e dobbiamo esser coscienti dei ricatti a cui siamo tutti sottoposti, primi fra tutti i politici sempre sotto il mirino delle "Brigate rosse" di
Henry Kissinger. Il primo gesto da fare alle prossime elezioni è andare al seggio per mettere una croce o per annullare la scheda in maniera intelligibile, con un segnale dichiarato prima. Capito, Beppe Grillo?
Nel 1915, tra Giolitti e Salandra, c'è differenza: con Giolitti, "ministro della malavita", l'Italia si risparmierebbe la guerra e otterrebbe "parecchio" (v. Nota) senza neppure un morto; con Salandra 900.000 morti, 1.200.000 feriti, la miseria nera, le squadracce, la dittatura, la seconda guerra, ancora più stupida e criminale, con le centomila gavette di ghiaccio, la distruzione delle più belle città, con una guerra civile al seguito che ci ha marchiato per la vita.
(Nota):
La gente che è al governo meriterebbe di essere fucilata. Vogliono portare l'Italia alla guerra, per gli altri, senza bisogno; quando sono state già fatte concessioni adeguate. E' un'idea fissa di Sonnino, di fare la guerra per salvare la monarchia, che non è affatto in pericolo. (9 maggio 1915).
In Germania, nel dopoguerra 15-18 c'era il più grande partito socialista d'Europa (o del mondo); quando l'imbianchino riempiva i muri di croci runiche uncinate, i socialisti litigavano tra di loro, mentre, con un patto comune e provvisorio d'emergenza, l'avrebbero potuto fermare. Nonostante gli strozzini delle banche di Francia e Regno Unito,  prime responsabili della morte di un milione di tedeschi antifascisti rimasti sul campo della Resistenza al nazismo. Chi parla mai di questo olocausto?
Scritto a braccio. Chiedo scusa per le semplificazioni storiche.
Parola d'ordine per le prossime elezioni: Tutti alle urne. Il 90%. Chi vuole annulli la scheda con un 25. Ma sia presente a difesa dell'ultima arma della democrazia. Difendiamo l'urna come l'arca santa. E' costata lacrime e sangue alle generazioni che ci hanno preceduto. La mattina del voto leggiamo una di queste pagine, come dicessimo una preghiera.

 

Colombo, gli indiani e il progresso umano (1)

 Colombo, gli indiani e il progresso umano
 (L'Occidente, il Medio Oriente e il progresso umano)
Uomini e donne arawak, nudi, abbronzati e colmi di meraviglia, accorsero dai villaggi alle spiagge dell'isola e si lanciarono a nuoto per vedere meglio quella grande barca strana. Quando Colombo e i suoi marinai raggiunsero la riva, con le loro spade e la loro parlata bizzarra, gli arawak corsero ad accoglierli portando cibo, acqua, doni. Colombo avrebbe poi scritto sul suo giornale di bordo:
Ci portavano pappagalli, matasse di filo di cotone, zagaglie e tante altre cose e le scambiavano con altre che noi davamo loro, come granelli di vetro e sonagli. Insomma prendevano tutto e davano di quanto avevano con buona volontà L .. ] sono tutti di bella figura, bellissimo corpo e gradevoli nella fisionomia [ ... ] non portano armi, né le conoscono: perché mostrai loro le spade ed essi per ignoranza, prendendole per il taglio, si ferivano. Non hanno alcuna sorta di ferro. Le loro zagaglie sono certe verghe senza ferro [ ... ]. Devono essere buoni e ingegnosi servitori L .. ]. [Le Altezze Vostre] con una cinquantina di uomini li terranno tutti sottomessi e potranno far fare loro tutto ciò che vorranno.
 
Questi arawak delle isole Bahamas somigliavano molto agli indiani della terraferma, che si distinguevano (i viaggiatori europei lo avrebbero ripetuto più volte) per la loro ospitalità, per la volontà di condividere ciò che avevano. Non erano qualità diffuse nell'Europa del Rinascimento, dominata dalla religione dei papi, dal governo dei re, dalla brama di denaro tipica della civiltà occidentale e del suo primo messaggero nelle Americhe, Cristoforo Colombo.
Scrisse Colombo: «E dopo essere giunto nelle Indie, nella prima isola che trovai presi a forza alcuni di essi, perché venissero istruiti e mi dessero notizia di quello che c'era da quelle parti». II navigatore voleva innanzitutto sapere dove si trovava l'oro. Aveva persuaso il re e la regina di Spagna a finanziare una spedizione verso le terre e le ricchezze che pensava di trovare dall' altra parte dell' Atlantico: le Indie, l'Asia, l'oro e le spezie. Infatti, come altre persone della sua epoca, sapeva che la terra è rotonda e che navigando verso ovest si poteva raggiungere l'Estremo Oriente.
La Spagna, unificata di recente, era uno dei nuovi stati nazionali moderni, come la Francia, l'Inghilterra e il Portogallo. I suoi abitanti, per lo più contadini poveri, lavoravano per la nobiltà, che costituiva il 2 percento della popolazione e possedeva il 95 percento della terra. La Spagna si era legata alla chiesa cattolica, aveva espulso tutti gli ebrei e scacciato i mori. Come altri stati moderni, cercava l'oro, che stava diventando il nuovo emblema della ricchezza, più utile della terra perché poteva comprare qualsiasi cosa.
Si pensava che in Asia ci fosse l'oro, oltre alle sete e alle spezie di cui si aveva già la certezza: Marco Polo e altri viaggiatori avevano riportato secoli prima oggetti meravigliosi dalle loro spedizioni via terra. Ora che i turchi avevano conquistato Costantinopoli e il Mediterraneo orientale, e controllavano quindi le vie di terra per l'Oriente, c'era bisogno di una rotta marittima. I navigatori portoghesi stavano esplorando quella che passava per l'estrema punta meridionale dell'America; la Spagna decise di scommettere sulla lunga traversata di un oceano sconosciuto.
In cambio dell'oro e delle spezie che avrebbe riportato, Ferdinando e Isabella promisero a Colombo il 10 percento dei profitti, la carica di governatore delle terre che avrebbe scoperto e la fama che avrebbe accompagnato un nuovo titolo creato per lui: ammiraglio del Mare Oceano. Colombo era agente di un mercante di Genova, talvolta lavorava come tessitore (il mestiere di suo padre) ed era un marinaio esperto. Salpò con tre caravelle, la più grande delle quali era la Santa Maria, lunga una trentina di metri e con un equipaggio di trentanove uomini.
Non avrebbe mai potuto raggiungere l'Asia, che era migliaia di miglia più distante di quanto avesse calcolato, immaginando una terra più piccola. Quella immensa distesa d'acqua lo avrebbe condannato a morte. Ma fu fortunato; percorso un quarto del cammino, si imbatté  in una terra ignota e inesplorata situata fra l'Europa e l’Asia: le Americhe. Era l'inizio di ottobre del 1492, trentatre giorni dopo l che lui e il suo equipaggio avevano  lasciato le isole canarie, al largo della costa atlantica dell’Africa.
…Poi, il 12 ottobre, un marinaio di nome Rodrigo vide brillare la luna del primo mattino sulla sabbia bianca e gridò. Era un'isola delle Bahamas, nel Mar dei Caraibi. Al primo uomo che avesse avvistato la terra era stata promessa una pensione vitalizia di diecimila maravedì, ma Rodrigo non la ebbe mai: Colombo affermò di aver visto una luce la sera precedente, e la ricompensa toccò a lui.
Così, mentre si avvicinavano alla riva, furono accolti dagli indiani arawak, che uscirono a nuoto per dare loro il benvenuto. Gli arawak vivevano in villaggi comunitari, avevano un'agricoltura sviluppata, coltivavano mais, batata e manioca. Sapevano filare e tessere, ma non avevano cavalli né animali da lavoro. Non conoscevano il ferro, ma portavano alle orecchie piccoli ornamenti d'oro.
Questa usanza avrebbe avuto conseguenze di grande portata: indusse Colombo a condurre alcuni di loro a bordo come prigionieri, perché voleva che lo guidassero dove si trovava l'oro. Poi navigò fino all' attuale Cuba e quindi a Hispaniola (l'isola che oggi comprende Haiti e la Repubblica Dominicana). Qui, scorgendo tracce d'oro nei fiumi e ricevendo da un capo locale una maschera aurea, cominciò a sognare campi auriferi.
A Hispaniola, con il legname della Santa Maria, che si era incagliata, Colombo costruì un forte, la prima base militare europea nel continente americano. Lo chiamò Navidad (Natale) e vi lasciò trentanove uomini dell' equipaggio, con l'ordine di trovare e raccogliere l'oro.  Prese altri prigionieri indiani e li portò a bordo delle due navi rimanenti. In una località dell'isola ebbe una scaramuccia con alcuni indiani che rifiutavano di scambiare tutti gli archi e le frecce che lui e i suoi uomini volevano; due arawak furono passati da parte a parte con le spade e morirono dissanguati. Poi la Nina e la Pinta salparono per le Azzorre e la Spagna. Quando il clima si fece più freddo, i prigionieri indiani cominciarono a morire.
A corte, a Madrid, Colombo fece racconti esagerati. Sostenne di aver raggiunto l'Asia (si trattava di Cuba) e un'isola allargo della costa cinese (Hispaniola). Le sue descrizioni erano in parte reali, in parte inventate:
La Hispaniola è una meraviglia: le catene di monti, le montagne, i terreni coltivabili, le campagne e le terre cosi belle ed ampie [ .. ,]. I porti del mare di qui sono incredibili se non si vedono e i fiumi sono molti e grandi, buone le acque e la maggior parte di essi porta oro [ .. ,] ci sono molte spezie e grandi miniere d'oro e di altri metalli.
 
Gli indiani, riferì Colombo, erano «così sinceri e così generosi con ciò che possiedono, che non lo può credere se non chi lo vede. Non dicono mai di no, se uno glielo chiede, di qualunque cosa abbiano, anzi con l'occasione invitano la persona». La sua relazione si concludeva chiedendo alle loro maestà un piccolo aiuto, in cambio del quale, con il viaggio successivo, avrebbe riportato «oro quanto ne avranno bisogno» e «schiavi quanti vorranno». I suoi discorsi erano pieni di slanci religiosi e di riferimenti all' «eterno Dio Nostro Signore, che dà a tutti quelli che seguono la sua strada la vittoria in cose che sembrano impossibili».
Grazie alla relazione e alle promesse esagerate di Colombo, la sua seconda spedizione poté contare su diciassette navi e su oltre milleduecento uomini. Lo scopo era chiaro: procurare schiavi e oro. Nei Caraibi passarono da un'isola all' altra catturando prigionieri indiani. Quando però si diffuse la notizia delle loro intenzioni, gli europei trovarono sempre più spesso villaggi deserti. Ad Haiti scoprirono che i marinai lasciati a Forte Navidad erano stati uccisi in una battaglia con gli indiani, dopo che avevano imperversato in lungo e in largo nell'isola alla ricerca dell'oro, portando via donne e bambini come schiavi da sfruttare per il sesso e il lavoro.
Dalla sua base ad Haiti, Colombo inviò nell' entroterra una spedizione dopo l'altra. Non trovarono campi auriferi, ma dovevano pur riempire le navi di ritorno in Spagna con qualche tesoro. Nel 1495 condussero una grande razzia di uomini, donne e bambini arawak: ne catturarono millecinquecento, li chiusero in recinti sorvegliati dagli spagnoli con i cani, poi scelsero i cinquecento esemplari migliori da caricare sulle navi. Duecento di loto morirono durante il viaggio; gli altri arrivarono in Spagna e furono messi in vendita dall' arcidiacono della città, il quale riferì che, sebbene fossero «nudi come il giorno in cui erano nati», gli schiavi si mostravano privi di vergogna «come animali». Colombo avrebbe poi scritto: «In nome della Santa Trinità, continuiamo a inviare tutti gli schiavi che si possono vendere.
Ma troppi schiavi morivano in cattività, perciò Colombo, mosso dalla necessità di garantire un profitto a chi aveva finanziato l'impresa, doveva mantenere la promessa di riempire d'oro le navi. Nella provincia di Cicao, ad Haiti, dove lui e i suoi uomini pensavano che esistessero enormi campi auriferi, ordinarono a tutte le persone dai quattordici anni in su di raccogliere e consegnare ogni tre mesi una certa quantità d'oro. In cambio ricevevano dischetti di rame da appendere al collo. Agli indiani trovati senza dischetti venivano mozzate le mani e li si lasciava morire dissanguati.
 
Gli autoctoni avevano ricevuto un compito impossibile. Il solo oro presente nella zona era quel poco di polvere che si riusciva a raccogliere nei corsi d'acqua. Così fuggivano, ma venivano inseguiti con i cani e uccisi.
Quando tentavano di organizzare una resistenza, gli arawak si trovavano di fronte spagnoli protetti da armature, con moschetti, spade e cavalli. Quando gli europei prendevano prigionieri, li impiccavano o li bruciavano vivi. Gli arawak cominciarono a suicidarsi in massa con un veleno ricavato dalla manioca; uccidevano anche i neonati per "salvarli" dagli spagnoli. Nel giro di due anni, metà dei duecentocinquantamila indiani di Haiti era morta a causa degli assassini, delle mutilazioni e dei suicidi.
Quando fu chiaro che non rimaneva altro oro, gli indiani furono utilizzati come schiavi in grandi latifondi divenuti poi noti come encomiendas. Erano costretti a lavorare a ritmi massacranti e morivano a migliaia. Nel 1515 rimanevano forse cinquantamila indiani; nel 1550 erano ridotti a cinquecento. Da una relazione del 1650 si ricava che sull'isola non rimaneva nemmeno un arawak.
La fonte principale e per molti aspetti unica di informazioni su ciò che accadde in quelle isole dopo la partenza di Colombo è Bartolomé de Las Casas, un giovane prete che partecipò alla conquista di Cuba. Per un certo periodo fu proprietario di una piantagione coltivata da schiavi indigeni, ma se ne disfece e divenne un critico convinto della crudeltà degli spagnoli. Las Casas trascrisse il giornale di bordo di Colombo e dopo i cinquant'anni cominciò una Storia delle Indie in più volumi.
Nella società indiana, le donne erano trattate così bene che gli Spagnoli ne furono stupiti. Las Casas descrive i rapporti tra i sessi:
Non esistono leggi sul matrimonio: uomini e donne ugualmente scelgono i propri compagni e li lasciano a proprio piacimento, senza offesa, gelosia o rancore. Si moltiplicano assai abbondantemente; le donne gravide lavorano fino all'ultimo e partoriscono quasi senza dolore; in piedi il giorno successivo, si bagnano nel fiume e sono pulite e sane come prima di partorire. Se si stancano del proprio uomo, si procurano aborti con erbe che provocano la nascita di un bambino morto, coprendo le parti vergognose con foglie o  stoffa di cotone; anche se in genere gli  uomini e le donne indiani vedono la nudità totale con la stessa indifferenza con cui noi guardiamo la testa o le mani di un uomo.
 
Gli indiani, racconta Las Casas, non attribuiscono valore all'oro e ad altre cose preziose:
 Mancano di qualsiasi forma di commercio, non comprano e non vendono e contano solo sul loro ambiente naturale per il sostentamento. Danno con estrema generosità ciò che possiedono e per la stessa ragione agognano i beni dei loro amici e si aspettano lo stesso grado di liberalità.
 
Las Casas descrive il trattamento che gli spagnoli riservano agli indiani:
Infinite testimonianze [ ... ] confermano che i nativi hanno un temperamento mite e pacifico [. .. ]. Ma la nostra opera è stata esasperare, devastare, uccidere, dilaniare e distruggere; non sorprende, allora, che di tanto in tanto tentassero di uccidere uno di noi [ ... ]. L'Ammiràglio, certo, fu cieco come quelli che sono venuti dopo di lui e tanto ansioso di compiacere il Re che commise crimini irreparabili contro gli indiani.
 
Il dominio totale produceva crudeltà totale. Gli spagnoli «non esitavano ad accoltellare gli indiani dieci o venti alla volta e a tagliarli a fette per provare il filo delle loro lame». Las Casas narra che «un giorno due di questi cosiddetti cristiani incontrarono due fanciulli indiani, ciascuno dei quali recava un pappagallo; presero i pappagalli e per divertimento decapitarono i fanciulli».
Mentre gli uomini nativi venivano inviati nelle miniere a molti chilometri di distanza, le loro donne erano utilizzate per l'agricoltura,costrette a svolgere faticosissimi lavori di sterro per creare migliaia di collinette destinate alla coltivazione della manioca:
I mariti e le mogli si riunivano solo una volta ogni otto o dieci mesi e quando si incontravano erano entrambi così esausti e sconfortati  che cessavano di procreare. Quanto ai neonati, morivano presto, perché le madri, stremate e affamate, non avevano latte e per questa ragione, mentre ero a Cuba, morirono settemila bambini in tre mesi. Alcune madri giungevano ad affogare i propri neonati per pura disperazione [ .. .]. Perciò i mariti morivano nelle miniere, le mogli morivano sul lavoro e i bambini morivano per mancanza di latte  e in breve tempo questa terra che era così grande, possente e fertile [ .. .] fu spopolata L.,]. I miei occhi hanno veduto questi atti così estranei alla natura umana e ora fremo mentre scrivo.
 
Al momento del suo arrivo a Hispaniola nel 1508, racconta Las Casas, «vivevano su quest’isola    sessantamila persone, inclusi gli indiani; quindi dal 1494 al 1508 più di tre milioni di persone erano  perite a causa della guerra, della schiavitù, delle miniere.Chi tra i posteri potrà crederlo?».
Cominciò così, cinquecento anni fa, la storia dell'invasione europea degli insediamenti indiani delle Americhe, una storia di conquista, di schiavitù e di morte. Nei libri di storia studiati da generazioni di bambini statunitensi, tutto ha inizio con un'avventura eroica, senza spargimento di sangue, e il Columbus Day è una data da celebrare. Solo in anni recenti si sono visti piccoli segni di cambiamento.
Dopo le scuole elementari e secondarie si potevano trovare tracce di una storia diversa. li più autorevole specialista su Colombo era lo storico di Harvard Samuel Eliot Morison, autore di una biografia in più volumi e navigatore che aveva ripercorso personalmente la rotta di Colombo attraverso l'Atlantico. Nel suo noto libro Cristoforo Colombo uomo di mare, scritto nel 1954, diceva a proposito dell'asservimento e dell'uccisione degli indiani: «La crudele politica inaugurata da Colombo e proseguita dai suoi successori portò al genocidio totale».
Ma si tratta di un unico accenno, in una pagina sepolta a metà della narrazione di una grande avventura romantica. Nell'ultimo capoverso del libro, Morison riassume la sua idea di Colombo:
Aveva le sue pecche e i suoi difetti, ma in larga misura coincidevano con le stesse qualità che lo rendevano grande: la volontà indomabile, la grandiosa fede in Dio e nella propria missione di portatore di Cristo nelle terre d'oltremare, l'ostinata perseveranza, anche quando era ignorato, povero e scoraggiato. Ma non vi erano macchie o lati oscuri nella sua qualità più sostanziale e notevole, quella di navigatore.
 
Sul passato si può mentire direttamente, oppure si possono omettere fatti che suggerirebbero conclusioni inammissibili. Morison non sceglie di mentire su Colombo, e non tace sulle uccisioni di massa, anzi le definisce con il termine più pesante: genocidio.
Ma fa anche qualcos' altro. Accenna rapidamente alla verità e poi passa a ciò che più gli importa. La menzogna aperta, così come l’omissione, rischia infatti di essere scoperta e di indurre il lettore a diffidare dell'autore. Esporre i fatti seppellendoli sotto una massa di altre notizie, invece, è come dire al lettore con una noncuranza contagiosa: sì, lo sterminio c'è stato, ma non è poi così importante; non deve pesare troppo sul nostro giudizio finale, né influenzare ciò che facciamo.

Howard Zinn, Storia del popolo americano dal 1492 a oggi. Il Saggiatore, Milano 2007 Pag. 9-15



sabato, febbraio 23, 2008
 

Tra vent'anni


* I computer di tutti i giorni raggiungeranno le capacità dell'intelligenza umana entro 20 anni.

* Avremo l'opzione di installare piccoli robot nei nostri cervelli, per incrementare la nostra intelligenza.

* Ogni parte del nostro corpo potrà avere un equivalente artificiale per consentirci di vivere più a lungo.

* La realtà virtuale sarà competitiva con la realtà ordinaria come un'alternativa percorribile.

MindPractice Virtual Reality Is Reality

Scritto da Granieri.

Tra vent'anni i primi 3 punti. Il quarto l'hanno già realizzato e l'11 settembre è la grande opera prima. Venuta a coronamento di mille provini. E' tuttora in atto. Non se ne conosce ancora la conclusione.



domenica, gennaio 27, 2008
 

Giornata della memoria (4)

Non condivido la separazione della Shoah dal contesto generale


Domenica, 27 Gennaio 2008 -    
  
INFERNO

[Canto XXVIII, nel quale tratta le qualitadi de la nona bolgia, dove l'auttore vide punire coloro che commisero scandali, e' seminatori di scisma e discordia e d'ogne altro male operare.]
Chi poria mai pur con parole sciolte
dicer del sangue e de le piaghe a pieno
ch'i' ora vidi, per narrar più volte?
Ogne lingua per certo verria meno
per lo nostro sermone e per la mente
c'hanno a tanto comprender poco seno.
S'el s'aunasse ancor tutta la gente
che già, in su la fortunata terra
di Puglia, fu del suo sangue dolente
per li Troiani e per la lunga guerra
che de l'anella fé sì alte spoglie,
come Livïo scrive, che non erra,
con quella che sentio di colpi doglie
per contastare a Ruberto Guiscardo;
e l'altra il cui ossame ancor s'accoglie
a Ceperan, là dove fu bugiardo
ciascun Pugliese, e là da Tagliacozzo,
dove sanz' arme vinse il vecchio Alardo;
e qual forato suo membro e qual mozzo
mostrasse, d'aequar sarebbe nulla
il modo de la nona bolgia sozzo.
 
 ...questi storici non mettono in dubbio la persecuzione ebraica ad opera del regime hitleriano e tanto meno le vittime dei campi di concentramento, ne contestano solo i numeri e le modalità e, soprattutto, non condividono la separazione della Shoah dal contesto generale, come se - è quanto affermano - la tragedia della seconda guerra mondiale con i suoi 55 milioni di morti in maggior parte civili, le città rase al suolo, le bombe atomiche, i campi di prigionia, le morti per malattie, fame e stenti e i massacri a guerra finita fossero una semplice cornice al dramma ebraico.
Il sospetto che ci pervade è che dietro questa ondata repressiva, degna dei peggiori regimi oscurantisti, vi sia la paura del libero confronto, anzi il terrore che sulla base delle nuove acquisizioni derivanti, ad esempio, dall’accesso agli archivi di Stato dell’ex Unione sovietica o da recenti studi sui flussi demografici o da semplici calcoli fisici e analisi chimiche, certe verità, elevate a miti, possano essere messe in discussione e, di conseguenza, ridimensionate nella loro portata storica, confermando in ciò la tesi di George Orwell secondo cui: «chi controlla il passato, controlla il presente». (2007)
http://www.nexusedizioni.it/

Uomini e Topi
[…] «Le grida di gioia e dolore seguite al finto ritiro [dei coloni ebraici da Gaza] non erano ancora svanite, che è cominciato il vero assedio e bombardamento di Gaza.
Qualche mese di bombardamenti, la vera conquista di Gaza e l’arresto dei leader palestinesi ha completato l’immagine del grasso gatto che gioca col topo.
I nostri lettori forse ricordano che al culmine della sceneggiata sul ritiro, noi, in ‘Tanto rumore per Gaza’, invitammo tutti a diminuire le aspettative: un ritiro israeliano è sempre seguito da una spinta in avanti, come accade negli stupri.
Non vi aspettate che sia l’ultimo: un detto ebraico dice che un inglese se ne va senza dire addio, un ebreo dice addio e non se ne va.
I lettori delle mie pagine hanno avuto, come sempre, la giusta previsione: gli ebrei sono tornati.
E anche l’intermezzo è stato triste.
Israel Shamir 2006

Casentino e dintorni (estate 44)

Dopo le stragi che già nell’aprile erano state consumate contro le popolazioni civili, comprese donne e bambini, a Vallucciole (108 morti), a Partina e a Moscaio di Banzena (in totale 37 morti), il 14-15 giugno fu la volta di Chiusi della Verna dove furono uccise 10 persone, quindi saccheggiate e devastate le case. Il 20 toccò a Montemignaio, dove vennero uccisi 11 uomini; il 29 ancora a Montemignaio, in località Carbonettoli, dove nazisti e repubblichini catturarono, seviziarono e massacrarono 5 persone. Lo stesso giorno a Castel San Niccolò, in località 
Soldati alleati nel territorio di Chiusi della Verna. Cetica, vennero fucilati 13 civili, mentre una decina di partigiani moriva in combattimento.
Nei due mesi successivi la tragica sequela proseguì con l’uccisione, tra luglio e agosto, di numerosi civili a Poppi, Pieve Santo Stefano, Sansepolcro, Sestino e Montemignaio. Nel settembre, quando sembravano ormai vicine la fine della guerra e la ritirata tedesca, ancora altri eccidi insanguinarono la terra aretina più prossima alla Linea Gotica: fucilazioni e massacri si susseguirono a Sestino, Montemignaio, Pratovecchio, Badia Prataglia e Badia Tedalda. Questa striscia di sangue fu anche l’effetto del rallentamento della ritirata tedesca in provincia di Arezzo, iniziata invece con grande velocità dopo la caduta di Roma il 4 giugno. Il ripiegamento si protrasse dalla fine di giugno alla fine di settembre, primi di ottobre, e lasciò segni di morte e di tragedia dappertutto.
Continua qui 

Foto tedesche

Foto italiane

Perché la guerra è prima di tutto stupida.

Appendice di ricordi personali

E naufragar è amaro in questo mare

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storia, memoria, guerra, casentino


sabato, gennaio 05, 2008
 

Keplero, Galilei, Newton (II)

 

Spigolature fatte al volo

Keplero

Sua madre gli mostrò la cometa del 1577 e l'eclissi lunare del 1580 svegliando così in Keplero l'interesse per l'astronomia.
Nell'agosto 1620 la madre di Keplero viene accusata di stregoneria e rilasciata solo nell'ottobre 1621 quando non ha ammesso neanche sotto tortura le colpe di stregoneria.

Sposa Barbara Mühleck, la quale gli dà due figli, ma muore già nel 1611.

Keplero muore a 58 anni a Regensburg, in povertà.

Ancora oggi sulla sua lapide si può leggere l'epigrafe da lui stesso composta:

"il mio spirito ha misurato il cielo, ora misura la profondità della terra."

Galileo

« La filosofia è scritta in questo grandissimo libro che continuamente ci sta aperto innanzi a gli occhi (io dico l'universo), ma non si può intendere se prima non s'impara a intender la lingua, e conoscer i caratteri, ne' quali è scritto. Egli è scritto in lingua matematica, e i caratteri son triangoli, cerchi, ed altre figure geometriche, senza i quali mezi è impossibile a intenderne umanamente parola; senza questi è un aggirarsi vanamente per un oscuro laberinto. »
 (Galileo Galilei, Il Saggiatore)

Una macchia nel sole:

^ Galilei  conviveva con una donna, la veneziana Marina Gamba, dalla quale ebbe un figlio maschio e due femmine, ma che non volle mai sposare e che lasciò in occasione del suo trasferimento a Padova.  « Provvisoriamente, mise le figliuole in casa del cognato, ma doveva pensare a una loro sistemazione definitiva: cosa non facile perché, data la nascita illegittima, non era probabile un futuro matrimonio. Galileo pensò allora di monacarle. Sennonché le leggi ecclesiastiche non permettevano che fanciulle così giovani facessero i voti, e allora Galileo si raccomandò ad alti prelati per poterle fare entrare egualmente in convento: così, nel 1613, le due fanciulle - una di 13 e l'altra di 12 anni - entravano nel monastero di San Matteo d'Arcetri e dopo poco vestirono l'abito. Virginia, che prese il nome di suor Maria Celeste, riuscì a portare cristianamente la sua croce, visse con profonda pietà e in attiva carità verso le sue consorelle. Livia, divenuta suor Arcangela, soccombette invece al peso della violenza subita e visse nevrastenica e malaticcia. »
 (Sofia Vanni Rovighi, "Storia della filosofia moderna e contemporanea. Dalla rivoluzione scientifica a Hegel", Brescia 1976)
Nota a margine: Jean Jacques Rousseau, curiosamente, come altri grandi pedagoghi, non fu per nulla affettuoso padre dei suoi figli, cinque, che abbandonò in orfanotrofio, ma grande educatore al di fuori della famiglia.
Galileo morì ad Arcetri, qui a Firenze, a 86 anni, povero e a domicilio coatto. La sua tomba è in Santa Croce ed è la prima cosa che i turisti giapponesi vogliono vedere. E' sepolto all'inizio della navata sinistra.

Newton

« Non so come il mondo potrà giudicarmi ma a me sembra soltanto di essere un bambino che gioca sulla spiaggia, e di essermi divertito a trovare ogni tanto un sasso o una conchiglia più bella del solito, mentre l'oceano della verità giaceva insondato davanti a me. »
 (Isaac Newton)

 Era, a detta di molti, un uomo scorbutico e sgradevole. Era paranoico e temeva la povertà e le critiche degli altri. Era litigioso e si imbarcò in dispute accanite con molti suoi contemporanei come Hooke, Leibniz o Flamsteed.

Temeva che le sue idee poco ortodosse sulla religione potessero causargli problemi e tenne segreti i suoi scritti filosofici. Non solo, egli non pubblicò nemmeno, o pubblicò molto tardi, gran parte dei suoi scritti scientifici. Probabilmente fece ciò per paura delle critiche, ma alcuni ritengono che fosse guidato da convinzioni molto vicine al pitagorismo e che considerasse il sapere come bene da condividere solo tra pochi eletti.

Newton si interessò molto anche di religione. Negli anni sessanta del XVII secolo, Newton scrisse numerosi opuscoli religiosi sulla interpretazione letterale della Bibbia. Credeva che in vari punti il testo del libro fosse stato forzato e falsificato e si adoperò in ogni misura per riuscire a trovare il significato originale del libro. La fede di Henry More nell'infinitezza dell'universo potrebbe aver influenzato le idee religiose di Newton. Studiando la Bibbia infatti Newton arrivò alla conclusione che il dogma trinitario fosse un'invenzione postuma. Un manoscritto che egli inviò a John Locke nel quale metteva in discussione l'esistenza della Trinità non fu mai pubblicato.
Odiava la Chiesa cattolica e si oppose a i provvedimenti filo-cattolici che Giacomo II volle imporre all'Università di Cambridge. Forse per i suoi interessi alchemici è stato più volte accostato ad presunte organizzazioni segrete come la setta dei Rosacroce e il Priorato di Sion (di cui si dice che sia stato anche grande maestro).
Newton non si sposò mai, né ebbe figli riconosciuti.
Morì a Londra, a 84 anni, in grande onore.

 

Keplero, Galilei, Newton

La citazione
Popper su Keplero,
Galilei e Newton
Per il noto filosofo,
il più gran “gigante”
fu il poco dogmatico
astronomo tedesco
«Tra i tre giganti dello spirito – i coevi Galilei e Keplero e il loro successore Newton –, che insieme (e con altri) hanno creato la nostra scienza, forse Keplero è il più grande. […] Galilei era profondamente prigioniero della credenza in un movimento circolare naturale – esattamente la credenza che Keplero, dopo lunghe lotte con se stesso e con l’astronomia, sconfisse. Newton scrisse un grosso libro sulla tradizionale (principalmente biblica) storia dell’umanità, che egli corresse nelle sue datazioni secondo princìpi guidati con evidenza da superstizioni; e Keplero non era solo un astronomo, bensì anche un astrologo – per questo Galilei, e parecchi altri ancora, ebbero nei suoi confronti un atteggiamento di rifiuto. Ma l’astrologia di Keplero – la superstizione – fu da lui stesso combattuta nelle sue forme dogmatiche. […] Forse Keplero era, tra questi tre giganti, il meno dogmatico nella sua superstizione».

(da Tutta la vita è risolvere problemi. Scritti sulla conoscenza, la storia e la politica, curato da Dario Antiseri, Rusconi, 1996)

Karl Popper


LA RILETTURA

Popper dichiarò di non essere uno specialista di Keplero ma un suo ammiratore. Questa predilezione del noto filosofo per lo scienziato tedesco deriva da una caratteristica che li accomuna entrambi: l’amore che dimostrano di avere per la verità e l’implacabile ricerca di essa.
Da una deviazione di otto minuti d’arco, dall’ipotesi di orbite circolari ipotizzate da Tycho Brahe, Keplero riuscì a scoprire le leggi che regolano il moto dei pianeti.
Quest’ultimo fece luce su una falsa opinione divenuta d’uso comune – l’esistenza delle sfere celesti –, confutata antecedentemente dalle misurazioni di Brahe, ma che solo egli stesso, per amore della grande armonia esistente nell’universo, seppe verificare e controllare, portando a termine un’ardua impresa come quella di dimostrare l’ipotesi delle orbite ellittiche compiute dai pianeti attorno al sole.

Keplero imparava dai propri errori – Secondo Karl Popper, Keplero non conosceva ancora il calcolo integrale ma intuitivamente era arrivato al calcolo differenziale: ecco il motivo per il quale non insistette molto sulle prime due leggi dei moti planetari. Fu poi Newton che riuscì a trovare la causa dell’armonia cosmica nella forza gravitazionale. Sempre secondo Popper, Keplero non fu lo scienziato che riprese le osservazioni del maestro Brahe, facendole sue, ma fu colui che, sulla base di ipotesi e confutazioni empiriche e imparando dai propri errori, giunse a delle conclusioni di vasta portata. Perché dunque Popper considera Keplero il più grande dei “giganti”?

Il più grande dei “giganti” – Quando Popper fa questa affermazione, prende in considerazione la frase scritta in modo ironico da Isaac Newton nel 1676 al suo critico Robert Hooke (nei confronti del quale egli non provava alcuna simpatia), nella quale lo scienziato affermava di aver fornito una filosofia che vede lontano perché siede sulle spalle dei “giganti”. Tale frase rappresentava in origine una sottile allusione alla postura curva di Hooke (e in questo senso la filosofia newtoniana si elevava molto più in alto di quanto non potesse fare lo stesso Hooke), ma assunse poi il significato comune di riconoscere ai propri predecessori – Copernico, Keplero e Galilei – il merito di aver posto le fondamenta dello sviluppo scientifico. Il grande filosofo austriaco elogia Keplero perché il modo di procedere di quest’ultimo è il meno dogmatico di tutti e, in quanto tale, molto vicino alla filosofia popperiana che procede per prove ed errori.

L’immagine: la copertina di Tutta la vita è risolvere problemi.

Dora Anna Rocca
Trovato qui
Per me Galileo rimane il più ricco di umanità. 

Ma non ho prove dimostrative per il confronto. Leggerò le tre biografie su Wikipedia.


venerdì, ottobre 19, 2007
 

ITALIA: NON SEGUA LA STRADA DEL NOSTRO PAESE
 
Al nuovo governo di centro-sinistra noi Statunitensi per la pace e la giustizia di Roma nel giugno 2006 scrivemmo una lettera aperta chiedendo che fossero riconsiderati alcuni tipi di “sostegno” dati agli Stati Uniti, dall’ospitalità e contributi finanziari --attraverso accordi segreti --per le basi militari, allo stoccaggio di armi nucleari, all’appoggio logistico per i voli segreti della CIA, all’invio di truppe in Afghanistan e in Iraq.
 Il ritiro delle truppe italiane dall’Iraq, pur essendo un importante passo, finisce per essere sminuito dal fatto che non solo il governo italiano non si è mosso nelle direzione da noi auspicata, e cioè verso obiettivi di pace, ma addirittura ha proseguito sulla strada della maggiore militarizzazione dell’Italia e nel rafforzare il sostegno alle devastanti politiche degli Stati Uniti. 
Abbiamo visto infatti il governo italiano approvare la nuova base militare statunitense al Dal Molin di Vicenza. Il nostro paese, oltre alle 6000 basi militari sul proprio territorio nazionale, ne ha più di 700 in giro per il mondo, che costituiscono una rete senza precedenti mirata a garantire il proprio dominio militare, economico e politico a livello globale. Queste basi fanno parte della strategia della forward presence, ossia di una "presenza avanzata", che ormai è centrale alla dottrina della guerra preventiva. Di conseguenza, il paese che le ospita diventa direttamente uno strumento della guerra permanente e globale. Abbiamo visto firmare l’accordo sullo scudo antimissilistico statunitense, che coinvolge non solo le industrie italiane ma anche la ricerca con una ulteriore militarizzazione della stessa e con tagli alla ricerca civile, per non parlare della pericolosità di un sistema che ci porta verso una nuova guerra fredda.  
Abbiamo visto firmare l’accordo sul caccia statunitense F-35 Lightning (Joint Strike Fighter) della Lockheed Martin. L’Italia così si assume ulteriori impegni in un progetto statunitense che è già 31.600 milioni fuori budget e che prevede un enorme investimento di soldi pubblici (1.931 milioni USD per le prime due fasi e da 5.000 a 12.576 milioni USD per l'eventuale acquisto di 100-131 velivoli). Il rientro dei soldi pubblici investiti sarà solo sotto forma di commesse all'industria bellica privata.
Abbiamo visto il ricorso al segreto di stato sul caso dei voli segreti della CIA e Abu Omar.
 Nella seconda relazione del Consiglio d’Europa sulla pratica dell’extraordinary rendition, l’Italia, insieme alla Germania, viene particolarmente criticata per aver utilizzato il concetto del segreto di stato per ostacolare le indagini sul caso del rapimento di Abu Omar sul suolo italiano da parte della CIA.
 
E vediamo ancora le truppe italiane in Afghanistan, una missione che nessuno può più chiamare di pace.
 LA MILITARIZZAZIONE NEL NOSTRO PAESE SI È GIÀ AMPIAMENTE DIMOSTRATA UNA STRADA SBAGLIATA.
La spesa militare impegna metà del budget federale statunitense, mentre le spese sociali vengono tagliate con sempre più servizi privatizzati.
. Negli Stati Uniti, il 50% dei fondi per la ricerca universitaria proviene dal Pentagono e la cifra sale al 70% per le facoltà tecniche come ingegneria e informatica.
. Con la legge No Child Left Behind del 2002, le scuole pubbliche sono costrette a fornire al Pentagono i dati anagrafici degli studenti ai fini del reclutamento, pena la perdita dei fondi federali.
. I politici, sia Democratici che Repubblicani, non esitano ad approfittare dell’enorme
quantità di denaro mossa dalle commesse militari a scapito di programmi sociali e civili.
Condizioni di un mondo migliore potranno venire soltanto da un forte impegno nel reindirizzare la spesa militare verso iniziative che possano contribuire a soddisfare le esigenze fondamentali delle persone.
 Statunitensi per la pace e la giustizia – Roma
www.peaceandjustice.it info@peaceandjustice.it
 
 
Ho mandato la mia email di adesione alla manifestazione del 20 ottobre a Roma. Ho messo qui il volantino degli americani resistenti che abitano a Roma e che sono collegati con quelli di altre città, compresa Firenze. Di questi ne conosco personalmente più di uno. Io considero il popolo americano col suo melting pot un popolo oggettivamente superiore a tanti altri, compresi i cinesi che vanno a giro per il mondo, lavorano come pazzi spesso come schiavi, ma non si mescolano con gli altri. Gli americani sono diversi, ma sono in mano agli schiavisti del tempo di via col vento. Anche Michael Moore ce lo ricorda al cinema di questi tempi. Secondo me è fondamentale per il pianeta liberare l'America dalla banda che la gestisce. Che poi sono United Fruit, Coca Cola e via mangiando e bevendo. Che poi sono i banchieri di Londra e New York e via rubando e depredando. (In viale Talenti al posto di Ceccherini fai da te stanno mettendo l'ennesima banca...). Per questo insisto nel seguire organizzazioni e persone come gli americani d'Italia, quelli d'America,  gli obiettori di coscienza, Il mondo non può aspettare, notizie censurate, non in mio nome, il nostro Ferlinghetti, Howard Zinn, Shamir, Moore, Webster Tarpley, Chomsky, David Rey Griffin, Norman Finkelstein e tutti gli ebrei antisionisti, compreso il rabbino di New York che è andato ad abbracciare Amenabidabicomesichiama...


venerdì, settembre 28, 2007
 

Senza titolo



postato da stigli | 18:06 | commenti (1)
vaticano, storia, pacifismo


venerdì, luglio 13, 2007
 

Viaggio in Sicilia (VIII)

Festa di S.Rosalia
A Palermo, oggi, domani, dopodomani

Leggo dal sito del Comune di Palermo:

Un gigantesco carro trionfale disegnato da Jannis Kounellis, uno dei più celebri maestri dell'arte contemporanea, tempestato da mille chili di sfolgoranti cristalli Swarovski, sarà il protagonista della 383ª edizione del Festino di Santa Rosalia, promossa dal Comune, che la notte del prossimo 14 luglio trasformerà il centro storico di Palermo in un immenso palcoscenico a cielo aperto. Ideazione e regia sono di Alfio Scuderi.

La notte del 14 luglio dalle ore 21.30
La festa renderà omaggio alla Chiesa partendo dalla Cattedrale, simbolo della spiritualità della città. Il Festino sarà aperto da un’invocazione di pace e concordia tra i popoli rivolta a Santa Rosalia. Un brano composto da Giovanni Sollima, Tempeste e Ritratti, ed eseguito dall’Orchestra Sinfonica Siciliana introdurrà un’“orazione civile”, interpretata dall’attore Gigi Lo Cascio: si tratta del testo di Salvo Licata, dal titolo Chi ha brindato e chi no, dedicato a Falcone e a Borsellino. Un’orazione contemporanea, metafora della Palermo in tempo di peste, che accenderà la Cattedrale nel ricordo delle stragi del ’92 e in memoria di tutte le vittime della mafia.
DOMENICA 15 LUGLIO
Solennità del ritrovamento delle Reliquie di Santa Rosalia
 ore 11 - Solenne Pontificale presieduto da Sua Ecc.za Rev.ma monsignor Paolo Romeo, Arcivescovo Metropolita, con la partecipazione del sindaco di Palermo, Diego Cammarata, e delle autorità civili e militari;
 ore 19 - Solenne processione cittadina dell’urna di Santa Rosalia contenente le sue Sacre Reliquie. Itinerario: corso Vittorio Emanuele; piazza Marina, dove l’Arcivescovo pronuncerà il discorso alla città; e ritorno in Cattedrale con fiaccolata di preghiera.

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I giorni della peste
Il festino di S.Rosalia tra mito e spettacolo
Umberto Santino, Di Girolamo ed. Trapani 1999, 2006, € 15.

Questo post è dedicato a i giorni della peste scoppiata l’11 settembre 2001, denominata Nineeleven o guerra preventiva permanente.
Va letta in filigrana dietro il racconto che segue. Palermo è il nostro mondo occidentale, la Sicilia il pianeta terra.

In attesa di acquistare Storia del movimento antimafia, di Umberto Santino, di prossima ristampa, mi piace comunicare a questo blog le emozioni provate alla lettura di "I giorni della peste", una storia di santi e di malanni che mescola la diligenza nell'investigazione storica con la capacità di entrare nei meandri della coscienza umana, della percezione delle cose da parte dell'umanità sofferente e della capacità, da parte di una umanità meno sofferente o più prepotente, di sfruttare e piegare a fini di potere questa percezione delle cose. Una città in balia delle onde di una storia burrascosa come poche o come tutte, quattro sante vergini e martiri che si affannano a proteggerla senza risultato, una santa nobile, vergine ed eremita, che le sostituisce, messa insieme con poche ossa di uomini e animali ricavate da una necropoli arcaica ritrovata sul monte che sovrasta la città, una capacità di tenuta che dura da trecento ottanta anni, nonostante la persistente assenza di risultati, un mito che si fa spettacolo a metà luglio e si ripete il  4 di settembre in quel pezzo di pianeta che si chiama conca d'oro. Favola brillante sorretta da un poema celebrativo stile "barocco siciliano" che ha lo stesso fascino dei "reali di Francia" della mia infanzia, delle storie dei paladini che ancora perdurano nel teatrino dei pupi di Palermo, Siracusa, Catania...Umberto Santino è davvero bravo. Sarebbero libri da bestseller se la grande distribuzione non fosse in mano ai poteri forti dal pensiero così debole. Un piacere per me leggere la lunga digressione storica che va sotto il titolo "Le pesti, dalla Bibbia al XIX secolo". Ci ritrovi Tucidide, Lucrezio, Boccaccio, De Foe, Manzoni, Camus e naturalmente santa Rosa-lia, rosa e giglio senza spine.
Per noi lettori obbligati dei Promessi Sposi del periodo scolastico, particolarmente efficace la sceneggiatura di Santino sintetizzata in 5 scene-madri: D.Rodrigo colpito dalla peste, la madre di Cecilia, Renzo e padre Cristoforo al lazzaretto, Renzo e Lucia, Lucia e Padre Cristoforo.
Non potendo ricopiare il libro, scannerizzo, per conforto di quanto dico, la peste di Londra dell'autore di Robinson Crusoè e, per S. Rosalia, una pagina di psicanalisi sociale e antropologia politica di Umberto.

Comincio dalla festeggiata:
(Le sottolineature sono mie.)

S. Rosalia
La festa e l'es del siciliano

Per Rousseau, Durkheim e altri studiosi la festa è lo strumento di rappresentazione-rifondazione del sociale, la celebrazione della communitas, l'evento in cui si riconosce e si  rigenera la «comunità totale».
Secondo gli antropologi contemporanei la festa «è lo specchio e la risposta data dall'uomo alla propria condizione di precarietà»; essa contrappone al quotidiano, all'ordinario, alla routine, al male, alla debilità, all'impotenza, l'extraquotidiano, lo straordinario, il riscatto dal male, dalla debilità, dall'impotenza attraverso l'abbandono «alla sensualità, alla gaiezza, all'esaltante partecipazione alla fiduciosa autoidentificazione nella solidarietà di gruppo» (Lanternari, Festa, carisma, apocalisse, Sellerio 1983, p. 25).
Nella festa ci sarebbero due componenti: una psicologica (il «sentimento di festa»), l'altra istituzionale (l'organizzazione e la regolamentazione della festa). Nella festa si attualizza un mito delle origini, la fondazione di un culto, un momento critico dell' esistenza di una comunità, al fine di rinnovarne lo spirito di coesione, rinfrancarne la volontà di superare le mille difficoltà che porta con sé la vita quootidiana.
Se alcuni studiosi hanno posto l'accento sulla componente psicologica, sul valore catartico del «sentimento di festa», altri hanno guardato soprattutto al lato istituzionale cercando di collocare la festa nel contesto socio-temporale in cui accade e si riproduce. Non c'è una festa in astratto né univocamente protesa verso la fuga o la contestazione, la conservazione o la trasformazione: «Nella realtà effettiva la festa finisce per caratterizzarsi come istituzione tendenzialmente evasionista e conservatrice, o piuttosto dinamica, contestativa e trasformatrice, a seconda che prevalgano in essa componenti d'ordine mitico-rituale, o al contrario componenti d'ordine sociale e civile, benché l'interrpenetrazione dei due ordini di componenti entro un unico complesso festivo sia una caratteristica tra le più frequennti» (ivi, p. 31).
Nelle feste devozionali del Mezzogiorno d'Italia sarebbbe prevalente l'aspetto dell'evasione e della conservazione, mentre altre feste (per esempio l' 8 marzo, festa della donnna, o il primo maggio, festa del lavoro) sarebbero volte a promuovere una presa di coscienza e quindi avrebbero un intento emancipazionista e liberatorio.
In Sicilia la festa religiosa sarebbe - secondo Leonardo Sciascia - «una esplosione esistenziale; l'esplosione dell' es collettivo, in un paese dove la collettività esiste soltanto a livello dell' es. Poiché è soltanto nella festa che il siciliano esce dalla sua condizione di uomo solo, che è poi la condizione del suo vigile e doloroso super-io (stiamo impieganndo con approssimazione i termini della psicanalisi), per ritrovarsi parte di un ceto, di una classe, di una città» (Sciascia, La corda pazza, scrittori e cose della Sicilia, Einaudi  1970, p. 199).
Ma esiste questo quintessenziale siciliano? O ci sono soltanto i siciliani in carne ed ossa, ognuno con la sua faccia e la sua storia, e non si può fare un sol mazzo di questa molteplicità di individui, di culture, di gruppi, di classi sociali? E la trinità psicanalitica (ego, superego, es) è il nuovo Verbo che spiega tutto e comprende tutto?
A dire il vero i siciliani, almeno una parte di essi, hanno conosciuto altri modi di uscire dalla solitudine e trovarsi dentro una solidarietà collettiva, oltre la festa e i suoi rituali. Si pensi al movimento contadino, il più grande e continuativo d'Europa, e a quel che ha significato, e può significare, il primo maggio in Sicilia, bagnato dal sangue di Portella della Ginestra.
Questa Sicilia solo e sempre terra di solitudini, istinti, fanatismi e superstizioni è un luogo comune e le metafore letterarie non sempre colgono nel segno.
Tornando a Palermo, che di questa Sicilia insulare non solo in senso geografico sarebbe il cuore e la sintesi, la città ritrova se stessa solo nel festino perché non può essere altrimenti, o perché le è stato cucito addosso un vestito e finora non ha avuto la forza di strapparselo di dosso?  (o.c: pp. 154-156)

La peste di Londra
(Daniel De Foe)

L'anno sessantacinque una peste
terribile a Londra infierì,
che spazzò via centomila
anime, eppure io son qui.

A dreadful plague in London was
     In the year sixty-five,
     Which swept an hundred thousand souls
     Away; yet I alive!

Con questa strofetta, che definisce «rozza, ma sincera», Daniel De Foe chiude il suo Diario dell 'anno della peste, dedicato alla peste di Londra del 1665. De Foe in quell'anno aveva solo cinque anni. Il diario è, come nello stile dell'inventore di Robinson Crusoe, un'invenzione da romanziere che però utilizza molti materiali documentari, a cominciare dai bollettini sui morti di peste. L'immaginario H. F., autore del Diario, è uno scampato alla peste, che in realtà avrebbe prodotto più di 75.000 morti in una città che allora contava più di mezzo milione di abitanti.
Il Diario (266 pagine, senza un'interruzione) è un lungo racconto di orrori con qualche squarcio di dialogo e di riflessione, che si legge con una certa facilità, presi dal gusto del narrare che trascinava il prolifico autore, anche a costo di dimenticare per strada qualcosa (famose le distrazioni che abbondano nel suo Moll Flanders, a proposito, per  fare un esempio, del numero dei mariti e degli amanti della protagonista) .
La peste a Londra arriva dall'Olanda ma dietro l'Olanda c'è sempre il Levante. Alle prime notizie del dilagare della peste, H. F., il finto diarista, uno scapolo di professione sellaio, si pone la domanda: rimanere a Londra o partire? Il fratello gli consiglia di andare nel Bedfordshire, dove ha già mandato la moglie e i bambini, ma H. F. è «propenso a rimanere ed a accettare il [suo] destino dove Dio l'aveva collocato»  ed è confermato nel suo proposito dalla lettura, casuale ovviamente, ad apertura del Libro sacro, del salmo XCI, secondo-decimo versetto:
Dirò del Signore: è il mio rifugio, è la mia fortezza, il mio Dio, in Lui confiderò. Certo ti libererà dalla rete dell'uccellatore e dall'epidemia micidiale ecc. ecc.
Confortato dai versetti davidici, H. F. - D. F. decide di rimanere a Londra e di raccontare la peste. L'epidemia dapprima si sviluppa nelle parrocchie di periferia, più popolose c più affollate di poveri, solo dopo raggiungerà la City. Per fortuna, o per disegno della Provvidenza, la peste ha un andamento alternato: prima in alcuni quartieri, poi in altri, allentando la morsa sui primi. Così c'è sempre qualcuno in condizioni di poter dare una mano. Comunque la città è tutta  in lacrime: 
Gente in lutto per le vie non se ne vedeva, giacché nessuno portava  il nero, né si vestiva a doglia, secondo le dovute forme, per gli amici più cari; ma la voce del lutto si udiva veramente per le vie: le  strida delle donne e dei bambini alle finestre, alle porte delle case, dove probabilmente morivano, o erano appena morti, i loro più stretti parenti, si potevano intendere con tanta frequenza mentre si passava per le strade, che il sentirle bastava a trafiggere  il cuore più saldo del mondo. In quasi ogni casa si vedevano lacrime e si udivano lamenti, specie nella prima fase dell’epidemia, perché verso la fine i cuori umani s'erano induriti  e la morte era  sempre dinanzi agli occhi, cosicché non ci si dava gran pena per la perdita degli amici, e ci si aspettava d'essere chiamati di persona l'ora seguente.
L'autore del Diario, come abbiamo visto, è credente e pio, ma non credulone. Così ha visto anche lui nel cielo di Londra una stella-cometa prima della peste, e vedrà un'altra stella-cometa l'anno successivo, che porterà alla città una sciagura non minore della peste, il famoso incendio di Londra, ma i suoi occhi non vanno più in là di questi fenomeni astronomici. Altri occhi invece vedono molto di più (il colore delle comete, il loro passaggio sulla City a minacciare il cervello finanziario della città, differenze tra le due comete a preannunciare sciagure non meno gravi ma di natura diversa) e ci sono orecchie che arrivano a sentire il fruscio delle comete, come se passassero a qualche chilometro di distanza, e voci misteriose che preannunciano sventure. Il sellaio-De Foe commenta:
Mi dev'essere consentito dire, così degli uni che degli altri, e spero senza mancare di carità verso il prossimo, che essi udivano voci che non parlarono mai, e vedevano apparizioni che non sono mai comparse; ma l'immaginazione della gente era veramente stravolta e ossessionata; e non c'è da stupirsi se quelli che stavano sempre con gli occhi ribaditi al cielo, vedessero forme e figure, immagini e apparizioni, che in sé nulla erano, se non aria e vapore.
Per un sellaio che non la beve, ci sono invece tantissimi che non solo hanno apparizioni ma pure vanno appresso a maghi e ciurmadori che propinano rimedi miracolosi, portano amuleti con l'abracadabra o con l'IHS gesuitico in forma di croce.
De Foe ha qualcosa da ridire pure per i ministri della religione che con le loro prediche seminavano sconforto. In Inghilterra erano tempi - ricorda - di «infelicissimi dissensi» in «materia di religione»: anglicani, presbiteriani, indipendenti, altri ancora avevano costituito comunità separate. Nel culmine della peste le controversie religiose taceranno, ministri presbiteriani saranno chiamati a officiare e predicare nelle chiese disertate dai ministri titolari. L'autore auspica che ciò che la peste ha unito la normalità non torni a dividere, ma sarà auspicio vano. Il nostro diarista non condivide alcune misure disposte dal sindaco e dagli aldermen della città, come per esempio la chiusura delle case abitate da appestati; critica il fatto che in tutta Londra ci fossero solo due lazzaretti con qualche centinaio di posti; dice che la città non era preparata a fronteggiare la peste, ma pure che gli amministratori rimasero ai loro posti, assicurando una serie di servizi, che la City tutto sommato continuò a funzionare da cervello della città, che i cittadini benestanti soccorsero i meno abbienti, che insomma non tutto fu travolto dalla pestilenza.
Certo, le atrocità si trovano a ogni pagina (partorienti che non hanno nessuno che le assista e muoiono con il loro bambino, poppanti che succhiano il seno delle madri morte, cadaveri galleggianti nei fiumi o seminati sulle strade dai carri stracolmi) ma il filo con cui cuce il sellaio è fatto insieme di confidente religiosità e temperato ottimismo.
Gli appestati scendono di notte sulle strade e urlano divorati dallo strazio, ma De Foe non crede alle voci secondo cui i malati volessero di proposito infettare gli altri. Lo spirito di conservazione l 'ha vinta sulla pietà, eppure la pietà non scompare del tutto. Le condizioni delle classi più povere sono deplorevoli: molte attività chiudono e la disoccupazione straripa, ma c'è sempre qualcuno pronto a soccorrere.
In ogni caso: non c'è rimedio contro la peste. Dio la manda per punizione e l'arresta quando sembra che non debba finire mai, per un atto di misericordia: La peste è di per sé un castigo del Cielo su di una città, o regione, o nazione, dove essa s'abbatte: un inviato della Sua vendetta, e un alto richiamo alla mortificazione e al pentimento per quella nazione, o paese, o città, secondo quanto scrive il profeta Geremia (XVIII, 7, 8): «E nell'istante in cui dirò una parola riguardante un regno, e riguardante una nazione, per sradicarli, e per abbatterli, e per distruggerli, se quella nazione contro la quale ho parlato si allontanerà dal male, mi pentirò del male che ho pensato di recarle».
Non sappiamo se Londra si sia allontanata dal male, per meritare la misericordia divina e la fine della peste. L'anno dopo ci sarà l'incendio, forse il più disastroso che la storia ricordi, e la città riprenderà la sua vita, con la sua City, i suoi poveri e le sue controversie religiose. Il quacquero Solomon Eagle, che di tanto in tanto fa la sua apparizione nelle pagine del Diario, continuerà a percorrere le sue strade, nudo come sempre, predicendo sventure: «Pentitevi londinesi, il peggio deve ancora arrivare». E De Foe, con la strofetta finale, pare gli faccia uno sberleffo.
(o.c. pp.84-88)
A dreadful plague in London was
     In the year sixty-five,
     Which swept an hundred thousand souls
     Away; yet I alive!
Il racconto di Defoe (inglese)

 



martedì, giugno 12, 2007
 

Viaggio in Sicilia (III)
Appunti di Paola
I paesi del barocco dolce, cioè settecentesco dopo il terremoto del 1693. Noto, Ragusa, Comiso,  Palazzolo Acreide, Ferla, Vizzini, questi i paesi che abbiamo visitato. Questo barocco, tutto un po’ simile, ha dettagli interessanti: bei portali cariatidi strane e un po’ mostruose che sostengono  porte e balconi, fontane con animali e strani esseri intermedi tra l’umano e l’animalesco (rimpiango di non aver potuto vedere Villa Palagonia a Bagheria). Un mondo curioso e interessante scolpito  nella bella pietra locale color miele. Dispiace però la monumentalità magniloquente delle moltissime chiese, anche tre in una sola piazza. A Comiso una bella sorpresa: la fondazione Bufalino. Dentro la ricca biblioteca dello scrittore e  l’opera completa. A presentare il tutto un amico più giovane, molto preparato, assolutamente  all’altezza dell’eccezionalità dello scrittore. Ci ha un po’ commosso sentirne parlare, una persona  così fuori della tipologia del romanziere più o meno in cerca di notorietà. Per restare in tema di  scrittori è stata interessante anche la mostra dedicata al Verga, a Vizzini, in Palazzo Trao,  recentemente ampliata di due sale, quella del cinema e quella del teatro. La ragazza che guida, fa  del suo meglio, ma Verga è troppo alto per una ragazzina così giovane. La casa natale dello  scrittore è letteralmente cadente, ma qua ci fanno poco caso, infatti una discreta parte di questi  paesi, a cominciare da Ragusa, è fatiscente. Alcuni restauri sono stati possibili con i fondi  dell’Unesco, ma c’è ancora tanto da fare per ritirare su facciate  portali balconi disastrati. Abbiamo traversato il parco naturale di Pantalica, pieno di profumi di erbe e di rocce antiche. Ogni tanto la roccia appare “bucata” da tombe antichissime, piccole caverne scavate molti secoli prima di Cristo. Sono resti del passaggio di antiche popolazioni sicule anteriori di molto a tutte le civiltà che popolarono l’isola.
Stasera 6 giugno ho fatto la penultima passeggiata in questa bella piccola isola nell’isola grande.  Ortigia è anche lei barocca, ma con grazia e misura, anche lei decadente, ma piena di vita e di  gente che si ingegna con tanti piccoli lavori e negozi. Come i quattro giovani che presentano in via Giudecca l’opera dei pupi, una cosa garbata adatta ai piccini e non disdegnata dai grandi. Come il  giovanotto un po’ timido che gestisce un grazioso caffè con i tavolini ingentiliti dal lume di  candela, dove si ha l’impressione che non entri quasi nessuno. “Attenti a non spingere” ci ha detto  con un mezzo sorriso, mentre si entrava. Come il simpatico proprietario della trattoria La Foglia  che corre veloce fra un tavolino e l’altro nel suo affollato ristorante, addobbato con gusto e  fantasia, proponendo in modo spiritoso i piatti speciali e stuzzicanti preparati dalla moglie.  Particolarmente gradevoli il maccu di fave e gli involtini di vongole. Questo paese ha dei grossi mali che si sono radicati in profondo, facendo leva sulla miseria e  sull’ignoranza che l’accompagna. E’ un gran peccato perché l’indole di questa gente è cordiale e  affettuosa e viene incontro all’ospite che non si sente mai estraneo.

Narrativa siciliana presa in considerazione da Paola:
Gesualdo Bufalino, Diceria dell'untore, Sellerio 1981;
Vincenzo Consolo, Le pietre di Pantalica, Mondadori 1988;
Maria Messina; Pettini fini, Sellerio 1996;
Gianrico Carofiglio, Ad occhi chiusi, Sellerio 2003;
Santo Piazzese, Il soffio della valanga, Sellerio 2002.

postato da stigli | 22:40 | commenti (1)
viaggi, cultura, storia, sicilia


mercoledì, maggio 23, 2007
 

Ho scritto che il Vaticano è un'Istituzione morta

alla storia e costretta a vita apparente come uno di quei cadaveri che venivano portati in piedi la mattina all’Appell Platz dei lager nazisti.
Deve essere davvero eccellente questo cadavere per aver necessità di cure da cavallo di questa portata..
.
Lo trovi qui.
Ringrazio Bispensiero del risalto dato ad un mio commento posto in calce al video sui preti pedofili trasmesso dalla BBC e reso di pubblica ragione qui in Italia da Beppe Grillo. Proprio un grillo parlante. Ma non c'è verso: sempre mi trovo di fronte ad un uso improprio del lessico.  Le mie riflessioni sono chiaramente indirizzate contro il Vaticano, lo S.C.V. (Stato Città Vaticano). La Chiesa, comunità dei fedeli, è la vittima...Niente da fare: vedrete nel titolo "Chiesa cadavere eccellente" al posto di "Vaticano cadavere eccellente". (1) Anche Odifreddi, intervistato da Augias, non distingue mai tra Vaticano e Chiesa.  Questa confusio terminorum - una mia fissazione - costituisce una delle cause non secondarie della apparente invincibilità del Vaticano qui in Italia:
The basic tool for the manipulation of reality is the manipulation of words. If you can control the meaning of words, you can control the people who must use the words." (Philip K.Dick)
Lo strumento base per camuffare la realtà consiste nel camuffare le parole. Se tu puoi controllare il significato di una parola tu puoi controllare coloro che devono usare queste parole. (Questa citazione di Philip K. Dick la tengo sempre a portata di mano).
(1) Correzione eseguita da Bispensiero.  Dopo la lettura di quanto avevo scritto nel commento n.21:
Ringrazio Bispensiero del risalto dato al mio commento. Prego Vania, se è possibile, di sostituire, nel titolo, la parola Vaticano al termine Chiesa. Ripeto ai cortesi commentatori la raccomandazione: meno improperi, più iniziative e qualche proposta. Aiutiamo la Chiesa italiana ad uscire dalla Controriforma e a riprendere il cammino conciliare interrotto dalla Curia Romana. Saluti a tutti.