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martedì, ottobre 13, 2009
Intervista a Shahab video
 (Nota di servizio: quando Shahab parla inglese puoi trascinare il mouse, senza premere, sul quadrato che si forma al centro dell'immagine per far emergere i sottotili in italiano. Non sono riuscito a far di meglio). Sciacob, così si pronuncia, ha guidato per 3600 km il suo furgoncino Toyota per mostrarci città, paesi, montagne, deserti, oasi e giardini, musei e moschee. Senza risparmio e con grande abilità. Nel video ho inserito immagini del soggiorno di due giorni a Garmeh, ai confini del deserto centro-nord dell'Iran, e l'intervista fatta a seguito di quella a Soheila, mentre siamo per 3 giorni a Esfahan, città natale di Shahab e città della famiglia di Soheila che è nata a Tehran. Per Garmeh ho fatto onore al gran capo Mazìar che con la moglie (francese) Aryan, il figlioletto Amyar, il fratello di lui e la cognata regge la casa-albergo da quando ha deciso di lasciare Tehran, immensa e per lui poco vivibile, per immergersi nella dura e splendida magia di un'oasi nel deserto, ritornando, d'altronde, alla casa dei suoi avi.
Come puoi approfondire consultando ilsuo sito: http://www.ateshooni.com/ (in inglese) o la guida Lonely Planet, IRAN, p.272.
Una menzione onorevole al fratello e cognata di Maziar per la migliore cucina - dice Paola - di tutto il nostro viaggio.
Quanto a Shahab, questo il suo cellulare: 0098 9133011083.
Le due serate al lago salato il 23 e nel deserto il 24 sono state un'extra per noi coraggiosi e fortunati. Mi ci vorrebbe la penna di Rumiz per descrivere i momenti passati la sera, quando è tramontato il sole per far posto a una luna quasi piena: sul lago salato Soheil, una specie di guru quasi santone, che ripassava con Soheila e Shahab i fondamenti di una sapienza indiana o sufi o che altro, mentre noi turisti occidentali ci si distraeva a puntare il sole che se ne andava, la luna che si illuminava, Giove che la insegue da tutta l'estate, e il triangolo estivo di Vega, Deneb e Altair, con la ricerca della stella polare facilitata dalla mia frequentazione del cielo casentinese, forse ancora più nitido di questo.. La sera dopo è stato commovente vedere Mazìar stendere sul deserto i tappeti, cercare la legna (in parte se l'era portata?), accendere il fuoco, mettere il bricco dell'acqua per il thé a bollire, mentre il piccolo Amyar gli stava addosso, tenuto a freno da mamma Aryan.
Questo è l'Iran "paese canaglia" contro il quale stiamo lucidando (Israele, Stati Uniti, governi NATO e mass media) la superbomba che distruggendo la centrale atomica di Natanz, permetterà alla Francia di costruire per noi le 5 centrali preventivate da SuperSilvio insieme al Ponte d'oro che unirà per la vita e per la morte le penisola continentale con l'Isola dei famosi, insieme al grande traforo TAV che ci permetterà lo scambio dei beni materiali e delle persone fisiche con la stessa immediatezza di YouTube: grande tubo. E' uno sfogo, amici miei, che avete sgranato gli occhi al vederci ritornare da là vivi e vegeti ostinandovi tutt'ora a rimaner chiusi dentro la trappola mediatica allo stesso tempo stupida e infame...Amen.
giovedì, ottobre 08, 2009
Intervista a Soheila (terza parte)Esfahan, domenica 27 settembre 2009. Nel giardino antistante il Palazzo delle 40 colonne, due coppie italiane, Mariolina e Nicola, Paola e Urbano, si confrontano con le loro guide Soheila e Shahab...
martedì, ottobre 06, 2009
Intervista a Soheila
video:
prima parte
seconda parte
L'intervista è stata fatta nel tardo pomeriggio di domenica 27 Settembre, al secondo giorno del nostro instancabile (per Soheila e la coppia di amici catanesi) girovagare nella "Isfahan nesf-e jahan" (Isfahan è la metà del mondo): bazar, Moschee, minareti oscillanti, Imam Square davvero spelndida, i 3 ponti dalle 100 archate su un fiume secco da 2 anni ( un'impressione passeggiare la sera sotto le archate pensili, tra gente appoggiata e seduta che ascolta cantanti solitari che si alternano uno dopo l'altro. L'intervista l'avevo chiesta io, ma Solheila la voleva quanto me. Perché ha tante cose da dire. E non solo lei. Ci vorranno altri due Youtube... Peccato per Soheila che non possa aprire Youtube dall'Iran. Ma lo vedrà Arash, il figlio ingegnere che sta completando il suo perfezionamento a Perugia.
Questo il video fatto per lui da un amico in occasione della sua laurea in ingegneria civile: http://www.youtube.com/watch?v=Rzik-Fem2kg
A proposito (per Mariella che pensava mi avrebbero requisito la mia videocamera): ho sbobinato le 8 cassette di riprese fatte dentro scuole e moschee, piazze e palazzi, caffè e ristoranti..ti facevano festa, curiosi di noi come noi di loro. Così non mi era successo in Tunisia, Marocco, Giordania, Siria. Avrò tempo per perfezionare il programma di montaggio Premiére insieme al mio istruttore Martino. Ne verrà fuori più di un DVD.
Le donne dell'Iran 
(Esfahan, mattina di sabato 26 settembre, all'entrata di una scuola femminile)
Ho camminato per le strade di Shiraz, Yazd, Esfahan e ancor più che le moschee e i palazzi, maestosi e attraenti nella loro bellezza orientale, guardavo le donne, sole, a coppie, a gruppi, ma sempre infagottate nei loro mantelli neri o, nei casi migliori, avvolte nel piccolo soprabito che le copriva quasi fino al ginocchio, là dove spuntavano gli immancabili pantaloni. La stagione era calda, metà settembre, ma raramente ho visto un piede nudo nel sandalo, mai una testa scoperta. L'attrice del filmetto per famiglie che ho visto in un'affollata sala di Esfahan, molto elegante, con un grazioso soprabito e tacchi alti, portava il foulard perfino la notte, quando andava a dormire. Però l'argomento del film non sarebbe dispiaciuto nemmeno qua da noi. La giovane coppia in crisi decideva di scambiarsi i ruoli: lui a casa a districarsi nelle faccende domestiche e nella cura dei due figli, lei a dirigere la piccola azienda di famiglia per la gestione di una sala per banchetti di nozze. Alla fine il risultato è quasi femminista: lei si rivela una manager superiore al marito, lui si arrende e desidera ardentemente far pace e detti pure lei le condizioni. Il tutto piuttosto ingenuo e cinematograficamente scontato, ma a suo modo significativo. Mi è anche capitato di vedere un matrimonio nel momento in cui le donne restano sole e si danno alla pazza gioia, spogliandosi dei mantelli e mostrandosi con vestiti così scollati, aderenti e rilucenti di lustrini che difficilmente verrebbero indossati da noi in simili occasioni. E i balli, le grida, il tripudio di gioia liberata che è d'uso in queste occasioni. Per cui, traendo una più che probabile conclusione, viene da dire che la coltre nera che avvolge queste donne e tanto le imbruttisce resta un funesto quanto superficiale mezzo di repressione che in sostanza intacca poco la vitalità e il desiderio di affermare le proprie esigenze imprescindibili. So che le donne iraniane sono presenti largamente nelle scuole, nei pubblici uffici (non possono diventare giudice) in vari ambienti di lavoro, ho visto nel cortile di una scuola superiore gruppi di ragazze che chiacchieravano vivacemente tra loro e si affollavano e si affollavano intorno al nostro piccolo drappello di turisti, desiderose di scambiare parole e di respirare un'aria diversa.
Poi è arrivata un'arcigna insegnante a portarle via, ma loro hanno continuato a ridere e a fare cenni amichevoli da dietro le finestre chiuse.
In poche parole quello che si percepisce con sufficiente chiarezza è un livello di maturazione di capacità di autonomia che con difficoltà viene trattenuto e imprigionato in forme rigide destinate secondo me a non durare a lungo. Il personaggio di Soheila, la nostra brava guida iraniana, impersona bene questa situazione. E' una donna giovane e attraente, divorziata da vari anni, che si guadagna la vita con un lavoro che fa con passione. E nessuno la giudica male, anzi è rispettata e apprezzata. In questo la situazione di Soheila non è diversa da quella di una donna sola in un paese europeo. Mi fermo un momento perché non voglio lasciarmi prendere la mano da queste impressioni positive. "La gabbia d'oro" di Shirin Ebadi, premio nobel per la pace 2003 e oggi anche firmataria dell'appello a mobilitarsi contro la censura dell'informazione qui in Italia, e "Un matrimonio a Tehran" di Azadeh Moaveni svelano retroscena piuttosto cupi della situazione politica iraniana e del resto gli avvenimenti recenti del dopo elezioni del giugno scorso parlano chiaro in fatto di repressione. "Morale della favola", come dice spesso Soheila, è che da una parte c'è una volontà politica che non esita a imporre un regime intollerante a vari livelli, dall'altra però c'è la presa di coscienza di una popolazione in buona parte matura, anche culturalmente, che è in disaccordo con questo regime e sceglie, quando può, di battere strade iverse. In questo senso va la lotta silenziosa delle donne che anche giornalmente, nelle piccole cose quotidiane, fanno quello che possono per recuperare quello che pretende di togliere loro una visone maschilista e arretrata nel tempo. (Paola)
venerdì, ottobre 02, 2009

Home sweet home, si torna sempre volentieri a casa. Dopo aver fatto, via terra, 3600 km in 13 giorni.
Ritrovare il pane lievitato, il rostbeef che sa fare Paola, con l'aiuto di Costantino macellaio a noi vicino, con la compagnia di una cappella di porcino che profuma di Casentino, di una bottiglia "Amarone della Valpolicella, 2005, classico" portata in tavola da Simone che ultimamente sembra orientato verso la professione di sommelier, probabilmente per la frequentazione sempre più assidua di amici casentinesi.
Perché in Iran si mangia tanto, si digerisce bene, yougurt e frutta a volontà, melanzane pasticciate in tutti i modi, ma il pane è azimo, la carne agnello, montone, pollo, pollo montone agnello...Provato il manzo, ma da lasciarci i denti. Da bere: acqua, pepsicola, birra analcolica.
E poi a me e Paola non corrispondono le porzioni o proporzioni; montagne di roba con inevitabile spreco, dato che quasi mai trovi il selfservice; chiedi uno spiedino e ti arriva un'alabarda; poi impari a dire "uno in due". Questo discorso non vale per gli altri 4 commensali molto disinvolti nel maneggiare le alabarde. Sì perché eravamo tre coppie: Shahkab e Soheila, driver e guida, Mariolina e Nicola, siculi, Urbi e Paola, toschi. Su un furgone Toyota a 11 posti, un 2500 a benzina. Quando eri stanco ti potevi metter dietro, stenderti e dormire. E questo grazie alla paura che governa il mondo e che ha provocato la rinuncia di un bel gruppo di veronesi ai quali eravamo stati aggregati.
Il furgoncini in Iran vanno tutti a benzina, che costa pochissimo. Il gasolio, che costa niente, è riservato ai TIR. Nota
La foto è di giovedi 24 settembre, nel deserto Dasht e Kavir, località Garmeh. Dietro il fuoristrada Maziar ha aceso il fuoco per il nostro "Thè nel deserto". Nel frattempo il sole si avvia al tramonto. Bella serata, ne riparliamo.
Tranquilli! 
Esfahan, sabato 26 settembre 2009. Decimo giorno del viaggio di 14 giornate. Per tutti quelli che si sono preoccupati per noi prima e durante la visita alla culla della nostra civiltà.
mercoledì, settembre 30, 2009
Landed. See you soon.
martedì, settembre 15, 2009
Ci vediamo al ritorno 
giovedì, settembre 10, 2009
di fare il viaggio in Iran. Grazie a Soheila che ha scovato un'altra coppia (come da noi richiesto). Partenza il 16 settembre. Appena il tempo di comprare i biglietti Ryan Air, chedo scusa: Iran Air. 546 € cd Roma-Teheran A/R. E così, invece di andare nella seconda metà di ottobre in un branco di 20/30 persone, ci godremo il settembre, in 4, a giro per la Persia in un toyota giapponese. Perché "la paura governa il mondo" (Alfieri ma non solo lui; lo capisce anche un bambino). A chi resta lasciamo per contrappasso la paura del virus che frutta miliardi alla Roche, che ha la bava alla bocca quando sente parlare Obama di riforma sanitaria. Quando entrai da un dentista a New York per farmi riincollare una capsula dentaria, la prima cosa che mi chiese la segretaria - ero ancora sulla porta - costa 95 $. Otherwise..european, go home!
lunedì, luglio 06, 2009

Parco Nazionale dei Monti Sibillini.
Domenica 5 luglio 2009:
in viaggio da Cupramarittima, Ascoli, Arquata, Norcia, Perugia, Firenze.
Nota: siamo nel tratto Arquata-Norcia. Consigliato. Ma chi non lo conosce?
Alle spalle del fotografo un prato attrezzato per camper - bambini con tanti aquiloni - non belli come i tuoi, Lucilla - anziani nei prati a raccoglier funghi (visti da lontano: bianchi e sferici. Non so specificare). Il miracolo di un'ora di sole tra le nuvole. Gli esperti del luogo ci hanno detto che quest'anno la fioritura è in ritardo, causa stagione.
Vedrò di mettere su Youtube una videata. A Firenze tempo fresco, cielo mosso spesso scosso. Paola va alla Coop col carrello e con l'ombrello. Piero Martini da S.Vincenzo mi dice che il tempo è bello. Domenica mattina a Cupra diluviava, anche sopra una lunga schiera di ciclisti domenicali che abbiamo cercato di sorpassare in strada "in punta di gomma" per non innaffiarli anche da sotto.
Qui ci vuole Leo:
Noi l’insueto allor gaudio ravviva
quando per l’etra liquido si volve
e per li campi trepidanti il flutto
polveroso de’ Noti, e quando il carro,
grave carro di Giove a noi sul capo,
tonando, il tenebroso aere divide.
Noi per le balze e le profonde valli
natar giova tra’ nembi, e noi la vasta
fuga de’ greggi sbigottiti, o d’alto
fiume alla dubbia sponda
il suono e la vittrice ira dell’onda.
Bello il tuo manto, o divo cielo, e bella
sei tu, rorida terra.

Questo è Castelluccio; l'Italia Sibillina rimane sulla sinistra, come puoi vedere cliccando sulla foto qui sopra.
Nota geofiorifera:
La Fioritura dell'Altopiano di Castelluccio
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Tra fine maggio e i primi giorni di luglio, l'altopiano di Castelluccio è testimone di un evento di particolare importanza, La Fioritura. Per diverse settimane la monotonia cromatica del pascolo, viene spezzata da un mosaico di colori, con variazioni di toni che vanno dal giallo ocra al rosso. Anche se la festa della "Fiorita" ricade nella terza e nell' ultima domenica di Giugno, non esiste un preciso giorno per ammirare questo incantevole spettacolo. Ogni anno tutto è affidato all'andamento climatico della stagione. Le specie floreali che tingono il Pian Grande e il Pian Perduto in questo periodo, sono innumerevoli, camminando lungo i sentieri possiamo incontrare: genzianelle, narcisi, violette, papaveri, ranuncoli, asfodeli, viola Eugeniae, trifogli, acetoselle e tant'altro.
La Fioritura è in anticipo? ...è in ritardo? ...quando ci sarà?
Non si può fare alcuna previsione sui tempi della Fioritura dei Piani di Castelluccio.
Fioritura 2009 giorno dopo giorno
E queste sono le famose lenticchie:

venerdì, giugno 26, 2009
Solstizio d'estate (II)

Le tombe dei fratelli Van Gogh sono ai piedi del muro
domenica 14 giugno
Giornata di sole. Fa caldo.
Flins è a ridosso di una collina boscosa ed ha un magnifico parco verde e fiorito. La nostra casa è al bordo del parco.
Lola ci comunica il piano della giornata: mattinata in paese per vedere la "brocante", pomeriggio in macchina alla confluenza dell'Oise con la Senna, occhiata da fuori alla casa museo di Zola, visita alla tomba di Vincent Van Gogh.
La brocante si fa a Flins una volta all'anno, dura tutta la giornata. Chiunque è autorizzato a portare nello spazio predisposto all'interno del parco tutte le cianfrusaglie finite in cantina o in soffitta per venderle al miglior offerente. La fierucola di Poppi in Casentino, ma più in grande. E' un mercato povero; quando piove è una pena per mancanza di attrezzature al coperto, ma questa seconda domenica di giugno splende il sole e l'aria profuma di fiori.
A pranzo la bella sorpresa della "raclette" preparataci da Lola e Jean e più tardi, a Pontoise, un giro fuori programma sul battello alla confluenza dell'Oise con la Senna. Sul ponte, al sole, soffriamo il caldo. L'unica volta. Il cimitero di Van Gogh è nelle vicinanze, a Auvers sur l'Oise, in cima a una collina, come sono le colline francesi che si fanno raggiungere dopo un lieve pendio e poi si allargano dolci e rotonde su una visuale a 360 gradi. Un bel cimitero nordico senza i nostri "forni", con tombe interrate, due delle quali cullano sotto un manto d'erba verde rigogliosa Vincent Van Gogh e il fratello fedele Theodore. Al di fuori del cimitero la campagna verde di maggesi celebra il ciclo alterno della vita e della morte, Cerere e Proserpina. Un'emozione che i nostri camposanti coperti di marmi e circondati da monumenti e cappelle non riescono a dare. Speriamo che con l'affermarsi della cremazione riusciamo anche noi a riportare a prato i nostri cimiteri.
Lunedi 15 giugno
Pioggia. Mattinata con Paola ai magazzini Lafayette (il grande interno a cupola dorata e scintillante quando le Esselunga da noi e nel vasto mondo ibernavano sotto terra), pomeriggio all'UNESCO con Lola momentaneamente riassunta in servizio volontario per alcuni mesi, poi visita all'Istituto Italiano di Cultura che troviamo vuoto, a biblioteca chiusa. Mancato incontro con la Direttrice. Ci rifaremo mercoledi 17 con la visita al "Centro Culturale Italiano" che si trova in poche piccole stanze nel cuore di Parigi, di fronte alla antica chiesa gotica di S.Séverin. Lola si e ci presenta al Direttore Antonio Francica col quale rimaniamo d'accordo per l'invio del libro "Ivi é Romena", nella prossima edizione francese "Ce Lieu Romena". Nel frattempo lasciamo al Centro le pagine scritte da Lola su Dante a Parigi. Non mi dispiacerebbe fare una presentazione di "Dante a Parigi e in Casentino" nella vicina chiesa di S.Severino che si rende spesso disponibile alle iniziative del Centro che è frontaliero ad essa. Que serà serà.
Dopodiché Lola e Paola mi conducono alla Mairie o Municipio del Dipartimento 16° dove è in corso "La Settimana Italiana". Siamo in un bel palazzo storico con grandi sale e Paola ha l'occasione di vedere ascoltare e intervistare una scrittrice come Rosetta Loi di cui ha letto parecchi libri. Nel cortile e alle pareti bandiere due volte tricolori, grandi poster di Sofia Loren e della Cinquecento Fiat, ratto di Proserpina del Bernini, musiche di Verdi, Mascagni e Puccini. Un caffè letterario italiano dal 17 al 21 giugno 2009.
Gran finale di giornata a cena da Teresa e Beppe, un pezzo d'Italia trasferito a Parigi in una bella casa nel verde su una delle colline a ridosso della città. Bravissima Lola alla guida della mercedes cedutagli dal figlio Arnaud. Una bella cena-merenda informale e succosa, le amarene colte in giardino, la conversazione con Beppe matematico all'Università di Parigi e Teresa addetta a non so quale ONG che visita, studia e sorregge realtà migratorie presenti in Francia. Qualità e competenza, cultura e finesse unite come giusto alla più informale immediatezza e semplicità di rapporto. Il piacere dello scambio di esperienze di vita di cultura di lavoro quando, essendo all'estero, puoi fuoruscire dallo schema turistico piazze, monumenti, musei. Con Teresa e Bruno ci rivedremo in Casentino e a Firenze.
Martedi 16 giugno
Sosta di riposo a Flins, padroni della casa, dato che Lola è nel suo Ufficio all'UNESCO e Jean è ritornato in Casentino, ai suoi gatti e al suo orto. Paola ne approfitta per bracare come sempre tra le fotografie di famiglia che i proprietari lasciano in vista su scaffali e mobili, io vado a cammianre nel bosco sovrastante e poi in bicicletta nei dintorni con visita ai ciliegi abbandonati laggiù in fondo alla strada nei terreni probabilmente espropriati per far posto a stabilimenti vari. Giorni prima Lola ci aveva guidato verso due alberi di ciliegie bianche (mature s'intende) poi cotte con vino zucchero e cannella secondo la consueta ricetta di Paola. Ma io avevo adocchiato tre piante di ciliege rosse lì vicine. Ne avevo promessa una sportata a Lola e così è stato.
L'ultimo giorno, in attesa della partenza dal terminal dei bus navetta per l'aereoporto di Beauvais, visita molto gratificante al Museo degli Impressionisti, in quella magnifica collocazione che l'ha trasferito dal vecchio "Jeu de pomme" alla Stazione monumentale del Quai d'Orsay. Do you know?
Nota storico-sentimentale
Vincent Willem van Gogh (Zundert (Olanda), 30 marzo 1853 – Auvers-sur-Oise, 29 luglio 1890) - Autore di quasi 900 tele e di più di mille disegni, tanto geniale quanto incompreso in vita.
A Auvers-sur-Oise
Vincent arrivò a Parigi il 17 maggio 1890 e conobbe per la prima volta il nipotino e la signora van Gogh, la quale trovò il cognato un uomo «forte, largo di spalle, con un colorito sano, un'espressione allegra e un'aria decisa». Passò tre giorni in casa del fratello, riesaminando i tanti suoi quadri che nel tempo gli aveva mandato. Il 21 maggio partì per stabilirsi a Auvers-sur-Oise, un villaggio a 30 chilometri da Parigi, dove risiedeva un medico amico di Théo, il dottor Paul-Ferdinand Gachet (1828-1909), che si sarebbe preso cura di lui.
Il sessantaduenne dottor Gachet, omeopata, darwinista, favorevole alla cremazione dei defunti - un'opinione scandalosa a quei tempi - repubblicano, socialista e libero pensatore, era un personaggio molto noto a Auvers dove abitava in un villino che dominava il paese. Laureatosi a Montpellier in medicina generale e con un particolare interesse per la psichiatria, aveva a lungo esercitato a Parigi, dove aveva conosciuto molti artisti, da Victor Hugo a Gustave Courbet, da Manet a Renoir e a Cézanne, e la sua casa conservava parecchie tele di impressionisti, oltre a una notevole quantità di soprammobili e oggetti vari che van Gogh chiamava «nere anticaglie».
La sua competenza nelle cose artistiche, certe comuni preferenze e anche il suo garbo e la sua natura fondamentalmente malinconica fecero presa sul pittore, che frequentò spesso la sua casa, ritraendo due volte la figlia Marguerite e non mancando di fargli il ritratto. Ma più tardo scriverà al fratello: « Credo che non bisogna contare in alcun modo sul dottor Gachet. Mi sembra che sia più malato di me, o almeno quanto me. Ora, quando un cieco guida un altro cieco, non andranno a finire tutti e due nel fosso? Non so che dire. Certamente la mia ultima crisi, che fu terribile, fu in gran parte dovuta all'influenza di altri malati.
In un'alra lettera: « Mi sono rimesso al lavoro, anche se il pennello mi casca quasi di mano e, sapendo perfettamente ciò che volevo, ho ancora dipinto tre grandi tele. Sono immense distese di grano sotto cieli tormentati, e non ho avuto difficoltà per cercare di esprimere la mia tristezza, l'estrema solitudine »
È certo che egli non faceva nulla per alleviare la sua solitudine nonostante ne fosse oppresso: non frequentò mai i non pochi pittori che soggiornavano a Auvers - uno di essi, l'olandese Anton Hirschig, alloggiava nel suo stesso albergo - anche se forse loro stessi, spaventati, lo evitavano, a causa della sua malattia. Per lo stesso Hirschig, egli «aveva un'espressione assolutamente folle, con gli occhi infuocati, che non osavo guardare»
Il suicidio
La sera del 27 luglio, una domenica, dopo essere uscito per dipingere come al solito nelle campagne che circondavano il paese, rientrò sofferente nella locanda e si rifugiò subito nella sua camera: al Ravoux che, non vedendolo presentarsi per il pranzo, salì per accertarsi della sua salute e lo trovò sdraiato sul letto, confessò di essersi sparato un colpo di rivoltella al petto in un campo vicino. Al dottor Gachet che, non potendo estrargli il proiettile, si limitò a fasciarlo ma gli esprimeva, per rincuorarlo, la sua speranza di salvarlo, rispose che egli aveva tentato coscientemente il suicidio e che, se fosse sopravvissuto, avrebbe dovuto «riprovarci» - «volevo uccidermi, ma ho fatto cilecca» - esclamò; con il fratello Théo che, avvertito, era accorso la mattina dopo, Vincent passò tutto il 28 luglio, fumando la pipa e chiacchierando seduto sul letto: gli confidò ancora che la sua «tristezza non avrà mai fine». Sembra che le sue ultime parole fossero: «ora vorrei ritornare». Poco dopo ebbe un accesso di soffocamento, poi perse conoscenza e morì quella notte stessa, verso l'1,30 del 29 luglio.
In quanto suicida, il parroco di Auvers si rifiutò di benedire la salma e il carro funebre fu fornito da un municipio vicino. Il 30 luglio la bara, rivestita da un drappo bianco e ricoperta di fiori gialli, fu calata in una fossa accanto al muro del piccolo cimitero di Auvers: assistevano Théo, che non smetteva di piangere, il dottor Gachet e i pochi amici giunti da Parigi. Pochi mesi dopo anche Théo van Gogh venne ricoverato in una clinica parigina di malattie mentali. Dopo un apparente miglioramento, si trasferì a Utrecht, dove morì il 25 gennaio 1891. Nel 1914 le sue spoglie, per volontà della vedova, furono trasferite ad Auvers e tumulate accanto a quelle di Vincent.
Da Wikipedia
foto del viaggio
mercoledì, giugno 24, 2009
Solstizio d'estate

7 giorni a Parigi, essere accolti all'aereoporto di Beauvais da una concittadina casentinese naturalizzata francese, 35 anni di esperienza all'UNESCO, viaggiare lungo strade bordate da siepi contigue di alberi di alto fusto, attraverso campi d'un verde intenso di maggesi rese traslucide dal vento, lungo colline docili coperte di boschi in rigoglio, girovagare tra le anse della Senna immersa nel verde verdissimo delle rive sommersa di battelli da carico e barche da diporto, percorrere Parigi in macchina da una parte all'altra lungo l'anello stradale sulla Senna, senza un semaforo o incrocio,( come poter attraversare Firenze, qui dall'Isolotto fino al Girone, con un anello si asfalto posto sotto i lungarni poco sopra il pelo dell'acqua) salire sul battello a Pontoise, confluenza di Oise e Senna, tra le case-barca dei vecchi battellieri che da giovani hanno rifornito Parigi di carbone e vettovaglie spingendo a braccia le chiatte controcorrente - 12 km al giorno - ritrovare a Auvers sur Oise Van Gogh - aiuola verde nel cimitero sotto la luna -, accarezzare con l'occhio dal finiestrino la casa di Zola a Médun, visitare a Giverny, sulla strada per Rouen, la casa di Monet splendida di fiori dipinti e reali, affacciarsi sulla spiaggia di Arromanches, su un mare calmo e luminoso, vedere i resti del porto artificiale - 6 giugno 1944 - attraverso il quale passarono milioni di uomini in arme a portare morte e distruzione libertà e liberazione ad una Europa ubriaca di odio e pazza di disperazione.
E andando nel sole che abbaglia
sentire con triste meraviglia
com'è tutta la vita e il suo travaglio
in questo seguitar di guerra in guerra
che opprime il cuore e sciupa questa terra
che si ostina a mostrarsi ancor sì bella.
Diario di bordo:
Giovedi 11 giugno, Pisa-Beauvais, un'ora di macchina da Parigi. Ci accoglie Lola, che ha lasciato il suo ufficio all'UNESCO, e ci porta a Flins s/Seine, un paese sulla Senna come da nome, fatto, come spesso da noi, del nucleo antico addossato alla collina boscosa (ci vengono anche i funghi) e del mercatale moderno (3 enormi supertutto sproporzionati per il numero di abitanti) e spostati di un km o due gli stabilimenti Renault, che danno linfa e alimento all'economia del posto. La Casa di Lola e Jean occupa un angolo tra due stradine interne, linde e silenziose; l'acquisto e l'arredamento ampliamento coincide con trenta anni di vita dei nostri ospiti che lì hanno fatto nascere e crescere Arnaud e Nathalie, oggi con due figli ciascuno, il primo abita a Parigi, la seconda a Roma. Jean ci fa trovare una tavola imbandita di calamari, lumache di mare e altre finezze e durante la cena ci illustra lo sbarco in Normandia programmato per il giorno dopo, a poche giorni di distanza d quello di Obama.
Venerdi 12 giugno:
Meteo: variabile, cielo macchiato di nuvole bianche e grige, via via più chiaro, "come deve essere il cielo di Normandia" (Jean).
Una bella smacchinata che ci porta a Giverny (casa-museo di Monet, Rouen - Giovanna d'Arco prima assassinata da un vescovo e poi riabilitata da un altro - Arromanches - sbarco del 6 giugno 44, una mattanza in tonnara per 2,3 mila giovani appena sbarcati - Caen sulla via del ritorno con visita alla bella casa e splendida famiglia di Viviana casentinese doc e Idriz marocchino doc di Fez con Jasmine e il piccolino come si chiama poi lo dirò. Un bell'incontro, una merenda cena tanto gustosa quanto informale, un'ultima fatica (220 km) per Jean verso Flins che per fortuna arriva prima di Parigi. Grazie Jean.
Sabato 13 giugno:
Meteo:sereno.
Nel quartiere latino, davanti a Notre Dame, alla ricerca delle tracce di Dante. Il cartello conferma che Dante c'è stato nel 1304, Lola che ha fatto importanti ricerche negli ultimi mesi alla Bibliotheque Nationale, conferma la presenza. Io dubito della data - non della presenza - perché Dante nel 1304 era troppo indaffarato tra Casentino, Mugello e Romagna nei tentativi reiterati di rientro in Firenze (saprete meglio nell'edizione francese di "IVI E' ROMENA" di prossima uscita). Magari anticiperemo il pezzo per i 25 lettori di questo blog.
Dante ricorderà che in Rue du Fouarre (via del foraggio), nell'Università, un Professore libertario spiegava "invidiosi veri", insegnava verità scomode, diffondeva idee pericolose. Sigieri di Brabante (v. nota), un tipo che andava in corteo con gli studenti, come Sartre nel '68 proprio negli stessi luoghi, come sempre nel '68 i prof. di Milano, Roma..., come - oggi - studenti e prof. di Teheran. Nil sub sole novi.
DAvanti c'è l'isola di S.Louis; in tempi passati c'era stato come traghettatore S.Giacomo il Povero, Paola e il sottoscritto hanno attraversato il Pont Neuf per raggiungere la gelateria di Berthillon proprio dall'altra parte, meta obbligata per noi a Parigi come Vivoli a Firenze, zona S.Croce, o la Gelateria Alpina, alla Fortezza.
Tre foto (continua)
Nota storica
Sigieri di Brabante
Nacque nella regione del Brabante attorno all'anno 1235. Compì gli studi all'università di Parigi nella facoltà delle arti tra l'anno 1255 e il 1257. In seguito fu professore presso la stessa università. Di spirito sovversivo e grande conoscitore di Aristotele, attraverso gli studi compiuti sui testi di Averroè che in quegli anni, anche grazie alle crociate, cominciano a circolare nelle università europee, si pone in contrasto con la corrente filosofica Scolastica, capitanata dal domenicano Tommaso d'Aquino. Sigieri si pone nella corrente filosofica detta degli Averroisti latini che contestano il rettore dell'Università Alberico di Reims. Venne condannato per 13 proposte eretiche, contenute nei suoi scritti, dal vescovo di Parigi Etienne Tempier nel 1270. Nel 1277 gli venne proibito l'insegnamento all'università e venne convocato dall'inquisitore di Francia Simon du Val. Per sfuggire all'inquisizione parte per Orvieto, in quel tempo residenza del Papa, dove si appellò al pontefice Martino IV. Rimasto a Orvieto, in attesa della sentenza papale, venne pugnalato a morte dal suo segretario. Molti sussurrarono che fosse stato eliminato su istigazione degli Ordini mendicanti (francescani e domenicani), che gli erano sempre stati tenacemente avversi.
Da Wikipedia
sabato, giugno 20, 2009
L'uovo in terrazza

Non c'è verso: tutti gli anni è una lotta. La coppia di piccioni ritorna puntuale in terrazza, approfittando - questa volta - della breve trasferta parigina. Ho provato con lo spry repellente, ho piazzato due barriere di punte ad ago, eliminato varchi...Ma non intendo chiudere la terrazza, come hanno fatto gli altri inquilini (per motivi di spazio, s'intende, non per i piccioni).
Che fare?
I "piccioni urbanizzati", per effetto di una sentenza istruttoria del Pretore di Cremona del 18 gennaio 1983, sono considerati alla stregua di tutti gli animali allevati e quindi passibili di ogni azione di sfruttamento, compresa la cattura e l'uccisione...
Trovato qui.
E l'uovo non c'è più.
Ma il problema rimane.
I colombi urbani sono causa di un particolare tipo di inquinamento biologico, per di più le loro deiezioni danneggiano le strutture architettoniche delle città.
Sono soprattutto i centri storici cittadini ad offrire le migliori condizioni di vita a questi volatili sinantropi.
Sottotetti, solai, cornicioni, facciate di antichi palazzi offrono condizioni favorevoli per la proliferazione; l'inurbamento è favorito dal microclima idoneo, dalla minor competizione per i siti di nidificazione, dalle più facili fonti di cibo e dall'assenza di predatori.
Da Piccioni problema sociale
E giacchè ci sono, frugando online:
Solo in piazza Signoria sono sono circa 2.000. La soglia sostenibile invece secondo veterinari e medici sarebbe di 250 capi per chilometro quadrato. Questo è il dato emblematico sulla presenza dei piccioni in città che secondo l’Asl rappresenta, come in altre città, un rischio sanitario per l’uomo.
Nel rilevamento all’inizio della ricerca, riferibile alla primavera del 1999, è stata stimata la presenza di 30.000 individui in tutto il territorio comunale di Firenze, con almeno 80 colonie stabili e una densità media decrescente dal centro verso la periferia.
Gli interventi decisi dall’Amministrazione Comunale per contenere il numero dei piccioni sono assolutamente incruenti. Al contrario degli interventi di cattura e soppressione realizzati qualche anno fa, è stata poi scelta la strada, eticamente più accettabile e con maggiore validità scientifica, della somministrazione di mangime trattato con una sostanza ad effetto anticoncezionale. Il farmaco utilizzato, la nicarbazina, viene distribuito in granella di mais da operatori appositamente addestrati. Le caratteristiche di sicurezza del trattamento con questo farmaco, autorizzato dal Ministero della Sanità, comprendono: un effetto sui colombi che è temporaneo e quindi reversibile, un impatto ambientale 100 volte inferiore al limite stabilito dalla normativa europea e una probabilità di ingestione da parte di altre specie che è praticamente nulla. Tale trattamento è stato sospeso dal 2005 per la verifica dei risultati. Sono attualmente allo studio altri metodi, sempre assolutamente incruenti, per il controllo della popolazione dei colombi.
E allora siamo alle solite.
Io sono per ritornare alla maniera energica: cattura e soppressione.

mercoledì, giugno 10, 2009
Una settimana a Parigi
GOING OUT
From Pisa (Florence) (PSA) to Paris (Beauvais) (BVA)
Thu, 11Jun09 Flight FR9976 Depart PSA at 16:10 and arrive BVA at 18:00
COMING BACK
From Paris (Beauvais) (BVA) to Pisa (Florence) (PSA)
Thu, 18Jun09 Flight FR9977 Depart BVA at 18:25 and arrive PSA at 20:05
PASSENGERS
1.MR URBANO CIPRIANI ADT
2.MRS PAOLA GALLI ADT
PAYMENT DETAILS
*********0.00 EUR Total Fare
********89.44 EUR Taxes, Fees and Charges
********20.00 EUR Passenger Fee: Handling Fee (1)
*******109.44 EUR Total Paid
(1)Handling fee =
Fee for the benefit of the International Bureau and paid to the International Preliminary Examining Authority when filing a demand. (da Babylon)
Traduzione: Domani partiamo per Parigi -
2 persone -
Costo biglietto:0
tasse aereoportuali: € 89,44
dritti di segreteria: € 20
Totale: €109,44 per 2 persone.
Per Pisa-Parigi andata e ritorno Ryan Air.
Dura minga.
sabato, dicembre 13, 2008
Visita a Petra

clicca per ingrandire la foto (e vedere anche i piedi).
Dentro Petra, dentro la pietra. Dalla testa ai piedi. (Giordania, ottobre 2008)
martedì, novembre 25, 2008

clicca sulla foto per ingrandirla
Un iscanesu in Medio Oriente: così viene presentato Francesco Sanna, nativo di Scano Montiferro (Oristano).
Un iscanesu in Medio Oriente: Francesco Sanna est bistadu tantos annos in giru peri su mundu, e unu pagu da tottue nd'at bogadu ispirazione po sa poesia sua, semper perfetta de istile e carriga de argumentos profundos chi faghen pensare. Sa sua est una poesia universale, chi superat sas costas de s'Isula nostra in chilca de unu confrontu cun sas atteras culturas de su mundu.
...tanti anni in giro per il mondo, un po' ovunque, per trarre ispirazione ai suoi esercizi spirituali in forma di sonetto o di ottava, cercando perfezione di stile e profondità di argomenti, fascinato da una poesia universale che attraversa tutte le culture e ne valorizza il senso. Alcuni dei componimenti riportati in questa pagina ci sono stati inviati via email dal paese del Medio Oriente dove Tzitzu risiede attualmente. Altri li trascriviamo per gentile concessione dell'autore e del curatore del sito,
Gianfranco De Rosa
SU TEMPUS Il Tempo
Caru frade no t'apo immentrigadu Caro fratello, non ti ho dimenticato
ma su Tempus, tue puru za l'as biu, e però il tempo. l'hai visto anche tu,
mo lu sun dande como a mindighiu ce lo concedono come al mendico
chi mancu l'amos tentu e ch'est boladu. manco lo sfiori e se n'è già volato
Ca s'Ispatziu chi est male incarabadu E lo Spazio malamente appiccato
in dogni domo anzena faghet niu, in ogni casa estranea ha fatto nido.
e Cronos chi fuit semper bagadiu Cronos, da sempre vedovo,
como invece in tott'ue est allogadu. si ritrova a servire dappertutto.
E gai custu progressu materiale Così questo progresso materiale
mo che furat sas oras de reposu ci ruba anche le ore del riposo
destruinde s'afetu familiare: e distrugge l'affetto familiare:
ischimos novas in "tempus reale" abbiamo news in tempo reale
da dogni logu, ma fattu curiosu, da ogni parte, eppure, è curioso,
cun sos de domo no ischimos faeddare. coi familiari non sappiamo più parlare.
Tzitzu Sanna Francesco Sanna
Se conosci il sardo leggi le altre sue poesie qui.
L'ho conosciuto, per telefono, in maniera virtuale, nel viaggio in Siria, presentatomi dalla nostra guida Abdel Nasser. Galeotto il mio libretto "Dante in Casentino". Per email, al ritorno a Firenze, mi scrive che lui è stato sette anni in Casentino, a Papiano, allevando 50 capre, 10 maiali, due cavalli, in località Terricola, a due passi dalla chiesetta di Montalto, sosta obbligata delle macchine di coloro che vogliono salire sul Falterona, al laghetto degli idoli (etrusco), alle sorgenti dell'Arno, alla cime del Monte Falco...
Per il caso che domina la nostra vita, o per i disegni di Allah come lui sostiene, dopo 15 giorni ci siamo trovati a passeggiare sul lungarno dell'Isolotto, come da foto.
Mi racconta che in Casentino, 20 anni fa, ebbe l'illuminazione che lo portò in Madagascar, Spagna, Eritrea, Giordania, Siria (è difficile seguirlo quando descrive le sue peregrinazioni). Adesso è in Italia, con amici siriani e sta cercando l'ennesima combinazione per continuare la sua vita laboriosa ed errabonda. Sa far di tutto, perfetta macchina da agriturismo natura pura.
L'emozione d'averlo ricondotto, domenica scorsa 23 novembre - una splendida giornata di sole - fino a Terricola, una casa bellissima ancora in piedi, ma predestinata a veloce deperimento, tutta rifatta da capo a piedi da lui giovane trentenne (qui c'era la fonte, bellissima, in pietra, ma dov'è...se la sono portata via, qui il seccatoio per le castagne, guarda questo pavimento in pietra, il mio capolavoro, hanno tolto la canna fumaria della stufa senza tappare il buco sul tetto, andrà tutto in demolizione...), qui la stalla dove ho dormito a volte per assistere la scrofa o capra gravida... E questo il panorama da lassù.
Caro Tzitzu, lo so che consideri ultimativa ogni tappa della tua vita e che a Papiano non vorrai tornare, ma forse un libretto di memorie potresti anche scriverlo...Magari un libro di ricette o indicazioni su come si fa un pane come quello che ci hai fatto sabato 22 scorso col forno di cucina o sui formaggi e latticini, senza snobbare le pizze, la differenza tra il latte delle pecore e capre siriane e quelle di Terricola ...
Ma a te piace insistere sulle questioni esoteriche, sul quarto significato della Divina Commedia, e Dante che era un affiliato di alto grado dei Templari...e S.Bernardo nel Paradiso...
Sto leggendo il libretto che mi hai voluto regalare:René Guénon, L'Esoterismo di Dante, Adelphi ed. 2006, quarta ed.
Scheda del libro.
Buona fortuna, Insciallà, amico mio.
PS. Poesia di Tzitzu con traduzione fatta da lui.
«Ahi, anime ingannate e fatte empie,
che da sí fatto ben torcete i cori,
drizzando in vanitá le vostre tempie!»
( Dante, Par. IX,, 10-12 )
Suttumissione
I
In su nomen 'e Deus Onnipotente
chi dominat sos mundos Maestosu…
sa laude a su Clemente e a su Grassiosu
Soberanu 'e Zudissiu Universale.
Adoramos a Tie unicamente,
siat grassias po Ti render in su gosu,
siat cando in sa traschìa, Generosu
cunfortu mos aporris a ogni male.
Sottomissione
Nel nome d’Iddio, l’Onnipotente,
che Maestoso domina sui mondi…
Lode al Clemente e Misericordioso
Sovrano del Giudizio Universale.
E’ Te che adoriamo unicamente,
sia per renderTi grazie nella gioia,
sia quando nel bisogno Generoso,
per tutti i mali a noi doni conforto.
Ghíamos in sa ficcada zenitale,
sa chi as mustradu a cussos bene-itos…
e no a sos miscredentes derelittos
castigados da Furias infernales,
ne a cuddos baddinosos ignorantes
ch'in fattu a dogni ‘entu sun’ errantes.
Guidaci nel sentiero zenitale…
quello che Tu hai mostrato ai benedetti,
e non ai miscredenti, abbandonati
ai castighi delle Furie infernali,
e neanche a quegli stupidi ignoranti
che dietro a tutti i venti vanno erranti.
II
Sos astros faghen tottu ballu tundu
e in chelu a su Criadore cantan gloria…
Ma s'omine “modernu”, prenu 'e boria,
frantu si ch'est da s'amorosa dansa.
“O Mere chi gruvenas custu mundu,
torramos de Babele sa memoria
ca galu ripitinde s'est s'istoria
de s'umana superbia e i s'arrogansa.
II
Gli astri tutti fanno il girotondo
e nel ciel del Creator cantan la gloria,
solo l’uomo “moderno” pien di boria
ha abbandonato l’amorosa danza.
“Signore che governi questo mondo,
ridacci di Babele la memoria
ché ripetendo si sta ancor la storia
dell'umana superbia ed arroganza.
Mandamos, o Amorosu, cudda Fiansa
ch'aiat prommissu chi deviat torrare
po che finire su carrasegare
e mos chirrare da sa mala criansa:
da cuddos chi, asservidos a passiones,
si glorian d'esser liberas pessones!”
Mandaci, o Amoroso, quella Guida
che aveva promesso di tornare
per metter fine a questo carnevale
e separarci dalla ‘mala creanza’:
da quelli che, asserviti alla passione,
si glorian d’esser libere persone."
III
Dae ora amos lassadu sa carrela,
chi a faltzas libertades est chimera,
e in betza abbandonada caminera
sas arrastas antigas pressighimos.
Cumpresu amos s'errore de sa mela,
e po torrare a Libertade vera
mos semus suttumissos, de manera
chi volontade 'e Deus ebia faghimos.
III
Da tempo le piazze abbiam lasciato,
che di false libertà sono chimera,
e in un vecchio sentiero abbandonato
antiche tracce andiamo seguitando.
Capito abbiam l’errore della mela …
e per tornare a Libertà, la vera,
ci siamo sottomessi, in modo tale
che il voler di Dio solo seguiamo.
Ca giai da su momentu chi naschimos
semus che semenadu unu giardinu(1)
e custu - chi giamamos ‘su destinu’ -
prantare torra a nou no lu podimos:
ca pertenet a Deus cussu Podere,
nois semus solu giualzos... Issu est Mere.
Poiché gia dal momento che nasciamo
siamo come un giardino seminato(1)
e questo -che noi chiamiamo ‘destino’-
ripiantare di nuovo non possiamo:
perché a Dio appartiene quel Podere,
noi siamo gli operai…. e Lui il Padrone.
IV
Su puite poi divressa est sa sementza(2)
lu cumandat sa terra e s'istasione,
no sas maccas teorias d'evolutzione
a Natura contrarias e a Dottrinas.
Su chi mos at prantau sa Provvidentza
cultivare podimos cun resone,
ma it'ada a mezorare s'istrutzione
‘ue semene non b'ada ne’ raighinas ?
IV
La ragione per cui diversa è la semenza(2)
dipende dalla terra e la stagione,
non da stupide teorie d’evoluzione
contrarie sia a Natura che a Dottrine.
Cio che la Provvidenza ha seminato
coltivare ben possiamo con ragione,
ma che può migliorare l’istruzione
dove non ci son semi ne radici ?
Za est beru chi evolvidu s'est finas
chie innanti no cherian’ mancu a teraccu
ca oe, prus disonestu chi no maccu,
mos bendet primmu males poi meighinas.(3)
E no est sa zente ebbia, fintzas sas baccas
‘evolvinde’ si sun... chi paren’ maccas !
Vero è che tra gli altri si è “evoluto”
colui che non serviva neanche a servo,
ed oggi, disonesto più che stupido,
ci vende prima i mali e poi i rimedi.(3)
E non solo la gente… anche le vacche
evolvendo si stan che sembran pazze !
V
Laudau siat Deus a ogni torrada 'e alientu
gloriadu a dogni fremitu de core,
de ogni cosa est s'Immobile Motore
su Printzipiu e su Fine de ogni motu.
Po Issu calat aba e pesat bentu,
da Issu amos sa lughe e i su calore,
cun Issu est comintzau su Primmu Amore,
a Issu calchi die torramos tottu.
V
Iddio sia lodato, ogni respiro,
glorificato ogni fremito del cuore,
d’ogni cosa è l’Immobile Motore
il Principio ed il Fine di ogni moto.
Per Lui cade l’acqua e s’alza il vento,
da Lui abbiam la luce ed il calore,
con Lui ha avuto inizio il Primo Amore
ed a Lui tutti un dì farem ritorno.
Ma sos chi a sa materia an fattu votu
e a Deus no l'ana crefidu adorare
sa die, a cale chirriu ana a furriare...?
Ogni chirriu lis ad' esser chirriu drotu.
Sos Chelos e sa Terra tottu umpare
sun solu isprumma in su Divinu Mare.
Ma coloro che, votati alla materia,
Iddio non han’ voluto adorare
quel dì, da che parte fuggiranno…?
Ogni posto sarà quello sbagliato.
I Cieli e la Terra tutti insieme
son solo schiuma nel Divino Mare.
* * *
Chelos e Terra sun s'isprumma ebia
chi de s'eternu Mare 'e s'Aba santa
aizu mustran sas laras cando cantan
a gloria de sa Tua Sabiduria…
De fronte a tanta pasida Armonia
fintzas s'animu ruzzu si nd'ispantat
ca li 'enit naturale su pensare
chi si b'at un'isprumma... b'est su Mare.
I Cieli e la Terra son la schiuma
che dell’eterno Mare d’Acqua santa
mostran solo le labbra, quando cantan
per la gloria della Tua Saggezza…
Di fronte a tanta placida Armonia
anche l’animo rozzo si stupisce
e gli vien naturale di pensare
che se c’è una schiuma…c’è anche il mare.
_____________________________________
1) Custu est su sensu de sas castas in sa traditzione indù.
2) "Considerate la vostra semenza..." ( Inf. 118 ).
3) Gai faghen sos signores de sa chimica petrolica.
* * *
________________________________
1) E’ questo il senso delle caste nella tradizione indù.
2) "Considerate la vostra semenza..." ( Inf. 118 ).
3) Così fanno i signori della chimica petrolica.
Altre poesie con testo italiano a fronte le trovi qui.
venerdì, ottobre 31, 2008
Diario di viaggio
In Giordania e Siria (VII)
Le città vive
Amman

Non abbiamo visto molto di queste grandi città che contano circa un milione e mezzo di abitanti. Parlerò perciò più che altro dell’impressione che ne ho avuto. Di Amman ricordo la bianchezza dei numerosi edifici nuovi che ne fanno un agglomerato immenso di quartieri periferici intorno al centro antico. Anche la moschea più importante della città è tutta nuova, con una cupola splendente. Rinunciamo ad entare perché le regole del vestiario sono molto severe e non ci sentiamo di imbacuccarci tanto per un edificio dall’aria così fredda. Forse nel suo complesso Amman è proprio un po’ fredda per come ci si può immaginare una città orientale. Le belle strade e i bei negozi ricordano le nostre grandi città. I quartieri vecchi sono pieni di negozietti che restano aperti fino a ora tarda. Qui ci sono ancora i vecchi artigiani, il sarto con la macchina da cucire fuori della porta, il ciabattino che appena riesce a incastrarsi nel suo buco pieno di scarpe e ciabatte di ogni tipo e non manca il carrettino del gelataio che fa anche la granita al limone.
Aleppo

Aleppo e Damasco sono certamente città con un aspetto più orientale. I quartieri vecchi sono alveari dove si muovono continuamente tante persone, ognuna per la sua strada, intorno alle mille botteghine che stanno l’una appiccicata all’altra, suddivise per generi: gli orafi, i venditori di cereai, di spezie, di generi di cartoleria, di paglia, di stoffa ecc. Non si ha l’idea di quante ce ne sono, spesso veri cunicoli che hanno magari sopra l’abitazione. Già, dove sono le abitazioni? In questi quartieri porte non se ne vedono, solo negozi, ma sopra le finestre coi panni stesi fanno pensare a famiglie numerose. Intorno al brulichio di questa gente, un traffico pazzesco che non si ferma mai. Chiunque voglia attraversare è un coraggioso che spera ottimisticamente di arrivare salvo dall’altra parte. Certo, appena ci si allontana da questi quartieri vecchi e spesso fatiscenti, ci si imbatte in strade silenziose che hanno belle case di pietra giustamente distanziate le une dalle altre. E’ il caso del quartiere armeno di Aleppo, dove anche i negozi sono più belli e hanno gli spotti in legno lavorato. I grandi portoni delle case hanno come battente una manina volta in giù come a Siviglia.
Damasco

A Damasco le vie intorno al suq coloratissimo e pieno di gente sono antiche e mostrano tracce di templi greci che sono rimasti incorporati nelle mura arabe. Qui puoi incontrare il carretto che fa la spremuta di melagrana, squisita e a buon prezzo. O l’acquaiolo che avrebbe fatto la sua figura in una Napoli dei primi del ‘900. Porta sulle spalle un aggeggio di metallo bianco da cui fa uscire l’acqua e al quale sono appesi dei bicchieri anche questi di metallo. Tutto è confusione in queste strade dove la gente si pigia e le merci sembrano quasi troppe, come se non si pensasse ad altro che a vendere e a comprare. La grande moschea degli Omayyadi che resero Damasco Capitale è un’isola di quiete dove ci si può sedere sul tappeto e parlare sottovoce. Alcuni uomini distesi in un angolo dormono. “Non sarebbe giusto – dice la guida – ma si vede che erano molto stanchi”.
Dopo aver visitato il palazzo Azem, una dimora nobile del ‘700 con i suoi giardini, cortili con alberi e appartamenti separati per tutti i componenti della famiglia, torniamo all’albergo con un gran desiderio di riposare anche noi.
Che dire di queste grandi città belle e brutte insieme, dove la bellezza è per lo più confinata negli antichi edifici pubblici e religiosi e negli alberghi di lusso come lo Sheraton, mentre tutto il resto affoga nel degrado e nell’inquinamento più totale? Cerchiamo di fare una riflessione. Non pensiamo che sia stata la religione a mantenere certe arretratezze quanto piuttosto la mancanza di un percorso civile in evoluzione. Forse è mancata da queste parti una classe media che abbia saputo far da tramite tra il popolo e i grandi signori (sceicchi, pascià, califfi …) creatrice di un progetto di rinnovamento della società. (Paola, fine)
Nota del barba
Il mio personale ringraziamento al profeta Maometto che, vietando gli alcoolici, mi ha sicuramente salvato dai taxi che come talpe impazzite e strillanti hanno fatto una sarrabanda continua davanti al nostro "alberghetto" posto proprio in centro (di fronte al nuovissimo Sheraton e alla torre dell'orologio). La mia pelle sarebbe sicuramente diventata una striscia tra le poche e malmenate strisce di attraversamento del caos cosmico aleppino. Da qui il grande godimento dei momenti di "raccoglimento" dentro la grande moschea omayyade. Allah sempre grande e misericordioso.
PS. La motorizzazione in Siria è targata Corea e Giappone, leggi Yundai e Nissan...
mercoledì, ottobre 29, 2008
Diario di viaggio
In Giordania e Siria (VI)

Le città morte
A Palmira si arriva dopo una strada lunghissima e tutta dritta (come sono qui quasi tutte le strade) che non è deserto, come dice Nasser, ma steppa. In realtà è una steppa poverissima, con radi cespugli spinosi che in genere crescono vicino ai bordi della strada. Stanche del lungo percorso, ci siamo fermati al Baghdad–Café, un piccolo bar con tettoia rinfrescante tenuto come al solito da beduini in tenuta d’ordinanza. Il thè alla menta, anche se più caro che altrove, è sempre un piacere, le toilettes che stanno dietro al ar lo sono molto meno. Vicino un’esposizione di oggetti artigianali in una costruzione sormontata da tetto a pan di zucchero secondo la tradizione. Anche se tutto0 è un po’ finto. Dopo qualche decina di km, ecco finalmente Palmira che certo è una delle mete più agognate di tutto il viaggio. E Palmira non delude, perché offre una vista veramente “panoramica” di rovine magnifiche, da città ricca , dove i templi, i colonnati, e le tombe di lusso non scarseggiavano davvero. Mi viene spontaneo il confronto con Serjilla, ma anche con qualunque altra delle città morte del Nord della Siria. Le rovine di quelle città sono state abbandonate e ora solo il vento e la polvere le abitano, Palmira invece è sopravvissuta nella cittadina turistico-commerciale che le è nata accanto e che in un certo senso l’ha anche stravolta, perché l’ha resa piena di gente che ti vuol fare andare a cavallo, ti vuole vendere ogni sorta di oggetti e non ti lascia godere la cosa più necessaria in questi posti: il silenzio. Riprendo da una guida turistica una frase di Chauteaubriand: - Les ruines, considerées sous le rapport du paysage, sont plus pittoresques que le monument entier ». Decisamente Serjilla è più pittoresca, anche se bisogna riconoscere che Palmira è imponente, regale. E poi dietro il muro del tempio di Baal, che bel palmeto c’è ancora! E come doveva essere variopinta, esotica, sfaccettata la vita in questa città, punto d’incontro di tante culture diverse. (…)
Un ambiente un po’ alla Salambò di Flaubert, visto che oggi mi vengono in mente gli scrittori francesi. Del resto Giovanni Battista, decapitato nel romanzo di Flaubert, ce lo siamo ritrovato in moschea come precursore di Gesù e di Maometto.
E ancora un dettaglio francese. Pare che l’hotel Zenobia, che è il più vicino al sito archeologico sia stato ideato a suo tempo da una avventuriera, una certa Margot, che era rimasta affascinata dalla figura di Zenobia. Peccato che poi abbia dato aiuto al dittatore Franco e aiutato degli ufficiali nazisti a fuggire in Sudamerica. Ma per finire in bellezza, voglio ricordare la “tomba-ipogeo dei tre fratelli “. In questo spazio, abbastanza grande e ben suddiviso in tre camere si possono vedere delle pitture a parete. Su di una mi sono soffermata. Racconta la storia di Achille che era stato nascosto dalla madre sull’isola di Sciro dove viveva travestito da donna per sfuggire alla guerra e alla morte. Ma venne stanato dal solito Ulisse “dai tortuosi disegni” che lo portò via riconsegnandolo al suo destino. Ecco una cosa triste della vita di questi grandi personaggi. Gli toccava sempre sapere che, malgrado eventuali tentativi, alla fine sarebbero morti in un determinato modo ed erano certi che il destino non avrebbe mai mollato la presa. Ma a questo punto scattava l’elemento “valore” che nel caso di Achille come di ogni uomo di elevata classe sociale, voleva dire non lesinare sulla vita. Magari un poveretto avrebbe potuto scappare, questo gli sarebbe stato permesso, ma Achille no, sennò che eroe sarebbe stato?
Nella pittura realizzata con bei colori ancora visibili Achille è in primo piano vestito con un’ampia veste da donna da cui spunta fuori una gamba che forse dovrebbe essere muscolosa e tradirlo. Accanto ci sono oggetti femminili: gomitoli di lana, aspo e stoffe. Dietro la nutrice con aria spaventata. Erano le loro storie. Achille come Tex Willer, Ulisse come Martin Mistère? Certo, molte cose sono cambiate, il paragone viene male. Però quello che non è cambiato è il gusto dell’avventura e il piacere di seguire le vicende di un personaggio amato. (Paola)
Qualche foto delle nostre
lunedì, ottobre 27, 2008

Diario di viaggio
In Giordania e Siria (V)
Le città morte

Serjilla
A un certo punto il pulman si ferma, attraversi la strada e di colpo si scopre ai tuoi occhi, in mezzo al deserto, una città o meglio il suo fantasma: resti di mura, pezzi di edifici ancora in piedi, molti frammenti di terracotta e intorno polvere a non finire. E’ l’aspetto con cui compaiono parecchie di queste antiche città, di cui è costellato il territorio intorno ad Aleppo. Sembrano tutte simili, pallidi fantasmi color ocra che sorgono da un deserto appena un po’ più pallido. Serjilla però ha qualcosa di più di altre città simili e credo sia la bellezza degli edifici o meglio di ciò che ne resta. L’androne il luogo delle assemblee, la dimora signorile, le grandi terme fatte erigere con opulenza da un ricco cittadino, tutto risponde a un criterio di eleganza. Qua un arco che si prolunga in un gioco di prospettiva con un altro arco, là delle nicchie graziose che forse ospitavano statuette a i lati di una porta. Si cerca di immaginare come la vita poteva svolgersi all’epoca, si vorrebbe trovare qualche segno in più, magari un’impronta di piede o di mano nell’argilla cotta al sole, con cui ancora oggi i beduini costruiscono le loro povere case. Ma niente di più esce da queste forme incomplete da cui la vita s’è ritirata tanti secoli fa. Qua e là il vento solleva piccoli vortici di polvere. Chissà quanti ne sono passati sulle costruzioni più piccole delle case comuni di cui non resta più nulla. Mentre Pompei, preservata dalla cenere, è ancora un luogo dove si respira un sentore di vita, Serjilla trattiene solo un’eco fievole della vita che certo dev’essere stata ricca e varia al tempo della fortuna commerciale. Usciamo con un ultimo sguardo a questa bellezza smozzicata fuori del tempo. Dall’altra parte della strada c’è il presente: un bar senza bellezza, allestito alla meglio, l’onnipresente pepsi-cola, i biscotti con la cioccolata e, per fortuna, lo shai bi naa naa , il thè alla menta. Dove la troveranno tanta menta in questa steppa siriana dove l’unica alternativa alla sabbia sono certe piante grasse dure da cui solo le pazientissime pecore possono trarre nutrimento? (Paola)
Noticina storica
Vicino ad Aleppo, Serjilla si trova in un bacino naturale che si estende verso sud e conserva i resti dell’insediamento bizantino: case, chiese, bagni, tombe e sarcofagi. L`androne a doppio portico, il punto di incontro per gli uomini, è considerato una delle strutture meglio conservate di tutte le città abbandonate in Siria. L’impressionante chiesa a tripla navata, antecedente al 372 d.c., è una delle più antiche nella regione. Distrutta dal terremoto.
Qualche notizia su Wikipedia (ma solo in inglese)
Qualche foto delle nostre.
domenica, ottobre 26, 2008
Diario di viaggio
In Giordania e Siria (IV)
Ugarit

L'arrivo è piacevole. Il luogo è quieto, anche se assolato, dato che sono le sei del pomeriggio. Non ci sono autobus in questo momento. Sulla sinistra un bar con tettoia e quattro uomini seduti. Del resto sopra le loro teste è scritta la parola rest. Ti guardano con aria imperturbabile. Si capisce benissimo, quanti turisti vedono passare ogni giorno! Poi ti accorgi che sono anche gentili perché ti indicano il WC che è là in fondo e che è piacevolmente pulito. Mentre mi avvio verso l'entrata del sito, mi arriva un buon odore di basilico. _ E' gratis - dice il barista nella mia lingua. Strappo due foglie e mi dirigo all'entrata. Mi fermo un attimo presso un carretto su cui sono esposti vari libretti e fotografie. C'è un uomo alto e magro (nella foto)che con voce quasi sussurrata invita a comprare. Prendiamo un opuscoletto. Lui insiste, vorrebbe vendere le foto che sono belle ma che purtroppo ormai non vengono comprate quasi più. Mentre salgo il sentiero di sassi e polvere mi rallegra l'occhio una gentile macchia verde (v. foto sopra) formata da un pino di Aleppo, come dicono qui, da un bel fico e da un alto eucalipto. Tre piante profumate che sono tutto il verde che il luogo possiede. Dietro si stende la massa pietrosa di Ugarit con le sue rovine. Sembra un luogo qualunque, una delle tante rovine ricche di storia di questo territorio siriano dove il passato salta fuori a ogni svolta di strada. Invece Ugarit è una rovina speciale, anzi unica, dove nacque alcuni millenni fa la scrittura del mondo mediterraneo. Come sono appartati e silenziosi oggi i luoghi dove nacquero alcune delle creazioni più significative del mondo antico.
Non posso fare a meno di pormi un interrogativo (che certo non è nuovo né originale): se così poco resta delle culture antiche - a parte le ricchezze contenute nei musei - cosa resterà della nostra civiltà costruita su materiali tanto più deperibili di queste pietre? (Paola)
Nota del Barba

Il primo abbecedario della storia umana. Questa tavoletta si trova nel Museo di Damasco e segna una delle grandi tappe dello sviluppo umano, come la scoperta del fuoco, della ruota, della stampa, dell'elettricità...
Sono 30 segni che rappresentano suoni emessi dalla nostra voce quando parliamo. Quando eravamo cavernicoli, per indicare 3000 cose dovevamo fare 3000 disegnini o graffiti. Ora siamo in grado di indicare 3000 diversi oggetti combinando tra loro 30 lettere. Si esce dalla caverna ed entriamo in banca a scrivere i conti (tasse, pecore, cammelli) dei re locali, nel tempio a scrivere i miti: da qui nasce p.e. la Bibbia. Antico testamento. (v. sotto Nota storica). Poche foto
La Moschea Omayyade di Aleppo
Uscendo dal suq affollatissimo e molto grande, Urbano io e pochi altri del gruppo siamo entrati nella Moschea più importante di Aleppo con la nostra guida, il buon Nasser che sa meglio il francese dell'italiano e che spesso ci ha divertiti con i suoi traci, ruini, vien d'esser nato e via dicendo. Ho evitato il mantello col cappuccio perché avevo il vecchio e sempre utile kway. Nel grande cortile cadeva la pioggia. E' stato infatti il primo giorno di maltempo da quando siamo qui. La moschea è grande e non affollata. Qualcuno prega in ginocchio. Un signore distinto legge il corano aperto su un leggio. Nel settore donne, mentre le nostre ragazze guardano una teca dedicata al culto di Giovanni battista, precursore di Maometto, una donna allatta il suo bambino. Ci sediamo per terra su un tappeto verde e facciamo cerchio intorno a Nasser. Le domande sono molte e varie.
Cosa differenzia i moderati dagli estremisti?
Cosa dicono i fedeli quando pregano?
Pensi che uomo e donna siano eguali nel Corano?
Le donne possono chiedere il divorzio?
Che succede a una ragazza madre?
Nasser è un credente, ma non un integralista. Parla della propria esperienza di divorziato per decisione della prima moglie. Appare credibile quando ci dice che spesso all'interno della famiglia le donne contano molto, e anche quando sottolinea gli aspetti ugualitari della religione islamica che non ha una casta sacerdotale, anche se di fatto dai tempi del corano in poi tante cose sono cambiate, come del resto è successo al cristianesimo. Ci piace molto quando ci spiega che non esiste nell'Islam il battesimo come lavacro dal peccato originale, che non esiste proprio come concetto coranico.- siamo nuovi quando nasciamo e sarà il nostro comportamento che deciderà per noi-
Il dialogo finisce sui singles di cui abbiamo vari esempi tra i giovani del gruppo. E' chiaro che per Nasser la famiglia viene prima di tutto perché il "formato" che dio comanda. Gli scappa detto che nel mondo occidentale (lui conosce bene la Francia) ormai si vive come "animali"; si riferisce alle libere convivenze con figli fuori del matrimonio ecc. Le nostre ragazze protestano. "Il bello è che credete che facciamo chissacché, invece sgobbiamo tutto il giorno e per il resto sai quante occasioni abbiamo di far peccati".
Ma con Nasser è impossibile rimanere sulle distanze. Ci raccoglie con uno sguardo dei suoi occhi espressivi e un po' buffi e ci porta a pranzo. (Paola)
Foto moschea
Nota storica
L'alfabeto ugaritico è composto da ventisette lettere, seguite da tre lettere addizionali. Dall'alfabeto ugaritico, sviluppato dagli scribi intorno al XIV secolo AC, derivano la maggior parte degli alfabeti moderni (greci, latini, etruschi, ebrei, arabi).
Ora la nascita della scrittura nella Terra di Sumer e la preminenza intellettuale e tecnica dei suoi abitanti portò alla diffusione della civiltà in tutta la Mesopotamia. Questa regione, più o meno corrispondente all'attuale Iraq, è aperta a Nord, a Occidente e a Oriente. Non stupisce quindi che la sua cultura si diffondesse e contaminasse le genti che vivevano nelle vicinanze. Gli stessi autori della Bibbia come pure il vecchio mondo greco ed ellenistico non poterono sottrarsi all'influenza pur mediata di questa cultura.
Anche per questo in Mesopotamia si debbono cercare i più antichi documenti relativi alla nostra storia e alla formazione del pensiero umano che, attraverso i secoli, ha dato vita alla nostra filosofia e alla nostra scienza.
I testi rinvenuti nelle tavolette degli archivi ugaritici comprendono oltre a lettere, documenti legali, come trasferimenti di proprietà di terreni, alcuni trattati internazionali e diverse liste amministrative, anche poemi narrativi di carattere mitologico: sono stati identificati frammenti di diverse opere poetiche, tra cui la "Leggenda di Keret", la "Leggenda di Dan-el", il "Mito di Baal-Aliyan", e la "Morte di Baal" e alcune referenze a eventi storici e concetti mitologici che si trovano successivamente anche nell'Antico Testamento.
venerdì, ottobre 24, 2008

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Diario di viaggio
In Giordania e Siria (III)
Petra Prima di chiamarsi Petra ( “roccia” in greco) si chiamava Raqmu la “variopinta”.
Due paesaggi mi sono venuti in mente quando ho visto Petra: il grande cavone etrusco di Sovana e i Canyons dell’Arizona. Ma sono paragoni che servono poco perché in realtà Petra non somiglia che a se stessa. Lungo e quasi un po’ inquietante il grande canalone di entrata. Già ci si abitua a questa roccia particolare, piena di sfaldamenti, di faglie sovrapposte dai colori diversi, di esplosioni rotondeggianti che fanno apparire qua e là strane forme di animali, enormi teschi, sagome di elefanti e via dicendo. Il colore dominante è giallo ocra, ma subito intorno appaiono il giallo acceso, l’azzurro, il bianco, il rosso pompeiano, il fucsia. Mai mi ricordo di aver visto una roccia esprimere naturalmente tanti colori. Se la tocchi con le mani, questa terra si sgretola e ti macchi la pelle.
Quando il lungo e profondo canalone finisce, ti trovi di fronte al primo splendido monumento, il Tesoro, scolpito nella roccia. Color mattone scuro, grandi colonne corinzie. Un’elegante facciata alessandrina. Figure di divinità rese ormai evanescenti dal tempo e dagli agenti atmosferici, resti di leoni che dovevano incutere paura, vasi e lucerne che splendevano al loro tempo di grazia e realismo. Ora la pietra si è ripresa molto di quest’opera umana che con grande arte aveva scolpito la roccia senza costruirvi qualcosa di esterno, di sovrapposto. Ne è venuto fuori uno strano miscuglio in cui la roccia stessa si è piegata e contorta ingoiando in parte l’opera dell’uomo, in parte modificandola. Natura umanizzata; in questo credo stia una non piccola parte del fascino di questo luogo.
Certo col tempo molte opere dell’uomo, nello scolorire e perdere forma, assumono un carattere diverso, speso un po’ misterioso, diventano quasi altro da quello che furono e ci si respira il soffio del tempo che è passato e delle generazioni che le hanno realizzate.
A Petra questo accade in modo particolare. Le facciate dei templi si sono ritirate a poco a poco dentro la roccia da cui emersero, la terra le ha ricoperte e attraversate con tutti i suoi inconsueti colori che arrivano a formare in certi puntai disegni di una modernità bellissima. Così scorre davanti ai nostri occhi questa strana città in cui l’opera dell’uomo che volle rispettare la materia offerta dalla natura, ne è stata a sua volta ritrasformata in un ibrido di particolare bellezza. Si capisce perché Petra sia restata sconosciuta per tanto tempo. Perché è come un mondo chiuso, quasi sotterraneo, in cui ci si immerge con qualche inquietudine e da cui si emerge quasi con sollievo, come sempre quando si resta coinvolti per un certo tempo in una realtà a cui la lontananza nel tempo e la bellezza fuori dai canoni conosciuti conferiscono un carattere particolare. (Paola)
Qualche foto delle nostre.
Postilla di Barbabianca
I Re Maghi Nabatei ovvero la fuga in Egitto
Dovevano proprio apparire come figure magiche i ricchi mercanti che da ottocento anni percorrevano la via carovaniera che dallo Yemen e da Aqaba, sul mar Rosso, faceva centro a Petra per proseguire fino a Gaza, sul Mediterraneo. Tali sicuramente apparvero i tre ricchi Petrani ai pastori della Galilea che li guidarono verso quella grotta scavata nella roccia dove la dea della maternità, la grande dea Madre Allat, aveva benedetto una giovane bella povera coppia – Miriam e Joseph - arrivata in quei giorni da un paese non lontano. Di dove venite? Nazareth…Dov’è? Ah, sulla via dell’Assisria, un po’ a Nord. Le offerte erano di prammatica per i Nabatei, produttori di incenso e mirra, divenuti anche tesorieri, proprio a Petra, del denaro e dei beni ad essi affidati dalle grandi “Compagnie Carovaniere” dell’epoca. Fu un omaggio dovuto alla dea Madre quella visita “rituale” alla coppia incontrata sulla via (non era diretta in Egitto?) e fu per loro poco fatica spostarsi dal vicino lussuoso caravanserraglio fino a quella incavatura sulla roccia che, oddio, non reggeva il confronto con i quartieri residenziali di Petra, ma era pur sempre una vista familiare, come familiare era la vista dell’asino e del…cammello. Infatti non si trattava di un bue, refuso del trascrittore biblico. Il cammello, un cammellino giovane già addomesticato glielo regalarono loro, una volta sentita la storia. Con un biglietto di saluto agli amici cammellieri d’Egitto…Presentatevi a quel caravan con la tale insegna…Nessuno vi dirà: l’albergo è troppo pieno, soppalchi i ballatoi…Che Dushara vi benedica.
Nota storica sui Nabatei
I Nabatei: una strana civiltà
Questo popolo appare intorno al VI secolo a.C. Nomadi della penisola arabica, i Nabatei approfittano dei problemi in terra edomita (l'attuale sud della Giordania), causati da Babilonesi e Persiani, per infiltrarsi prima a Gaia (Wadi Musa) e in seguito a Petra. Poco a poco si sedentarizzano e sviluppano il commercio della mirra, dell'incenso e delle spezie. Un terzetto vincente visto che i Greci e in seguito i Romani, grandi consumatori di questi prodotti di lusso, assicureranno paradossalmente la prosperità dei Nabatei. Inoltre, i Nabatei possiedono il monopolio della produzione di asfalto (roccia naturale raccolta nel mar Morto) che veniva utilizzato, in particolare, per l'imbalsamatura dei corpi.
La fortezza naturale di Petra viene utilizzata come magazzino per le merci e le innumerevoli ricchezze ma nello stesso tempo assicura una posizione strategica sulle vie delle carovane, diventando una vera e propria «Wall Street dell'Oriente». La sua posizione permette infatti di controllare rapidamente le strade che vanno dallo Yemen al porto mediterraneo di Ghaza, dalla Siria allo Hijaz (regione della Mecca), dall'Egitto alla Mesopotamia. Ecco perché le tracce dei Nabatei si ritrovano un po' dappertutto in Giordania, anche se Petra continua a essere la testimonianza più sorprendente di questa straordinaria civiltà.
La loro società si fonda su un sistema egualitario: non esistono distinzioni di rango o di fortuna e non esiste la schiavitù. Il re, come un qualsiasi altro cittadino, ha il dovere di svolgere i normali doveri quotidiani. Deve anche rendere conto delle sue attività e delle sue spese. Se ognuno è responsabile nei confronti di tutti, l'arricchimento personale viene considerato come una virtù. In compenso, la persona che si impoverisce viene punita.
Il pantheon nabateo si compone di Dushara, il dio del Sole (il suo nome è stato dato alle montagne che circondano Petra: Shara Mountains), Allat, la dea-madre, e Uzzat, che si usa paragonare a Venere. Questa credenza si estese fino alla Mecca e non scomparve con l'avvento dell'Islam.
Sotto la protezione degli dei, questo popolo intelligente e armonioso rivela una grande ingegnosità. La posizione di Petra, situata in una conca circondata da montagne, permette di raccogliere le acque delle sorgenti. A questo scopo, i Nabatei costruiscono dei canali sul fianco della montagna (come nel siq) e scavano profonde cisterne che si possono ancora oggi vedere in diversi punti del sito. Il loro sistema di irrigazione è talmente elaborato che gli israeliani hanno restaurato un'antica canalizzazione nabatea scoperta nel Negev (regione desertica che copre il 60% dello Stato d'Israele). (Guida routard, ed. 2002-2003, Il Viaggiatore, p.135)
Ancora dubbi sui re magi nabatei?
Piaciuto, Elisa?
giovedì, ottobre 23, 2008

Diario di viaggio
In Giordania e Siria (II)
La visita è stata bella. Il luogo ha un’attrattiva particolare con le sue rocce tondeggianti, lavorate dagli agenti atmosferici a volte in maniera fantasiosa e barocca. E fra una roccia e l’altra la sabbia rossastra del deserto. Il viaggio sulla jeep mostra meglio alcuni dettagli. Il beduino che ci ha dato informazioni era autentico: magro, lungo, sdentato con la sua kefia e la veste bianca impeccabile. Faceva un po’ pena pensare che vive sempre lì solo e gli unici con cui può parlare sono i turisti.
La notte ci ha accolto una fila di tende fatte con il tessuto caratteristico degli insediamenti all’aperto dei nomadi che abbiamo visto via via nel deserto: una stoffa nera fatta, pare, con peli di capra e di cammello, robusta, pesante, che traspira col tempo asciutto e si restringe diventando impermeabile con la pioggia. L'accampamento è costituito da tende biposto, pavimentate, troppo più confortevoli del tendone da otto che ci ospitò nell’oasi tunisina dopo una lunga traversata su fuoristrada provenienti da Djerba. Bella tutta la serata con cena all’aperto, musica e canti.
Usciti dal Wady Rum, con un saluto figurato a Lawrence d’Arabia che qui radunò le tribù arabe per partire alla reconquista delle terre occupate dall'Impero Ottomano, dopo un rapido e saporito felafel mangiato in piedi all’ombra di un chiosco lungo la strada, siamo arrivati alla Piccola Petra (Siq al-Barid), un luogo solitario e pieno di fascino dove alcuni antichi resti parlano della lontana civiltà dei Nabatei, che sono anche i costruttori della più famosa Petra. Eravamo stanchi e l’abbiamo visitata in fretta, ma già vari elementi architettonici facevano presentire la bellezza della “città variopinta”.
Un piccolo spazio per dire due parole sulla gente. Certo non posso argomentare che sugli sguardi che ho potuto gettare qua e là e sul poco che ho potuto intuire. La gente dei negozietti dove abbiamo comprato qualcosa è gentile, ma senza scomporsi tanto. Come dire che c’è una certa fierezza. I tipi fisici sono prettamente meridionali: teste scure, baffi adeguati e occhi come carboni ardenti. Le donne sono quasi tutte col velo in testa. In certi luoghi ne abbiamo viste molte interamente velate. Che tristezza queste donne così imbacuccate e tutte nere! C’è però da dire che nelle vetrine dei negozi brillano vestiti da danza del ventre, tutti lustrini e veli. Queste donne devono avere una doppia vita e quella che noi vediamo non è certo la più travolgente. (Paola)
Alcune foto

Diario di viaggio
In Giordania e Siria (I)
4 ott-19 ott 2008
Che senso può avere atterrare a Damasco per poi volare ad Amman e passare in Giordania la prima parte del viaggio? La notte trascorsa tra Damasco e Amman è stata piuttosto dura, ma l’avevamo già accettata dall’inizio. La differenza fra i due aeroporti dice già qualcosa dei due paesi. Sicuramente Amman una città occidentalizzata e le donne, spesso velate, all’aereoporto di Amman stavano sedute su comode portone. A Damasco invece erano tutte in cerchio accosciate per terra. Accanto a loro discutevano uomini con la lunga veste e la kefia in testa. Mi sono sembrate un po’ gallinelle spaesate, mentre i maschi parlavano, discutevano, decidevano. A un certo punto è passato quasi come una folata di vento un gruppo di velate in bianco che correvano tutte dalla stessa parte. Chiaramente un pellegrinaggio a qualche luogo sacro. Però nella faticosa notte di Damasco, assonnati e piuttosto stanchi, ci siamo rifatti la bocca con gli ottimi cioccolatini del famoso maitre chocolatier Chraoui al quale faccio volentieri la réclame.
Amman

Amman è una grande, grande città tutta bianca, con costruzioni piuttosto belle di pietra chiara. La cosa non bella è la sua estensione all’infinito senza un centro, senza un progetto vivibile. Il nostro albergo è dignitoso, ha spazi esterni per sedersi e parlare. Intorno nelle strade affollate i negozi restano aperti fino a tarda ora.
Jerash

E’ un bel sito, vicino ad Amman, risalente ai tempi di Traiano. Due grandi portali segnano rispettivamente l’entrata e l’uscita. Ci vien fatto notare che le grandi colonne corinzie hanno ognuna due capitelli: uno alla base e l’altro in cima.
La cosa più eclatante, direi quasi all’eccesso, è la grande piazza centrale completamente circondata da colonne che sembrano essere veramente un simbolo del potere. Quanto senso dell’apparire in questi grandi imperatori. Da filmare la nostra guida: preciso, compreso del suo ruolo, pieno di dettagli a non finire. A un certo punto sono riuscita a scappare e mi sono goduta il centro della città coi suoi tempietti e le sue pietre consunte, mentre intorno il muezzin intonava a gran voce il suo richiamo. Non è commistione di culture questa? Peccato che non ci sia a Jerash traccia di case comuni, come a Ercolano e Pompei, ma solo di templi e di edifici pubblici.
Mar Morto

C’è una certa attesa, la strada è stata lunga e alla fine buttarci in mare era un gran desiderio. Però…l’acqua del Dead Sea è caldina molto salata come tutti sanno, quasi amara e più che starci a galla senza neppure muoversi non si può. Abbiamo cercato di fotografare le due “bagnanti integraliste”, una velatissima, solo gli occhi fuori, indispensabili per guardare il mare. L’altra, più ardita, s’è bagnata in piscina con una graziosa tenuta nera formata da un vestitino corto con sotto pantaloni neri. Lo sposo garbatamente la guidava nell’acqua strizzandole qua e là la stoffa bagnata, ogni tanto. Ho raccolto un grosso grumo di sale da portare a casa. C'erano due persone con le stampelle che lentamente entravano nell'acqua: mi è venuta in mente la "piscina probatica"; tra le persone galleggianti ho intravisto Gesù che camminava sulle acque. C’erano anche due belle piscine dove ci siamo rinfrescati. Del resto anche a non volere in acqua ci si doveva buttare per forza perché nugoli di mosche petulanti non lasciavano tregua. La sera al buio si vedevano bene sulla sponda opposta le luci della Palestina occupata da Israele. E’ stato lungo il viaggio di ritorno attraverso la calcinata campagna tutta o quasi desertica col poverissimo pascolo di graziose caprette e di pecore dalla lana scura e folta. Ci sono anche parecchi asini e non di rado cammelli di un colore chiarissimo quasi bianco. (Paola)
Qualche foto del nostro viaggio
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